• Liberamente libero

Vianello, come Filisetti, era predestinato.

Negli anni 80 il Calcio non era coperto mediaticamente come lo è oggigiorno.

Vi erano i giornali, a farla da padrone.

Poi le riviste.

E le radio.

Infine, se andava di lusso, la TV concedeva sprazzi di gara, secondi tempi, Coppe, saltuariamente di più, magari nelle televisioni minori e, di conseguenza, con tornei di non eccelsa importanza e fattura.

Per notare uno come Vianello ci voleva occhio, esperienza, mestiere.

Oppure ti doveva risuonare onomatopeicamente gradito, appunto come per Daniele Filisetti, ed allora era fatta.

Arturo Vianello: oh, è roba da Champions.

A dirla tutta il buon Vianello non è stato un Campione, no, ma un discreto giocatore si.

Nato a Venezia nel 1958, ha la fortuna di entrare nel settore giovanile dell’Inter ma pure la sfortuna di non essere mai prescelto tra coloro da avvicinare alla prima squadra, in quanto ritenuto poco promettente per i livelli della compagine nerazzura del tempo.

Poco male, pensa il buon Arturo, ancora giovanissimo ma già un tipo posato e con la testa ben salda sulle spalle.

“Ti mandiamo in prestito in C, poi ti monitoriamo e valutiamo: tu cerca di farti valere!”, questo il sunto del discorso che un dirigente interista gli fa durante l’estate del 1977, allorquando il ragazzo viene ceduto momentaneamente al Forlì, unitamente al centrocampista e compagno Sabato.

Un anno importante, quello, per i romagnoli: con la imminente riforma della Serie C basterà loro concludere il torneo tra le prime dodici posizioni per fare in modo da essere inglobati nella serie C1 e non, come per le posizioni successive, ritrovarsi in C2.

Sabato ha già esordito in serie A e passa al Forlì come perno indissolubile della squadra, mentre Vianello dovrà guadagnarsi i galloni da titolare: il Forlì arriva nono, disputa un campionato tutto sommato tranquillo, gestisce bene le risorse sul finale e si ritrova in C1.

Vianello gioca -e bene- da titolare, ne salta pochissime, meno del compagno, e si dimostra all’altezza del compito.

A fine anno Antonio Sabato viene confermato ancora in prestito al Forli, retrocedendo ma avviandosi ad una importante carriera che lo condurrà finanche in Nazionale A, seppur non in maniera continuativa.

Vianello invece riceve una chiamata dalla B e l’Inter, proprietaria del cartellino, accetta la proposta spedendolo a Rimini: sempre in Romagna, ma serie cadetta, un bel banco di prova per un giovane difensore, si inizia a fare sul serio.

Al termine del torneo il Rimini retrocede mestamente in C: non è bastato l’ardore giovanile del libero veneziano, titolare assoluto in un team modesto e poco coeso dove nemmeno la poetica di Sollier, calciatore scrittore, e l’esperienza in panca di Helenio Herrera, il Mago ormai a fine corsa, hanno potuto nulla per cambiare un destino già scritto in partenza.

Rimini rappresenta un punto fondamentale nella carriera del giocatore, nonostante tutto: durante il periodo trascorso in maglia biancorossa viene infatti adocchiato da Romeo Anconetani, apprezzato scopritore di talenti, e dai suoi più stretti e validi collaboratori.

Si scrive Anconetani e si legge Pisa, appena salito in B ed è alla ricerca di elementi giovani, poco noti, non costosi e, possibilmente, da valorizzare e cedere poi in cambio di sonante moneta a club più blasonati e ricchi.

La politica societaria del mitico Romeo, insomma.

L’Inter lo cede per pochi spiccioli, certa che il calciatore tutto sia tranne che un fenomeno, e Vianello sbarca sulle rive dell’Arno dopo aver espletato le ultime formalità di rito per il servizio di leva che lo aveva visto impegnato nei 12 mesi precedenti, seppur con le comode modalità previste per gli sportivi di professione.

Inizialmente l’idea è di inserirlo nel gruppo, con calma, per saggiarne le qualità: sin dal ritiro, però, Arturo si mostra in forma, affidabile, sicuro.

Il posto è suo, insomma: il Pisa dispone di un attacco tecnico ma abulico come pochi.

Per fortuna dei toscani la difesa è un autentico bunker: davanti al portiere Ciappi, si schierano i terzini Contratto e Rossi, lo stopper Miele e, appunto, Vianello un metro dietro, a coprire le spalle ai sodali.

Tranne l’estremo difensore, son tutti giovanissimi ed affamati: il Pisa si salva, con qualche patema, mantenendo la categoria.

Vianello fa un’ottima figura: dirige la difesa con personalità e calma olimpica, offre prestazioni importanti e regala grande continuità, sorprendente per la sua età, imponendosi come uno dei migliori prospetti della serie B, un libero all’antica, elegante, bravissimo nelle chiusure e attento nel comandare la fase difensiva della propria squadra, in grado di reggere la pressione avversaria e mantenere alta la concentrazione per tutta la gara e, meglio ancora, per un intero torneo.

Anconetani inizia a sfregarsi le mani: uno così, se esplode definitivamente, può portargli in dote denari a iosa.

Ancora non sa, il buon Romeo, che finirà per affezionarsi a questo bravo e serio ragazzo, finendolo per confermare e tenere in rosa per ben cinque stagioni.

Oddio: vero è che di proposte per il giocatore ne sono arrivate diverse, nel corso del tempo.

Ma mai così sostanziose da convincere la società a privarsene.

Al di là del valore intrinseco del giocatore, tra gli addetti ai lavori probabilmente ha influito la sensazione, forte, che Vianello fosse un difensore di provincia, nel senso buono del termine, e che sotto la Torre avesse trovato la sua esatta dimensione calcistica ed umana.

Una percezione giusta, credo.

Il campionato successivo vede il Pisa stabilizzarsi in serie cadetta: un buon settimo posto, con Toneatto allenatore ed una squadra che cambia parecchio, soprattutto in difesa, con l’ingaggio dell’arcigno stopper Garuti dal Bari e del forte terzino Massimi dall’Avellino.

Quest’ultimo se la caverà più che dignitosamente, ma vedrà compromessa la propria carriera da un brutto infortunio patito più tardi, infortunio che lo costringerà al ritiro dopo qualche anno.

Invece Garuti andrà a comporre con Vianello una coppia solida ed affiatata che sotto la guida di Agroppi, nel 1982, contribuirà all’ottima stagione dei toscani che sancirà la promozione del Pisa in serie A.

Nuovo e ragguardevole step nella carriera del nostro, che sbarca in serie A.

Il Pisa conferma il gruppo storico che ha conquistato la massima serie, affida la panchina al santone brasiliano Vinicio, indovina l’acquisto del primo straniero, il danese Berggreen, mentre toppa clamorosamente il secondo andando a prelevare dal Danubio di Montevideo il mitico Caraballo, bidone di dimensioni cosmiche che come se non bastasse si auto-presenta come “fenomeno” e poi scappa a gambe levate dopo qualche mese per palese ed incontrovertibile incompatibilità col calcio europeo (ehm…).

La compagine toscana è tra le candidate alle retrocessione in un torneo che segnerà una delle più alte soglie di sempre per quel che concerne il numero di punti necessari all’ottenimento della salvezza.

Eppure dopo una partenza sprint prontamente rientrata nei ranghi e sfruttando alcuni scontri diretti tra le altre contendenti nel finale, il Pisa evita la retrocessione: ancora una volta, la difesa è il punto forte della squadra.

Vianello le gioca quasi tutte, da veterano, con un rendimento notevole.

C, B ed A: la categoria, per lui, parrebbe non far troppa differenza.

Gioca con grinta e personalità, ma nell’annata successiva il suo contributo non basta ad evitare la caduta negli inferi: per assurdo che possa sembrare il Pisa si rinforza rispetto alla precedente stagione con alcuni acquisti mirati, tra i quali spicca il giovane e promettente attaccante olandese Kieft che in effetti si dimostrerà nel tempo un bel giocatore.

Il suo mancato ambientamento iniziale contribuisce però alla complicata stagione dei toscani che, nel finale, si arrendono alle evidenze ed abbandonano la serie A.

Il buon Arturo le gioca quasi tutte, eh si, decentemente, ovvio, da capitano per giunta e segnando pure la sua prima rete in A, seconda di tutta la carriera, contro la Lazio, all’Olimpico.

La stessa Lazio che coglie un pareggio nell’ultima giornata all’Arena Garibaldi ed ottiene una insperata salvezza contro un Pisa ormai andato che pareggia al novantesimo e regala qualche brivido ai tanti Laziali giunti in terra pisana.

Una necessaria parentesi è a questo punto necessaria: Arturo Vianello resta in serie A e nel calciomercato estivo passa proprio alla Lazio.

Qualcuno, maliziosamente, ipotizza che il suo cartellino sia una sorta di ringraziamento maggiorato nel prezzo per una certa arrendevolezza del Pisa, già retrocesso, nei confronti della Lazio.

Cose di Calcio, in teoria.

In pratica Anconetani si inimicò mezza Pisa per aver spedito a Roma una marea di biglietti, si, ma il suo Pisa quella gara la giocò, eccome.

A sprazzi, siamo d’accordo, forse furbescamente “a strappi”, per meglio dire.

Tra chi deve salvarsi e chi è con la testa altrove, ci sta.

Vianello firma ed entra nel mondo Laziale: un trauma, come confesserà anni più tardi.

Nel bene e nel male: Roma è stupenda e il fascino della grande città colpisce il giocatore, hai voglia.

Il parallelo societario è però impietoso: Chinaglia, come Anconetani, è uomo passionale, generoso, di cuore.

A differenza di Anconetani, purtroppo, è inetto, incapace a livello gestionale, pessimo come organizzatore e Vianello se ne accorge dopo 20 minuti, visto che mentre al suo arrivo a Pisa (serie B) i dirigenti erano andati a prenderlo in stazione, gli avevano mostrato vari appartamenti invitandolo a scegliere e gli avevano organizzato logisticamente i primi mesi in città dopo il servizio militare appena concluso, beh, a Roma (serie A) i dirigenti non si sa chi siano, a Tor di Quinto -allora quartier generale Laziale- le date del ritiro sono un optional e prima di trovare casa, da solo, gli tocca vivere in hotel per alcuni mesi senza che nessuno si interessi più di tanto alla cosa.

Nulla di nuovo sotto il sole, situazioni note, già citate per altri elementi del periodo e che, senza dubbio, contribuiscono alla retrocessione della Lazio, evitata miracolosamente in precedenza e conseguita nel 1985 con una squadra che lo stesso Arturo definirà da zona europea, altro che da penultimo posto.

Il libero segna il suo secondo ed ultimo gol in A, contro il Como, ancora di testa, come contro la Lazio l’anno prima.

Il rendimento in campionato è altalenante: in alcune partite è baluardo quasi insormontabile, in altre banderuola al vento.

Ne gioca parecchie, la maggior parte, saltandone qualcuna nel finale, a naufragio ormai avvenuto.

Troppa discontinuità tecnica e societaria, per pretendere un rendimento adeguato da tutti i membri della rosa.

Una cosa va detta: Vianello è, nella memoria di molti tifosi Biancocelesti, un calciatore mediocre, scarso, incerto.

In un campionato iniziato male sin dal ritiro, dove giocatori come Giordano, Manfredonia, Laudrup, Batista e D’Amico non si sono espressi manco al 5% del proprio potenziale, con una società che nemmeno in Seconda Categoria, Vianello ed alcuni suoi compagni finiscono per rappresentare l’icona della mediocrità e della pippagggine calcistica.

Assolutamente no.

Ingiusto.

No, non ci siamo.

Vianello, come pronosticato ai tempi da qualche addetto ai lavori, è probabilmente quel tipo di calciatore che rende al meglio in una piazza tranquilla, ben disciplinata, senza eccessive pressioni mediatiche.

Ha grinta e carisma, guida la difesa con piglio sicuro, un metro e a volte due dietro allo stopper di turno, ha discreta tecnica e buon tempismo, legge l’azione con sufficiente arguzia e non soffre importanti infortuni in carriera.

Di contro è poco “cattivo” in campo, pur essendo agonisticamente valido non dispone della cosiddetta “cazzimma” che può rendere ottimo un difensore bravo.

Si inserisce spesso in area avversaria sulle palle da fermo, stacca bene di testa ma segna poco o nulla.

Inoltre è lentino, seppur sopperisca a questa lacuna con una lettura intelligente dell’azione, come detto in precedenza.

Governa alla grande la difesa del Pisa per anni, con risultati veramente degni di nota.

Alla Lazio affonda, con tutte le attenuanti del caso.

Il mio ricordo personale del giocatore è legato ad una gara contro l’Inter, a Milano, dove Lorenzo aveva deciso di superare se stesso e dopo una caterva di sconfitte consecutive aveva lasciato a casa Giordano e si era schierato con un innovativo modulo 8-1-1 infranto col traguardo in vista soltanto da un bolide al volo di Marini, tze tze, e lo zio Bergomi che esulta in maniera oscena dinanzi a Filisetti, con quest’ultimo che se lo guarda come fosse Brosio dinanzi alla Madonna di Medjugorje e Vianello che a fine gara, unitamente ad un paio di compagni, tenta di far giustizia, strozzare il terzino interista e rendere questo mondo migliore.

Tornando all’attualità con la macchina del tempo, Arturo sarebbe il libero ideale per puntare alla rapida risalita in A, ma Chinaglia ha altre idee e va a strappare con un contratto milionario Galbiati al Torino, mettendo Vianello alla porta ed invitandolo a trovarsi una nuova squadra.

Il Pisa è in A (a fine anno non più) e ha Progna come titolare, investimento importante e nel giro della Under 21 di Azeglio Vicini, poi vicecampione d’Europa.

In B qualcosa si muove ma senza troppa convinzione.

Resta ai margini della rosa Laziale per qualche mese, poi l’ambiziosa Ternana di mister Toneatto lo ingaggia per puntellare una difesa alquanto ballerina: non c’è due senza tre e gli umbri scendono in C2 col giocatore che vidima 14 presenze e mette nel carniere la terza retrocessione di fila.

Urge un cambiamento d’aria, per ripartire.

Vianello ha 28 anni, sarebbe nel pieno della propria maturità calcistica ma è un uomo intelligente e si rende perfettamente conto che la sua carriera a livelli importanti si è conclusa con l’esperienza alla Lazio, proprio quella Lazio che avrebbe dovuto lanciarlo verso orizzonti pregiati.

Arriva un’offerta dall’ambiziosa Spal, serie C1: la zona è famigliare e la firma sul contratto arriva prima di subito.

La prima annata non va benissimo, con una promozione sfumata nelle ultime giornate ed il difensore che, complice un paio di infortuni, non si esprime al massimo delle sue possibilità.

Meglio nell’annata successiva, con un rendimento buono e costante, ma la squadra non è altrettanto stabile e il torneo termina senza eccessive soddisfazioni.

La Spal decide di cambiare registro, avviandosi verso una clamorosa retrocessione, e Vianello passa al Siena, in C2, con Podavini, Fiorini, mister Ferruccio Mazzola ed un pizzico di Lazio in terra toscana.

Pisa non è troppo distante e l’aria di casa fa bene ad Arturo che ritrova lo smalto dei bei tempi e le motivazioni giuste per giocare il suo calcio fatto di grinta ed attenzione: il Siena sfiora la promozione, giungendo terzo in classifica.

Perotti sostituisce Mazzola e chiede in dote Arrigoni, come libero.

Vianello fa le valigie e si sposta di qualche chilometro, passando alla Carrarese, dove chiude la carriera con un biennio nel quale il team dei marmiferi dapprima arriva alle spalle delle prime, giocando anche un buon calcio, poi retrocede inconcepibilmente regalando ad Arturo Vianello una cocente delusione ed un’amarezza che lo porta, a soli 33 anni, a chiudere col Calcio giocato.

Non con quello osservato, però, perché continua a seguirlo essendo affezionato a quasi tutte le squadre nelle quali ha militato, Pisa su tutte, ma anche alla Lazio -a Roma lo legano tanti ricordi, a prescindere dagli esiti sportivi-, alla Spal ed alla Carrarese.

Un buon difensore, ottimo per compagini votate alla difesa ad oltranza, che mi auguro possa essere ricordato in maniera più dignitosa per la sua sfortunata avventura in Maglia Laziale, in una fase societaria e tecnica che definire balorda è dire poco.

Un’annata iniziata male, con la sfortuna che ci ha messo subito il carico e la colpa che ha provveduto a completare l’opera.

Colpa da suddividere tra gente che la Lazio l’ha portata in alto, molto in alto, ma che non si è fatta scrupoli nell’affossarLa.

Anzi: nel tentativo, di affossarLa.

Perché poi ci pensa lo Stellone a sistemare le cose.

Vianello oggi vive a Forlì, dove si è sposato anni fa, collabora con diverse società giovanili della zona e, ancora una volta, guarda Calcio.

Penso spesso a lui e in una maniera assurda, da ricovero immediato: oltre al ricordo Laziale e alla mia innata simpatia per il suo nome-cognome e per quel viso da libero gentiluomo che con i Colori della Lazio stava da Dio, vi è altro.

Infatti adoro anche un altro Vianello, il Raimondo nazionale, e non di rado la sera, prima di andare a letto, se non ho un Derrick, un Bud & Terence, un Franco e Ciccio, un Colombo o altro vintage da metter su, vado di Casa Vianello.

E il miglior amico di Raimondo nella sit-com si chiama Arturo.

Arturo – Vianello.

Si, il Calcio è proprio una malattia.

Una bellissima malattia.

Ma pur sempre una malattia.

Arturo Vianello: libero, come giusto che sia.

V74

2 Replies to “Arturo Vianello”

  1. Ciao Arturo sono TONIOLO un tuo vecchio giocatore del Venezia Toni,, grande Mister fino alla C2 ce l’ ho fatta ma il Venezia mi ha messo bastoni davanti a tutto..non capirò mai perché….poi ho fatto tutte le categorie per poi smettere a 34 anni ..ciao Mister

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