• Tra i primi Idoli…

E dopo Campioni e Mondiali, ecco la normalità.

Intendiamoci: Filisetti è stato un buon calciatore, seppur non abbia raggiunto vette clamorose in carriera o possa esibire una bacheca da record.

Anzi…

Ha un pregio innegabile, però: è stato uno dei miei primi idoli.

Più specificatamente fa parte di una “speciale lista”: quella dei giocatori che il sottoscritto ha preso in simpatia, ha agognato per la sua Lazio e poi, quasi magicamente, li ha visti indossare proprio la Maglia Biancoceleste.

Una questione onomatopeica, mi verrebbe da dire.

Daniele Filisetti: suona affidabile, solido, duraturo.

E come affidabilità, egli non si discute.

Filisetti nasce agli inizi di Settembre del 1959 in quel di Nembro, Val Seriana.

Gente tosta, spigolosa ma sincera, che ama il lavoro e lo rispetta col massimo dell’impegno.

Daniele è un giovanotto sveglio, educato e dinamico: adora il calcio, ma non disdegna la lettura e mostra fin da subito uno spiccato senso d’appartenenza al suo territorio di origine.

Parte dall’oratorio sotto casa e poi cresce nelle munifiche giovanili atalantine -tranne un breve interregno nell’Albinese- dove svolge tutta la trafila del settore fino alla soglia della prima squadra.

Trattasi di un prospetto di difensore vecchia scuola, concentrato sull’uomo, dal fisico asciutto e con una buona tempistica in elevazione.

Tecnicamente non è eccelso, come d’uopo nel ruolo, e non è un fulmine di guerra a livello di passo.

A Bergamo esordisce presto in prima squadra e lo fa unitamente ad un plotone di ragazzi provenienti dal vivaio, come spesso capitava -e capita tuttora, seppur non con gli stessi ingenti numeri- agli orobici.

Al tramonto degli anni 70 entra a far parte stabilmente della rosa atalantina, allenatore il mitico Titta Rota.

Dopo la cocente retrocessione dell’anno precedente la società ha allestito una squadra giovane e rampante, ma in realtà abbastanza indebolita da cessioni importanti e con qualche infortunio di troppo a minare il già precario equilibrio di una compagine inesperta e particolarmente impulsiva.

L’esperienza del Mister ed un finale in crescendo regalano la salvezza al team orobico e Filisetti mette in cascina ben 27 presenze (con una rete), per la maggior parte da titolare, schierato quasi sempre come terzino sinistro poco fluidificante e attento soprattutto alla fase difensiva.

La stagione successiva vede ai nastri di partenza una Atalanta ambiziosa: in società la dinastia Bortolotti si è data il cambio tra padre e figlio, con l’ex laterale della Nazionale Facchetti che va a dar manforte a figure che poi diverranno storiche quali il dirigente e futuro presidente Ruggeri ed il capace e solerte segretario Randazzo.

La squadra viene rinforzata con diversi elementi di spessore ed al timone va ad insediarsi un ruspante tecnico che successivamente diverrà un autentico marpione della categoria, alias Bruno Bolchi.

Il torneo è duro: Milan e Lazio sono finite all’inferno e vogliono risalire subito.

E pure le altre non stanno certo a guardare.

L’ Atalanta parte con idee di vertice, ma il feeling tra giocatori ed allenatore non sboccia.

Terminato un girone di andata alquanto deludente Bolchi viene esonerato e sostituito da Corsini, ex Lazio post-scudettata.

Stagione che non decolla, anzi naufraga.

Atalanta che si ritrova inaspettatamente, e per la prima volta nella sua storia, in C.

Una delusione atroce per tutto l’ ambiente, un vero e proprio dramma sportivo.

Filisetti gioca un’annata non certo indimenticabile, come d’altronde capita ai suoi compagni: è titolare inamovibile per tutte le 38 gare e recordman di presenze della sua squadra.

0 reti, per lui.

Per una pronta risalita in B viene ingaggiato come direttore sportivo Previtali, il quale stravolge in toto l’organico ed affida le chiavi dello spogliatoio ad Ottavio Bianchi, tecnico giovane ma già in rampa di lancio, futuro Campione d’Italia col Napoli di Maradona.

Il campionato è difficile: oltre all’ Atalanta coltivano ambizioni di promozione anche il Lanerossi Vicenza, la Triestina, IL Padova, il Modena e il Monza.

Saliranno in B propri questi ultimi, dietro ai bergamaschi trionfatori del torneo.

Il nostro è tra i protagonisti del suddetto trionfo: le gioca tutte, 34 su 34, con un rendimento costante ed elevato.

In estate diverse società chiedono informazioni su di lui, ma l’ Atalanta non ha intenzione di privarsene e lo reputa un punto fermo per tentare la doppia scalata in serie A.

E il giocatore conferma le attese disputando una buona stagione condita da 35 presenze e un gol -in un campionato tranquillo e di transizione per la sua società- , con una importante continuità di rendimento e tante ottime prestazioni che, ancora una volta, lo pongono all’attenzione del calciomercato estivo.

Filisetti è oramai un difensore completo, un centrale in grado di coprire più posizioni e di cavarsela con tutti i moduli.

Fatte le debite proporzioni ricorda un pò Claudio Gentile: stopper, terzino sinistro e all’occorrenza anche destro, marcatore sia sul centro-destra che sul centro-sinistra.

Rispetto al Campione del Mondo esprime minore aggressività, con uno stile pulito ed elegante ma soggetto, in talune circostanze, a concedere qualcosina sul breve e ancor di più sulla tenuta mentale nell’arco dei novanta minuti.

Ovviamente Gentile era più forte, più completo e più cattivo agonisticamente, anche se non amava giocare da stopper puro, cosa che invece Filisetti non disdegnava affatto, preferendo dedicarsi alla marcatura piuttosto che ad altro.

E poi Gentile sapeva destreggiarsi anche da mediano, nel caso.

Filisetti a centrocampo sarebbe stato invece da denuncia, con tutta probabilità.

Per fortuna non lo sapremo mai.

Vabbè, diciamo che fisicamente e nel ruolo ricorda Collovati e non ne parliamo più.

Tornando a noi, anzi a lui: l’ Atalanta punterà alla promozione nell’annata successiva e Daniele, nei progetti iniziali, sarà un cardine della squadra.

In fondo non ha ancora compiuto 25 anni e gioca da veterano.

C’è un però: il ragazzo adora Bergamo, l’ Atalanta è una famiglia per lui e la sua famiglia reale è ad un tiro di schioppo dalla sede degli allenamenti.

La sensazione è che sia troppo legato all’ambiente per poter ulteriormente crescere come calciatore e come uomo.

Avrebbe l’ambizione di confrontarsi con un calcio di città, allontanarsi dalla provincia e mettersi in gioco in ambiti più complicati ed in palcoscenici di livello.

A Bergamo si sente come un bamboccione: coccolato e protetto, forse troppo.

Più che l’ambizione del calciatore, vi è la consapevolezza dell’ uomo che solamente lontano da casa si sviluppino determinate dinamiche che possano accrescere l’io e il professionista.

Inoltre da persona intelligente quale è, Daniele ha piena consapevolezza di come oltre all’ego, in certe squadre si ingrossi pure il portafoglio e la cosa non è da trascurare affatto, datosi che la carriera media di un calciatore non è lunghissima e che, in particolar modo ai tempi, i guadagni sono si importanti, ma non stratosferici, quantomeno per i mestieranti privi del magico tocco del fuoriclasse.

Gli dispiacerebbe tagliare il cordone ombelicale che lo lega visceralmente al mondo nerazzurro e non vorrebbe abbandonare il suo amico Giorgio Magnocavallo, che gli scorrazza davanti, sulla fascia, come un cavallo matto nelle sua scorribande offensive spesso tatticamente discutibili ma calcisticamente efficaci.

Ha voglia di nuove esperienze, questo si.

Durante l’estate qualche timida proposta non manca.

Nulla di intrigante, invero.

Serie B alta (si parla di una offerta della Cremonese per lui), serie A bassa (proposte da Pisa, Ascoli, Avellino).

A queste condizioni, la preferenza è quella di tentare la scalata in A con la maglia nerazzurra.

Il nuovo allenatore, Sonetti, lo reputa importante per la sua idea di calcio che si basa su difensori tenaci e mordaci, poco inclini ad infortuni e squalifiche.

Identikit perfetto per Filisetti, che inizia la stagione senza eccessivi rimpianti per la serie A ancora non a portata di mano.

Poi accade l’imponderabile.

La Lazio del Presidente Chinaglia è corta dietro e cerca un difensore nel mercato invernale di riparazione: Bruno Giordano, leader della squadra -e boss in pectore di parecchio altro in giro-, si ricorda di quel marcatore tosto e leale che lo aveva asfissiato qualche mese prima durante un Lazio-Atalanta e ne sponsorizza l’acquisto.

Il buon Filisetti è infatti in cima alla lista dei papabili per sostituire il partente Chiarenza, destinato alla Triestina.

Alla Lazio non si gioca per lo Scudetto, ma Roma è piazza importante e città spettacolare e pure munifica, visto che al giocatore viene sottoposto un contratto estremamente ricco per accettare il trasferimento.

Le due società trovano abbastanza rapidamente l’ accordo per il cartellino e i bergamaschi chiudono in un batter d’occhio per Carmine Gentile, grintoso e rude omologo di Filisetti, prelevato dal Genoa per sostituirlo.

Tutti i tasselli si incastrano alla perfezione e Daniele è un nuovo calciatore della gloriosa compagine capitolina.

Appena sbarcato a Roma, l’allenatore Morrone lo lancia nella mischia a San Siro, contro il Milan.

Filisetti se la cavicchia in marcatura su Damiani e a fine gara incassa i complimenti di Chinaglia, nonostante il 4-1 finale per i rossoneri.

Esordio in serie A dopo quattro giorni dall’acquisto ma risultato negativo per il difensore che si dichiara felice per l’emozionante impatto col calcio che conta ma, allo stesso tempo, si dice rammaricato per il risultato di squadra.

La Lazio, nonostante le roboanti promesse di Chinaglia, è compagine modesta e strana, costruita senza un nesso logico apparente, con alcuni giocatori palesemente sopra la media (Giordano, Manfredonia, D’Amico, Batista, Laudrup) e una pletora di onesti, quando non onestissimi, pedatori di media (molto media) fattura.

Oltre a ciò nello spogliatoio si creano alcuni clan, con i big a girare per i fatti propri e gli altri ad imitarli, col risultato che gli esperti non incidono e i più giovani girano a vuoto.

Indi, i risultati latitano a dismisura.

Alla fine del girone di andata si tenta il classico colpo dello scossone interno, con il cambio in panchina tra Morrone e Carosi.

Quest’ultimo, armatosi di santa pazienza e nonostante perda il bomber Giordano per parecchie settimane a causa di uno sconsiderato intervento da killer del difensore ascolano Bogoni, riequilibra la situazione un passetto per volta e riesce a condurre in porto una salvezza al fotofinish, come peraltro si era detto convinto di poter fare non appena insediatosi nel ruolo.

Filisetti è per lo più titolare, tranne in alcune gare sul finire della stagione, a causa di un infortunio.

Va in campo pure a Pisa, ultima giornata, dove la Lazio raggiunge la succitata e sudatissima conferma in prima serie.

Gioca col numero 3 sulle spalle: un po’ perché agisce spesso sul centro-sinistra, ma anche per esigenze di copione, col centromediano metodista brasiliano João Batista che, abituato alle latitudini brasilere, si concede il vezzo del numero 5 da regista-metronomo piuttosto che da stopper, come da tradizione italica.

In estate il piano dei dirigenti prevede la cessione dei big Giordano e Manfredonia e la conseguente campagna di rafforzamento basata sull”incasso della vendita dei due calciatori.

Per una serie incredibile di circostanze, tra rifiuti di miriadi di contropartite inserite nelle varie e turbolente trattative sino ad accordi saltati ad un passo dalla chiusura definitiva, finisce come al Governo, dove tutto cambia per non cambiare mai.

Pochi acquisti, qualche cessione e nessun grande nome di quelli promessi da Chinaglia.

La stagione si apre con l’esonero di Carosi ed il ritorno di Juan Carlos Lorenzo, santone argentino, che ormai col calcio ha un rapporto conflittuale e deleterio.

I big si comportano da nemici e una squadra discreta diventa un’accozzaglia di figurine, collezionando figuracce e record negativi come se piovesse.

Filisetti naufraga come i compagni, con la beffa di dover ripercorrere le orme di tal Zanetti, ex terzino biancazzurro, sottoposto da Lorenzo a trattamenti speciali per migliorarne le prestazioni in campo.

Prima di affrontare la Sampdoria in trasferta, Lorenzo studia gli avversari e si convince che il loro centravanti, l’inglese Francis, ha caratteristiche che abbisognano di un marcatore leggero e scattante per ridurne le potenzialità offensive.

Quindi sottopone il povero Daniele ad una dieta ferrea a base di aria pura per fargli ottenere il medesimo peso del contendente e lo spedisce sul terreno di gioco con fare baldanzoso.

A fine primo tempo la Samp è sul 2-0 e Filisetti rischia il ricovero per esaurimento delle energie vitali, restando negli spogliatoi in stato mezzo comatoso.

La Lazio rimonta nella ripresa grazie alle scaramanzie del proprio tecnico e ad i suoi cambi pseudo-geniali, ma il destino è ormai segnato e a fine stagione si retrocede miseramente.

Filisetti ne gioca parecchie con un rendimento pressapoco disastroso, come peraltro quello dei compagni.

Anni dopo il nostro racconterà dell’emozione di marcare tanti campioni, che ai tempi “infestavano” il torneo peninsulare.

Confesserà il piacere di aver annullato Zico, seppur -con una sincerità che gli fa onore e mostra lo spessore dell’ uomo- col brasiliano in condizioni fisiche menomate.

Ricorderà le sofferenze nell’affrontare Platini e altri fuoriclasse e, soprattutto, l’incubo Maradona, definito come assolutamente immarcabile e, rispetto al francese e ad altri, anche più corretto e meno spocchioso dal punto di vista umano.

Tutto molto bello, ma la Lazio è in B.

Chinaglia promette una rivoluzione e la attua: via Giordano, Manfredonia, Laudrup e Batista, dentro calciatori adatti alla categoria e pronti a lottare col coltello tra denti sui polverosi campi di provincia.

Filisetti, complice una retrocessione bruciante che non ha di certo valorizzato i protagonisti, non ha mercato e resta a Roma.

Conosce bene la B, ha esperienza e grinta, viene ritenuto uno di quelli dai quali ripartire per tentare la pronta risalita.

Oltre a ciò sbarca a Roma Magnocavallo, amico e compagno ai tempi di Bergamo.

Il nuovo allenatore è Gigi Simoni, che inizialmente punta su Daniele come fulcro del reparto arretrato.

Le cose poi evolvono diversamente, anche per qualche infortunio di troppo, e Filisetti finisce tra le riserve.

La Lazio disputa un torneo mediocre terminando a metà classifica e più nei pressi della parte bassa che di quella alta, per essere precisi.

A fine anno si insedia nel panorama Laziale Gianmarco Calleri, imprenditore e nuovo Presidente biancoceleste.

La stagione sarà epica e la racconteremo più avanti: la Lazio si salva dalla C con un incredibile guizzo finale, strabordante di magia e bellezza.

Filisetti gioca poco, ma è comunque protagonista di un gruppo composto da Uomini veri che scrivono pagine di una Storia indimenticabile.

Quando il Destino si compie, lui è già da alcuni mesi consapevole di doversi trasferire altrove.

Ma da straordinario professionista e uomo leale si spende fino all’ultima goccia di sudore disponibile per la causa ed entra, a pieno titolo, nell’Epopea Laziale.

Poco importa se alcune settimane dopo aver raggiunto la Gloria si materializzi la cessione al Venezia, unitamente a quella del suo compagno e protagonista assoluto della salvezza della Lazio, Giuliano Fiorini.

Per coincidenza, dopo qualche mese dalla sua partenza anche l’amico Magnocavallo lascia la Lazio, firmando per il Barletta.

A Venezia il buon Filisetti si ferma per un tris di stagioni.

I lagunari militano in C2, ma sono ambiziosi e puntano a ritornare nel calcio che conta.

Acquistano un elemento di esperienza e categoria superiore per reparto: Dore in porta, Filisetti in difesa, Sorbi a centrocampo e Fiorini in attacco.

E seppur con qualche patema, salgono in C1.

I due ex Laziali fanno coppia fissa in campo e fuori, vivendo insieme per diversi mesi, poi Fiorini si trasferisce a Siena nel calciomercato estivo, mentre Filisetti milita per un altro paio di stagioni ancora in maglia arancioneroverde, come da fusione tra Mestre e Venezia, in quel periodo.

Titolare inamovibile, con rendimento costante e più che accettabile.

Due campionati di assestamento e poi, come successo prima a Bergamo e poi a Roma, l’abbandono proprio nell’anno della promozione in serie superiore.

Un destino per certi versi beffardo, a testimoniare l’importanza del giocatore nel creare le fondamenta di una squadra e poi, beffardamente, la sua partenza pochi mesi prima del traguardo.

Alla soglia dei trenta anni Filisetti ha voglia di riavvicinarsi a casa, considera conclusa la sua carriera a certi livelli ed inizia a pensare al suo futuro post-calcio.

Accetta volentieri la proposta dell’Alzano Virescit, compagine che milita nel campionato di Promozione e che disputa le proprie gare praticamente dietro casa del calciatore di Nembro.

Pure qui le ambizioni non mancano e arriva la promozione in Eccellenza al primo anno, poi dopo un campionato di assestamento giunge una seconda promozione nel Campionato Nazionale Dilettanti al terzo, seppur mediante fusione con altra società in zona.

Una fine carriera tranquilla e propedeutica ad un futuro part-time nel calcio.

Filisetti infatti intraprende la professione di odontotecnico, parallelamente a diversi incarichi nel calcio e a frequenti comparsate nelle televisioni locali per commentare soprattutto gli eventi che riguardano l’ Atalanta.

Con la Lazio sempre nel cuore, va detto.

Una persona intelligente ed un professionista scrupoloso con i piedi ben piantati per terra, figura semplice e umanamente apprezzabile, quanto mai rappresentativa di un calcio che sembra distante anni luce da quello odierno, tutto immagine e correlate.

E poi titolarissimo nel prezioso elenco dei miei ricordi adolescenziali oltre che, prima di ogni altra cosa, tra gli Eroi del Meno 9.

Daniele Filisetti, Idolo.

V74

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