• Danish power

Un paese interessante, la Danimarca.
Ci sono stato una marea di volte in transito verso altre mete e, qualche volta, fermandomi nella capitale e nelle zone limitrofe.
Una bella città, Copenaghen.
Forse un po’ troppo cara in relazione a quello che offre, ma di certo meritevole di una visita e, volendo, anche del bis, del tris e via discorrendo.
A Vejle invece non sono mai stato.
Cittadina che si trova nella parte meridionale della nazione e che ha dato i natali ad uno dei più grandi calciatori nella storia del paese scandinavo: Allan Simonsen.

Interprete sopraffino dello sport più bello del mondo e Pallone d’Oro nel 1977, primo -e per ora unico- danese a riuscire nell’impresa.

Allan, classe 1952, ha ricevuto un trattamento strambo, da parte della Natura: alto come un paggetto, talentuoso come un fuoriclasse.
Il fisico minuto ha saputo umilmente mettersi a servizio della classe cristallina ed il risultato è stato alquanto pregevole.

Cresciuto (si fa per dire) nel team locale, Simonsen mostra sin da giovanissimo doti strabilianti: è rapidissimo -e non potrebbe essere altrimenti-, sgusciante, sveglio, con una tecnica che pare destinarlo a palcoscenici di ben altra levatura rispetto a quello di casa, con tutto il rispetto.
E così sarà.

Dopo tutta la trafila nel settore giovanile Allan -figlio d’arte- esordisce nel Vejle BK a 19 anni.
Il debutto sarebbe potuto avvenire con largo anticipo, ma i tecnici della società non hanno intenzione di bruciare il ragazzo ed hanno deciso di andarci con i piedi di piombo.
Chissà se ne saranno pentiti, datosi che nei primi due anni di militanza con i rossi vince due scudetti ed una Coppa di Danimarca.
Di certo avranno stappato bottiglie buone à gogo, intuendo che di lì a breve si sarebbe scatenata un’asta per il trottolino autoctono.
Difatti le più importanti compagini europee si interessano alla questione, col Barcellona che sembra in pole position grazie alle ottime referenze dei suoi osservatori che prospettano al giovane un ruolo centrale in un club di livello internazionale.
Simonsen, elemento di valore che ha già esordito nella Nazionale maggiore dopo aver ottimamente impressionato nella Under 21, si dimostra pure un ragazzo arguto e modesto, più maturo della sua effettiva età, poiché spinge per una soluzione che possa essere vicina alla sua famiglia e, al tempo stesso, possa garantirgli un tranquillo percorso di crescita senza mettere eccessiva pressione sulle sue tenere spalle.

L’offerta che corrisponde all’identikit è quella del Borussia Moenchengladbach.
La vicina Germania, per quanto siano pur sempre cinquecento e passa chilometri, è la soluzione ideale per tentare il salto di qualità ed ultimare lo sviluppo tecnico e caratteriale del giocatore.
Il Borussia dei primi anni 70 viene da due campionati interni vinti e vuole imporsi anche sulla scena internazionale.
Simonsen sostituisce in rosa il connazionale e concittadino Ulrik le Fevre, passato al Bruges, e sbarca in Renania con un altro connazionale, il forte Henning Jensen.
Il mitico allenatore Weisweiler sta organizzando la squadra che per tutto il decennio macinerà calcio di livello e rimpinguerà alla grandissima la sua bacheca.
Nelle prime due stagioni Simonsen provvederà a testare la morbidezza della panchina del Bökelbergstadion: pochissime presenze, compartecipando alla vittoria in Coppa di Germania nel 1973.
Poi la consacrazione, con una strepitosa annata che nel 1975 lo porta a trionfare in campionato -una ventina di reti e lo status di titolare indiscusso- ed in Coppa Uefa, dove segna 10 gol in 12 gare e trascina i suoi al trionfo in finale contro gli olandesi del Twente, mettendo a segno una doppietta nella decisiva gara di ritorno.
Un’ascesa inarrestabile che nella successiva Bundesliga sfocia nel bis, con Allan che diventa “la Farfalla danese”, un soprannome teso ad esaltarne la capacità di muoversi in campo in modo assolutamente imprevedibile e leggiadro.
Col succitato Jensen e col bomber Heynckes -futuro allenatore di grande prestigio- il buon Allan compone un tridente delle meraviglie, supportato da un centrocampo solido e di qualità con gente come Bonhof, Stielike e Wimmer a protezione di una difesa che vanta mastini quali Vogts, Surau e Klinkhammer.
Una compagine che riesce a tenere testa -e spesso sconfiggere- il Bayern Monaco di Beckenbauer, Gerd Müller, Meier, Schwarzenbeck e Rummenigge, giusto per fare qualche nome.

In Germania il Moenchengladbach -con un altro santone, Lattek, in panca- detta a lungo legge ed anche in Europa, come detto, se la cava di lusso.
Manca l’acuto finale, la Coppa dei Campioni.
Nel 1976 il Real Madrid elimina in renani ai quarti, mentre nel 1987 è il Liverpool ad avere la meglio in semifinale.
Ma è nella precedente stagione, 1977, che i tedeschi vanno più vicini al massimo trofeo continentale.
A stopparli in finale è il coriaceo e solito Liverpool, nonostante un Simonsen in serata di grazia che pareggia la rete iniziale di McDermott per gli inglesi e mette a ferro e fuoco il reparto difensivo dei Reds.
Dopo alcune occasioni sprecate per un soffio, i tedeschi subiscono la seconda rete e, nel finale, anche la terza.
Coppa al Liverpool e Pallone d’Oro a Simonsen, autore di un’annata straordinaria che soltanto per un soffio non è culminata nell’en plain.
Dopo un paio di stagioni meno entusiasmanti, Simonsen ed il suo Borussia conquisteranno un’altra Coppa Uefa, sconfiggendo nella doppia finale la Stella Rossa di Belgrado con Allan capocannoniere del torneo ed autore della rete decisiva nella gara di ritorno.

Dopo il secondo trionfo europeo con i tedeschi, Simonsen decise di cambiare aria.
La Juventus presentò una ricca offerta al giocatore e lo stesso fece l’Amburgo.
Dai paesi arabi giunsero un paio di proposte economicamente alquanto valide, ma il danese era voglioso di misurarsi con un calcio di livello importante, oltre ad avere il desiderio di mettere in bacheca la Coppa dei Campioni.
E fu così che si convinse a firmare per il Barcellona, evidentemente nel destino del calciatore e, da oltre un anno, in contatto col Borussia per tentare di acquisirne i servigi e dare il ben servito al forte olandese Neeskens, desideroso di trasferirsi oltreoceano ai ricchi Cosmos di New York.

A Barcellona Simonsen si fermerà per tre stagioni, decisamente altalenanti.
In campionato poche soddisfazioni e zero trionfi.
Decisamente meglio nella Coppe, con la vittoria in quella di Lega, in quella del Re e, soprattutto, nella Coppa delle Coppe del 1982, con gol del danese in finale contro i i belgi dello Standard Liegi.
Con questa rete Allan Simonsen stabilisce un primato, tutt’oggi ancora imbattuto: è l’unico calciatore a poter vantare una realizzazione in finale nelle tre principali coppe europee.
Tenendo conto che la Coppa delle Coppe non è più in svolgimento, si tratta di un record destinato a rimanere imbattuto.

Nel 1982 in Catalogna arriva nientepopodimeno che Diego Armando Maradona.
Le regole prevedono al massimo due stranieri in campo in contemporanea: Maradona ha già la magia da titolare tatuata addosso ed il tedesco Schuster è considerato inamovibile dallo staff tecnico.
Contro il parere dei tifosi la dirigenza barcellonese convoca Simonsen e gli prospetta una stagione fatta di tristezza e dolori lombari, a forza di stare in panchina.
Di fatto, seppur con una malcelata eleganza, si fa per dire, il danese viene invitato a far le valigie, onde evitare inquietudini e turbamenti nel gruppo.

Un intermediario propone ad Allan il trasferimento a Madrid, ai rivali del Real: sarebbe uno sgarbo “reale”, oltre che una possibile rivalsa su chi non ha creduto più in lui.
Simonsen non è il tipo da cercare rivincite e lascia subito cadere l’idea.
Si fa avanti il Tottenham e la firma pare imminente, fin quando qualcosa non va per il verso giusto e la trattativa si interrompe bruscamente.
Cose di calciomercato, ordinaria amministrazione.
Simonsen costa, non è roba per chiunque.
Inizia a prospettarsi la probabilità di uno stallo quando ecco presentarsi l’inatteso coupe de theatre: il Charlton Athletic.
Offerta monstre al giocatore (stipendio doppio rispetto a quello percepito in Spagna) e discreto conguaglio al Barca.
Mark Hulyer, estroso ed ambizioso proprietario del club, sogna di riportare entusiasmo tra i suoi tifosi e riempire nuovamente il suo Stadio con un colpaccio da novanta.
Nessuno pensa che Allan possa accettare la pur ricchissima proposta, non fosse altro per il fatto -non marginale- che il Charlton milita in seconda divisione inglese.
Il danese invece ha ormai abbandonato il sogno della Coppa dei Campioni, cerca ambienti rilassati e tranquilli ed oltretutto gradisce l’importo mensile promessogli, quindi a sorpresa firma e si trasferisce a Londra.
Entusiasmo alle stelle e subito prestazioni all’altezza, come da logica.

Le previsioni però non si avverano tutte, anche qui come da logica: dopo qualche mese il Charlton ha difficoltà a far quadrare i conti, non possiede liquidità sufficiente a corrispondere al Barcellona la seconda rata del cartellino di Allan e la paga di quest’ultimo è troppo ingente per poter essere coperta dagli incassi della società britannica.
L’avveduto e lungimirante procuratore del danese ha fatto inserire nel contratto del suo assistito una clausola d’uscita, in caso di insolvenza degli inglesi.
Nonostante Hulyer offra il giocatore in giro nel disperato tentativo di raggranellare moneta, Simonsen si libera a parametro zero e torna in Danimarca, a casa sua, al Vejle, ponendo di fatto termine alla sua carriera a livello internazionale.

In Danimarca gioca altre sei stagioni, facendo ancora la differenza.
Vince un altro campionato nel 1984 e continua l’avventura in Nazionale, con la semifinale raggiunta dalla Danimarca agli Europei transalpini del 1984 e la prima qualificazione ottenuta alle fasi finali dei Mondiali dai biancorossi, nel 1986.
In Francia si infortuna subito ed è costretto a guardare i compagni dalla tribuna, mentre in Messico il girone va alla grande ma agli ottavi giunge una inopinata sconfitta contro la Spagna e si ritorna a Copenaghen con mestizia e delusione.

Dopo il ritiro si è dedicato al mestiere di allenatore, guidando il suo Vejle per un quadriennio, poi la Nazionale delle Fær Øer per un settenato e quella del Lussemburgo per un triennio.
Meglio da calciatore, senza alcun dubbio.
Qualche altro incarico dirigenziale breve, infine la decisione di godersi il meritato riposo e la compagnia delle sue quattro figlie, avute in due matrimoni finiti entrambi con la separazione.

Alan Simonsen è stato un grande giocatore, una leggenda per la sua nazione e non solo.
Oltre ai primati raggiunti ed alle vittorie ottenute, il suo apporto alla Storia del Calcio è insito nella memoria degli appassionati con qualche anno sul groppone che, all’unisono, lo ricordano con affetto e lo inseriscono sempre al top delle graduatorie di merito.

Veloce, tecnico, estroso, imprevedibile.
Sul breve ruba il passo a qualsiasi avversario, che tende a sbeffeggiare con il classico movimento ondeggiante, finendo scientificamente per dribblare e disorientare il suddetto rivale, ritrovarsi in posizione di vantaggio e poter rifinire per i compagni e/o concludere direttamente in porta.
Seppur mignon nelle dimensioni il nostro è tosto e non molla di un centimetro, nella lotta per conquistare la sfera.
Quando il gioco si fa duro, lui segna.
Soprattutto nelle finali, a sciorinare una personalità di assoluto livello.
Gran destro, teso e preciso.
Buon sinistro, ad accompagnare l’azione e anche a cercare la porta.
Incredibilmente non malaccio pure di testa, dove ha imparato ad inserirsi a sorpresa nel gruppone in area, puntando sulla umana sottovalutazione della sua struttura fisica.
Ala destra, talvolta sinistra, trequartista, calciatore a tutto campo, estro e talento a profusione.
Un carattere di difficile interpretazione, con picchi verso l’alto ma pure momenti di assoluta flemma nordica, quasi a voler sgattaiolare dinanzi a determinate pressioni eccessive del Calcio come davanti ad un marcatore inflessibile.

Michael Laudrup è stato il suo erede designato, quantunque con caratteristiche fisiche totalmente differenti.
Potremmo definire il classe 1952 come un tipico rappresentante del cosiddetto “futebol moleque”, quello che vede nel mitico Garrincha il suo interprete principale.
Allan gli somigliava parecchio, tra l’altro.
Nel Calcio moderno faccio fatica a trovare un giocatore che possa ripercorrerne le gesta, in quanto o tocca andare su mostri sacri ed imparagonabili alla Messi, oppure su prospetti di sicuro valore ma non altrettanto decisivi, emblematici e geniali come è stato Allan Simonsen.

Simonet, uno dei tanti soprannomi del piccoletto danese.
Pallone d’Oro 1977.
No, dico: Pallone d’Oro.

V74

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