- Epica doppietta
Aldo Cantarutti
Ci sono cresciuto, con il calcio che fu.
Gli debbo molto di quello che oggi, nel bene e nel male, sono diventato.
Ogni tanto lo ripeto ed è giusto così.
Una sorta di riconoscenza infinita, per una marea di ragioni.
Ho anche ammesso, in più occasioni, che talvolta l’ispirazione proveniva da una giocata d’alta scuola di qualche talento, mentre in altri casi pure i nomi (cognomi, più che altro) erano utili alla causa per aprire la mente ed il cuore a certi protagonisti del meraviglioso “pallone” di qualche decennio or sono.
Uno che legherei più al secondo gruppo che al primo è sicuramente il buon Cantarutti, discreta punta che ha totalizzato un centinaio di gare in massima serie e poco meno del doppio in cadetteria, facendosi ricordare per il suo fisico statuario, da combattente dell’aria di rigore, e per quel cognome che, onestamente, è indimenticabile.
Poi ci ha pensato Lino Banfi, a renderlo immortale, con la sua ipotetica ed epica doppietta che permette al Catania di espugnare il campo della Juventus, regalando all’attore pugliese, nel fantasmagoricoAl bar dello sport, un tredici miliardario e foriero di situazioni divertenti.
Potevo non citarlo nel mio umile quanto simpatico blog?
No, decisamente no.
Aldo Cantaruttiviene al mondo nel gennaio del 1958 in quel di Manzano, in Friuli.
Il confine sloveno non è distante ed il fiume Natisone e le montagne della zona fanno da circondario al ridente paesino in oggetto.
Il piccolo Aldo, che non ama molto i libri e preferisce giocare a pallone con gli amici, ben presto segue la sua famiglia che, per motivi di lavoro, si trasferisce nel vercellese, in Piemonte.
Il ragazzo, che cresce alla velocità della luce e si ambienta nella nuova regione in men che non si dica, è un lungagnone tosto e potente che consente ai suoi compagni di squadra di vincere ogni partita giocata.
Perché sì, Aldo continua a sognare di diventare un calciatore.
Ad un certo punto finisce, per meriti e per le sue evidenti caratteristiche fisiche, nel mirino del Torino, ovvero di una delle società più importanti della nazione, oltre ad essere un club che lavora benissimo con i prospetti, disponendo di un ottimo settore giovanile.
Ambidestro, veloce nonostante la stazza imponente ed anche abbastanza tecnico, Cantarutti si muove da centravanti classico e viene preso dai torinesi, migliorando allenamento dopo allenamento.
Completa quindi la classica trafila nella Juniores e diventa -da protagonista- Campione d’Italia nel campionato Primavera.
Un colpaccio che gli vale la chiamata della prima squadra, allenata da Radice.
Il Torino, Campione d’Italia in carica, sfiora il bis, arrendendosi alla Juventus per un solo punto in graduatoria.
Con la coppia Graziani-Pulici per Cantarutti gli spazi sono ovviamente ridotti al minimo, ma il ragazzo trova il tempo di esordire in serie A (diciannovenne) e di allenarsi insieme ai due succitati e ad altri calciatori di ottimo livello come C. Sala, Zaccarelli, P. Sala, Salvadori, Danova, Pecci, Castellini, Mozzini ed altri ancora.
Una bella scuola, insomma.
In estate il Toro decide di concedere il ragazzo di origini friulane in prestito, come d’abitudine in un periodo storico in cui maturare esperienza nelle serie minori è fondamentale per la crescita di un giocatore.
Tranne che non sia un talento conclamato, naturalmente.
Non è il caso di Aldo Cantarutti, che si trasferisce -unitamente al centrocampista Blangero (a titolo definitivo) e ad un assegno sostanzioso- all’ambizioso Monza, in serie B, nell’affare che vede il promettente portiere Terraneo fare il percorso inverso.
L’allenatore brianzolo, Magni, nel ritiro estivo osserva Cantarutti con attenzione e si convince ad utilizzarlo come ala sinistra, cioè da attaccante esterno al servizio del bomber Silva.
Una scelta apparentemente strana, in quanto Aldo è un corazziere e, di solito, con quel fisico una punta finisce al centro dell’area di rigore, per sfruttarne il gioco di testa.
Invece Magni pensa che la insolita velocità di Cantarutti e la sua notevole forza fisica possano essere sfruttate per fare i solchi sulla fascia e costringere i difensori avversari al raddoppio sull’ex torinese, con la conseguenza di lasciare a Silva maggiori spazi nei quali inserirsi per trovare la rete.
Aldo Cantarutti, ligio al dovere, esegue le direttive ed in una ventina di match sforna assist a profusione e segna due gol, con Silva che arriva a quindici e trascina i monzesi al quarto posto finale in classifica, con la serie A gettata al vento nella penultima gara di campionato, persa con la Pistoiese.
Un peccato, per i lombardi, che nel calciomercato estivo puntano sul prodotto localeMonellie restituiscono Cantarutti al Torino.

I granata lo girano immediatamente alla Lazio (in comproprietà, con diritto di riscatto a loro favore), in massima serie.
Cantarutti, che ha già disputato il Mondiale Under-20 con la Nazionale Italiana di Acconcia insieme a G. Galli, G. Baresi, A. Di Gennaro, Ferrario e Sabato, per citarne qualcuno, è osservato da Vicini, C.T. della Under-21 e spera di riuscire a far parte del gruppoazzurroche spesso apre le porte della Nazionale Maggiore.
A Roma il buon Aldo non riesce ad imporsi, trovando un pizzico di continuità solamente nel girone di ritorno.
D’altronde in maglia biancoceleste ci sonoGiordano, D’Amico e Garlaschelli.
La Lazio, allenata da Lovati, disputa un’annata tranquilla.
Cantarutti mette a referto una presenza con la Under-21 e torna nuovamente a Torino.
I piemontesi non puntano su di lui e lo mettono sul mercato.
Sul ragazzo si posa l’occhio lungo di Romeo Anconetani, patron del Pisa neopromosso in serie B.
I toscani hanno pochi denari in cassa ed il Toro vorrebbe monetizzare il cartellino del suo giovane attaccante, cercato da una marea di compagini di B e da alcune di bassa serie A.
La trattativa va avanti per un paio di settimane, sin quando Cantarutti riesce ad ottenere la rescissione di contratto dai granata, che non possono garantirgli un posto da titolare e cedono alle pressioni del giovane, liberandolo dal vincolo in corso e lasciandolo partire verso la città dellaTorre pendente.
La prima stagione pisana è sofferta, per Aldo e per la squadra che cambia più allenatori che mutande e si salva proprio grazie alle reti (6, miglior cannoniere dei suoi) del suopunteronel finale.
E dire che in squadra ci sonoCiappi, Bergamaschi, Chierico, F. Rossi, S. D’Alessandro,Vianello, Miele, Barbana, Cannata, V. Graziani.
Gente che in cadetteria sa il fatto suo, eh.

Anconetani riparte in estate ingaggiando Toneatto per la panca e rivoluzionando la squadra con innesti comeMannini(già in rosa l’anno prima), Gozzoli, Mariani, Occhipinti, Viganò, Bertoni, Secondini, Massimi, Garuti. Buso, Quadri, Bartolini.
Ma è soprattutto Aldo Cantarutti a mettersi in mostra, con ben dodici reti a corredo ed un rendimento strepitoso che permette al Pisa di chiudere settimo, ponendo le basi per la promozione in serie A che arriverà nella successiva annata.
Aldo sarà altrove, però.
Difatti il Pisa lo vende al Catania (B), che lo soffia in volata al Cagliari (A) e lo mette al centro della scena.
Il mister etneo Mazzetti (lui allena, anche se in panca va Michelotti per questioni di ordine burocratico) ed il presidente Massimino stravedono per l’imponente cannoniere, che strappano ad Anconetani scucendo oltre novecento milioni di lire ed aggiungendo il centrocampista Casale in omaggio.
Un pacchetto che supera il miliarduccio, per intenderci.
Una cifra “pesante”, col friulano che a Pisa ha visto nascere sua figlia ed ha sviluppato un legame forte con la città e con il popolo nerazzurro.
Non vorrebbe cambiare aria, anche perché è legatissimo ad Anconetani.
Però l’assegno etneo riempie di gioia il buon Romeo, che accompagna Aldo in aeroporto, assicurandosi che non possa cambiare idea.
D’altronde il Catania sottopone alla punta un triennale che difficilmente può essere rifiutato.
In Sicilia l’ex Toro fa coppia col bravo Crialesi, in attacco.
Sorrentino, Mosti, Vella, Ciampoli, Miele ed altri completano una buona rosa, per la categoria.
Cantarutti gioca da centravanti, con Crialesi che gli gira intorno e, non di rado, si inverte di ruolo con lui.
Un attacco che funziona, con dieci reti a testa ed il Catania che nel girone di andata lotta per la promozione.
Poi la squadra s’inceppa improvvisamente nel ritorno, non vincendo una gara manco per sbaglio per mesi e chiudendo a metà classifica.
In estate Massimino progetta l’assalto alla massima serie.
Ingaggia Di Marzio come tecnico e rinforza la squadra con innesti di qualità e di categoria: Mastalli, Barozzi, Crusco, Mastropasqua, Giovannelli, C. Ranieri, Chinellato.
In attacco tocca sempre ai soliti due.
Crialesi si sacrifica maggiormente per Cantarutti, che segna più di tutti (11 gol) e porta il Catania in serie A al termine di un torneo durissimo che necessita di uno spareggio a tre, per conoscere il nome della squadra che accompagnerà Milan e Lazio nella gloria.
Come detto, il piacere tocca agli etnei.
Decisivo pure Crialesi, che segna il gol della vittoria nella prima gara contro il Como.
Indovinate chi gli fornisce l’assist per la realizzazione che, di fatto, manda i siculi in Paradiso?
Esatto, è proprio Aldo.
I due successivi pareggi (entrambi per 0-0) tra Como e Cremonese e tra Catania e Cremonese sanciscono il trionfo del gruppo di Di Marzio.
Gruppo che viene confermato quasi per intero anche in serie A, integrandolo con alcuni acquisti: Bilardi, Torrisi, Sabadini e i brasiliani Luvanor e Pedrinho.
In autunno pure Carnevale si aggiunge alla compagnia.
Aldo Cantarutti riceve una proposta dalla Sampdoria per sostituire eventualmente Zanone, poi confermato, ed interessa alla Juventus come attaccante di scorta.
Il Catania lo valuta parecchio ed i bianconeri virano sull’altrettanto costoso Penzo, del Verona, lasciando cadere la pista per l’ex pisano.

I rossazzurri sostituiscono Di Marzio con Fabbri, a stagione in corso.
Ma l’esito è fondamentalmente scritto, purtroppo.
Luvanor possiede estro e gamba, ma non è propriamente un cuor di leone e paga dazio alla durezza del calcio peninsulare.
Pedrinho era nella rosa del Brasile che ha partecipato alCampionato Mondiale del 1982, in Spagna, quindi non è l’ultimo arrivato: però a Catania in campo manda il cugino, mentre lui si gode la Sicilia e tutto lo splendore di un’isola magica e di una regione fantastica.
Gli altri, ottimi mestieranti per la cadetteria, in serie A non brillano come sperato.
La retrocessione viene sentenziata dall’infortunio di Aldo Cantarutti, che nel periodo natalizio si fa male e lascia i compagni in mezzo alla bufera.
Poi torna e segna una rete stupenda, in acrobazia al Milan di Baresi e Tassotti, annullata inspiegabilmente dalla giacchetta nera di giornata.
Si scatena un putiferio, con il pubblico catanese che si vede scippare anche l’ultimo tentativo di aggrapparsi alla salvezza.
Lo stadio esplode e solo il massiccio intervento delleforze dell’ordinepermette all’arbitro di portare a casa la pellaccia.
La susseguente squalifica del terreno di gioco del Cibali per diverse giornate è la pietra tombale sulle oramai flebili speranze di evitare una retrocessione che si materializza rapidamente, per la compagine etnea.
Cantarutti non torna in B, però.
Su di lui ci sono Como, Udinese, Avellino, Atalanta ed Ascoli.
Il bottino di quattro gol della precedente annata non è entusiasmante, ma Aldo ha diverse attenuanti a suo favore e sfoglia la margherita, in attesa che qualcuno decida di sferrare l’assalto decisivo.
E completa un trittico clamoroso, perché dopo Romeo Anconetani ed Angelo Massimino va a lavorare alle dipendenze di Costantino Rozzi, boss dell’Ascoli.
Tre presidenti vulcanici ed appassionatissimi, tra i Top del calcio più bello del pianeta.

Nelle Marche il buon Cantarutti è allenato da Mazzone, sostituito presto da Boskov.
Altri due “miti”, che nonostante i cinque gol di Aldo e la presenza in rosa di calciatori validi (Dirceu, E. Nicolini, Corti, Marchetti, Hernandez) non possono però evitare la retrocessione dei bianconeri.
Due balzi all’indietro in ventiquattro mesi, per Aldo Cantarutti.
Non c’è due senza tre ed al peggio non c’è mai fine, direbbero i saggi.
Il friulano si guarda intorno, alla ricerca di un progetto che possa trasmettergli un pizzico di serenità ed ottimismo.
Le richieste non gli mancano.
I numeri recenti non sono stati entusiasmanti, inutile girarci intorno.
Ma le sue caratteristiche sono interessanti ed il giocatore è serio, affidabile, tenace.
Alla fine della fiera l’ex catanese torna al settentrione, firmando con quell’Atalanta che già lo aveva cercato in passato.
Con Sonetti in panca i bergamaschi provano ad allontanarsi dalle zone a rischio della classifica.
Sul manto verde scendono Stromberg, Magrin, Donadoni, Soldà, Piotti, Prandelli ed altri elementi di buon livello, che grazie anche alle nove reti di Cantarutti portano laDeaall’ottavo posto in una serie A competitiva e tosta da far paura.

Nella città orobica Aldo si ambienta alla perfezione, sentendosi a suo agio sin dall’inizio della sua avventura in maglia nerazzurra.
Rivive i tempi di Pisa e Catania, dimenticando le due ultime stagioni (una delle quali proprio in Sicilia) oltremodo foriere di delusioni.
Ma la fregatura è appena dietro l’angolo e nel 1987 l’Atalanta cade in B, al termine di un torneo disastroso e nonostante gli acquisti di Francis, Incocciati, Icardi e Progna.
Cantarutti gioca poco e male e la ragione è da ricercare in un infortunio patito nel finale della precedente annata, allorquando il bomber atalantino demolisce il Verona con una tripletta e lo stopper avversario, Fontolan, non gradendo lo spettacolo, lo colpisce in pieno sulla caviglia, rompendogli il Tendine d’Achille.
Aldo si consulta con i dottori e decide di non operarsi, operando per una terapia conservativa.
Un errore colossale, datosi che i tempi di recupero finiscono per dilatarsi a dismisura e la ripresa totale si rivela complessa ed incerta, facendo perdere alla punta gran parte dell’annata seguente.
L’Atalanta, affidata a Mondonico, conferma comunque l’ex pisano in rosa.
E lui, con umiltà e senso del dovere, contribuisce alla rapida risalita in A del club orobico. mettendosi al servizio del prolifico ed ispiratissimo cannoniere Garlini.
Inoltre il team lombardo, che pochi mesi prima era giunto sino alla finale di Coppa Italia persa col Napoli diMaradona, disputa la Coppa delle Coppe in virtù del fatto che i partenopei sono anche Campioni d’Italia e quindi giocano la Coppa dei Campioni.
E proprio nel secondo trofeo d’Europa per importanza l’Atalanta vive un percorso emozionante, giungendo sino alle semifinali dopo aver eliminato ai quarti i portoghesi dello Sporting Lisbona grazie alle reti di un immarcabile Cantarutti, in gol sia all’andata che al ritono.
Nel penultimo atto della competizione i bergamaschi si fermano dinanzi ai forti belgi del Malines diPreud’HommeeClijsters, futuri vincitori della kermesse.
Un Aldo Cantarutti versione “internazionale”, che però l’Atalanta decide di non confermare in massima serie.
L’attaccante viene venduto al Cagliari (C1) su input dell’ex compagno di squadra -al Catania- Ranieri, che guida i sardi alla conquista della B.
L’affare, apparentemente concluso, si stoppa sulle cifre del cartellino.
L’Atalanta pretende quattrocento milioni di lire, mente i sardi non vanno oltre i duecento.
Aldo si allena con i rossoblù per diversi giorni prima di ritrovarsi a Brescia, in cadetteria, dove segna un paio di reti nelle prime giornate di campionato.
Salvo poi essere ceduto, inspiegabilmente, al Lanerossi Vicenza, nel calciomercato di riparazione autunnale.
In una bella piazza, sì, ma in terza serie.
La carriera di Cantarutti, quantomeno ad alti livelli, si ferma qui.
Centravanti boa, alto e possente, Aldo Cantarutti è bravo sia nel finalizzare l’azione che nella manovra offensiva.
Può agire da ala sinistra, sacrificandosi per i compagni aprendo spazi e fornendo assist, sia da attaccante centrale che fa salire la squadra e si fa trovare pronto in area per l’appuntamento con la rete.
Ottimo sinistro, buon destro, gran colpo di testa.
Protegge bene la sfera ed è molto più veloce di quanto si potrebbe immaginare guardandolo.
Nello stretto non è un fenomeno e ci mancherebbe pure, ma qualche dribbling sa tirarlo fuori dal cilindro.
In acrobazia è insospettabilmente capace di reti spettacolari, ma pecca talvolta nella continuità di rendimento, anche a causa di alcuni infortuni che ne limitano il raggio d’azione e ne minano la tranquillità sportiva.
Generoso, professionalmente impeccabile, grintoso.
Per le sue caratteristiche poteva rivelarsi un mix esaltante, ma in alcuni passaggi non ha reso al massimo e, pur con attenuanti importanti, è stato meno prolifico di quanto avrebbe potuto essere.
Anche perché non è un egoista di natura e questa dote, eticamente ed umanamente apprezzabile, per un bomber può trasformarsi in un limite.
In sintesi: bene, ma non benissimo.
A Vicenza l’ex bergamasco si ferma per due annate.
Nella prima mette a segno una decina di gol, con la squadra che si salva dalla C2 nel finale di stagione.
Nella seconda è una comparsa in un Vicenza che comunque mantiene la categoria, vincendo lo spareggio salvezza con il Prato.
Un paio di stagioni in Interregionale tra Corbetta e Breno e con oltre trecento presenze tra i professionisti si chiude l’epopea agonistica di Cantarutti, che appende le scarpe al chiodo ed inizia a lavorare come osservatore e collaboratore tecnico per vari club italiani e stranieri.
Uno dei protagonisti del meraviglioso calcio degli anni ottanta, sebbene non si discorra di un fuoriclasse.
Perticone non sgraziato, che con impegno e volontà si è guadagnato il suo meritato spazio in una cadetteria di grande livello ed anche in una serie A che era zeppa di campioni.
Che poi, a pensarci bene, il gol più bello gli è stato annullato (al Milan) e i due più importanti li ha fatti al cinema (alla Juventus), quindi senza che possano risultare nei tabellini.
Pure per questo Aldo Cantarutti è nella storia.
Anconetani, Massimino e Rozzi.
aldo cantarutti
Uno dopo l’altro.
Mica male, vero?
A Pisa ed a Catania ho lasciato il cuore, così come a Bergamo.
Col Torino ho iniziato a sognare, mentre con la Lazio ho segnato la mia prima rete in A.
Da ragazzo ho frequentato le nazionali giovanili, ma la concorrenza era spietata e non sono riuscito ad andare oltre.
Nessun rimpianto, comunque.
Ho dato il massimo, giorno dopo giorno, e mi sono guadagnato i miei spazi in un periodo in cui i migliori erano tutti da noi.
Tutti.
Mitico.
Al bar dello sport, poi, è un film che adoro, con quelle atmosfere anni ottanta e quella Torino che è esattamente come l’ha vissuta il sottoscritto per un paio di mesi, quando mi ritrovai sotto laMole Antonellianaper un corso di perfezionamento, un bel po’ di tempo fa.
E Aldo Cantarutti, in quel film, è proprio un bomber di razza, oh.
Doppietta alla Juventus, in rimonta e fuori casa.
Che spettacolo!
Aldo Cantarutti: epica doppietta.
V74
