• Lo Zico del Nord

Vestmannaeyjar, Isole Vestmann.
Arcipelago di isolette a due passi dall’isola principale, Islanda.
Luoghi magici, affascinanti, misteriosi.
Dove la Natura regala un’impronta indelebile nella vita di chi ha la buona sorte di passarci del tempo.

Qualcuno ci nasce pure, in questi paradisi.
Come nel caso di Ásgeir Sigurvinsson, uno dei migliori giocatori che la storia calcistica islandese abbia espresso.

Maggio del 1955: altrove sarebbe primavera o poco meno.
In Islanda il meteo oscilla furiosamente, allorché Asgeir viene al mondo.
Sigi, il suo nomignolo, ha sin dalla culla il pallone letteralmente attaccato ai piedi.
Con suo fratello Ólafur passa in gioventù le ore a giocare a calcio, con qualsiasi tempo e temperatura.
Pochissime le alternative, del resto.
Il padre, pescatore, e la madre, casalinga, li osservano con smisurato affetto e tanta curiosità.
L’altro fratello, Andrés, sin da bambino mostra un’indole tendente alle arti e si appassiona presto alla recitazione, lasciando campo libero -in tutti i sensi- al resto della famiglia.

Sin da subito si intuiscono le doti del giovane Sigi, ben più talentuoso del fratello, che viene iscritto alla locale scuola calcio del Vísi.
Qui ruba subito l’occhio ai tecnici, che invogliano il ragazzo a continuare gli studi e, nel contempo, ad inseguire il suo sogno di diventare un calciatore professionista.
Stoffa e carattere sembrano degni di nota: con un pizzico di fortuna chissà che le cose non possano andare per il verso giusto.

Il calcio islandese è, negli anni 70, praticamente dilettantistico.
I migliori prospetti vengono segnalati ad osservatori del continente: Regno Unito, penisola scandinava, Belgio, Olanda.
In pochi superano i provini e l’allontanamento da casa: la mentalità è ancora ben distante dal divenire adeguata allo sviluppo di una carriera in tornei di spessore.
Le ragioni, come intuibile, fanno riferimento a tanti fattori contingenti.
In primis alla difficoltà negli spostamenti, un tempo rari e dispendiosi, rispetto ad oggi.

A soli 16 anni Sigi è già membro effettivo dell’ Íþróttabandalag Vestmannaeyja, noto come ÍBV, che agli inizi del decennio gravita in alta classifica ed in una circostanza finisce primo pari merito e perde lo Scudetto soltanto allo spareggio, col Keflavik ÍF.
Un talent scout suggerisce al tecnico del Greenock Morton Football Club, club che milita nella prima divisione scozzese, di dare un’occhiata.
Il ragazzo non è entusiasta, inizialmente: rimanda per qualche mese, poi si decide ad accettare.
Non vorrebbe allontanarsi dalla famiglia, ma comprende che l’occasione è propizia.
Biglietto alla mano viene fermato all’ultimo momento dalla federazione islandese, che solleva dei dubbi sui rimborsi spese.
Albert Guðmundsson, storico calciatore passato pure in Italia con la maglia del Milan, interviene nella questione, essendo in quel frangente un politico di rango, e procura al giovane un provino con i Ranger di Glasgow.
Adattamento difficile, una sola apparizione con la squadra riserve (numero 11 sulle spalle ed il cognome “Newman” sulla distinta, roba vintage), con tanta nostalgia e una marea di noia a corredo.
Il ritorno in Islanda è conseguenza inevitabile.

Intanto Sigi ha già esordito in Nazionale A: è il più giovane a farlo, sino a quel momento.
Gioca a centrocampo, è polivalente e dinamico.
Ha talento, non si discute.
Vince pure una Coppa d’Islanda, con la casacca dell’ ÍBV.

Nel 1973 un’imponente eruzione vulcanica mette a rischio la vita sull’isola: gli abitanti reagiscono con prontezza e tutto riparte abbastanza rapidamente.
Per allenarsi e giocare l’IBV deve temporaneamente spostarsi a Njarðvík, nella penisola di Reykjanes, in terraferma.
L’aeroporto internazionale di Keflavík è ad un passo ed il nostro è lì nel luglio dello stesso anno, direzione Bruxelles, dove ad attenderlo vi sono due dirigenti dello Standard Liegi.
I belgi hanno infatti trovato l’accordo con l’IBV ed hanno prelevato il centrocampista offensivo a titolo definitivo, con l’intenzione di inserirlo dapprima nella squadra riserve e poi, gradatamente, in prima squadra.
Bastano pochi allenamenti ai tecnici valloni per intuire che non serve alcun apprendistato: Sigurvinsson è in fondo un Nazionale, sebbene non faccia parte di una rappresentativa di primo piano, e pur senza grande esperienza è già bello che pronto per esordire nella Division 1.

Nel suddetto torneo mette radici, fermandosi per otto lunghi anni.
Molti piazzamenti, un solo trofeo in bacheca: la Coppa del Belgio, edizione 1981.
Negli anni successivi lo Standard Liegi tornerà a primeggiare in graduatoria, ma Sigi non sarà presente in rosa: infatti viene ceduto ai tedeschi del Bayern Monaco, un ulteriore step verso l’alto nella carriera dell’islandese.
Lo Standard se ne priva a malincuore, essendo ormai divenuto uno dei perni dei “Rouches”.
Nell’accordo è previsto anche l’ingaggio del difensore e compagno Renquin, nazionale belga.
Un controverso episodio che in quel di Colonia vede lo stesso Renquin rivolgersi al pubblico con un provocatorio saluto di memoria nazista, nel ritorno di un match di Coppa Uefa, chiude al giocatore le porte del mercato tedesco.

Sigurvinsson viaggia in solitaria verso la Baviera e sbarca in un top team, abituato a lottare per vincere, sempre e comunque.
Gioca poco, a differenza delle abitudini di Liegi.
La concorrenza è spietata e di altissimo livello: parliamo di una compagine che viene da anni di dominio nel proprio campionato e da stagioni al vertice anche in Europa.
A Monaco Sigi vince una DFB-Pokal, la Coppa di Germania.
In Bundesliga arriva un terzo posto, abbastanza deludente in relazione alle aspettative di partenza.
Ma è in Coppa dei Campioni che il Bayern rischia il colpaccio, venendo sconfitto solamente in finale dall’Aston Villa.
Tutto sommato un’esperienza non di certo negativa, in una rosa di giocatori che comprende autentici fuoriclasse come Karl-Heinz Rummenigge (Pallone d’Oro nella stessa annata), Paul Breitner (secondo, nella medesima premiazione), Dieter Hoeneß (capocannoniere di Coppa) ed altri ancora.

Il ragazzo però è scontento: non è abituato alla panchina, non si è integrato del tutto perché non parla ancora la lingua e l’idea di essere un subentrante finisce per non stimolarlo adeguatamente.
In un grande club come il Bayern chi non ha il posto fisso deve essere in grado di tenere alta la pressione e sfruttare ogni spazio a disposizione per guadagnarsi minuti e fiducia.
Lui ha perso gran parte della preparazione estiva a causa di un infortunio ai legamenti patito durante la finale di Coppa del Belgio, mesi prima.
E durante la stagione questa situazione gli è pesata parecchio.
Lo staff tecnico lo apprezza e i dirigenti vorrebbero valutarlo ancora per 12 mesi prima di accettarne la partenza: ma lui non vuole sentire ragioni e chiede la cessione.

Lo cercano in parecchi, memori delle qualità espresse in precedenza: gli ottimi anni allo Standard Liegi e la stessa fugace ma discreta esperienza a Monaco di Baviera gli valgono da curriculum di tutto rispetto e lo mettono al centro di un’asta.
A spuntarla è lo Stoccarda.
Non è il Bayern, ma è comunque un’opportunità importante e, più di ogni altra cosa, ha il posto garantito.
Un milione di marchi, circa, il corrispettivo versato nelle ricche casse dei bavaresi che inseriscono in rosa il fratello d’arte Michael Rummenigge, al posto dell’islandese.
Quest’ultimo è a sua volta il sostituto di Hansi Müller, prodotto del vivaio locale, che dopo un quinquennio nel capoluogo del Baden-Württemberg è stato ceduto all’Inter.
Insieme a Sigurvinsson fa le valigie l’esperto difensore Niedermayer, che dopo un lustro lascia le rive dell’Isar e firma per lo Stoccarda.

Sigi con i bianco-rossi scrive pagine importanti di storia: in ben otto anni di militanza diventa uno dei giocatori simbolo della società tedesca e contribuisce in prima persona a riportarla in vetta alla classifica dopo oltre trent’anni.
Difatti nel 1984 lo Stoccarda si laurea Campione di Germania.
L’allenatore è Helmut Benthaus, un pozzo di cultura che si diletta ad insegnare calcio.
Filosofo e tecnico, anziché il più classico opposto.

Benthaus riesce a creare un gruppo coeso e di qualità, puntando sulle motivazioni di alcuni calciatori dal pedigree non eccelso e sulla voglia di emergere di molti elementi in rampa di lancio.
Organizza i suoi con acume tattico e tira fuori dal cilindro un colpo da maestro: il regista che non ti aspetti.

Si, lui: Ásgeir Sigurvinsson.
Da ala sgusciante ed imprevedibile, il nordico si è man mano trasformato in un centrocampista polivalente, in grado di penetrare le linee nemiche con un dribbling ubriacante e con accelerazioni irresistibili, ma capace pure di offrire un buon contributo in fase di ripiegamento.
Avendo la tendenza ad accentrarsi, non di rado allo Standard Liegi ha finito per muoversi da centrale di metà campo, infoltendo il reparto e garantendo così un’arma in più allorquando vi era bisogno di cercare l’impresa ed attaccare gli spazi.
Nel breve interregno al Bayern Monaco agirà soprattutto da trequartista.
Nel periodo migliore in riva al Neckar finirà invece per posizionarsi come regista avanzato, una geniale intuizione del sopraccitato Benthaus che sfrutta l’estro e la generosità del giocatore in una maniera che spariglia le carte e scompagina tutti i piani tattici agli avversari.
Un sinistro che è una lama, preciso e tagliente.
Tecnica da top.
Longilineo quanto svelto, Sigurvinsson è stato uno dei primi calciatori islandesi ad essere “europeo” in tutto e per tutto.
Un calciatore completo, nel vero senso della parola.
Qualche infortunio di troppo ed un carattere tosto quanto istintivo, in alcuni momenti, ne hanno leggermente rallentato l’incedere.

Lo Stoccarda arriva all’ultima giornata del torneo 1983-84 con due punti di vantaggio sull’Amburgo, che si presenta al Neckarstadion in seconda posizione di classifica, a pari merito col Borussia Mönchengladbach che batte in casa l’Arminia Bielefeld per 3-0, portandosi in vetta alla graduatoria.
Lo scontro diretto al vertice vede il trionfo degli ospiti, cosicché il Meisterschale si assegna per differenza reti ed è ad appannaggio dello Stoccarda.

Sigi é Deutscher Fußballmeister, Campione di Germania.
Il risultato più importante della sua carriera.
Che tra alti e bassi, dopo un periodo altalenante di risultati che vedranno lo Stoccarda arrendersi in finale di Coppa Uefa al Napoli di Maradona, nel 1989, e perdere una Coppa di Germania -sempre all’ultimo atto- col Bayern Monaco, nel 1986, si concluderà nel 1990.

Quasi tutti i calciatori islandesi, all’alba dell’epilogo, tornano in patria a divertirsi nel torneo locale, poco competitivo -in particolar modo ai tempi- e quindi bisognoso di manodopera specializzata per provare a renderlo maggiormente intrigante.
Sigi riceve diverse proposte, in primis dalla squadra che lo lanciò da giovanissimo, oltre che da varie altre dell’isola e anche del continente.
Non se la sente di continuare, ha qualche acciacco di natura fisica ed inoltre lo Stoccarda gli ha offerto un triennale per entrare a far parte del gruppo degli osservatori: una persona seria come lui, competente e inappuntabile dal punto di vista professionale, è una risorsa da tenersi stretta, d’altronde.

Dal campo alla scrivania, quindi.
Termina così una carriera onesta e di buon livello, per un calciatore che ha reso con grande costanza e che al netto di un paio di “sliding doors” che avrebbero potuto contribuire ad ampliarne la bacheca, si è sempre fatto apprezzare per impegno e rendimento.
Sigurvinsson è stato vicino al campionato italiano, in un paio di circostanze.
Soprattutto nel 1987, col Pescara che su input del suo allenatore Giovanni Galeone, prova a portare il ragazzo sulle sponde dell’Adriatico.
Lo Stoccarda non ne vuol sapere e così pare che sia andata allo stesso modo pure dinanzi ad una richiesta del Como, mesi prima.
Anche il Bayern aveva provato a riprendersi il giocatore: nell’estate del 1986 i bavaresi si inseriscono in un’asta che coinvolge diversi club europei di rango.
In Germania fanno un tentativo Amburgo e Werder Brema.
Sigi firma un rinnovo quadriennale e, come detto, chiude a Stoccarda.

In Nazionale mette nel carniere poco meno di cinquanta presenze, condite da cinque reti.
Esperienza tutto sommato discreta e che gli vale la chiamata del Fram, nobile del calcio islandese.
Sigi accetta e passa dalla scrivania alla panchina, nel 1993.
Dura poco: metodi rigidi e poca diplomazia.
Agli inizi del nuovo millennio sfrutta una serie di coincidenze “politiche” e si ritrova a guidare la Nazionale Islandese.
idem come sopra.
Un triennio non esaltante, che pone fine alla carriera di allenatore di Sigi.
Continua a lavorare come consulente tecnico per la Federazione, fa da mediatore in trattative di acquisizione di società sportive per imprenditori del nord Europa, gestisce una azienda che lavora nel settore del beverage, alle porte di Stoccarda, dove è rimasto a vivere per oltre sedici anni e dove sono nati i suoi due figli.
Al ritorno in Islanda ha accettato di dare una mano nell’organizzazione di una scuola calcio gestita da Arnór Guðjohnsen -padre di Eiður, ex di Barca e Chelsea- e da altre vecchie glorie isolane.

Nel 2015 viene inserito nella Hall of Fame del Calcio Islandese ed ancor prima scelto come atleta maggiormente rappresentativo degli ultimi cinquanta anni (Giocatore d’Oro).
Riconoscimenti di indubbio valore, che vanno a sommarsi al premio di Miglior Atleta dell’Anno in Islanda, ottenuto nel 1974 e nel 1984, ed a quello di miglior elemento del campionato tedesco, sempre nel 1984, quando Sigi giunse anche tredicesimo nella classifica del Pallone d’Oro.

Ásgeir Sigurvinsson: lo Zico del Nord, scrivevano in Germania.
Non a caso.
No, non a caso.

V74

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