- Il Kid
Antonio Elia Acerbis
“Il silenzio è d’oro, la parola d’argento”, sosteneva un antico proverbio.
E come dare torto a cotanta saggezza, pur volendo.
Nel calcio, poi, “un bel tacer non fu mai scritto”.
Mi fermo qui, prima che arrivi qualcuno che, giustamente, mi chieda se faccia come Massimo Troisi in Ricomincio da Tre, parlando con le frasi degli altri.
Che sia Lello Arena o Michel de Montaigne, è uguale.
Detto ciò, un calciatore che ha fatto del mutismo una vera e propria ragione di vita è stato senza alcun dubbio Antonio Elia Acerbis, centrocampista e difensore di molte squadre degli anni ottanta.
Un giocatore forte, ma forte per davvero, da ricordare pure in quanto tale, oltre che per la capacità di fregarsene di taccuini, microfoni, telecamere, gossip e polemiche.
Antonio Elia Acerbis nasce a Milano nel gennaio del 1960.
Da piccolo tifa Inter e man mano, crescendo, la passione per i nerazzurri diventa sempre più intensa.
Il suo idolo è Mazzola ed il sogno è di arrivare un giorno a calcare i campi della serie A, magari proprio con i colori della squadra del cuore.
Il fisico pare promettente: alto e massiccio, corsa inesauribile e forza atletica dirompente.
Cambia alcune squadrette locali, poi entra a far parte del settore giovanile del Varese, che all’epoca -metà anni settanta- è tra i migliori della penisola.
Antonio Elia è caparbio e grintoso: conquista presto la maglia di titolare della Primavera dei biancorossi e nel 1976 viene aggregato alla prima squadra, che milita in serie B.
Nell’annata successiva Antonio Elia esordisce in seconda divisione col Varese, che nonostante abbia una buona rosa (Boranga, Ramella, Criscimanni, Vailati, Giovannelli, Doto, Pedrazzini, Massimi) evita di un soffio la retrocessione in C.
Un anno più tardi, sfortunatamente, la caduda negli inferi della terza serie è inevitabile.
Il bravo tecnico Rumignani ed il suo successore, Fascetti, non riescono a trovare la quadra di una compagine che non manca di certo di qualità (Russo, Montesano, Bedin), oltre ai già sopracitati.
Eppure il Varese è ultimo in graduatoria, con Acerbis che mette a referto ventitré match ed è confermato in rosa nella successiva stagione, risultando tra i migliori elementi del suo team, allorquando il confermato mister Fascetti riporta il club varesino in cadetteria.
Per Acerbis è doppia promozione, però, poiché il ragazzo viene ceduto all’Udinese, in serie A.
Il dinamismo del milanese non è passato inosservato agli occhi degli scout friulani, che decidono di investire sul giocatore.
Antonio Elia, ventenne, esordisce in massima serie e realizza pure una rete, per la verità abbastanza fortuita.
Fa appena in tempo a scendere in campo una seconda volta con la maglia bianconera, prima che la società -nel mercato di riparazione novembrino- si convinca a darlo in prestito al Monza, in B, per fargli accumulare minuti ed esperienza.

Purtroppo i lombardi incappano in una stagione a dir poco pessima, cambiando diversi allenatori e non trovando mai il bandolo della matassa.
Una retrocessione quasi annunciata, ecco.
Acerbi gioca titolare e fa il suo, sebbene l’ambiente brianzolo sia troppo “tranquillo”, quantomeno in questa fase storica, per un giovane ambizioso ed in fase di crescita umana e sportiva.
Alla fine della fiera perde la categoria insieme a compagni come Ronco, Mastalli, Monelli, Massaro, Colombo ed altri ancora, finendo in terza divisione.
Per sua fortuna il passaggio al Monza è in prestito secco, datosi che l’Udinese ha deciso di mantenere in toto il possesso del suo cartellino.
In Friuli è da poco giunto in società un signore di nome Mazza, ovvero il boss della Zanussi.
Si guarda verso l’alto, con acquisti del calibro di Causio, Muraro, Orlando Pereira e così via.
Per un giovane come Acerbis, soprannominato il Kid per lo spirito guerriero che lo fa sembrare ben più adulto della sua età effettiva, non c’è spazio.
Promettente ma con già due retrocessioni sul groppone, seppur da incolpevole, il centrocampista viene quindi ceduto al Bari, stavolta in compartecipazione, nella trattativa che coinvolge pure il suo omologo Bacchin: quest’ultimo, per situazioni di carattere strettamente personale, dovrà aspettare qualche mese per compiere il percorso inverso.
Invece Antonio Elia parte subito per la Puglia.

E qui è d’uopo aprire una parentesi, con un riferimento anche al passato.
Sì, perché quando Acerbis militava nel Varese accadde che un giornalista della Gazzetta dell Sport lo chiamò per un’intervista: il giovane, disponibile e gentile, rispose alle varie domande del cronista.
Il giorno successivo, sulla Rosea, uscì un articolo nel quale il centrocampista varesino massacrava letteralmente sia l’allenatore che i suoi compagni più esperti, incolpando entrambe le componenti citate per lo scarso rendimento della squadra.
Fascetti, il mister dei lombardi, non gradì affatto.
E non serve specificare cosa accadde nello spogliatoio lombardo.
Antonio Elia Acerbis provò a spiegare le proprie ragioni e ci rimase malissimo, per una situazione francamente assurda.
In quel di Bari, alla presentazione dell’ex monzese, ecco il bis.
Il centrocampista, difatti, viene fotografato con una rivista ufficiale -fanzine- dei tifosi baresi tra le mani.
Le classiche immagini di rito, niente di strano.
Se non fosse che, sfogliando il giornaletto, Acerbis trova all’interno una dettagliata intervista che contiene tutta una serie di dichiarazioni d’intento, opinioni, pensieri, opere ed omissioni.
Peccato che nulla di questo sia mai fuoriuscito dalla bocca del calciatore milanese.
Il quale, appresa la lezione, promette che non vi sarà una terza fregatura.
Dagli inizi degli anni ottanta in avanti Antonio Elia chiude i rubinetti con la stampa e parla solo alle presentazioni, poi stop.
Un mito, che giustamente diverrà un’icona nel moderno ed ignobile tritacarne mediatico in cui, volente o nolente, siamo oggigiorno finiti.
Soprattutto nel mondo del calcio.
Tornando al campo: l’allenatore pugliese, il preparato e visionario Catuzzi, in ritiro lo testa a fondo e lo promuove titolare.
I biancorossi, che vantano una bella base di elementi del luogo, esprimono un calcio arioso e divertente,
D’altronde i calciatori di categoria non mancano di certo: Iorio, Bagnato, De Rosa, Majo, M. Armenise, N. Caricola, O. Loseto, Bresciani, Frappampina, G. De Trizio, Fantini, Ronzani.
Alcuni di essi sarebbero validi -e qualcuno lo sarà, in futuro- pure in A, certamente.
Acerbis, che è un jolly di centrocampo e difesa, gioca soprattutto sul centro-destra, a metà campo, dove con la sua ragguardevole energia è veramente un intoccabile del ben oliato meccanismo catuzziano.
Tanto è vero che a fine stagione risulta essere il calciatore più impiegato della rosa dei pugliesi, che lottano per la promozione in massima serie e chiudono al quarto posto finale, anche a causa di alcuni episodi arbitrali alquanto sfortunati, per non dire altro.
In estate i baresi apportano qualche correttivo alla rosa e riprovano a lottare per il primo livello del calcio peninsulare, accordandosi con l’Udinese per acquisire Acerbis a titolo definitivo.
Le cose non vanno per il verso giusto, però.
La squadra sbanda parecchio e Radice, che negli ultimi mesi della stagione ha sostituito Catuzzi nel tentativo di dare una scossa all’ambiente, non riesce ad invertire la rotta, complice un’incredibile serie di errori dal dischetto che, di fatto, spediscono il club pugliese in serie C1.
Una mazzata atroce, per la città e per la gente biancorossa.
Acerbis, ancora una volta onnipresente, combatte come un leone ed in estate rifiuta alcuni approcci dalla cadetteria (Catanzaro, Padova, Varese, Sambenedettese), in accordo con la società, voglioso di riportare subito i Galletti in B.
Bruno Bolchi, trainer esperto e capace, è il prescelto per tentare la risalita.
Il buon “Maciste“, insieme a rinforzi come P. Conti, A. Lopez, Cavasin, Messina, Galluzzo, Sola ed altri, centra l’obiettivo ed inoltre conduce il Bari sino alla semifinale di Coppa Italia, in un’incredibile cavalcata che si conclude soltanto al penultimo atto, dinanzi al Verona di Bagnoli.
Antonio Elia Acerbis è uno dei leader della banda di Bolchi, che vince il campionato e, come detto, torna in cadetteria
Il jolly milanese vorrebbe continuare con i biancorossi, che saliranno in massima serie dodici mesi dopo.
Ma la società ha altre idee e lo inserisce in un pacchetto comprendente i colleghi De Rosa, De Martino, Ronzani (di ritorno dal prestito alla Sambenedettese) e Baldini, tutti facenti parte di un maxi affare col Pescara, che per ottenere la comproprietà dei quattro calciatori in oggetto sborsa un miliardo e quattrocento milioni delle vecchie e care (affettuosamente parlando) lire.
Semplice prestito secco per il giovane Cramarossa, invece.

Più che di una trattativa si tratta di un vero e proprio esodo, in verità.
Non è un caso, però.
Sulla panca del Pescara è seduto Catuzzi.
Antonio Elia Acerbis non si sposta dall’Adriatico e continua a macinare chilometri come se non ci fosse un domani.
Una instancabile dinamo, concentrato di ardore e dedizione.
Gli abruzzesi chiudono settimi, a distanza siderale dalle prime, mettendo in mostra un calcio piacevole ma, talvolta, poco redditizio in relazione alla mole di gioco espressa.
D’altronde, oltre agli ex baresi, ci sono G. Tacchi, Roselli, Vagheggi, M. Rossi e Venturini, per citare qualcuno dei noti.
L’anno dopo, con acquisti quali Gasperini, Bosco, Rebonato, O. Loseto, Benini, Pagano, Ciarlantini, Di Cicco e Carrera, oltre a diversi giovani pronti a spiccare il volo, le prospettive parrebbero alquanto intriganti, per i Delfini biancazzurri.
Invece la stagione non decolla, tutt’altro.
Il Pescara, con un pizzico di sfortuna che è spesso è una componente malefica e che non manca mai in questi casi, retrocede addirittura in terza serie.
Poi il Palermo fallisce e gli abruzzesi vengono ripescati in B, nella caldissima estate del 1986.
Voleranno addirittura in A, a fine stagione, con il mitico Galeone al comando delle operazioni.
Come accaduto a Bari, però, Antonio Elia Acerbis sarà altrove.
Stavolta, al contrario della conclusione del rapporto con i pugliesi, la decisione non è solamente societaria.
Perché ad acquistare il centrocampista milanese è la Lazio di Fascetti: il quale chiama il suo pupillo e gli chiede di seguirlo nell’avventura romana.
Il Pescara vorrebbe tenere il suo mastino, ma si arrende volentieri ad un cospicuo assegno versato dai romani.
Nel 1986 Acerbis diventa un calciatore della Lazio.
Non può neanche lontanamente immaginarlo, ma sta entrando a tutti gli effetti nella storia della società capitolina ed in una delle vicende più affascinanti ed emozionanti che il Calcio abbia raccontato negli ultimi decenni dello scorso secolo.
Questo perché la Lazio si ritrova coinvolta nella stramba e misteriosa vicenda del Totonero-bis e viene condannata inizialmente alla serie C.
Successivamente, dopo un ricorso d’urgenza, le vengono inflitti nove punti di penalità da scontare in B.
Una retrocessione annunciata, per molti addetti ai lavori.
Una speranza di salvezza, per Fascetti ed i suoi dirigenti.
Una sofferenza indicibile, per i tifosi.
L’allenatore toscano raduna la rosa nel ritiro di Gubbio e chiede a tutti, uno per uno, se abbiano voglia di giocarsela fino in fondo, oppure no.
Nessuno si tira indietro.
Antonio Elia Acerbis, che è felicissimo di essere a Roma e di far parte di in una società gloriosa, per quanto in una fase non eccelsa della propria epopea, all’appello del mister replica come Carlo Verdone in Troppo Forte, nella scena in cui si propone come stuntman insieme ai suoi amici: “A noi non ce ne frega niente, basta che ci pagate!“.
Cambia il dialetto, dal romano al milanese, ma la sostanza è la medesima.
Non è un mercenario, Acerbis.
Nemmeno gli altri lo sono, però vivono di stipendio e vogliono tutelarsi adeguatamente.
La Lazio edizione 1986-87 è una compagine moderna, con parecchi dei suoi interpreti che possono giostrare in vari ruoli.
La formazione base vede Terraneo, una garanzia, in porta.
I centrali di difesa sono Marino e Gregucci.
Sulle fasce agiscono due terzini che, a ben vedere sono due ali aggiunte: Podavini e Magnocavallo.
Nel settore nevralgico del campo ci sono Caso, Pin e Acerbis: cuore, mente ed anima.
Davanti Poli e Mandelli spingono sulle corsie esterne per procurare occasioni al centravanti Fiorini, incaricato di sfondare le porte nemiche.
Camolese, V. Esposito, Piscedda, Filisetti e M. Schillaci completano la rosa insieme a diversi giovani interessanti.
Con ancora i due punti a vittoria la Lazio soffre ed impiega un bel po’ di giornate prima di annullare la pesante penalizzazione.
Poi ingrana la marcia giusta ed inizia a volare, facendo sognare addirittura la promozione al popolo biancoceleste.
Nella seconda parte della stagione un paio di evidenti rallentamenti frenano la marcia trionfale del gruppo di Fascetti, che nel rush finale si ritrova coinvolto nella lotta per non retrocedere.
Un’altalena emotiva assurda, veramente.
Alla penultima di campionato la Lazio crolla a Pisa (0-3) e mette un piede e mezzo in serie C.
Nell’ultimo match, in casa contro il Lanerossi Vicenza, soltanto la vittoria può regalare ai romani qualche possibilità di salvezza.
I Laziali spingono come dannati, col Vicenza che resta in dieci uomini a causa di una discutibile espulsione di un suo giocatore, Montani.
Lo stadio Olimpico, stracolmo, prova a trascinare i suoi beniamini, ma il portiere veneto Dal Bianco è in giornata di grazia e para il parabile ed anche molto di più.
Nel finale un tiro sbilenco di Podavini viene agganciato in maniera inspiegabile da un Fiorini in versione Van Basten, che con una giocata di ispirazione divina supera il suo marcatore ed insacca la sfera alle spalle del pipelet avversario, facendo esplodere un intero popolo.
Agli spareggi di Napoli la Lazio perde col Taranto, immeritatamente.
Quindi si gioca tutto col Campobasso, vincendo con un pizzico di fortuna grazie ad una rete di Poli e mantenendo la categoria.
Gli Eroi del meno nove entrano nel Mito, come detto, ed Acerbis è uno dei più acclamati dalla gente biancoceleste.
La sua generosità è immane, la sua versatilità idem come sopra.
Non si ferma mai, dicasi mai.

Indossando la maglia più bella della galassia, tra l’altro.
In estate Fascetti riflette sulla squadra che dovrà tornare in A.
Metà del lavoro è fatta, invero, ma resta da completare la seconda parte dell’opera.
Per far ciò vengono ingaggiati alcuni calciatori di spessore: Martina, Monelli, Galderisi, Muro, Beruatto e Savino, oltre ad un paio di discreti comprimari.
Lasciano Roma, nel contempo, alcuni protagonisti della recente e meravigliosa avventura Laziale: Fiorini, Magnocavallo, Podavini, Terraneo, Mandelli, Poli.
Una mezza rivoluzione che, per Fascetti, è assolutamente necessaria al fine di ritrovare stimoli nuovi e dare l’assalto alla massima serie.
Antonio Elia Acerbis ha parecchie richieste, sia dalla cadetteria che dalla categoria superiore.
Lo cerca soprattutto il Verona, poiché il giocatore piace molto a Bagnoli.
I romani chiedono in cambio l’ala Verza, la punta Pacione ed un conguaglio da definire.
Una richiesta esosa, che nasconde -si fa per dire- l’intenzione della Lazio di continuare a mettere il mediano al centro del progetto e il desiderio di Fascetti di non separarsi dal centrocampista milanese manco sotto tortura.
Per quel che concerne il campo, con la casacca biancoceleste Galderisi segna una sola rete rispetto alla quindicina di gol che si aspettava Fascetti.
Un mezzo flop, sebbene l’impegno non manchi di certo all’ex juventino.
Ma per fortuna ci pensa Monelli a risolvere il problema del gol: la Lazio chiude terza, conquistando l’agognata promozione in serie A.
Acerbis è tra i migliori, superfluo specificarlo.
A Roma si trova bene, seppur in un ambiente particolare ed in mezzo ad una marea di radio private, giornalisti professionisti e della domenica, tifosi equilibrati ed appassionati squilibrati e così via.
Lui, chiaramente, tace.
Pensa solo a giocare e lo fa bene.
Riconquista con sofferenza e tenacia la categoria più nobile del calcio italiano e sfiora il trasferimento al Milan di Sacchi, Campione d’Italia, in cerca di un centrocampista con determinate caratteristiche che possa dare il cambio a Colombo, ex compagno di Acerbis al Monza.
I rossoneri offrono la punta Massaro alla Lazio, che accetta.la proposta ed invita Antonio Elia a curarsi la pubalgia (con la quale convive da alcuni mesi) in maniera più “convinta”, cioè utilizzando metodi non convenzionali.
Il milanese, storicamente poco incline ad assumere sostanze dubbie ed a sottoporsi a pratiche non chiarissime, rifiuta il suggerimento e fa saltare l’affare con i lombardi.
Nel frattempo Fascetti litiga col presidente Calleri ed i suoi collaboratori, per questioni di calciomercato dopo la promozione, e viene sostituito da Materazzi.
La rosa viene notevolmente modificata, rispetto a pochi mesi prima.
Gli uruguaiani Ruben Sosa e Gutierrez e l’argentino Dezotti sono gli stranieri di una squadra che vede, tra gli altri protagonisti, giocatori come Di Canio, Sclosa, Icardi.
Il calcio espresso da Materazzi non è entusiasmante, intendiamoci.
Molto pragmatismo, con la sostanza in primo piano e lo spettacolo rimandato a data da destinarsi.
La Lazio, mediante un’andatura alquanto regolare, chiude comunque a metà graduatoria.
Indelebile, in questa annata, un derby in cui Acerbis porta il numero dieci sulla schiena e si confronta sul manto verde col Principe Giannini, guidando i biancazzurri ad una vittoria epica, giunta con la rete di un Di Canio che va ad esultare sotto la Curva Sud romanista, quasi incredula, datosi che la Roma, obiettivamente, in quel momento è squadra ben più forte della stessa Lazio.
Antonio Elia Acerbis, in questa gara come in tutte le altre, è una sorta di toro scatenato, pronto ad azzannare chiunque capiti a tiro.
Centrocampista moderno, versatile, completo, dalla muscolatura imponente e dai polmoni poderosi.
Acerbis è uno di quei giocatori che fanno la fortuna degli allenatori che li hanno a disposizione.
Grintoso, generoso, combattivo e sempre pronto a supportare il compagno in difficoltà, a raddoppiare sull’avversario, a proteggere la zona di competenza, ad inserirsi in attacco e, non di rado, a segnare qualche golletto.
Tecnicamente non è una cima, ma manco l’ultimo degli scarponi.
Dal punto di vista agonistico è invece un Top, con uno strapotere fisico che ha ben pochi rivali.
Una sorta di Pasinato nella corsa e di Briegel nella potenza: bravo nella marcatura sull’uomo, attento alle disposizioni tattiche se si gioca a zona e ottimo da intermedio, da interno, da mediano, da esterno, da terzino, da mezzala atipica.
Nel contenimento è un elemento che fa la differenza, ma non è malaccio manco in fase di proponimento e propulsione.
La sua infinità duttilità sopperisce ad una velocità di base non eccelsa, che però non va minimamente ad intaccare l’importanza di un giocatore tanto prezioso quanto raro.
A Roma il mediano ha acquistato un’auto seria, una Ford, dopo anni nei quali si recava agli allenamenti con macchine da rottamare.
Un antidivo autentico, altro che i fenomeni da baraccone che oggigiorno popolano il mondo del calcio.
Antonio Elia è un ragazzo dai valori antichi, semplice e con i piedi per terra.
Non si monta la testa e si diverte a girare per Roma in orari insoliti, per respirare l’aria della capitale in modo viscerale e per non viverla unicamente sotto l’aspetto turistico.
Nel 1989, al termine di un meraviglioso triennio con l’aquila biancoceleste sul petto, Acerbis viene venduto al Verona.
Il suo rapporto con Materazzi non è mai decollato e Bagnoli, dal Veneto, lo cerca da anni.
La Lazio lo cede insieme all’uruguaiano Gutierrez, ricevendo in cambio dagli scaligeri il difensore Soldà e l’argentino Troglio, il cui ingaggio viene ratificato con qualche settimana di ritardo, concludendo una trattativa lunga ed articolata.
Il solito Fascetti, in extremis, prova a portarlo a Torino, dove allena: ma i piemontesi se la prendono comoda, forse perché focalizzati su altri obiettivi, e l’affare non decolla.

A Verona la società è in crisi economica e l’atmosfera non è delle migliori.
La città è bella ed Acerbis è felice di riavvicinarsi a casa, per quanto gli manchi parecchio l’intramontabile fascino della capitale e la smisurata passione dei tifosi Laziali.
I capelli vanno oramai diradandosi, mentre la prepotenza atletica non accenna a diminuire.
Sfortunatamente la rosa dei Butei è abbastanza raffazzonata e il club finisce in B, verticalmente.
Bagnoli saluta ed in Veneto sbarca lui, alias Fascetti, che ovviamente chiede la conferma di Acerbis ed allestisce un gruppo coeso e determinato, in grado di risalire prontamente in massima serie.
Detto e fatto, il Verona è secondo e torna in A.
Antonio Elia Acerbis è il motore del centrocampo scaligero, un trattore che insieme al suo amicone svedese Prytz fa la differenza in mezzo al campo e riporta i veronesi nel massimo livello del calcio italico.
Pur confermato, resta ai margini della rosa per alcuni mesi, prima di essere ceduto al Giulianova, in serie C2, dove non riesce a salvare il team dalla retrocessione nel Campionato Nazionale Dilettanti.
Infine, trentaduenne, Acerbis torna in Lombardia e per una quindicina di stagioni si diverte nel calcio dilettantistico, collezionando promozioni e piazzamenti in serie.
Nel tempo libero vola alle Seychelles, avendo sposato una donna originaria di quelle zone.
Su di lui circola, negli anni, una miriade di leggende metropolitane che lo vorrebbero turista permanente all’estero, noleggiatore di scooter proprio alle Seychelles, meccanico in un’officina del milanese, commesso in un negozio d’antiquariato, Testimone di Geova e/o predicatore cattolico a tempo pieno, eccetera.
Lui, finalmente libero di esprimere un’opinione che non sia prettamente calcistica, smentisce tutto.
Della religione non si cura oltre il dovuto, un’attività commerciale non la aprirebbe manco sotto tortura per non essere macinato da tasse e pizzi vari ed alle Seychelles ci va soltanto a trovare i parenti della moglie e rilassarsi, quando possibile.
Va a pescare, di tanto in tanto, e segue la Lazio, alla quale è rimasto particolarmente affezionato.
Sceglie di non allenare, consapevole di non essere portato per un mondo che gli ha dato fama e denaro, è innegabile, e che lo ha divertito moltissimo in campo, altrettanto vero: ma che, contemporaneamente, non lo ha mai galvanizzato sino in fondo, soprattutto a livello ambientale.
E come dargli torto, su.
Continua a praticare un po’ di pallone, quando capita.
Giochicchia a calcio a sette e, per mantenersi in forma, si fa pure una bella corsetta mattutina, se la giornata merita.
Da pochi giorni ha festeggiato le sessantasei candeline (2026).
Tutti hanno ben stampata nella memoria la mia antipatia per le interviste.
antonio elia acerbis
Per fortuna qualcuno si ricorda pure del giocatore, che non era mica tanto male.
La mia carriera è stata intensa, con qualche treno perso e molte stazioni emozionanti.
Lazio in primis, dove ho vissuto momenti indimenticabili.
Fascetti è stato un secondo padre, per il sottoscritto.
Se fosse rimasto a Roma, dopo la promozione, probabilmente pure la mia storia sarebbe cambiata in meglio.
Ma non ho rimpianti, ci tengo a dirlo.
Il giocatore più forte?
Maradona tra gli avversari, Prytz tra i compagni di squadra.
E poi Acerbis, che se la giocava con chiunque senza paura.
Con umiltà e consapevolezza, questo sì.
Un jolly autentico, ribadisco.
Intriso di garra e pervaso da un sacro fuoco che oggi fatico a vedere nella stragrande maggioranza dei calciatori.
Ero e sono ancora adesso perdutamente innamorato di lui, come tanti altri tifosi della Lazio e delle altre squadre che hanno avuto la fortuna di godersi questo giocatore, che incarna alla perfezione il prototipo ideale del centrocampista robusto, resistente ed onnipresente, attaccatissimo ai colori che indossa e senza inutili fronzoli ed ipocriti orpelli ad offuscarne la figura, sia in campo che fuori.
Quasi trecento gare in B ed oltre una cinquantina di A, per lui.
In cadetteria era un fenomeno, ma avrebbe potuto giocare fisso in massima serie.
Senza manco stare a discuterne.
D’altronde il blog è mio e decido io, no?
E comunque sono certo che chi lo ha vissuto non può che concordare col sottoscritto, al cento per cento.
“Acerbis? Per me è il miglior centrocampista d’Europa. Il problema è che lui non lo sa“, disse Fascetti in una intervista durante il loro percorso comune alla Lazio.
Esagerando un bel po’, forse.
Ma rendendo bene il concetto, altroché.
Antonio Elia Acerbis: il Kid.
V74
