• Il predominante

Anthony Yeboah

Mito.
Chi lo ha dimenticato?
Nessuno, tra gli appassionati del periodo.


Anthony Yeboah, detto Tony, protagonista assoluto della Bundesliga negli anni 90, con una parentesi importante anche in Premier League.
E poi oltre un decennio di battaglie con la maglia del Ghana.
Senza dimenticare la rilevanza culturale della sua figura, allorquando sbarcò in una Germania in fase di cambiamento storico e ancora intrisa di fisime e pregiudizi.

Tony nasce a Kumasi, nella verdeggiante regione di Ashanti, una delle più belle zone del paese.
Siamo a metà degli anni 60 ed il Ghana è da poco tempo una repubblica, sempre tenendo a mente che ci troviamo in Africa, continente tanto affascinante dal punto di vista antropologico quanto intermittente da quello strettamente geopolitico.
Kumasi è la seconda città del paese e Yeboah ha la possibilità di crescere in un contesto decoroso, per lo meno rispetto all’ambiente rurale -decisamente meno “moderno”- che dista soltanto pochi chilometri dalla sua abitazione.

A cinque anni riceve in regalo un pallone quasi regolamentare e decide di farne il suo miglior amico.
Sebbene giovanissimo, accarezza la sfera come un veterano, mostrando doti naturali che attirano l’occhio attento di un allenatore locale, il quale prova a convincere la famiglia del piccolo ad iscriverlo nella sua scuola calcio.
In cambio riceve una denuncia per sottrazione e sequestro di minore -che per fortuna si conclude rapidamente in una bolla di sapone-, poiché i genitori vorrebbero indirizzare l’erede verso il “mestiere” di predicatore.
Storie d’Africa, continente dal fascino infinito e, non di rado, inesplicabile, dove fantasia e realtà s’intrecciano in modo indissolubile.


Antony Yeboah invece si diverte da morire sui polverosi campi della città e se la comanda, con i compagni.
Manifesta delle insospettabili -per l’età- doti di leader e si impegna allo spasimo negli allenamenti, sviluppando un fisico agile e potente ed imparando a mettere la porta avversaria nel mirino.
Istinto del gol e motivazione top, queste le caratteristiche preminenti nell’adolescente Yeboah, che a soli 12 anni viene invitato a firmare il suo primo cartellino ufficiale per i Kotoko Babies, compagine giovanile facente parte del più noto e pluridecorato club della nazione, l’Asante Kotoko.

Qui accade qualcosa che solamente decenni più tardi, a fine carriera, il calciatore avrà modo e desiderio di chiarire: per esordire tra i grandi e non doversi sottomettere alle rigide regole del tempo, Anthony Yeboah dichiara di avere due anni in più.
Lui sarebbe classe 1966, in realtà, ma si spaccia per un classe 1964.
Spesso accade il contrario, nel calcio africano.
Yeboah è invece un rivoluzionario e la a sua parabola sportiva, oltre che -soprattutto- quella umana, lo racconterà di lì a breve.

Nel frattempo i tre campionati nazionali vinti con la maglia dell’Asante certificano la bravura dell’attaccante ghanese, che viene utilizzato come riserva dell’esperto Opoku Afriyie, ottimo centravanti ed icona dello sport locale, al quale cerca di rubare un bel po’ di segreti.
Alle loro spalle agisce il forte trequartista Opoku Nti.
La squadra lotta con l’Hearts of Oak, club della capitale Accra, per la supremazia nazionale.
E vince la Coppa dei Campioni d’Africa, nel 1983, sconfiggendo nella doppia finale gli egiziani dell’Al Ahly.

I tre titoli fanno da apripista al trasferimento al Cornerstone FC, il secondo club di Kumasi, in quegli anni impegnato a tentare di scalare le graduatorie del calcio ghanese.
Due risicate salvezze, poi l’exploit nella terza stagione, con Tony che diventa capocannoniere del torneo e trascina i suoi ad un ottimo secondo posto alle spalle del suo ex Asante, ancora una volta campione.
A fine annata il bomber passa allo Okwawu United, società di Nkawkaw, nel sud del paese, confermandosi ancora una volta in testa alla classifica dei goleador.
idem l’anno dopo, quando ormai è chiaro che il ragazzo è destinato a platee di ben altra levatura.

Anthony Yeboah

L’esordio nella Nazionale è già avvenuto, allorquando tramite alcuni mediatori giunge una proposta dalla Germania: il Saarbrücken, seconda serie teutonica, vuole ingaggiare Anthony Yeboah.
La squadra ambisce al salto di categoria e necessità di innesti di valore in fase offensiva.
Poca spesa, tanta resa: questa è la speranza dei dirigenti tedeschi, che hanno avuto ottime referenze sul calciatore africano.
Quest’ultimo è abbastanza perplesso: è conscio del proprio valore ed è smanioso di mostrarlo anche nel vecchio continente, andandosi a confrontare con un calcio di valore, nettamente più competitivo del torneo ghanese.
Però è pure consapevole che il cambio di continente è un autentico salto nel vuoto per un giovane come lui, sia dal punto di vista professionale che da quello puramente umano.
L’offerta è economicamente buona e sportivamente intrigante e Tony alla fine cede e firma il contratto con la sua nuova squadra.

Saarbrücken è una cittadina sfiziosa, posta in una regione storicamente a metà tra Germania e Francia.
Un mix culturale oltremodo intrigante, come spesso avviene nelle zone di confine.
Ci sono stato per lavoro e l’ho trovata carina, per quanto si visiti in mezza giornata o poco più.
Il clima è notevolmente diverso da quello africano, ovvio.
E diverso è anche l’atteggiamento della gente nei confronti di chi ha la pelle scura, quantomeno ai tempi in oggetto.
Sì, siamo a fine anni 80 e certe situazioni continuano a verificarsi con drammatica frequenza.

Anthony Yeboah è vittima di razzismo.
Secondo giocatore di colore a sbarcare in una Bundesliga che, come tutto il paese, evidentemente non è ancora pronta a superare determinate barriere culturali e mentali.

Il ragazzo però ha carattere: stringe i denti e replica con eleganza e forza.
Con lui, a subire le medesime attenzioni, ci sono il connazionale Anthony Baffoe ed il senegalese Souleyman Sané, padre del futuro attaccante della Fußballnationalmannschaft, Leroy.
Come gli altri atleti di colore che, come me, debbono subire queste offese, anche io mi vergogno di coloro che urlano contro di noi“, dichiara in una intervista.
Nulla da aggiungere.

Nel Saarland il buon Yeboah apprezza il salario (3000 marchi al mese, più altri 500 a vittoria ed un bonus finale in base alle reti messe a segno), il cibo locale (ottimo, confermo) ed il beveraggio (vigoria tedesca e stile francese), disputando due stagioni: discreta la prima, dove paga un po’ dazio all’ambientamento ed alle polemiche di cui sopra.
Nella seconda mette tutto da parte, si concentra sull’obiettivo ed esplode.
Il suo team sfiora in entrambi i casi la promozione, arrivando terzo in classifica e perdendo lo spareggio con la terz’ultima della Bundesliga, dapprima con l’Eintracht Frankfurt e dodici mesi più tardi contro il Bochum.

Grande delusione per il calciatore, che nelle circostanze decisive fa il suo e pure di più.
Ma non basta.
O per meglio dire: non basta al Mago Nero, come lo chiamano i suoi tifosi più accaniti, per regalare la promozione al Saarbrücken.
Le sue prestazioni attirano l’attenzione di parecchie società di prima e seconda serie, questo sì.

Anthony Yeboah

L’offerta migliore arriva da Francoforte, Bundesliga 1: a puntare su di lui è difatti proprio l’Eintracht contro il quale il ghanese si era battuto invano due anni or sono per raggiungere la categoria superiore.
I rossoneri sono reduci da un terzo posto che evidenzia i loro piani ambiziosi.
Contratto lungo e stipendio sostanzioso: così Anthony Yeboah prende la via dell’Assia andando a sostituire il capocannoniere del torneo, il norvegese Jørn Andersen, ceduto al Fortuna Dusseldorf (tornerà a calcare abitualmente il Waldstadion dopo pochi mesi).

Il salto di qualità è innegabile.
A Francoforte Anthony Yeboah diventa un Mito.

Ma gli inizi, nonostante si trovi in una grande città ed in un contesto multiculturale di spessore internazionale, sono durissimi: ritorna il fantasma del razzismo, questa volta con estrema forza.
I suoi tifosi lo fischiano ad ogni tocco di palla, quelli rivali ne scimmiottano le gesta, nel vero e proprio senso -ignobile- del termine, in campo gli avversari gliene dicono di tutti i colori ed i suoi compagni fanno spallucce.
Un clima ostile ed assurdo, che minerebbe le fondamenta psicologiche di chiunque.
Yeboah reagisce ancora una volta come un leone e risponde alle provocazioni nel miglior modo possibile: segnando.
Tanto.
Con una continuità che mette a tacere l’ignoranza e che ne fa risaltare la cifra tecnica e lo spirito indomabile.
In men che non si dica conquista il cuore dei suoi tifosi, il rispetto di quelli altrui e la stima di compagni ed avversari.

Si ferma in riva al Meno per un quinquennio.
Nel 1993 e nel 1994 vince la classifica dei bomber.
Nessun trofeo in bacheca durante la su esperienza rossonera, anche se l’Eintracht una Meisterschale la butta via, nel 1992.
Dopo una stagione di alternanza in vetta con il Borussia Dortmund ed in quello che è uno degli epiloghi più allucinanti di sempre in Bundesliga, il Francoforte si ritrova col match point: basterebbe vincere contro l’Hansa Rostock, ormai retrocessa, per diventare campione di Germania per la seconda volta nella propria storia.
Invece, complice un arbitraggio alquanto discutibile, arriva una sconfitta nei minuti finali di gara.
Il Dortmund vince a Duisburg, soffrendo, ma a trionfare per la differenza reti -che a pari punti avrebbe arriso all’Eintracht di Anthony Yeboah e Uwe Bein– è il terzo incomodo, lo Stoccarda, infilatosi nella lotta per il titolo all’ultimo tuffo e vittorioso in rimonta a Leverkusen, contro il Bayer, grazie ad una rete di Buchwald al minuto 86, con la sua squadra in dieci uomini per l’espulsione del futuro Pallone d’Oro Sammer.
Tutto al fotofinish, insomma, come nemmeno il più geniale romanziere avrebbe mai potuto sceneggiare.


Una delusione atroce, mitigata in parte dai buoni piazzamenti che Tony consegue con il proprio team.
Nelle coppe europee la squadra arranca, poi conquista due volte i quarti di finale di Coppa UEFA: manca esperienza, ai tedeschi, per ambire a traguardi di maggiore consistenza.
Nonostante la delusione per lo “scudetto” gettato al vento, I tifosi apprezzano l’impegno e sostengono i propri beniamini con passione e presenza.
Anthony Yeboah è uno degli idoli della folla e diventa capitano dell’Eintracht, primo giocatore di colore nella storia ad indossare la fascia per una compagine teutonica.
Ripensando agli inizi si tratta senza alcun dubbio di un risultato notevolissimo, tenendo conto che in quegli anni, come detto, la percezione del problema è enorme, da quelle parti.
Basti ricordare i numerosi episodi di violenza che videro coinvolti anche diversi sportivi, oppure alle critiche piovute sulla testa del famoso tennista Boris Becker, reo di aver iniziato una relazione con una modella di colore, o al divieto di ingresso che i gestori di una discoteca di Dortmund misero in atto nei confronti del brasiliano Julio Cesar, appena acquistato dal Borussia, il quale aveva la sola colpa di essere scuro di pelle e quindi ospite indesiderato.
Lo stesso Cesar, sotto suggerimento di sua moglie, spaventata dal passato storico della nazione, aveva fatto inserire nel suo contratto una clausola di rescissione, nel caso fosse stato vittima di episodi di razzismo.
Non la esercitò ed iniziò una avventura ricca di soddisfazioni con i gialloneri, ma il segnale della clausola era forte e chiaro.

Da quando Tony era sbarcato per la prima volta in Germania, molta acqua sotto i ponti è passata.
Le prime schermaglie a Saarbrücken, subito disintegrate a forza di reti e tigna.
Idem a Francoforte, con i fischi ed i versi offensivi spazzati via a suon di gol e personalità.
“Torna nella tua foresta, negro!”, gli gridò un tifoso che non gradì un tiro di Anthony Yeboah finito alto sulla traversa, nella gara di Coppa UEFA contro il Salisburgo.


Sistemata in parte la questione razziale, e dopo una stagione altalenante con qualche infortunio di troppo, il centravanti si ritrova presto al centro di nuove polemiche, stavolta di ordine tecnico sebbene col dubbio del solito retrogusto di intolleranza a corredo.
Accade che il tecnico Jupp Heynckes, allenatore che a fine carriera vanterà un palmarès da primato, non gradisca la presenza di Yeboah in squadra, unitamente a quella dell’italo-tedesco Gaudino e del nigeriano Okocha.
Alla base dei dissidi vi sarebbe l’avversione dell’allenatore nei confronti di alcuni giocatori stranieri rei, a suo dire, di essere poco professionali e continuamente distratti da situazioni non attinenti al calcio.
A rincarare la dose ci pensa il vulcanico presidente Matthias Ohms, che dichiara di voler mettere a disposizione dello staff tecnico soltanto elementi concentrati e moralmente integri, sottintendendo quindi la scarsa propensione alla serietà dei tre giocatori in questione.
Peccato che poche ore dopo questa roboante affermazione lo stesso Ohms si ritrovi indagato dalla magistratura tedesca per uno scandalo a luci rosse con dei festini a base di prostituzione e cocaina organizzati nella sua villa alle porte di Francoforte, dove sono stati rubati anche parecchi documenti personali inerenti le sue attività e la gestione della società calcistica che presiede.
I tifosi, nemmeno a dirlo, si schierano dalla parte dei calciatori.
Ma è lo stesso Heynckes a togliere d’impaccio la società, annunciando le dimissioni e rinunciando ai restanti emolumenti previsti dal contratto.
Ohms prende la palla al balzo e si libera subito degli ingaggi pesanti di Yeboah e Gaudino, per poi cedere pure Okocha poco più tardi.

In men che non si dica l’Eintracht retrocede per la prima volta nella sua storia in seconda serie, mentre Tony riceve un’ottima offerta dagli inglesi del Leeds, che lo prendono in prestito nella pausa invernale della Bundesliga e lo acquisiscono in via definitiva nell’estate del 1995, con un esborso complessivo di circa 5 milioni di euro (attuali).


In Inghilterra la punta si ambienta subito bene, disputando una seconda parte di stagione eccelsa: 12 realizzazioni in una ventina di gare ed il Leeds che chiude al quinto posto in classifica, qualificandosi per le coppe europee.

Un impatto a dir poco devastante.
Gli inizi della successiva annata calcistica sono altrettanto degni di nota, con una tripletta del bomber ghanese ai francesi del Monaco, in Coppa UEFA, che lascia presagire scenari di gloria per lui e per la sua squadra.
Vincerà il premio come miglior giocatore della squadra in diverse occasioni e farà ancora una volta ricredere i suoi tifosi, che ai tempi in cui il nostro sbarcò in UK si aspettavano al suo posto un goleador dal nome più altisonante.

Tony è destinato a lottare, per raggiungere la gloria.
E lotta.
Sempre.
Su ogni pallone.

Si fa valere col fisico e con il carattere.
Un attaccante dalle caratteristiche quasi atipiche: fisicamente massiccio, resistente nei contrasti e feroce agonisticamente.
Non troppo alto, ma nemmeno basso.
Tozzo, eppure agile e imprendibile quando riesce a ritagliarsi lo spazio per partire in progressione.
Tecnicamente non eccelso, per quanto in grado di mettere a segno delle reti assolutamente strepitose.
D’istinto, più che di metodo.
La caratteristica che maggiormente impressiona addetti ai lavori e tifosi è la potenza del suo calcio: dinamite pura.
Molti suoi gol restano impressi nella memoria degli appassionati per bellezza e, come detto, impeto.
Prima punta classica, di riferimento, che cerca la profondità e si muove da boa per i compagni, facendo reparto da solo e svariando per tutto il fronte offensivo, senza risparmiarsi mai.
Generoso, coraggioso, poderoso.
Così, per rimare un po’ e, nel contempo, raccontare la verità.
A volergli trovare un difetto, il tanto movimento con cui si prodiga per i compagni finisce spesso per togliergli un pizzico di lucidità sotto porta.
E a volergliene trovare un secondo, ecco che quel fisico marmoreo -scolpito nella pietra africana ed apparentemente destinato all’immortalità sportiva- ad un certo punto inizia a mostrare preoccupanti crepe che, ad alti livelli, finiranno per essergli fatali.


Come fatale si rivelerà, per il bomber ghanese, l’approdo sulla panchina del Leeds del nuovo tecnico, lo scozzese Graham.
Caratteri forti e visioni completamente opposte sull’interpretazione tattica del ruolo di centravanti: per Tony è una bocca di fuoco che deve tradurre in boati del pubblico il lavoro della squadra, mentre per il mister è uno dei tre elementi del team che può di tanto in tanto superare il centrocampo.
I due non si prendono affatto, chiaramente, e nel mercato di riparazione invernale del 1996/97, dopo aver giocato solo qualche gara ed aver gettato la maglia in direzione del suo allenatore in quella contro il Tottenham festeggiando un gol da subentrato, Anthony Yeboah finisce sul mercato.
I fans del Leeds ci restano male, ma il giocatore ha capito che aria tira e non vede l’ora di cambiarla.

Lo cercano da Francoforte e sarebbe un romantico ritorno, però il Leeds chiede contante fresco che in quel momento le casse dell’Eintracht non posseggono e il sogno sfuma prima di subito.
Ci prova quindi l’Amburgo e, dopo qualche giorno di serrata trattativa, arriva la cosiddetta fumata bianca.

Amburgo

Tony torna in Germania e ci resta fino all’estate del 2001.
Mette a referto un centinaio di gare con la maglia della seconda società più antica di Germania (dopo il Monaco 1860) e segna una trentina di reti.
Un bottino discreto, come media, ma che non ricalca i numeri del passato e, ancor di più, che racconta di un impatto non paragonabile a quello straordinario ottenuto in precedenza in quel di Francoforte.
Nel Volksparkstadion, che proprio in quegli anni viene sottoposto ad un completo restyling in vista dei Mondiali 2006, il bomber ghanese riesce comunque a dare il suo contributo alla causa, con l’Amburgo che arriva a disputare anche la Champions League, nel 2001, dopo aver chiuso il campionato in terza posizione.
Il tecnico Pagelsdorf ripone piena fiducia in Yeboah, ma gli infortuni iniziano a martellare il calciatore africano e man mano le sue apparizioni in campo tendono a diradarsi, fino quando è lo stesso centravanti a capire che è giunto il momento di cambiare ancora una volta aria.

L’età avanza inesorabilmente -35 primavere – e le problematiche muscolari per uno sportivo della sua stazza sono ormai una costante quasi invalidante, quantomeno a determinati livelli.
Furbamente inizia a proporsi sui mercati esotici, mediorientali soprattutto, in un calcio tranquillo ed in espansione e pronto a mostrarsi alquanto munifico con le stelle disposte a trasferirsi in zona.

Tony sfoglia la margherita delle proposte ricevute ed opta per il Qatar, firmando per l’Al-Ittihad di Doha, ove disputa una buona stagione e vince un paio di trofei, gli unici della sua pur eccellente carriera.
A fine annata saluta la compagnia e chiude la bottega, puntellando bene il fatidico chiodo alla parete ed appendendoci le scarpette senza rimpianto alcuno.

Un ottimo attaccante, un simbolo della lotta al razzismo in periodi nei quali era difficile anche immaginare di farlo, una icona della propria Nazionale nella quale ha militato per oltre un decennio collezionando una sessantina di gare ed una trentina di realizzazioni, sfiorando la vittoria della Coppa d’Africa persa ai rigori, in finale, contro la Costa d’Avorio nel 1992, ed ottenendo alcuni altri buoni piazzamenti.

Ghana

Anthony Yeboah è stato un totem per una generazione di talenti, quella africana, che si apprestava a sbarcare nel Calcio che conta con forza e con grinta.

Non vanta una bacheca particolarmente foriera di successi, è vero, ma è rimasto nel cuore di tutti gli appassionati per la sua personalità dirompente, sul terreno di gioco e fuori, per la la tenacia che ha messo in ogni singola partita giocata, per la impressionante potenza del suo tiro e per la indubbia spettacolarità dei suoi gol.

Quando sono stato nel Saarland ne ho approfittato per visitare lo stadio più grande -ovvio- e mi sono recato ad assistere ad un match di Coppa di Germania tra Saarbrucken e Borussia Dortmund (2013), scambiando qualche parola con alcuni tifosi locali.
Ad un certo punto ho tirato fuori il nome di Tony Yeboah ed un paio di loro, più avanti con gli anni, si sono letteralmente illuminati d’immenso.

A Francoforte vi è un iconico murales dedicato a lui che ne ricorda la battaglia contro l’intolleranza, la discriminazione, il pregiudizio.
Calcio e vita.
Insieme.
Anche in una fermata della metro, in città, si può trovare una bella immagine del giocatore ghanese.

Anthony Yeboah alla soglia dei quaranta si è messo per un periodo a giocare a golf, con risultati discreti.
Poi ha lavorato in una agenzia di calciatori, insieme a diversi membri della sua numerosa famiglia, composta in buona parte da calciatori ed ex calciatori.
Successivamente ha presieduto per qualche tempo una società di prima divisione in patria, prima di investire nel mattone ed acquisire la proprietà di due alberghi, uno ad Accra e l’altro a Kumasi, che gestisce con l’aiuto della moglie e dei suoi due eredi.

Anthony Yeboah, oggi

Idolo incontrastato, in Ghana e non soltanto.
Tony Yeboah: il predominante.

V74

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