• Pioniere

Seguo il calcio islandese da ben prima che in Islanda ci andassi a vivere per un bel po’.
Negli ultimi anni i “successi” della Nazionale vichinga hanno messo in risalto la bontà di una generazione con parecchi prospetti interessanti, portando all’attenzione un torneo che, in realtà, è ancor oggi alquanto modesto, per non parlare della seconda serie -che per mie attitudini intrinseche risulta essere imperdibile- e ancor meno del resto, oggettivamente impresentabile, come ovvio che sia, se discorriamo di cose serie.
Con l’avvento di internet è più facile seguire certe gare che un tempo sarebbero rimaste epiche nei racconti -edulcorati, as usual- delle epopee e dei miti.
Più che altro oggi i giovani degni di nota emigrano subito e iniziano prestissimo ad allenarsi in contesti professionistici, quindi le possibilità che un islandese migliori e diventi un calciatore vero aumentano a dismisura rispetto al passato, allorché erano in pochi -o quantomeno non tanti- ad abbandonare l’isola per giocarsi le proprie carte nel continente e/o in UK.
Inoltre parecchie società ci pensavano bene, prima di investire su giocatori non noti, anche perché le rese non erano spropositatamente vaste come ora e gli sponsor erano decisamente meno munifici rispetto alle televisioni e ai diritti sportivi odierni.
Eppure vi è stato un tempo, diciamo dagli anni 80 in poi, ove gli islandesi nel mondo del calcio erano ritenuti discreti calciatori e professionisti impeccabili, con un buon rapporto costo-prestazioni che invogliava diverse società ad investirci su, in particolar modo nella vicina Scandinavia, nel campionato belga, in quello inglese ed in quello tedesco.

Proprio di quest’ultimo e di un suo protagonista vorrei tracciare un ricordo, se mi è consentito.
Ed essendo il mio Blog, mi è consentito.

Il giocatore più celebre espresso dal calcio islandese è senza dubbio Eiður Guðjohnsen, vincitore della Champions League col Barcellona e di altri trofei importanti con gli stessi catalani, nonché col Chelsea e col PSV Eindhoven.
Famoso pure per aver esordito in fasce in Nazionale sostituendo il padre Arnór, anch’egli florido prodotto del soccer isolano, dando vita ad un evento più unico che raro.
Gli islandesi poi vollero strafare e organizzarono una gara dove padre e figlio avrebbero dovuto giocare insieme dall’inizio, fianco a fianco in attacco.
Gli Dei del Calcio non gradirono la forzatura ed Eiður finì per infortunarsi gravemente alla caviglia restando fermo per quasi due anni, mentre il padre abbandonò l’attività per sopraggiunti limiti d’età: il progetto fallì quindi miseramente.
Due eredi di Eiður sono anch’essi calciatori e uno di loro gioca in Italia, in serie B, con la maglia dello Spezia.
Una generazione di footballisti, insomma.
Ma non i soli.
Negli anni 80 vi furono diversi elementi islandesi che seppero entrare a pieno titolo nella Storia di questo sport.
Non da protagonisti assoluti, s’intende.
Però con merito, questo si.
Incluso il succitato Arnór Guðjohnsen, buon attaccante con le casacche di Anderlecht (Belgio) e Bordeaux (Francia).
Con lui tanti altri, tra i quali il mio preferito: Atli Eðvaldsson.
Lui si, un protagonista.

Atli è un classe 1957 che sin da pischelletto dimostra una ottima inclinazione alla pratica sportiva.
Pratica calcistica, per meglio dire.
D’altronde buon sangue non mente.
Il padre, infatti, è un ex portiere della Nazionale estone, Evald Mikson, ritenuto un criminale di guerra e persecutore degli ebrei durante la Seconda Guerra Mondiale.
Proclamatosi innocente, nonostante parecchie evidenze sembrerebbero sostenere il contrario, egli si ritrovò per una serie di assurde coincidenze in Islanda ove cambiò nome, rimase fino alla morte e mise al mondo due figli, Atli, per l’appunto, e Jóhannes, buon giocatore in Scozia col Celtic, in Francia col Metz, in Germania con l’Hannover ed in altri campionati, tra i quali quello nordamericano e quello sudafricano.
Un’altra dinastia, insomma.

Tornando al buon Atli, inizia con una squadretta locale nel sobborgo di Reykjavík, dove è nato e dove vive.
Passa più tardi nel vivaio del Valur, storica e titolata società della capitale.
Qui palesa subito doti importanti e viene lanciato in prima squadra, esordendo a 17 anni nella massima serie islandese.
L’allenatore, il russo Yuri Illichev, più tardi tecnico della Nazionale vichinga, lo nota infatti durante i primi allenamenti con le giovanili e lo inserisce tra i “grandi” senza troppe remore.
Con soddisfazione reciproca.

Il Valur arriva secondo in campionato e vince la Coppa d’Islanda, un torneo che per qualche anno sarà quasi ad appannaggio esclusivo dei biancorossi, datosi che ne vinceranno altre due a breve distanza, oltre ad un paio di finali perse e diverse semifinali giocate.
Senza dimenticare i due campionati vinti e vari altri piazzamenti.
Nei primi sei anni al Valur Atli ottiene risultati di tutto rispetto, questo è sicuro.
Durante l’ultima stagione, che terminerà col Valur ancora campione, arriva un’offerta irrinunciabile dalla Germania: il Borussia Dortmund, mica pizza e fichi, ha messo gli occhi su questo spilungone che sfiora il metro e novanta, magrolino ma tosto, con buon fiuto della rete e caratteristiche offensive che lo rendono appetibile per completare la rosa dei tedeschi.

La storia merita di essere raccontata: in pratica il ragazzo era stato notato in alcune gare europee da Willy Reinke, un talent scout e marpione di quelli laureati con lode, che ne aveva parlato ad un dirigente del Borussia, il quale a sua volta aveva invitato il mitico Udo Lattek, titolare della panchina dei gialloneri, a dare una occhiata ad alcuni filmati.
Lattek, furbo fino al midollo, sapendo che il campionato islandese in inverno si ferma per ragioni climatiche suggerisce piuttosto di sottoporlo ad un provino.
Vedere cammello e pagare moneta, ecco.
Le società si accordano ed Atli recupera al volo un paio di Adidas Copa Mundial che in Islanda -ai tempi- andavano prenotate con ampissimo preavviso e vola a Dortmund, dove spiega a Lattek di essere fermo da mesi e di aver svolto solo alcuni allenamenti al coperto giochicchiando a pallavolo -sport che la madre ha praticato a livello nazionale- in quanto nell’isola non vi sono strutture al coperto dedicate al calcio.
Nel frattempo ha approfittato del tempo libero per completare gli studi di istruttore sportivo, ma fisicamente (!) non si sente al meglio.
Dopo un paio di orette di corsa lenta, tiri da fermo e partitella con marcatura feroce ad uomo inclusa, il buon Lattek manda il giocatore sotto la doccia.
Non prima di avergli regalato un sorriso che vale più di un contratto.
Promosso a pieni voti.
Da Lattek, eh.

Atli ha compiuto da poco 23 anni, è giovane ma con una discreta esperienza alle spalle, seppure in un torneo che non può essere paragonato alla Bundesliga per intensità e qualità, è ovvio.
Le poche presenze europee non garantiscono un bagaglio di mestiere tale da poter essere certi che il gioco valga la candela: è comunque una scommessa, essendo il primo islandese ad essere ingaggiato nel campionato germanico.
O meglio: uno dei primi due, perché il Borussia prende dal Valur anche Magnús Bergs, buon centrocampista che da pochissimo ha esordito nella propria Nazionale.
Atli, invece, era già da qualche tempo ne giro della stessa.
E per questo vi erano stati per lui abboccamenti con altre squadre, belghe e olandesi.

Bergs si fermerà per un paio di annate a Dortmund, con poca fortuna.
Atli, al contrario, parte titolare e in una trentina di gare segna undici gol, mettendosi al servizio del cannoniere Burgsmuller, con il quale stringe un forte legame in campo e fuori.
La squadra non è male, quantunque la società viva un periodo di transizione, senza grandi acuti.
Nella stagione successiva, poco prima della chiusura del calciomercato, il Fortuna Dusseldorf, che lotta per non retrocedere, chiede ufficialmente il giocatore al Borussia.
L’affare va in porto: Atli ci resta un po’ male, pensando di meritare la riconferma.
Da buon professionista, però, comprende che la questione non è soltanto tecnica, perché a Dortmund bisogna farsi due conti nei primi anni 80, così non fa una piega ed aiuta la sua signora (è già sposato, da qualche anno) a preparare i bagagli.
Va ad abitare a Mettmann, poco fuori Dusseldorf.
Cerca la tranquillità, la quiete.
Non fuma, non beve, non ha interesse per situazioni distraenti o altro: vive di solo calcio e famiglia.
Un professionista esemplare, per davvero.

Il Fortuna acquista un altro islandese, negli stessi giorni: il centrocampista della Nazionale Pétur Ormslev, prelevato dal Fram.
Pétur si fermerà a Dusseldorf per quattro stagioni, senza brillare.
Anche Atli resterà al Fortuna per quattro anni, ma con risultati del tutto diversi: sarà uno degli uomini simbolo della squadra, che manterrà la categoria per tutto il quadriennio successivo.
Nella prima stagione realizza addirittura 21 gol, chiudendo al secondo posto nella classifica marcatori dietro al futuro romanista Voller, a quel tempo attaccante del Werder Brema.
Nell’ultimo match della seguente stagione mette a segno una cinquina, diventando il primo straniero a compiere questa impresa in Bundesliga.

Di testa è molto bravo, ha un destro chirurgico ed un sinistro che all’occorrenza fa il suo.
Buon dribbling, potente, eclettico, attento a sfruttare il benché minimo errore delle difese avversarie, muscoloso e resistente, non di rado imprevedibile nel suo caracollare da stampellone inaspettatamente coordinato.
Atli non è un fenomeno, ma ha una ottima tecnica di base e se la cava anche come seconda punta o centravanti di manovra, pure da centrocampista aggiunto se tocca ripiegare e difendere con i denti il risultato.

Dopo la cinquina di cui sopra, rifilata all’Eintracht di Francoforte, risponde presente alla chiamata della sua Nazionale, in serata vola in Scozia a far scalo ed il giorno successivo è sotto casa a segnare la rete decisiva contro Malta, in amichevole.
La sua abnegazione è da primato, sia con la maglia di club che con quella del suo paese, spesso con l’insolito numero 3 sulle spalle.

Nella stagione 1984/85 il Fortuna Dusseldorf si salva per il rotto della cuffia e la società opta per un rimpasto della rosa.
Eðvaldsson finisce sul mercato e viene ceduto al Bayer Uerdingen di Krefeld, ambiziosa squadra sponsorizzata dal colosso farmaceutico Bayer e appena reduce dalla vittoria in Coppa di Germania contro il Bayern di Monaco.
Uno dei protagonisti di questo importante successo è Lárus Guðmundsson, rapido e talentuoso attaccante islandese giunto a Krefeld dodici mesi prima e che di lì a poco chiuderà la carriera anzitempo per un brutto infortunio.
Gli islandesi viaggiano in coppia, verrebbe da pensare.

La prima stagione di Atli a Krefeld termina con un ottimo terzo posto, miglior risultato di sempre nella storia del club.

Meno bene le due successive, con la squadra che bene o male si assesta nelle zone a ridosso delle prima in classifica e l’attaccante che però vede la propria media realizzativa abbassarsi drasticamente.
Al termine del triennio decide di tornare in Islanda, nel suo Valur, per giocare le gare estive del campionato, poi riceve una proposta dal TuRU Düsseldorf, lega regionale, e l’accetta per non allontanarsi dalla città renana, ove ancora ha casa.
Giochicchia discretamente e a fine stagione solito ritorno all’ovile, per il torneo islandese.
Ormai il meglio sembrerebbe passato e dalla Germania, dopo l’estate, stavolta nessuno bussa alla sua porta.
Una chiamata giunge dalla Turchia, invece.
Il Gençlerbirliği di Ankara, neo promosso in prima serie, cerca elementi di esperienza che possano aiutare i giovani a centrare la salvezza.
Eðvaldsson ne parla con la moglie, accetta e gioca una buona stagione, condita da quattro reti e da prestazioni generose che aiutano il team a centrare l’obiettivo permanenza nella massima serie.
Potrebbe fermarsi un altro anno in Anatolia, ma a 33 anni Atli ha voglia di tornare in Islanda definitivamente ed è l’ambizioso KR Reykjavík a convincerlo al passo finale, con un contratto pluriennale e la prospettiva di allenare i giovani quando abbandonerà definitivamente l’attività.
Un’ultima avventura di pochi mesi col Kópavogur e cala il sipario sulla carriera di uno dei migliori calciatori della storia islandese.

Con la Nazionale gioca una settantina di gare, molte delle quali da capitano, secondo nella classifica di coloro che hanno indossato più volte la fascia in patria.
Durante le qualificazioni per Euro 1992 viene escluso dal gruppo dei convocati senza alcun preavviso o comunicazione.
Una delusione atroce ed inaspettata per uno che ha dato tutto per i propri colori e che ha indossato quella maglia con orgoglio e amore, per ogni singolo istante, anche quando altri preferivano dedicarsi ai club di appartenenza per non rischiare infortuni o stress che ne potessero compromettere le prestazioni ed i futuri ingaggi.
Si rifarà qualche anno più tardi, Atli, allorché quella stessa Nazionale avrà modo di allenarla, guidandola ad un percorso di crescita che per molti addetti ai lavori sarà propedeutica per quella che negli anni a venire diverrà una compagine di buon livello.

Prima e dopo ha allenato vari club islandesi, riuscendo a riportare in vetta proprio durante i festeggiamenti per il centenario dalla fondazione il KR che veniva da un trentennio di magra -ed in una fase di complessa gestione societaria- con un un double Campionato-Coppa Nazionale che agli inizi del nuovo secolo fece scalpore, nella terra dei vulcani.
Negli ultimi anni una breve incursione in Svezia per guidare il Kristianstad in terza serie, poi l’ennesimo ritorno in Islanda e la subitanea intenzione di accettare una delle offerte ufficiali pervenutegli dalle vicine Fær Øer, quando ecco sopraggiungere una di quelle notizie che sconvolgono l’esistenza tua e quella di chi ti sta intorno: un cancro, un bastardissimo e maligno cancro.
La moglie Steinunn ed i suoi quattro eredi (Egil, Sif, Sara ed Emil) sono gelati.
Lui cerca di reagire, da leone qual’è.
In ospedale gli prospettano poche settimane di vita: un trauma.
Riflette un paio di giorni e sceglie di non farsi bombardare dalla chemio islandese, che invero non gode di eccelsa fama.
Opta per delle cure alternative che gli regalano altri due anni e mezzo di aria e di vita.

A settembre dello scorso anno spicca il volo per l’ultima trasferta, che sfortunatamente non prevede ritorno nell’amatissima terra natia.

La figlia Sif è nazionale di categoria, mentre Emil si è fermato alla Under 21.
Calcio, ovviamente.
Entrambi hanno militato in Germania: DNA, sicuramente.
Il nome del loro genitore, unitamente al suo ricordo, indelebile, continua a perpetuarsi in questo meraviglioso sport.

Negli anni 90 aveva preso la cittadinanza estone per le origini paterne ed aveva iniziato una lunga collaborazione lavorativa con un’agenzia assicurativa tedesca, rinvigorendo il già solido legame col territorio teutonico.
Per tutta la vita ha strenuamente difeso il padre dalle gravi accuse di cui abbiamo parlato in precedenza.
Atli è stato un uomo ricco di valori, un calciatore davvero eccellente ed un allenatore estremamente rigoroso.

Queste virtù non sono riconosciute ed apprezzate da chiunque.
Tutt’altro.
Talvolta si trasformano in limiti, quando non addirittura ostacoli.
Per mio gusto rappresentano un vanto.
Mi piace il suo sorriso accennato e sincero, condivido il suo viscerale attaccamento alla Patria che si rafforza e si impreziosisce ad ogni momentaneo allontanamento da essa, apprezzo il suo approccio leale nei confronti di compagni ed avversari, la tranquillità di chi sa il fatto suo, l’umiltà di chi non abbisogna di marchettare per esistere, la visione di un Calcio pulito, generoso, istintivo ma mai irrispettoso di chi lo vive, di chi lo osserva, di chi lo ama.

Il giocatore, beh, come detto, un gran talento, tra i top 5 di sempre in Islanda.
Per me pure più in alto, nella graduatoria.

Si, proprio lì dove è adesso Atli.

In alto, molto in alto.

V74

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