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Due premesse, entrambe improcastinabili.

La prima, un sincero outing: io sono sempre stato (…) perso per Pezzey.

La seconda: di Bruno Pezzey non se ne parla il dovuto, anche sul web, forse a causa del fatto che ci ha lasciato con infinito anticipo rispetto alle consuetudini.

Invero ce ne dovrebbe essere una terza: e cioè che parliamo di un autentico gigante nel suo ruolo.

Perché Bruno Pezzey è stato senza alcun dubbio uno dei migliori difensori della sua generazione, pur abbondantissima di assoluti fuoriclasse e campioni conclamati.

Austriaco di natali, italiano nello stile di gioco, tedesco nell’indole, inglese nell’interpretazione del ruolo, è riuscito a condensare in una sola figura le migliori tradizioni calcistiche europee del tempo, unendo la proverbiale grinta che un difensore dovrebbe possedere per DNA alla tenacia che differenzia un buon elemento da un vincente, con in aggiunta quel pizzico di personalità che a certi livelli fa la differenza e definendo il già notevole quadro con pennellate di classe pura e sprazzi di cifra stilistica che raramente avranno duplicati di siffatta grandezza negli anni a venire.

Il suo palmares, ad onor del vero, non racconta fino in fondo la bravura del giocatore.

Eppure non vi è un addetto ai lavori, un esperto, un appassionato che abbia vissuto quel periodo e non la pensi come il sottoscritto.

Qualcosa vorrà dire, tenuto conto che un abbaglio dura solitamente il tempo del bagliore negli occhi e poi, prima o poi, svanisce.

Invece da quando Pezzey ha lasciato il Calcio e il pianeta Terra sono ormai passati ben cinque lustri.

E lui è ancora qui tra noi, nella mente e nel cuore.

Pur, lo ribadisco, senza l’eco mediatica che meriterebbe.

Per una volta voglio partire dalla fine, drammatica ed ingiusta, per certi versi -purtroppo- quasi pronosticabile.

Siamo nel 1994, per essere precisi alla fine del 1994.

Tra poche ore si festeggerà l’arrivo del nuovo anno e tutto il Mondo è indaffarato per gli abituali preparativi dell’incombente Capodanno.

Bruno, come ogni sabato, prepara il borsone per la sua partita del sabato.

Hockey su ghiaccio, non calcio.

Si, perché adora questo sport e lo segue con passione, sviluppandone anche alcune attitudini in funzione del suo nuovo lavoro di allenatore di giovani calciatori, finendo con l’appassionarsi a determinate metodologie di training degli sport sciistici e convincendosi -in anticipo sui tempi ed al contrario delle abitudini del periodo- di come sarebbe cosa buona e giusta puntare soprattutto sul talento, piuttosto che soltanto sulla forza bruta degli adolescenti, in quanto quest’ultima può essere bene o male formata e plasmata, mentre il talento no.

Negli anni successivi il calcio tedesco lavorerà proprio sulle medesime linee base e tornerà ai vertici mondiali, lasciando la sensazione in coloro che ne conoscevano e condividevano le idee che Pezzey sarebbe potuto diventare anche un ottimo tecnico, oltre che un grande calciatore, quale è stato.

Tornando a quella maledetta fine d’anno del 94, mentre sta per chiudere il succitato borsone ed uscire di casa Bruno si imbatte nella moglie, stressata e nervosa come ogni donna di casa che si rispetti che sia affaccendata in una delle attività più spossanti per eccellenza, per chi gestisce una famiglia: il Cenone di San Silvestro.

Forse per un presentimento, forse per una semplice coincidenza, fatto sta che la signora, che pure in diverse occasioni si era distinta per non essere di passaggio nelle decisioni della coppia, tutt’altro, invita il compagno a darle una mano e, per una volta, trascurare gli amici e la consuetudine del weekend.

Pezzey l’abbraccia calorosamente, le stampa un bacio in fronte e le promette che tornerà prima del solito e la aiuterà a sistemare ogni cosa.

Lei è contrariata, ma si fida ciecamente del marito e lo accompagna al garage.

Non lo rivedrà mai più.

Bruno infatti si reca al centro sportivo, non prima di essersi raccomandato col suo caro amico Robert Trenkwalder -celebre tecnico ed allenatore di parecchi famosi sciatori col quale, unitamente alle rispettive famiglie, ha in programma di festeggiare il nuovo anno alla stessa tavola che la moglie stava affannosamente provvedendo a sistemare ed imbandire- di portare i botti che avevano comprato insieme un paio di giorni prima.

Con loro è invitato a festeggiare anche Günther Mader, una delle punte di diamante del prolifico sci austriaco ed amico fraterno di Pezzey, con cui condividerà un destino avverso e per fortuna ben meno tragico e con il quale, in quei giorni, si è divertito a discutere del Natale appena trascorso, del Capodanno oramai alle porte e di come proseguire i festeggiamenti per il compleanno dell’ex calciatore, che di lì a breve dovrà soffiare sulle quaranta candeline.

Anzi: avrebbe dovuto.

Fa freddo, come logico che sia a fine dicembre in Tirolo.

Mancano una decina di minuti scarsi alla chiusura della partitella tra amici e Bruno, ovviamente in campo come difensore, ha un leggero malore: lentamente si avvicina alla balaustra che costeggia il campo, si appoggia ad essa e prende fiato.

Uno dei compagni lo nota e si avvicina, chiedendogli cosa stesse succedendo.

Non è la prima volta che Pezzey manifesta problematiche di salute: durante la sua carriera vi sono stati diversi episodi allarmanti che ne avevano minato, in almeno un paio di occasioni seriamente, il possibile proseguo dell’attività sportiva, quantomeno a livelli professionali.

Poi tutti i controlli non avevano dato esiti preoccupanti: siamo a cavallo tra gli anni 80 ed i 90 e tra sostanze somministrate di nascosto, interessi economici e sportivi da salvaguardare e tutto il resto, viene il dubbio che non si sia voluto andare troppo per il sottile.

Vero è che comunque il ragazzo si sottopone spesso a controlli generici che evidenziano “solo” un leggero soffio al cuore, nulla di eccessivamente complicato: “Una marea di persone convive con situazioni ben più gravi senza patemi”, è la frase che si sente ripetere dai dottori, un modo per tranquillizzare lui e chi lo circonda, senza dubbio.

“Dammi qualche minuto per riprendermi”, dice Pezzey rivolgendosi al compagno preoccupato, rassicurandolo ma, al tempo stesso, ammettendo una stanchezza inusuale.

“Macché, ormai abbiamo finito ed ora ce ne andiamo a casa a brindare, su”, replica l’altro.

Nemmeno il tempo di concludere la frase ed il primo crolla a terra, come tramortito da un colpo alla testa.

Pochi secondi e si consuma un dramma allucinante, inimmaginabile in quel frangente ed in quella situazione di festa e amicizia.

Pezzey è privo di conoscenza, in arresto cardiaco: i cellulari ancora non sono pane quotidiano ma il centro sportivo ha un telefono dal quale subito si allertano i soccorsi, che giungono con estrema celerità ed iniziano le manovre di rianimazione.

I compagni sono sorpresi quanto disperati e, dopo aver contattato la moglie dell’ex calciatore, provvedono ad accompagnarla ad Innsbruck, nel più grande ed attrezzato centro ospedaliero della regione, dove intanto è stato portato l’uomo.

Una corsa contro il tempo che si rivela inutile: nonostante gli sforzi dei sanitari il fragile cuore di Bruno Pezzey si ferma alla soglia dei quarant’anni, dopo meno di un paio di ore dal ricovero in emergenza.

Lascia, oltre la moglie Silvia, anche due figlie: Raphaela, oggi giornalista sportiva, e Romina, che lavora per la Swarovski.

L’informazione non viaggia ancora ai ritmi vertiginosi odierni e la notizia si diffonde con una certa lentezza, tenendo conto del fatto che nel primo pomeriggio quasi tutte le redazioni giornalistiche e radiotelevisive hanno chiuso bottega, per l’imminenza del veglione.

Pian piano, soprattutto nella mattinata del giorno dopo, chi deve sapere, sa.

Ed è un tripudio di tristezza, incredulità, disperazione.

Un destino veramente amaro, crudele, impronosticabile per un ex atleta che ha da poco concluso la carriera, che non ha mai avuto vizi strambi, che non ha mai fumato, mai bevuto oltre il classico bicchierino d’ordinanza e che ha perennemente avuto un comportamento professionale e signorile sia in campo che fuori.

Quel soffio al cuore, evidentemente, ha voluto prendere il sopravvento su tutto il resto.

Come detto, da pochi mesi Pezzey si era insediato sulla panchina della Under 21 austriaca, dopo un paio di anni come vice ed assistente, per farsi le ossa al termine di un’ottima carriera che avrebbe solamente meritato qualche trofeo in più.

Tra i recordman delle convocazioni nelle rappresentative mondiali, il mitico “Resto del Mondo”, che ha anche capitanato, oltre ad innumerevoli citazioni nelle migliori formazioni del suo tempo, a titoli onorari come se piovesse tra i quali titolare nella formazione del secolo dell’Eintracht Francoforte, idem come sopra nel sondaggio tra i tifosi del Werder Brema, indiscusso Top tra i giocatori austriaci di sempre, numero uno assoluto tra i nati nella sua regione, omaggiato dell’intitolazione di una stazione della metro a Francoforte e, alquanto rilevante, presente per svariate volte consecutivamente nelle nomination del Pallone d’Oro, in un paio di casi vicinissimo alla top ten in trofeo quasi mai benevolo nei confronti dei difensori ed in un periodo nel quale la concorrenza era feroce.

Pure il soprannome, BECKENBAUER del BODENSEE, dice parecchio sul giocatore, visto che per molti è stato forte quanto l’altro, un mostro, e che per le statistiche è riuscito addirittura a segnare più del primo, in Bundesliga.

Numeri da primato per un calciatore che già giovanissimo aveva mostrato doti importanti: gli inizi nel FC Lauterach, sotto casa, dove muove i primi passi da giocatore e si mette in mostra per il suo fisico già ben impostato e per la determinazione negli allenamenti ed in partita.

Quasi automatico il passaggio nel vicino FC Vorarlberg, piccolo club di provincia, dove assaggia la serie A e dimostra di cavarsela più che dignitosamente nonostante la giovanissima età, la poca esperienza ed un team mediocre e destinato alla inevitabile retrocessione.

Viene così notato dai dirigenti del Wacker Innsbruck, società con una storia importante nel torneo austriaco, che lo continuano a monitorare per qualche mese e poi, sotto pressione del proprio allenatore-giocatore, affondano il colpo e gli fanno firmare il primo contratto da professionista.

Il nostro, all’alba della maggiore età, si ritrova quindi già titolare in una compagine di buon livello.

Il salto sarebbe potuto essere ancora più lungo, geograficamente parlando, se il padre non si fosse impuntato nel desiderio di volere il figlio ancora vicino casa per completare gli studi come disegnatore tecnico, piuttosto che vederlo trasferirsi a Vienna, dove il Rapid gli avrebbe offerto un contratto migliore, o a Graz, dove lo lo Sturm era disposto a pagare parecchio per il suo cartellino.

Ad Innsbruck resta quattro stagioni e vince il campionato al primo colpo, bissando il risultato un paio di annate più tardi.

Nel primo anno vince pure la Coppa d’Austria al termine di una sofferta doppia gara contro il succitato Sturm.

Ed esordisce pure in Nazionale, diventandone presto un pilastro inamovibile, con oltre 80 gare disputate, due Mondiali giocati, in Argentina e Spagna, protagonista del mitico Miracolo di Cordoba, l’epica vittoria degli austriaci sui tedeschi dopo quasi cinquanta anni di attesa.

Avrebbe dovuto giocare pure il Mondiale italiano del 90, ma il suo ex compagno Hickersberger, selezionatore della Nazionale, lo riteneva ormai usurato e decise così di puntare su un paio di giovani virgulti, in difesa.

Se ne pentirà e si scuserà pubblicamente anche con l’amico, il quale -delusissimo- nel frattempo aveva chiuso polemiche e discussioni ed aveva orgogliosamente dato l’addio alla stessa Nazionale e, di lì a poco, anche al Calcio.

Dopo l’ottimo Mondiale disputato in Argentina, Pezzey aveva ricevuto parecchie offerte per andare a giocare in tornei importanti.

Consultatosi con la fidanzata Silvia, che un anno più tardi diventerà sua moglie, e col benestare paterno, d’intende, decide di accasarsi all’Eintracht di Francoforte, club che da qualche anno si avvicina alle posizioni di vertice e che ambisce, dopo un paio di recenti trionfi in Coppa di Germania, a ritornare a vincere quel campionato che manca in bacheca da oltre venti anni.

Non ci riuscirà.

Pezzey, pagato a peso d’oro, ripagherà comunque l’investimento contribuendo da protagonista al più importante trionfo nella storia del club, la vittoria della Coppa Uefa nel 1980: praticamente una Coppa di Germania, visto che nelle fasi finali si sfidano quattro compagini teutoniche.

In semifinale Pezzey gioca una pessima gara a Monaco di Baviera, contro il Bayern, procurando un rigore e non esprimendosi ai suoi abituali standard.

Per il ritorno, dopo il 2-0 dell’andata, i bavaresi si sentono tranquillamente già in finale, partendo dal presupposto che con l’attacco che si ritrovano, Hoeneß-Rummenigge, un gol dovrebbero riuscire a farlo pure in trasferta.

E così andrà, salvo il fatto che ne beccheranno ben cinque, 2 nei tempi regolamentari ed altri tre nei supplementari, che regaleranno la finale agli avversari.

Le prime due reti portano la firma di Pezzey, che riscatta a modo suo la grigia prestazione personale dell’andata.

Finale soffertissima contro il Borussia Mönchengladbach, risolta soltanto nei minuti finali del ritorno, e coppa in bacheca.

La vetrina europea, oltre che le solide prestazioni con l’Austria, pongono il difensore all’attenzione degli squadroni del tempo.

Molti dei suoi compagni di Nazionale hanno sfruttato le occasioni e si sono accasati in compagini di grido e in campionati che consentono di monetizzare il momento: e dopo aver alzato la Coppa Uefa, sul tavolo di casa Pezzey piovono parecchie offerte intriganti.

La prima, as usual nel mercato interno, è del Bayern.

Poi ci prova l’Arsenal, infine è il Torino a proporre un contratto al giocatore.

L’Eintracht riflette, poi rifiuta: sogna lo Scudetto e Pezzey è un elemento imprescindibile in questo progetto vincente.

Nella stagione successiva arriva una DFB-Pokal, la Coppa di Germania, ma in campionato ancora niente da fare per la vetta.

Idem negli anni successivi, col Francoforte che si ritrova in crisi economica ed è costretta a cedere il suo giocatore cardine nell’estate del 1983.

Già in precedenza la società tedesca aveva vacillato: dopo le proposte di cui sopra, era stato il Genoa a tentare l’acquisto del calciatore, che i giornali davano già in maglia rossoblu.

Affare saltato in extremis, così come con la Fiorentina un anno dopo: in questo caso mancava solo la presentazione ufficiale, visto che Bruno si era detto entusiasta della destinazione e che le società avevano definito la trattativa.

Silvia, consorte e consigliera, spiega al marito che non ha alcuna intenzione di interferire nella sua carriera ma che lei non si trasferirà in Italia manco per sbaglio: i gigliati chiudono per l’argentino Passarella ed il treno italiano non passerà mai più.

Purtroppo, per noi e per lui.

E pure per la bella Silvia, mi consenta, come direbbe il suo corrispettivo maschile.

Nell’estate del 1983 è il Werder Brema ad offrire una cifra irrinunciabile all’Eintracht e portare a casa il ragazzo: Otto Rehhagel, tecnico dei biancoverdi, dopo aver perso il precedente campionato per un soffio, a causa della differenza reti, è sicuro che con un rinforzo difensivo di qualità, lo Scudetto non potrà sfuggirgli.

Il ragionamento non fa una piega, ma ancora una volta il destino ha in serbo altri progetti per Pezzey: la vittoria della Bundesliga tedesca, una ossessione, non arriverà manco con la maglia del Werder.

Ci andrà vicinissimo, però: l’annata 1985/86 inizia col duello tra il potente Bayern di Monaco ed il Werder Brema che solo pochi mesi prima era arrivato secondo proprio dietro ai bavaresi.

Un duello senza esclusione di colpi: al termine del girone di andata, nello scontro diretto, il Bayern allunga vincendo per 3:1, ma la gara è rovente.

Augenthaler, roccioso difensore dei campioni in carica, si macchia di un’entrata durissima su Voller lanciato a rete: il regolamento non prevede ancora il fallo da ultimo uomo, né tantomeno l’espulsione diretta, cosicché il buon Klaus se la cava con un semplice cartellino giallo e, a fine gara, fa divampare le polemiche sostenendo che se un attaccante va via in velocità contro un calciatore del Bayern, è destinato a fare una brutta fine.

Voller finisce sotto i ferri, vedendo compromessa la stagione, e da Brema partono accuse pesantissime contro il sistema di gestione del calcio tedesco.

Pezzey dichiara che, come ha imparato a Francoforte, per vincere nel calcio germanico non bastano tecnica ed allenamenti, ma è fondamentale il potere in Federazione.

Poi, nello spogliatoio, impone ai compagni di chiudere ogni polemica e li invita a concentrarsi sul terreno di gioco, dicendosi convinto di poter battere il Bayern anche in campionato, dopo averlo sconfitto in Europa pochi anni prima.

Allo scontro diretto del ritorno il Werder arriva con due punti di vantaggio ad una giornata dal termine: a pochi minuti dal fischio finale della partita l’arbitro smentisce ogni complottismo di sorta e concede un rigore ai biancoverdi per un goffo intervento di Lerby, laterale danese dei bavaresi, proprio all’ingresso della sua area.

La panchina del Werder festeggia come se pratica fosse ormai definitivamente chiusa ed archiviata, nonostante Rehhagel si dimeni come un pazzo per invitare tutti alla calma.

Dal dischetto si presenta lo specialista Kutzop, difensore glaciale e preciso; in tutta la sua carriera sbaglierà un solo calcio di rigore.

Il più importante: quello.

Pfaff, guardiano belga del Bayern, osserva immobile la traiettoria del pallone che si infrange sul palo alla sua sinistra, graziando i monegaschi.

Nell’ultima gara della stagione il Bayern seppellisce di reti il Borussia Mönchengladbach, mentre il Werder perde di misura a Stoccarda e dice addio ancora una volta allo Scudetto al fotofinish, per la differenza reti, stavolta in maniera oltremodo beffarda.

Un trauma ancora oggi ben presente nella memoria collettiva del Calcio mitteleuropeo.

Si rifaranno un paio di stagioni più tardi, i ragazzi di Otto.

Ma Pezzey, come da destino, non ci sarà.

Ha svolto tutta la preparazione estiva senza problemi, ha posato amabilmente per le foto di rito, ha ritirato da poche ore il materiale di allenamento consegnato dallo sponsor.

Tutto ok?

Non proprio: dall’Austria è arrivata una buona offerta per il suo cartellino.

Lo Swarovski Tirol, facente capo al noto marchio, ha da poco più di un anno acquistato il titolo del Wacker Innsbruck, dispone di ingenti capitali ed ha intenzione di costruire una compagine di buon livello, in grado di primeggiare nel proprio torneo di appartenenza ed, eventualmente, affacciarsi in Europa con discreta competitività.

Il precedente campionato si è concluso con un onorevole terzo posto, ma la voglia di scalare ulteriori posizioni è evidente.

Quale miglior biglietto da visita che presentarsi ai blocchi di partenza della prossima stagione con un giocatore esperto e carismatico e, per giunta, originario della zona e simbolo della stessa?

Il Werder ci pensa: Pezzey non è più giovanissimo, inizia a palesare qualche problema fisico e le ultime prestazioni non sono state propriamente eccezionali.

Rehhagel lo stima, lo spogliatoio lo adora e i tifosi lo venerano, ma in società sono convinti, e non a torto, che a 32 anni suonati questa sia l’ultima occasione per recuperare una cifra seria dalla sua cessione.

Dall’Austria il santone Happel, appena insediatosi sulla panchina della squadra tirolese quasi a volerne confermare le ambizioni di primato, smentisce decisamente la trattativa, definendo Pezzey “troppo lento” per il suo modo di intendere la fase difensiva.

Per chi mastica calciomercato, è la conferma: poche ore e Pezzey ritorna ufficialmente a casa.

La vittoria della Bundesliga tedesca resterà per lui un’ossessione irraggiungibile, alla quale si aggiungerà la beffa del trionfo del Werder proprio in quella stagione, col Meisterschaft portato a casa dopo un lungo testa a testa -e figuriamoci- col Bayern.

Lo Swarovski invece non andrà oltre un deludente sesto posto nel proprio campionato, cavandosela egregiamente invece in Coppa Uefa, dove eliminerà squadre di ottimo blasone ed arrendendosi solamente in semifinale agli svedesi del Goteborg, futuri vincitori della competizione.

Negli anni successivi si invertirà la tendenza, con poche note positive in Europa ed un discreto bottino interno, tra cui una Coppa d’Austria e due Scudetti con Pezzey protagonista fino al suo ritiro, avvenuto prima dei Mondiali del 90, a 35 anni compiuti.

Si conclude così, con la mancata convocazione alla kermesse italiana, la parabola calcistica di un fuoriclasse non baciato dalla sorte come -a parer mio-, eh- avrebbe meritato.

Un difensore moderno, carismatico, che incute rispetto, dotato di un’ottima tecnica di base, di una discreta visione di gioco, di un notevole stacco aereo, capace di esprimersi più che dignitosamente sia da stopper che da libero, polivalente come pochi altri nel suo ruolo.

Continuo, tenace, indomito.

Non cattivo, ma deciso: in Germania beccò 10 giornate di squalifica, poi ridotte a 6 in appello, per aver colpito un avversario nelle parti intime, dopo essere stato ripetutamente provocato su argomenti sui quali non transigeva.

Ma restò un episodio isolato: tutti lo ricordano come un uomo di valore, modesto, umile, dedito al Calcio ed alla famiglia.

Nel mio Resto del Mondo ideale, tra coloro che ho visto giocare, lo metto titolare insieme a Puyol, come centrale di difesa, spedendo in panchina e tribuna gente di altissima levatura.

Rispetto allo spagnolo Pezzey ha una bacheca infinitamente meno addobbata e gli rende parecchia differenza sullo scatto, complice la decina di cm di altezza che l’uno passa all’altro.

Ma l’austriaco era più bravo negli inserimenti offensivi e nell’impostare il gioco da dietro, praticamente un centrocampista aggiunto in un periodo storico dove Xavi ed Iniesta ancora non erano stati procreati.

I due hanno in comune, però, la leadership inside, la personalità iconica, la pulizia nel tackle, la determinazione feroce, la costanza di rendimento, l’amore per il Calcio.

Oltre che la stima e l’affetto di compagni, tecnici, tifosi e, udite udite, “nemici”.

Caratteristiche, per il sottoscritto, assolutamente imprescindibili.

E, soprattutto, possiedono la convinzione che fino a quando non arriva il fischio finale, la partita non è mai chiusa.

Lo scrivo e lo penso al presente dopo aver passato lunghi periodi in Austria, approfondendo la sua figura, e nella certezza che bisognerebbe alimentare maggiormente il suo ricordo.

Nel mio piccolo, provo a contribuire alla causa.

Ciao Bruno, Riposa in Pace.

V74

2 Replies to “Bruno Pezzey”

  1. From the start which is the inexorable end and almost made it impossible for me to read on for its heartbreakingly beautiful tribute, to the knowledge at the end of reading that you have indeed contributed much to what should be so much more venerated of Bruno, not one word will ever be forgotten. As nor will he. Thank you.

    1. Thanks to You for the comment.
      Yes, Bruno is always in the hearts of those who remember His splendid figure.
      These days, even more.
      A sweet thought to heaven for Him and a warm greeting for You.
      Claudio

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