- 1996
Adventures in Foam
Amon Tobin è un bravo DJ di origine brasiliana, che nell’ultimo ventennio si è distinto per la capacità di variare il suo stile musicale e per aver ampliato il proprio raggio d’azione con altre forme di intrattenimento, componendo colonne sonore per cinema e videogiochi, dedicandosi alla fotografia applicata al suo ambiente e proponendo soluzioni innovative nelle esibizioni dal vivo.
Un talento multiforme e dal complesso percorso sonoro.
Una decina, i suoi lavori in studio.
Il migliore è probabilmente l’imprevedibile Bricolage, del 1997, che precede il buon Permutation (1998) e l’intrigante Supermodified (2000) e che va con essi a comporre una sorta di trilogia dal notevole impatto acustico.
Con diversi pseudonimi il nostro Amon ha pubblicato in totale un’altra decina di dischi.
E qui la classifica non ammette discussioni: il più interessante, senza alcun dubbio, è il primo di essi, in ordine cronologico.
Siamo nel 1996 e Tobin, con l’alias Cujo, in onore al romanzo di Spephen King, si affaccia sul mercato discografico con l’album Adventures in Foam.
Un disco impegnativo, per un autore che in quel momento è un autentico sconosciuto.
Difatti da qualche anno Tobin si è trasferito in UK: a Brighton, per l’esattezza.
La sua famiglia, quando lui era un pargoletto, ha girovagato un bel po’.
Dopo essere partiti dal Brasile i genitori hanno fatto tappa in Marocco, nei Paesi Bassi, in Portogallo ed in altri posti.
Il padre, irlandese, e la madre, brasiliana, non hanno alcuna connessione col mondo musicale: eppure l’erede, sin da piccolino, sviluppa un forte interesse per la materia.
Ventitreenne, mentre frequenta un corso di fotografia nell’Università di Brighton, Amon Tobin si imbatte in un manifesto che pubblicizza la richiesta della casa discografica Ninebar, alla ricerca di nuovi talenti per il proprio catalogo.
Il sudamericano, che a casa dispone di una discreta attrezzatura per comporre musica elettronica, decide di approfondire la cosa -anzi: la traccia- e di proporsi, inviando alcuni suoi demo.
Manco il tempo di metterli su ed alla Ninebar capiscono subito di avere a che fare con uno che ha stoffa.
Gli sottopongono un contratto e lo invitano a produrre il suo primo lavoro, con Tobin che inizia a fare la spola tra Brighton e Londra, cominciando a maneggiare strumentazioni professionali ed interagendo con diversi artisti di spessore della scena londinese.
Coldcut, DJ Food, Funki Porcini ed altri ancora hanno modo di ascoltare alcune sue basi e lo segnalano alla Ninja Tune, una casa discografica in espansione che, dopo averne rilevato i diritti dalla Ninebar, si convince ad aumentare la tiratura del disco, che fino a quel momento è di sole cinquemila copie.
Nello stesso periodo, in una modalità che ancora oggi risulta essere poco chiara, l’opera viene pubblicata pure negli USA, dalla Shadow Records.

Potrebbe sembrare abbastanza sorprendente, questa diatriba tra società discografiche.
In realtà Adventures in Foam è un esordio roboante, ancor di più per un album di musica elettronica ed in una fase storica nella quale un determinato sound viaggia a ritmi vertiginosi, sul mercato.
AiF è un lavoro estremamente complesso, pur nella apparente semplicità con cui è stato concepito e realizzato.
Svaria dall’IDM (Intelligent Dance Music) all’Ambient, spingendosi non di rado nel Trip-Hop e facendo l’occhiolino al Jazz, senza peraltro rinunciare ad una sperimentazione ardita e continua in generi come Brakbeat, Drum & Bass, Downtempo e chi più ne ha, più ne metta.
Per essere al suo primo disco, beh, Amon Tobin si muove davvero come un portento.
Ovviamente non è roba per tutti, intendiamoci.
L’elettronica ha i suoi cultori e talvolta manco loro sono in grado di sciropparsi un intero album dall’inizio alla fine, diciamocela tutta.
Ed anche AiF, per quanto stupendo, di certo è stato stoppato in varie occasioni dall’ascoltatore di turno, incluso il malato di campionatori e sonorità estreme.
Inutile girarci troppo intorno, secondo me: questo tipo di ascolto necessita di pazienza, passione, tempo, voglia.
Non è una classificazione tra chi può e chi non può, ci mancherebbe.
Piuttosto è un viaggio che, così come se fosse una vacanza o una dieta, richiede consapevolezza e convinzione per essere portato a termine, altrimenti il gioco non varrà mai la candela.
Tracklist:
1. Adventures In Foam – Intro
2. Cat People
3. Northstar
4. Fat Ass Joint
5. Ol’ Bunkhouse
6. Paris Streatham
7. Vida
8. Traffic
9 Reefs Edge (Interval)
10. Sighting
11. Break Charmer
12. Method
13. On The Track
14. Cruzer
Le versioni dell’album sono parecchie, tra ristampe ed aggiunte varie.
Io posseggo l’originale, in formato CD.
Buttai letteralmente il sangue, per procurarmela.
Mesi prima avevo letto un trafiletto sul Mucchio Selvaggio, buonanima, e mi ero incuriosito.
Riuscii a togliermi lo sfizio in quel di Berlino, in una delle prima circostanze nelle quali approcciai quella che diventerà una delle mie città del cuore.
Fermo restando e ribadendo che si tratta di un ascolto da fare nella sua interezza, come detto, per comprendere appieno il valore dell’opera e l’intento dell’artista.
Però qualche pezzo che mi gasa di più c’è: Traffic, Northstar, Cat People, The Method, Ol’Bunkhouse.
In rigoroso ordine di graduatoria, ecco.
Influenze?
Direi parecchie: ma è una miscela di suoni che non è soggetta a citazioni, bensì a richiami.
Talvolta appare eccessivo: ma il segreto, a mio parere, è gustarselo a periodi.
Poiché è anche molto atmosferico, diciamo che sarebbe opportuno inserirlo nel mood adatto.
Notturno, preferibilmente.
Tra la metà e la fine degli anni novanta sono stati pubblicati dischi veramente strepitosi.
Di elettronica pura e non soltanto.
Adventures in Foam, con la sua copertina disegnata con l’aiuto di photoshop dallo stesso autore e, soprattutto, con il suo sound oltremodo vivido e tremendamente futuristico, merita di essere considerato come una chicca.
In sintesi: per intenditori, per appassionati e per matti.
Maneggiare con cura.
Estrema cura.
Cujo – Adventures in Foam: 7,5
V74
