• 1996

Un trio, assurdo.

Un trio allucinante, per essere precisi.

Anche allucinato, di sicuro.

E ispirato, mooolto ispirato.

Vega è la voce: personaggio particolarissimo, passionale, verace, matto.

Chi ha passione per la new wave, magari con un occhio rivolto a quella proveniente da oltre oceano, ricorderà senz’altro i Suicide, un duo che spiazzò la scena dei fine 70′ con un ottimo album d’esordio e poi man mano andò scemando, lasciando però la sensazione di avere talento da vendere.

Ecco, Vega era l’anima dei Suicide ed è uno che non sempre ha centrato il bersaglio, vero, ma che ha perennemente lasciato la sensazione di possedere talento da vendere (bis rafforzativo).

Ed in Cubist Blues lo dimostra con un cantato catatonico, mistico, emotivamente devastante.

Gente importante ha ammesso, più o meno chiaramente, di dover molto ai Suicide e, di conseguenza, allo stesso Vega.

Alex Chilton è un altro al quale molti artisti devono tanto, tantissimo.

Uno che necessiterebbe di una Treccani soltanto per spiegarne carriera, influssi, esperimenti, innovazioni, ispirazioni.

Pure la musica è in debito con lui, perché pare proprio che con certi tipi il destino e la fama si divertano a far capolino a giorni alterni a mo’ di terapia dell’inculatura.

Ben Vaughn è il meno celebre del lotto ma non ha nulla da invidiare agli altri due per passione musicale, attitudine istrionica e complessità dell’uomo, oltre che dell’artista.

Un trio di genialoidi schizzati e schizofrenici, per dirla con parole semplici, che si ritrova al bar, fa colazione alcolica e poi si avvia blandamente in studio a registrare un disco che in alcune giornate tristi e pallose rappresenta un’autentica manna dal cielo per intraprendere un viaggio nella follia, l’unica ancora di salvezza contro la vigliaccheria e l’ipocrisia di certo mondo.

Risultati immagini per alan Vega, Alex Chilton & Ben Vaughn

Un lavoro coraggioso, istintivo, diretto.

Un rock bluesato, come da titolo, un impatto sonoro difficilmente descrivibile a parole, un trip acustico dove la batteria di Vaughn picchia duro, la chitarra di Chilton apre le vie respiratorie dell’ascoltatore come Mosè ai tempi apri quelle liquide del Mar Rosso e la voce elvisanica di Vega inventa percorsi notturni e laceranti in simbiosi con i due compari e con un basso ipnotico che appare e scompare a seconda del mood del momento.

Da sentire -e vivere- tutto d’un fiato.

Mi permetto un parallelo che, mi auguro, non mi procuri problematiche di ordine legale: ogni volta che ascolto Cubist Blues mi torna in mente il duo (ne manca uno, lo so) Pozzetto-Celentano che nel film “Lui è peggio di me” improvvisa, con risultati strambi quanto spassosi, il tema di “Quel treno per Yuma”.

L’atmosfera durante la registrazione di Cubist Blues me la immagino così, identica.

Il risultato, per fortuna, è infinitamente migliore per il nostro trio.

Se non conoscete il prodotto e vi capita di leggere questo spunto, andate sul tubo ed iniziate ad approcciare la materia.

Se vi gusta alquanto ed avete il deretano spanato, provate a recuperare sul mercato la versione live di Cubist Blues, registrata durante un concerto eseguito dai tre nel 1996 a Rennes, in Francia, al Trans Musicales.

Se assunto in dosi saltuarie, senza preconcetti e senza tabelle di sorta, CB si innalza ben al di sopra di tanti lavori stilisticamente impeccabili ma privi di originalità, estro, vividezza, sincerità.

Sottovalutato, quindi ancor più bello.

Alan Vega, Alex Chilton & Ben Vaughn ‎– Cubist Blues: 8

V74

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