- Argento vivo
Andrzej Buncol
Quando ero più giovincello, millenni or sono, i Campionati del Mondo erano per me fonte infinita di gaudio.
Certo, non si poteva usare google come ora e per accaparrarsi qualche notizia in più del solito telegiornale bisognava impegnarsi a fondo: giornali, riviste, mappe, libri di storia.
Perché un Mondiale porta con sé una marea di curiosità ed aneddoti.
E, soprattutto, è un qualcosa che resta dentro per sempre.
O per meglio dire: restava, ecco.
Oggigiorno sono cambiate parecchie cose, nel calcio.
Ed anche la gestione della più importante kermesse intercontinentale del pianeta lascia molto a desiderare, secondo me.
Le atmosfere sono diverse, inutile negarlo.
Comunque, fin quando ci saranno bambini felici di veder correre un pallone, ci sarà ancora speranza.
Fatta questa pallosa quanto necessaria premessa, nel Mondiale del 1982 c’è stato un giocatore che con la sua rappresentativa si è messo in mostra, giungendo terzo.
E c’era anche nel 1986, in Messico, sebbene la sua presenza sia stata meno impattante e la sua Nazionale non abbia ripetuto lo splendido cammino di quattro anni prima.
Parliamo di Buncol, un gran bel centrocampista che molti ricorderanno pure con la maglia del Bayer Leverkusen, con cui vinse una Coppa UEFA nel 1988.
Partiamo dall’inizio, però.
Andrzej Bernard Buncol nasce a Gliwice, nel settembre del 1959.
Ci troviamo in quella che all’epoca era la regione storica della Slesia, ovvero una zona appartenente oggi alla Polonia e, in parte minore, alla Germania ed alla Repubblica Ceca.
Proprio a Gliwice, nel 1939, fu organizzata dai nazisti una messinscena per scatenare l’invasione della Polonia e tutto quello che, purtroppo, ne conseguì.
Il piccolo Andrzej, per fortuna, viene alla luce quando certe ignobili vicende hanno già avuto fine, per quanto non proprio tutti i residui post bellici siano stati cancellati in toto, ammesso e non concesso che sia possibile che ciò avvenga per davvero.
E no, non è possibile.
Il padre del piccolo è tedesco, così come i nonni.
La madre è polacca, invece.
In casa, e nei dintorni, si parla la lingua tedesca.
Questo dettaglio, apparentemente poco significativo, avrà invece notevole importanza negli anni della maturità del futuro calciatore della Nazionale Polacca.
Sì, Andrzej Buncoł gioca a pallone.
Sin da piccolino, come tanti suoi coetanei.
Lui è più promettente, questo va detto.
Fisicamente è acerbo e non pare destinato a divenire un colosso, da grande.
Ma ha un piedino fatato: il destro.
A scuola, dove peraltro adora praticare tutti gli sport e odia passare ore sui libri, vince tutti i tornei ai quali partecipa.
Ha appena quattordici anni quando entra a far parte delle giovanili del Piast Gliwice.
Ne ha meno di diciotto allorquando esordisce in prima squadra, nella seconda serie polacca.
Si mette immediatamente in mostra come uno dei migliori giovani del torneo, muovendosi da centrocampista, con ottimo fiato e discreta tecnica.
Con la sua squadra gioca quattro annate, mantenendo la categoria, e nella penultima stagione sfiora la vittoria della Coppa di Polonia arrivando fino alla finale, persa con lo Zagłębie Sosnowiec per 2-0.
Buncol, non in perfette condizioni fisiche ed ancora non titolarissimo, guarda i compagni dalla tribuna.
Da questo momento in avanti diventa un perno pressoché inamovibile del suo team.
Nel 1979 per il giovane arriva la proposta del Ruch Chorzów, una delle società più titolate del paese e campione in carica del titolo polacco.
Un salto importante, per Andrzej.
Che si sposta di qualche chilometro e si ritrova in un contesto dove si lotta per vincere.
Di lì a breve arriva anche l’esordio in Coppa dei Campioni, per Buncol.
Due gare giocate per intero, contro la Dinamo Berlino.
I tedeschi vincono per 4-1 l’andata in casa e pareggiano per 0-0 al ritorno, qualificandosi per il turno successivo.
Col Ruch il ragazzo di Gliwice si ferma per tre stagioni, senza ottenere risultati di rilievo.
Anzi: nell’ultima annata, quella che precede i Mondiali del 1982, il team si salva dalla retrocessione per il rotto della cuffia.
Però Andrzej fa ampiamente il suo e viene convocato per la spedizione spagnola,
Invero Buncol già da un paio di anni è nel giro della Nazionale, dopo aver partecipato con la Under 18 all’Europeo di categoria (terzo posto finale) e con la Under 21 al Campionato Mondiale, nel 1979 in Giappone, conquistando un buon quarto posto in un torneo vinto dall’Argentina di Maradona.
Il mitico Menotti, che allena i sudamericani, lo incontra nella hall dell’hotel che Argentina e Polonia condividono e si complimenta con la giovane promessa europea, considerato uno dei migliori giocatori della competizione.
Un elogio mica da poco, eh.
Tornando a Espana 82: il Commissario Tecnico dei polacchi, Piechniczek, ha avuto alle proprie dipendenze Andrzej Buncol al Ruch Chorzow, per alcuni mesi, prima di essere nominato alla guida della Nazionale.
Lo conosce, lo apprezza e si fida di lui, ciecamente.
Premessa fondamentale: circa sei mesi prima del Mondiale ad Andrzej arriva la cosiddetta cartolina militare, ovvero la chiamata alle armi.
In Polonia il Generale Jaruzelski ha da poco dichiarato la legge marziale, per i disertori.
Non si scherza affatto, insomma.
Il giocatore prova a spiegare alle autorità che lavora come sportivo professionista.
La sua condizione di nazionale dovrebbe avvantaggiarlo, in teoria.
In pratica è un casino ed il giovane è costretto a presentarsi in caserma ed iniziare la Leva.
Poi lo vanno a trovare due dirigenti, a poche ore di distanza l’uno dall’altro.
Il primo, tesserato per lo Śląsk Wrocław, gli chiede disponibilità a trasferirsi nella sua società, in cambio di un aiuto ad abbreviare il servizio militare.
Buncol risponde di sì prima ancora che l’interlocutore abbia finito di parlare.
Poco dopo è un emissario del Legia Varsavia a far capolino nella tenda di Andrzej, garantendogli una sorta di immunità istantanea, nel caso il calciatore decidesse di firmare per il team della capitale.
Manco a dirlo, il centrocampista annuisce subito.
Non ama l’idea di giocare con la squadra di Varsavia, onestamente, ma pur di chiudere la sua esperienza nell’Esercito sarebbe disposto a tutto.
Il Legia è una società forte, con una potente componente militare al proprio interno.
Basta una telefonata a chi di dovere e Andrzej Buncol partecipa alla cerimonia del giuramento, saluta i commilitoni e si reca a Varsavia per firmare col suo nuovo club e prepararsi a dovere in vista dell’avventura iberica.

In Spagna la Polonia esordisce pareggiando con l’Italia di Bearzot, per 0-0.
Reti inviolate pure nel match successivo, col Cameroon.
Nell’ultimo incontro del girone i polacchi sommergono di reti il malcapitato Peru, vincendo per 5-1.
Buncol segna il quarto gol dei suoi e vola con i compagni alla fase successiva, da primo del raggruppamento.
Nella seconda fase a gironi la Polonia si ritrova con Belgio ed Unione Sovietica.
I primi vengono spazzati via con un secco 3-0, mentre il pari a reti bianche con i sovietici consente ai polacchi di conquistare le semifinali, dove ritrovano l’Italia.
Boniek, il giocatore più in forma degli uomini di Piechniczek, è squalificato.
Paolo Rossi, immarcabile bomber degli Azzurri, è invece in formissima e con due gol spedisce i polacchi a giocarsi la finalina per il terzo posto, vinta battendo la Francia per 3-2.
Il succitato Boniek, Lato, Smolarek, Mlynarczyk, Zmuda e lo stesso Buncol sono i migliori interpreti di una squadra che torna in patria in un clima di grande entusiasmo e di indubbia soddisfazione.
Andrzej Buncol riceve un’offerta dalla Juventus, che ha apprezzato molto la grande vivacità del calciatore polacco.
Centrocampista completo, sempre al centro della scena e trascinatore vero.
Il regime non consente al suo giocatore di emigrare, mentre acconsente alla partenza del meno giovane Boniek, che finisce proprio alla Juve.
Gli interessamenti da Francia, Belgio, Germania e Svizzera per Buncol non vanno a buon fine, per le stesse ragioni di cui sopra.
Andrzej si tuffa quindi nella nuova avventura al Legia, che comunque per una cifra adeguata lo avrebbe fatto partire senza eccessivi problemi.
Col club di Varsavia gioca per quattro annate in totale, collezionando oltre centotrenta gettoni di presenza e più di trenta reti.
Un ottavo, un quinto e due secondi posti: questo è il bottino di Buncol con il Legia.
Il club ha vissuto periodi migliori, certo: lotta comunque per vincere, sfiorando in due occasioni la vetta, in entrambe superato dal Górnik Zabrze.
Dopo aver fallito la qualificazione all’Europeo del 1984, in Francia, la Polonia torna ad essere tra le presenti al Mondiale del 1986, in Messico.
Gli europei non sono brillanti come ai bei tempi.
Impattano all’esordio con il Marocco (0-0), sconfiggono il Portogallo (1-0) e perdono con l’Inghilterra (0-3), passando alla fase successiva come una delle migliori terze.
Agli ottavi è Brasile-Polonia: il 4-0 finale per il sudamericani è già un commento sufficiente per spiegare il ritorno a casa dei polacchi.
Buncol gioca da titolare il match col Marocco e subentra nella ripresa con l’Inghilterra.
Poi resta in panca nelle altre gare, inclusa l’ultima.
Nelle settimane antecedenti alla kermesse messicana Andrzej Buncol accende il calciomercato estivo.
Il Legia gli ha rinnovato il contratto, con la promessa di lasciarlo partire in caso di offerte importanti.
A ventisette anni la Federazione gli concede l’autorizzazione ad espatriare e lui vaglia le proposte da Germania, Francia e Italia.
L’offerta migliore, nonché la più decisa, gli viene recapitata durante il ritiro pre-mondiale che la Polonia effettua a Norimberga, in Germania.
Proprio nel territorio teutonico si presenta Manfred Ommer, ex velocista della Nazionale Tedesca di Atletica Leggera e nel 1986 proprietario di un piccolo club, l’Homburg, che è riuscito a portare in Bundesliga.
Il massimo dirigente propone un ricco triennale a Buncol, convincendolo della bontà del progetto.
Andrzej è conscio che potrebbe vendersi al miglior offerente, soprattutto in vista dell’imminente Campionato del Mondo.
Però non gli dispiace l’idea di trasferirsi in Germania, in una zona interessante, nel Saarland, al confine con la Francia e non troppo distante dagli affetti familiari.
Accetta la proposta di Ommer ed al termine dell’avventura messicana trasloca ad Homburg insieme al connazionale e compagno in Nazionale, Wójcicki.
In cambio al Legia va un assegno di ottocentomila marchi tedeschi, per il centrocampista.

In un ambiente tranquillo e coeso il buon Buncol si esprime alla grande, giocando un ottimo torneo.
Segna diverse reti e contribuisce alla salvezza del suo club, che batte il St. Pauli nello spareggio tra la terz’ultima della massima serie e la terza classificata della seconda divisione e mantiene la categoria.
In estate sul polacco si posano gli occhi di mezza Bundesliga.
D’altronde parliamo di un centrocampista di esperienza, maturo, in grado unire qualità e quantità, che segna diverse reti e che sforna un bel po’ di assist.
Professionista serio, con un contratto non particolarmente esorbitante.
L’Homburg, per il suo cartellino, chiede una cifra discreta, però.
Qualche società interessata si tira indietro, anche perché Andrzej non è un ragazzino di primo pelo e non è un investimento di prospettiva.
In realtà Buncol non è usurato, tutt’altro.
Ha davanti a sé ancora diversi anni di carriera ed è pronto a misurarsi in un club ambizioso.
Lo acquista il Bayer Leverkusen, ricca società sponsorizzata dal colosso farmaceutico del quale porta il nome.
Dal Saarland alla Renania è un bel salto.
Conosco la Germania a menadito e parliamo di due mondi completamente diversi, sebbene facenti parte del medesimo territorio, quantomeno dal punto di vista dell’appartenenza geografica.
Per un calciatore sono aspetti relativi, sia perché deve pensare soltanto ad allenarsi bene e sia perché alla fine della fiera prende un treno, un aereo o un’auto e si muove come gli pare, nel tempo libero.
Andrzej, con moglie e figlio, si trasferisce a Leverkusen richiesto dal tecnico Ribbeck, che vede in lui un rinforzo ideale per una compagine che aspira a scalare posizioni nel calcio teutonico ed in quello continentale.
Questa è una fase cruciale della vita sportiva -e non solo- di Buncol.
In quanto il Bayer, consapevole delle origini tedesche del giocatore, gli propone di acquisire la cittadinanza, in modo tale da poterlo utilizzare senza le restrizioni ed i vincoli regolamentari presenti in quel periodo in Bundesliga.
Il centrocampista accetta, a patto di poter continuare a mantenere il suo passaporto polacco.
Ovviamente nessun problema, per la burocrazia germanica.
Invece situazione molto più complicata per quel che concerne l’ambito della Polonia, ove il regime decide di far passare Buncol come un traditore, cioè uno che ha svenduto le proprie origini al nemico, senza orgoglio e senza dignità.
Un’accusa gravissima, che la propaganda comunista utilizza per screditare il giocatore e per mostrare la propria forza, tramite una stampa corrotta ed ignobile.
Andrzej Buncol, escluso per sempre dalla Nazionale dopo due Mondiali ed oltre una cinquantina di gare con la sua Polonia, subisce un duro colpo, che lo marchierà a vita e gli comporterà una delusione che mai, dicasi mai, scomparirà dalla sua mente e dalla sua anima.
Oltretutto la stessa Polonia rinuncia ad un calciatore forte, nel pieno della maturità ed attaccatissimo alla propria identità nazionale.
Riddick invece non rinuncia a Buncol manco per sbaglio.
Gli affida le chiavi del centrocampo di un Leverkusen operaio, che non brilla in campionato in quanto punta le proprie fiches sulla Coppa UEFA.
Il mister, un marpione che sa il fatto suo, allestisce un team che gioca con tre difensori puri ed una selva di centrocampisti in grado di proteggere il fortino ed attaccare gli spazi, quando possibile.
Davanti due punte o, se necessario, pure tre o quattro.
L’affidabile portiere Vollborn, l’estroso trequartista Falko Götz, il bomber sudcoreano Cha Bum-kun, il grintosissimo jolly Rolff, il suddetto Buncol, la prolifica mezzala Schreirer, i tenaci difensori K. Reinhardt, Horster e A. Reinhardt, l’imponente punta Tauber, l’instancabile mediano Falkenmayer, l’astuto attaccante Waas ed il geniale fantasista brasiliano Tita: rosa compatta e completa, con una batteria di calciatori capaci di offrire parecchie variabili tattiche al proprio allenatore.
Che difatti cambia spesso in corsa, sfruttando questa caratteristica soprattutto in Europa, ove i tedeschi si liberano facilmente dell’Austria Vienna, al primo turno.
Nel secondo i francesi del Tolosa li mettono maggiormente in difficoltà, ma nel doppio confronto anche loro debbono soccombere alla solidità dei teutonici.
Agli ottavi di finale un altro scontro duro, passato anch’esso, con gli olandesi del Feyenoord.
Nei quarti gli uomini di Ribbeck estromettono dalla kermesse nientepopodimeno che il Barcellona.
In semifinale il derby col Werder Brema è tosto, ma ancora una volta il Leverkusen passa il turno, raggiungendo la finale.
Di fronte vi è l’Espanyol, altro club di Barcellona.
L’andata in terra iberica arride agli spagnoli che vincono per 3-0, ipotecando il trofeo.
Al ritorno Ribbeck mischia le carte, ma al termine del primo tempo il risultato è fermo sullo 0-0..
Destino scritto, parrebbe.
E invece no.
Tita, già decisivo in diverse occasioni nel cammino sino alla finale, trova la rete del vantaggio dei suoi, ad inizio ripresa.
Pochi minuti più tardi il suo mister lo tira fuori dal campo, inserendo Tauber.
Il brasiliano è comprensibilmente infuriato, ma il neo entrato propizia il raddoppio di Gotz ed insieme a Waas, anch’egli entrato nel secondo tempo, sconquassa la difesa spagnola, che subisce la terza rete ad opera di Cha Bum-Kun.
Una rimonta epica ed inaspettata, che porta le due squadre dapprima ai tempi supplementari e poi ai calci di rigore, per decidere chi debba alzare il trofeo.
Il Bayer Leverkusen sbaglia il suo primo tiro dal dischetto, poi mette a segno i successivi tre.
L’Espanyol segna invece i suoi primi due, poi toppa i rimanenti.
L’ennesima rimonta subita dagli iberici regala ai tedeschi il loro primo trofeo internazionale, al termine di un doppio confronto pregno di emozioni e colpi di scena.

Buncol alza al cielo la Coppa UEFA, fiero e felice.
Un perno insostituibile del Bayer, il polacco.
Che con le aspirine gioca per altre quattro stagioni e quasi sempre da titolare, al netto di un paio di infortuni abbastanza seri.
Non ottiene altri risultati di rielevo, se escludiamo un paio di buoni piazzamenti.
Nonostante allenatori come Michaels e compagni quali Jorginho, Kirsten, Thom, Foda, Lupescu, Worns ed altri ancora.
Nel 1992, trentatreenne, Andrzej Buncol conclude l’avventura a Leverkusen.
Il club gli propone un rinnovo contrattuale annuale al ribasso, con l’intenzione di svecchiare e di puntare su elementi di maggior prospettiva.
Una maniera elegante per invitare il polacco a trovarsi una nuova squadra.
In effetti la parabola sportiva ad alti livelli di Buncol finisce qui.
Centrocampista di quelli preziosi, capace di giocare da mediano, da centrale ed organizzatore della manovra e da interditore.
Ma è a sinistra che rende di più: da esterno in uno scolastico 4-4-2 o, ancor meglio, da trequartista in un 4-2-3-1 che oggi va tanto di moda (albero di Natale, cit.) e che tempo fa veniva mascherato in altri modi, pur non cambiando molto dal punto di vista calcistico.
Professionista serio, generoso, duttile e grintoso, il polacco è stato tra i migliori interpreti del ruolo degli anni ottanta.
Due Mondiali alle spalle ed una carriera internazionale -in Nazionale- stoppata immeritatamente, per ragioni che esulano dall’attività sportiva e trovano fondamento in qualcosa che ci fa abbastanza schifo, per la cronaca.
Col Leverkusen ha vinto una Coppa UEFA storica, al termine di una epica rimonta.
Da giovanissimo pareva destinato a platee di assoluto prestigio, ma ha pagato dazio alla situazione geopolitica del suo paese.
Ha comunque archiviato una carriera importante, nella quali tutti i suoi tifosi e gli appassionati di calcio ricordano un centrocampista polivalente, con un bel tiro dalla distanza, bravo a fornire assist ed inserirsi sulla trequarti avversaria per concludere a rete e, più di ogni altra cosa, motorino instancabile della metà campo, sempre pronto a raddoppiare sull’avversario in aiuto al compagno di reparto.
Leader silenzioso, intelligente tatticamente, ottimo rigorista e discreto tiratore da fermo.
In sintesi: l’affidabilità fatta calciatore.
Durante la splendida cavalcata iberica del 1982 i giornalisti sportivi polacchi lo soprannominarono argento vivo, un nomignolo davvero azzeccato.
Difetti?
Pochi.
Non essendo un colosso, soffre sulle palle alte.
Ma il baricentro basso lo aiuta in altri aspetti, in primis sulla capacità di spendersi senza sosta per il campo quando gli altri iniziano già a boccheggiare.
Mi sarebbe piaciuto vederlo in Italia.
Ma nel 1982 non si poteva e dieci anni dopo le uniche richieste che Andrzej Buncol riceve arrivano dalla Germania.
Oddio, un paio di proposte “esotiche” ci sarebbero.
Il giocatore, però, non vuole allontanarsi troppo dal paese nel quale oramai ha piantato le tende.
In effetti non si allontana manco dalla Renania, datosi che firma per il Fortuna Dusseldorf, in seconda divisione.
La squadra è modesta, cambia vari allenatori ma non riesce ad evitare la discesa in terza serie.
Dodici mesi più tardi, grazie all’esperienza di Andrzej Buncol, alla bravura del tecnico jugoslavo Rustic e e ad alcuni acquisti mirati per la categoria, il Fortuna ritorna in seconda divisione e pianifica la doppia promozione, tentando l’assalto alla Bundesliga.
E il piano riesce, col terzo posto finale che porta i biancorossi nel massimo livello del calcio tedesco.

Una soddisfazione enorme per Andrzej Buncol, che a trentasei anni ritrova la massima serie teutonica appena due anni dopo essere sprofondato negli inferi della locale C1.
Il Fortuna acquista Pancev dall’Inter e lo affianca in attacco al vecchio cannoniere Mill.
Poi rinforza anche gli altri reparti, riuscendo ad ottenere una tranquilla e meritata salvezza.
Inoltre i renani si spingono fino alle semifinali in Coppa di Germania, eliminati al penultimo atto dal Karlsruhe.
In estate Buncol, oramai riappacificato col suo passato, viene contattato dalla Federazione Polacca per fare da tramite affinché sia disputata una amichevole tra la Nazionale della Polonia ed il Fortuna Dusseldorf, per festeggiare la promozione dei biancorossi e, nel contempo, per tenere sulla corda i polacchi, impegnati sul fronte delle qualificazioni al successivo Campionato Europeo.
La gara viene vinta dal Fortuna per 3-1 e Andrzej si toglie pure lo sfizio di realizzare la terza rete dei tedeschi.
Purtroppo in campionato le cose vanno diversamente, poiché i renani retrocedono, al termine della stagione, in seconda serie.
Buncol accumula alcune presenze nella parte iniziale dell’annata, poi finisce ai margini del team scomparendo, di fatto, dai tabellini.
Trattasi di canto del cigno per l’ex centrocampista della Nazionale che, a trentotto anni suonati, decide di appendere le scarpe al fatidico chiodo, facendo così calare il sipario su una carriera di sicuro valore.
Chiuso il percorso da giocatore Andrzej Buncol resta a vivere definitivamente in Germania ed intraprende gli studi da allenatore, conseguendo il patentino per il livello più elevato.
Decide quindi di dedicarsi ai giovani lavorando nel Bayer Leverkusen per oltre un ventennio, in una proficua collaborazione che continua ai giorni nostri.
Talent scout e, per un breve periodo, assistente del tecnico della seconda squadra, le sue mansioni principali.
Il calcio è la passione della mia vita.
Andrzej Buncol
Da giovane ero veramente vicino a passare alla Juventus e chissà come sarebbe proseguita la mia carriera con un’occasione del genere.
Nel 1982 abbiamo giocato un grande Mondiale, con la Polonia.
Nel 1986 è andata meno bene, invece.
Avrei voluto riscattarmi in seguito, ma sono stato trattato malissimo ed escluso dalla rappresentativa per un falso storico che, ancora adesso, mi fa soffrire.
La Coppa UEFA vinta a Leverkusen è stata una sorta di rivincita e mi ha ripagato di quello che ho subito in patria.
Oggi scovo talenti e provo ad insegnare qualcosa ai più giovani.
I tempi sono cambiati, rispetto alla mia epoca.
Però se stoppi un pallone a cinque metri devi cambiare sport.
Valeva pure per me e per i miei compagni.
Da questo punto di vista il calcio è sempre lo stesso, per fortuna!
Sì, penso proprio che Buncol possa insegnare molto, ai giovani che si approcciano a questo sport.
In effetti, negli anni, ha scoperto parecchi talenti che si sono poi espressi ad alti livelli.
Passione, competenza, impegno.

Uno che c’era nell’epico Mondiale del 1982 e nel mitico Mondiale del 1986 merita rispetto, d’altro canto.
E pure un pizzico d’affetto.
O no?
Andrzej Buncol: argento vivo.
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