• Ribelle & Viveur

Per la rubrica “Matti Veri”:
Ladies & Gentlemen, Mister Blaž Slišković.

Fumatore di mestiere, bevitore per hobby, funambolo per passione, viveur per indole.
Blaž “Baka” Slišković è stato uno dei più talentuosi calciatori degli anni 80, pre e post inclusi.

Mostar, la più importante città dell’Erzegovina.
A fine anni cinquanta è jugoslava, dal punto di vista politico, burocratico e formale.
Chiunque ci nasca e ci viva si sente però bosniaco e/o croato, a tutti gli effetti.
In fondo è sempre andata così, da quelle parti.
Altrimenti se fossero stati uniti, col talento sportivo e le risorse naturali che si ritrovavano in dote da Madre Natura, hai voglia a raggiungere ben altri risultati rispetto a quelli -pur validi- ottenuti nel passato, prima delle note divisioni.

Blaz esce dal pancione della madre verso la metà del 1959.
Sebbene il periodo storico sia particolare e complesso, il piccolo furetto dell’est cresce spensierato e felice col padre Vlado che da grande appassionato della pelota che si rispetti, e da ex calciatore professionista in prima serie per una quindicina d’anni, gli mette un pallone tra i piedi e lo spedisce a giocare dinanzi casa.
Tra le polverose viuzze del luogo il ragazzo cresce alla velocità della luce, nel corpo e nello spirito.
Non ha nemmeno 15 anni quando ai più è già sin troppo evidente che nel Calcio potrà avere un futuro importante.

La sua famiglia, che vanta fiere origini croate, è benestante ed i primi guadagni finiscono nelle mani dei genitori, come giusto che sia in una casa dove certi valori sono reputati fondamentali.
A fargli firmare il “cartellino” numero uno è il Velez, la ex compagine del padre, che lo inserisce immediatamente nel proprio settore giovanile.
Non passa molto tempo e viene impiegato nelle classiche partitelle di metà settimana con la prima squadra, per tentare di mettere in difficoltà i difensori con le sue serpentine e le sue finte di corpo.

I tecnici del club intuiscono presto che l’esordio con i “grandi” arriverà prima del previsto.
A 16 anni Sliskovic entra in pianta stabile nel gruppo ed a 17 ecco la prima gara disputata con i professionisti.
Per sei anni regala spettacolo e giocate sensazionali al pubblico locale, col quale andrà anni dopo a confliggere furiosamente per ragioni inerenti alla sua visione sulla situazione geopolitica del paese.


Tornando in tema, il Velez è ospite fisso nella zona centrale della Prva Liga, il torneo della ex Jugoslavia.
In un paio di circostanze si affaccia nelle zone che contano, riuscendo a far bella figura pure nella Coppa Nazionale, che arriva a vincere nel 1981, battendo in finale i cugini dello Željezničar.
Si tratta del primo trofeo in carriera per Blaz, che saluta il club che lo ha svezzato -e che però non può più trattenerlo- con la compartecipazione alla Coppa dei Balcani, che il Velez vincerà poche settimane più tardi.

Lascia Mostar perché è destinato a platee di rilievo.
Infatti alcuni mesi prima, durante un match di qualificazione alle Olimpiadi di Mosca del 1980 contro l’Italia, ha letteralmente dominato la scena e fatto impazzire la difesa degli Azzurri, costretti a soccombere per 5-2.
Una doppietta, assist come se piovesse ed una serie di giocate assurde contro una compagine allenata da Enzo Bearzot e che schiera giocatori che scriveranno sublimi pagine nella Storia del Calcio come Franco Baresi, Altobelli, Ancelotti e Giovanni Galli, oltre a tanti altri elementi altrettanto di valore quali Fanna, Giuseppe Baresi, Beccalossi e via discorrendo.
Una prestazione monstre che apre al ragazzo palcoscenici altolocati e che fa il paio con le altrettanto notevoli performances esibite ai Campionati Europei del 1978, con la sorprendente conquista del trofeo da parte degli jugoslavi.
Nel mezzo un’apparizione ai Giochi del Mediterraneo -disputati in patria e vinti anch’essi- e l’esordio nella Nazionale A.
Insomma, basta ed avanza per far si che Sliskovic sia pronto a spiccare il volo verso mete maggiormente munifiche, datosi che oltretutto il Velez palesa parecchie difficoltà nel corrispondere ai propri tesserati gli stipendi.

C’è un problema, però.
E non di poco conto.
Difatti la Federazione Jugoslava non autorizza all’espatrio i suoi calciatori fino al superamento della soglia di età prevista (27/28 anni, successivamente modificata verso il basso).
In alcune nazioni come l’Italia, per giunta, le frontiere sono ancora chiuse agli stranieri.
Per il fenomeno di Mostar si scatena quindi un’asta tra i club più importanti del paese.

La spunta l’Hajduk di Spalato, secondo in classifica alle spalle della Stella Rossa di Belgrado nel campionato precedente.
Le ambizioni non mancano, ma purtroppo le cose non sempre andranno per il verso sperato.
Inizialmente accade che l’estrosa mezzapunta perda la testa per una ginnasta russa e decida di raggiungerla, dimenticandosi del Calcio e dei suoi impegni professionali.
Non proprio una novità, calcolando che qualche anno prima, da giovanissimo, aveva sposato la pallavolista Svetlana Kitić.
Festa epocale, oltre cinquecento invitati, alcool che scorre a fiumi e sposalizio che dura da Natale a Santo Stefano.
Lei fugge da una finestra per tornare dai suoi genitori ed avviarsi poi ad una carriera di matrimoni falliti che manco Dinasty.
Lui torna a dedicarsi al cuoio.
Resteranno comunque amici, in qualche modo.
Pure la storia con la russa dura poco, per fortuna del Dio Calcio.
Baka -la comare, come lo chiamano tutti in onore della sua chiacchera coinvolgente- ritorna carico dalle lande sovietiche ma un grave infortunio gli impedisce di prendere parte ai Mondiali del 1982, in Spagna.
Salta anche gli Europei in Francia, nel 1984: i rapporti non idilliaci col tecnico Veselinović sono alla base della sua mancata convocazione per la fase finale della kermesse, con la Jugoslavia che perde tutte le partite e con i tifosi che, come da protocollo, rimproverano al C.T. le sue scelte, comportandone l’esonero al termine della manifestazione.

La Prva Liga non è competizione mediocre, tutt’altro.
Il livello medio è più che discreto, come certificato dal ranking UEFA degli anni in questione.
L’Hajduk sfiora in diverse occasioni la vittoria finale e se la cava bene anche in Europa, dove raggiunge le semifinali di Coppa Uefa nel 1984, con l’eliminazione per mano del Tottenham, e i quarti della stessa competizione nel 1986, uscendo soltanto ai rigori contro i belgi del Waregem.
Vince una Coppa Jugoslava nel 1983, contro la Stella Rossa, con Blaz che segna un gol direttamente da calcio d’angolo e con la prolifica punta Zlatko Vujović forma un tandem offensivo che manda in visibilio la propria tifoseria.
In una amichevole contro l’Avellino -allenato dal santone e connazionale Ivic- torna ad assaggiare le marcature tricolori: in questo caso non gradisce e ne fa le spese il difensore irpino Ferroni, che in una rissa si becca un morso dal nostro e finisce in ospedale.

Dettagli caratteriali a parte, il prossimo step è lo sbarco in una compagine di grido.
Nel 1985 viene eletto calciatore jugoslavo dell’anno.
I soprannomi per lui si sprecano: “Maradona dei Balcani”, “Mago” e “Genio di Mostar” i più gettonati.
La Federazione dà il via libera e tra le varie proposte giunte a Spalato la più consistente, economicamente parlando, è quella del Marsiglia.

Blaz Sliskovic ha 27 anni ed è nel pieno della maturità calcistica.
Come tutti i geni che si rispettino ha un carattere indolente e fumantino.
E, a proposito, fuma come un turco.
Beve litri di caffè al giorno.
impazzisce per gli scacchi e se la cava talmente bene da essere spesso costretto a giocare da solo, per mancanza di avversari all’altezza.
Guarda il 95% delle donne che passano nei suoi pressi, ci prova col 75% di esse e ci riesce col 55% delle stesse: niente male come media, tenuto conto che non è un adone e che porta un baffo zigano da sessantenne che gli regala un’aria stravagante e bizzarra come non mai.
Dopo tanto navigare ha trovato una donna paziente che chiude un occhio si e l’altro pure, se necessario, donandogli un pizzico di stabilità emotiva (…) e due eredi, un figlio ed una figlia.
In campo caracolla in maniera indisponente e quando non gli va sarebbe da sostituire al terzo minuto di gioco.
Ma se è in giornata, oh, non c’è trippa per gatti: è un Top.
Assoluto.

Numero 8 atipico, centrocampista offensivo in grado di dare una mano ai compagni di reparto.
Mezzala e fantasista dal passo compassato e dall’estro indomabile, capace di illuminare il gioco con aperture sopraffine e di saltare l’uomo in dribbling con una facilità irrisoria, quasi irreale.
Agisce ovunque nella metà campo avversaria, sia sulle fasce che dietro alla punta centrale.
Piede destro delizioso, tiro al fulmicotone: una lama, tagliente e preciso.
Rigorista infallibile, ottimo tiratore di punizioni, notevole assist-man.
Possiede innegabilmente le stimmate del fuoriclasse ed esibisce una innata leadership naturale.
Di contro è lento, discontinuo, mostra una maledetta tendenza ad infortunarsi nei momenti meno indicati e ha una professionalità fin troppo ballerina.
In realtà ama il Calcio ed è un ragazzo sveglio, simpatico, generoso, che fa gruppo ed è adorato dai compagni.
Solo che adora pure altre cento cose che, non di rado, confliggono col Calcio, quantomeno a livelli elevati.

Col Marsiglia firma un triennale e disputa una stagione eccellente, esprimendo una inusuale continuità di rendimento e segnando pure un buon numero di reti: termina al secondo posto in classifica in Division 1 alle spalle del vittorioso Bordeaux dell’amico Zlatko Vujović ed è finalista di Coppa di Francia, sconfitto dallo stesso Bordeaux per 2-0.
Sliskovic è eletto miglior giocatore straniero del torneo e fa innamorare una marea di piccoli fans, tra cui un ragazzino che si diverte ad imitarlo e che anni dopo diventerà tal Zinedine Zidane.
L’epopea vincente dell’OM di Tapie è soltanto agli inizi, ma Blaz non ne farà parte: un furioso litigio col tecnico Banide lo fa terminare sul mercato.
Tapie è un intenditore di Calcio ed apprezza una certa tipologia di talento geniale e sregolato.
Ne collezionerà a iosa.
Decide di andare incontro alle richieste dell’allenatore e disfarsi del giocatore, però solo in prestito.
Gli interessamenti non mancano: la stagione precedente ha messo il calciatore al centro delle attenzioni di parecchi club europei.

Baka sogna il campionato italiano, a quei tempi il migliore al mondo.
Vuole misurarsi con gente come Maradona, Gullit, Van Basten, Careca e via col vento.
Di lui si ricorda Giovanni Galeone, tecnico del neopromosso Pescara.
Anni prima era in tribuna in una gara di Coppa Uefa con il Toro dove il balcanico aveva giocato da Dio.
Il Pescara ha appena ingaggiato Leo Junior e, sfruttando le circostanze, riesce ad ottenere pure la firma di Sliskovic.
Quest’ultimo, che impazzisce per il mare oltre a tutto il resto, accetta con entusiasmo.
Spalato, Marsiglia, Pescara: si torna sul familiare Adriatico e va bene così.

L’inizio è col botto: una roboante vittoria a San Siro contro l’Inter, grandissime prestazioni su tutti i campi, umore che raggiunge picchi elevatissimi come mai prima di allora.
Il Pescara di Galeone va a sprazzi, ma l’esperienza di Junior e l’estro di Baka lo trascinano ad una salvezza anticipata che ha del miracoloso.
Sarà la prima e l’ultima in serie A, nella storia dei biancoazzurri.

Quando mancano poche gare alla fine del torneo Sliskovic si infortuna seriamente contro il Torino.
Senza il suo geniaccio in campo il Pescara crolla, nelle seguenti partite: il margine conseguito sino a quel momento gli permette di evitare la B, come detto, ma l’infortunio dello slavo blocca tutti i piani futuri della società.
I dirigenti abruzzesi vorrebbero confermare il calciatore, naturalmente.
Il suo agente ha già ricevuto una offerta ufficiale della Roma, un interessamento approfondito della Juventus ed una proposta di trattativa del Napoli.
Altri club importanti si muovono nell’ombra.
Tutto inutile.
Il fantasista dovrà restare fermo per diversi mesi ed il Marsiglia chiede 8 miliardi di lire per cederlo definitivamente.
Poi cala le pretese, ma il Pescara non può permettersi nemmeno di arrivare alla metà della cifra e chiude intanto per il solito Vujović, nella speranza che il suo ingaggio possa invogliare Blaz a tornare in riva all’Adriatico.
Salta anche questo affare e Sliskovic, che in verità aveva anch’egli sparato pesante sull’ingaggio, deve far le valigie per la Francia.

Il feeling con Galeone, l’amore folle dei tifosi, le serate a base di cibo etnico, amari italici e vino rosso con gli amici, le nottate a giocare a carte e/o a chiudere locali notturni con chiunque passasse da quelle parti.
“Una volta Sliskovic sparì per un giorno intero. Si era imboscato con una cantante
dalle grandi tette. Un’altra volta lo incontrai in centro con la moglie, seduto ad un tavolino con sopra un centinaio di bicchierini appoggiati uno sull’altro. Fatti suoi. Non mi interessa la vita privata dei miei calciatori.
Non faccio il guardiano delle mucche.

E se Baka fosse stato sempre sobrio sarebbe stato il miglior giocatore europeo degli ultimi 30/40 anni.
Come minimo.”

Parole e musica di Giovanni Galeone dedicate a Slivovitz, variante al gusto tonica in onore del suo campione.

Pescara è e resterà casa sua.
Eppure Baka deve traslocare e tornare dove troverà più facilmente le sue adorate Gauloises e meno facilmente l’amore per il suo personaggio.
In sua vece in Abruzzo arriva il discontinuo e talentuoso (tanto per restare in tema) nazionale brasiliano Tita, che se la cava discretamente ma non riesce ad evitare che gli abruzzesi finiscano in B.

Sliskovic invece finisce ai ferri corti con i dirigenti dell’Olympique: si paga l’intervento chirurgico al ginocchio mentre francesi e pescaresi litigano su chi abbia la responsabilità della cosa, e chiede a Tapie di trovargli una sistemazione dignitosa che gli consenta di curarsi e, appena pronto, di tornare in pista con la dovuta calma.
Dalla Germania arriva il timido interessamento di Colonia ed Eintracht di Francoforte, che già in passato avevano cercato il bosniaco.
Le sue precarie condizioni fisiche bloccano sul nascere ulteriori sviluppi.
A fine estate il Monaco si dichiara disposto a pagare il dovuto, se non fosse che il Marsiglia non ha intenzione di venderlo ad una diretta concorrente per la vittoria finale.
Baka si cura, svolge la riabilitazione a Marsiglia e nel mercato invernale, dopo un tenue sondaggio della Sampdoria, trasloca al Racing Club di Lens, come parziale contropartita nell’affare che ha già portato Philippe Vercruysse a compiere il percorso inverso e passare all’OM, in estate.
I giallorossi vengono da un’annata tribolata, dove sono riusciti a salvarsi in extremis dalla retrocessione.
Baka segna una rete in quindici gare e partecipa al disastroso campionato del suo team, che finisce in cadetteria con larghissimo anticipo rispetto alle previsioni.
Altro giro, altra corsa: il neopromosso Mulhouse cerca talenti che possano dare una mano nella lotta per la salvezza.
Il centrocampista gioca bene, segna diverse reti e fa il suo, ma la squadra cede nel finale e va a chiudere mestamente la graduatoria, in solitaria.
Due ultimi posti consecutivi: per Sliskovic la Francia inizia a sembrare una sventura.
Sta per accettare un’offerta dell’Udinese, ma l’affare non si concretizza e lui opta per uno stop temporaneo.
Così, a buffo.
Dopo un po’ al suo citofono bussa il Rennes, altra neopromossa.
Una ventina di partite giocate, nemmeno una rete messa a segno.
Il perfetto viatico per il classico “non c’è due senza tre”.
E infatti giunge il terzo ultimo posto consecutivo, in Division 1.

Nonostante tutto il Rennes vorrebbe tenerlo e ripartire da lui, per provare ad aprire un ciclo.
Una sostanziosa offerta gli viene fatta recapitare pure dal Cannes, ricca ed ambiziosa società della Costa Azzurra.
Lui nicchia: è ateo ma scaramantico e le tre retrocessioni consecutive gli hanno messo addosso una tensione transalpina che non gli piace affatto.
Vuole cambiare aria e quando squilla il telefono, e dall’altra parte del filo sente la voce amica di Galeone, ha un sussulto: “Che ne dici di venirmi a dare una mano, Baka?”.
“Domani sono a Pescara, Mister!”, la risposta del calciatore.
Contratto annuale a poco meno di duecento milioni, con una clausola di altri cento da aggiungere nel caso che le presenze superino le venti unità.

Roster alquanto mediocre, una sessantina di chili di sovrappeso, fasti del passato distanti anni luce e litigi continui con la dirigenza, che pur di non dargli il centone in aggiunta s’inventa i mostri per tenerlo ai margini della rosa e non consentirgli di scendere sul terreno di gioco.
Risultato: revival tristissimo e quarta retrocessione consecutiva.
Da record.

Nel frattempo Blaz ha giocato da capitano alcune gare non ufficiali con la neonata selezione della Bosnia, in una fase dove nel suo paese succede letteralmente di tutto.
Con la Jugoslavia aveva già chiuso a metà anni ottanta dopo una trentina di presenze ed una infinita serie di infortuni e di immancabili litigi con gli allenatori che avevano finito col minarne la credibilità sportiva.

Oramai il treno del Calcio che conta è passato da un bel pezzo ed al giocatore non resta che tornare nei pressi di casa propria, ove pian piano la situazione sta “evolvendo”: qui si ferma per qualche mese, prima di accasarsi in un piccolo club croato, Hrvatski Dragovoljac, dove fa qualche comparsata in campo ed inizia a studiare da allenatore.

Nel 1996 torna a Mostar, allo Zrinjski, firma un biennale e chiude la carriera da calciatore, omaggiando i presenti di qualche famigerato sprazzo dei suoi, altissima scuola.

Senza rimpianti, perché Baka è fatto così.
Un virtuoso impregnato di classe e follia.
Adora la vita, la vive e la respira sino all’ultima goccia.
Vada come vada, se è così che deve andare.
Il suo idolo, Johan Cruyff, se l’è cavata meglio a livello di bacheca e manco poco, ma in quanto a sigarette, beh, lo slavo se l’è mangiato a colazione.
E per ora, fortunatamente, anche da quel punto di vista gli è andata molto meglio rispetto all’olandese.

Tornando al campo e volendo essere onesti fino in fondo, al buon Sliskovic è mancata la consacrazione nei grandi tornei continentali ed intercontinentali, per poter assurgere alla vera ed autentica gloria.
Un Mondiale e/o un Europeo avrebbero indirizzato la sua carriera in tutt’altra maniera, è evidente.

Oggi è felicemente nonno: la figlia, ex giocatrice di pallamano e moglie di un calciatore, gli ha regalato un bel nipotino, una decina di anni fa.
Il figlio, a sua volta ex calciatore, collabora con lui nello scouting.
Nel 2021 Baka è un bell’uomo, posato e fine, che pare più giovane di trent’anni fa.
Ed è anche un buon allenatore.

Ha guidato la Nazionale della Bosnia e pure compagini bosniache, croate, rumene, albanesi, cinesi, saudite e di Hong Kong.
Da pochi mesi siede sulla panchina dello Željezničar, i ferrovieri di Sarajevo.
In passato è stato vicino al ritorno al Pescara, da allenatore.
Sarebbe stato ed è il suo sogno e chissà che non lo riesca a realizzare, prima o poi.

Schietto, verace, senza filtri.
Legatissimo ad un Calcio che oggi non esiste più, come me e come tanti altri.
E legato pure a quello odierno, in qualche modo, perché l’amore ha vie misteriose.
Un calciatore di personalità, carisma, carattere.
Un uomo che vive da viveur.
Un talento semplicemente strepitoso e nessuna voglia di sbandierarlo al mondo senza aver prima goduto dei suoi piaceri quotidiani preferiti.
Quella figurina della Panini, poi, col baffone vintage, il fisico da torneo amatoriale e la stoffa del fuoriclasse.
Come non amarlo?
Come?

Blaž Slišković: Genio & Sregolatezza.
Mica per scherzo.

V74

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