• 2022

40 Watt Sun – Perfect Light

Stavolta niente algoritmo di Youtube.
Ho scoperto l’artista in oggetto in un casuale interscambio “culturale”, segnalatomi da una persona -con cui ho interagito per ragioni di tutt’altra natura- che dando un’occhiata al blog ha intravisto il tattoo dedicato alla Musica, oltre a parecchi altri riferimenti alla materia.

Quindi, d’emblée, mi ha chiesto: “Ma te per caso conosci 40 Watt Sun?”.
“Sono Radioamatore e posso utilizzare da zero a cinquecento watt, questo sì”, ho risposto.
Non ha controreplicato, per fortuna, e mi ha indirizzato sul sito web ufficiale di questa band inglese.


Ho così scoperto che dietro al progetto 40 Watt Sun c’è Patrick Walker, cantautore e chitarrista britannico, coadiuvato da altri (tre, al momento) elementi allorquando è in tour.
Ad oggi tre album all’attivo con questa denominazione, in carriera.
L’ultimo, Perfect Light, è stato pubblicato nel 2022.

Ho dato una veloce “scorsa” pure ai primi due lavori, riproponendomi di approfondirli più avanti, e mi sono concentrato sul più recente, che mi ha colpito parecchio sin dal principio.

Oltre un’ora di viaggio, suddiviso in otto capitoli.

L’atmosfera è alquanto intimistica.
Non è un disco da consumare avidamente, questo è certo.
Richiede un approccio “spirituale”, perché dotato di una intensità a tratti quasi insopportabile.
Il mio, a scanso di equivoci, è un complimento.


Perfect Light necessita pure di silenzio, nei dintorni.
Inoltre è consigliabile una certa quiete interiore che possa, in qualche modo, arginare la potenza che la voce di Walker scatena nell’animo di chiunque si imbatta in questo piccolo gioiellino.
Oltre ai succitati collaboratori nell’album compartecipano vari ospiti, che non conosco in maniera adeguata, ma che contribuiscono alla notevole riuscita del disco.

Tracklist:
01. Reveal
02. Behind My Eyes
03. Until
04. Colours
05. The Spaces In Between
06. Raise Me Up
07. A Thousand Miles
08. Closure


40 Watt Sun – Perfect Light

Reveal lo apre con struggente malinconia: quasi nove minuti di minimalismo e pochissime aggiunte al binomio chitarra-violino, a voler sottolineare la superba performance di Patrick.
Behind my Eyes è un inno al sentimento, quello decantato con il cuore piuttosto che con le parole che qui, nello specifico, diventano poesia proveniente dalle profondità più recondite dell’anima: piazza d’onore.
Until è un pezzo fondamentalmente acustico, con un ritmo ondeggiante che disorienta l’ascoltatore mandandolo in estasi perenne: sul podio.
Colours torna a rallentare amabilmente l’atmosfera, nei suoi quattro minuti e passa di lunghezza che rappresentano il passo più solerte dell’opera.
– The Spaces in Between è il mio brano preferito all’interno di Perfect Light: mi commuove, mi suggestiona, mi turba, mi riscalda.
Raise Me Up è la più elettrica del lotto, mediante una batteria che evidentemente qualcuno ha catapultato in zona di tanto in tanto, e nei miei indecifrabili sensi suona moltissimo USA, tra quelle lande desertiche che sarebbero inesplorate pure se la Street View Car di Google passasse di lì trecentocinquanta volte a settimana per una decina d’anni.
A Thousand Miles, già dal titolo, sembra voler continuare a percorrere sentieri stranieri ed incontaminati, quando non addirittura proprio inesistenti.
Closure non abbisogna di traduzione: una carezza, con la evocativa voce di Walker che teneramente protegge l’ascoltatore e poi, con estrema delicatezza, spegne la luce e gli/le rimbocca le coperte.


Etereo, per quanto è soave.
Un folk che sfiora il post rock e sfocia nel cantautorato più poetico e mistico.
Jeff Buckley e Nick Drake avrebbero apprezzato Perfect Light, di sicuro.
Non soltanto loro, credo.
A me, in alcuni frangenti, riporta alla mente il meraviglioso Whatever and Ever Amen, dei Ben Folds Five.
Non tanto nel genere, per quanto anche qui si trovino parecchi riferimenti al rock alternativo.
Piuttosto per l’intensità della scrittura (e del suono) che, ribadisco, è impressionante.
Catartica, oserei dire, pur non senza patire sofferenze.
Tutt’altro.

I testi sono di una disarmante semplicità: arrivano al punto -dolente, s’intende- con una forza devastante, senza bisogno di stratagemmi e sotterfugi.

The darkness I defined has not forgotten me.
But ever presses closer the bounds of my reach.
Tonight, I will not try to harden truth with reasons.
A silence says it all;
It comes to remind me who I am.

-The Spaces In Between-

Prima di scrivere queste due note mi sono imposto di sentire -non ascoltare, bensì sentire- Perfect Light dall’inizio alla fine e di farlo prima di dormire.
O, quantomeno, di provare a farlo.
Di notte, nel silenzio circostante.
Ho rimandato in un paio di occasioni, finendo per beccare nella terza serata una pioggia battente che ha oscurato pure una Luna già di per sé abbastanza pallida.
Punizione giusta e meritata: ma il dado era ormai tratto.
Ho messo tutto lo zoo a letto, anche chi di solito percorre il Regno di Morfeo insieme a me (da 1 a 6, a seconda di circa un miliardo di fattori) e mi sono tuffato nella rischiosa traversata.
Mi ha salvato l’infinita dolcezza di Dina, una delle mie due adorabili gioie, che si è imposta di decidere lei il turno serale -che in realtà non esiste ufficialmente, come detto, anche se da anni ci convinciamo tutti che sia così- per accompagnare il mio riposo nelle tenebre e per asciugare le lacrime che venivano giù facendo a gara col temporale dell’esterno.
Dina “sente” tutto.
Tutto.


Patrick Walker, fino a poco tempo fa, si dilettava ad esibirsi in una specie di metal, a quanto mi raccontano.
Ad un certo punto ha deciso -anzi: sentito, per restare in tema- di dover fare meno rumore e più poesia.

Questo disco è prodotto divinamente ed è stupendo in ogni suo aspetto.
Fa piangere, fa sorridere, fa sognare, fa sperare.
Ti ammazza, è vero, ma non dimentica mai di farti resuscitare.


Stasera diluvia e c’è un vento fortissimo in giro.
Credo che Dina mi stia già aspettando.

40 Watt Sun – Perfect Light: 8

V74

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