• Dario Petardo

Dario Sanguin

Un po’ come per Vandereycken e Vercauteren, ecco.
Onomatopeica o, come dir si voglia, suoni che si intrecciano e riportano alla memoria momenti indelebili.
Sclosa e Sanguin: due ex Laziali che tendo spesso a ricordare in coppia, sebbene abbiano vissuto due carriere abbastanza diverse, oltre ad aver indossato la maglia Biancoceleste in epoche differenti, perché quella vissuta dal primo era una Lazio che si avvicinava, lentamente, all’epopea cragnottiana.
Invece la Lazio del secondo, pur avendo aspirazioni importanti, viveva una fase storica tutt’altro che esaltante.
Inoltre Sclosa ha militato a lungo con la casacca Laziale sulle spalle, mentre per Sanguin gli anni nella capiitale sono stati soltanto due.
E poi il primo ha accumulato parecchie presenze in massima serie, mentre Sanguin ha militato in serie A solamente per una stagione.
Avrebbe meritato di più in carriera, fidatevi.

A prescindere da queste rilevanti differenze, io -come detto- li unisco sovente nelle mie memorie di calciofilo.
Ed avendo raccontato recentemente di Sclosa, ecco che è d’uopo parlare pure di Sanguin.
D’altronde è il mio piccolo blog e faccio come mi pare, no?
Scherzi a parte, procediamo con ordine.


Selvazzano Dentro, ad uno sputo di distanza da Padova.
Qui si incontrano natura ed imprenditoria, con un’anima industriale a far da contraltare ad una natura rigogliosa che si espande nei dintorni.
Nel dicembre del 1957 da queste parti viene alla luce Dario Sanguin, erede di una tranquilla famiglia del luogo.
Classico bambino timido ed educato, con un fratello -Enio- che gioca a pallone e sin da piccolino mostra una tecnica di base eccezionale.
Dario, per non essere da meno, si appassiona alla materia ed inizia a darci dentro come un matto.
Enio diventerà un buon giocatore tra i dilettanti, oltre a dare spettacolo successivamente tra gli amatori.
Dario invece raggiungerà presto il professionismo, spendendo una stagione nel massimo livello del calcio italiano e trascorrendo annate importanti in cadetteria ed in terza serie, con maglie di assoluto prestigio.

Agli inizi degli anni settanta Sanguin si ritrova nel settore giovanile del Padova, una buona fucina di talenti.
Supera di poco il metro e settanta centimetri d’altezza, ma ha un fisico tosto e tanta grinta.
Calcisticamente non è affatto male: non dispone del talento naturale che Madre Natura ha concesso al fratello, però si allena con impegno e determinazione ed affina il proprio bagaglio tecnico, potenziando inoltre la muscolatura ed imparando a calciare la sfera con forza dirompente.
Interno di centrocampo, talvolta mezzala ed in alcune occasioni mediano, Dario Sanguin si guadagna presto la stima degli allenatori delle giovanili patavine, che lo schierano titolare fisso nelle varie categorie di riferimento.

Poi, quasi maggiorenne, viene aggregato alla rosa della prima squadra, che milita in serie C.
Con lui ci sono il geniaccio Vendrame, il bomber Ballarin ed altri discreti mestieranti della categoria.
Sanguin esordisce ed offre un piccolo contributo alla causa, (un paio di presenze) nella stagione 1975-76.
Già dalla successiva diventa titolare inamovibile, giocando come un veterano e segnando anche alcune reti.
Viene convocato nella Nazionale Under 21 di serie C ed è immediatamente attenzionato da club di seconda serie.
Il Padova gli allunga il contratto e prova a rinforzare una rosa che, in quegli anni, si attesta a metà classifica, senza ulteriori slanci verso l’alto.
Nel 1979 lo slancio c’è, ma purtroppo va nella direzione opposta: il Padova, nonostante la presenza in rosa di elementi di valore quali Musella, Perrone, Pillon, Manzo e altri ancora, retrocede nella neonata C2.


Lanerossi Vicenza

Dario Sanguin, al termine di un quadriennio che lo ha formato come calciatore e come uomo, lascia Padova e si trasferisce nell’ambizioso Lanerossi Vicenza, da poche settimane caduto a sorpresa in B.
Con l’allenatore Ulivieri, scelto dai veneti per tentare una rapida risalita in massima serie, Sanguin crea subito un feeling speciale..
Il Vicenza ha una rosa attrezzata per lottare per la promozione.
In effetti Zanone, Ravot, Marangon, Miani, Rosi, Bianchi, Redeghieri e compagnia bella si mantengono a lungo nelle zone di vertice, salvo poi allentare sulla lunga durata e chiudere con un comunque onorevole quinto posto,

Dario Sanguin, eletto miglior centrocampista del torneo, attira sulla propria persona gli sguardi interessati di parecchie società di A e di B.
In particolar modo ad attenzionare il calciatore di origini patavine è un personaggio dalle discutibili modalità comportamentali, eticamente parlando, ma dall’indubbia competenza calcistica: ovvero Luciano Moggi, da poche settimane insidiatosi nell’organigramma sportivo della società Lazio.

Moggi ha intravisto doti interessanti in Sanguin, capace di offrire un rendimento eccezionale e continuo e di mettere a segno sei reti, un ottimo bottino per un centrocampista dalle spiccate doti difensive che, però, non disdegna affatto gli inserimenti in avanti, quando possibile.
Un prospetto ancora molto giovane (ventitreenne), ma di sicuro affidamento.


La Lazio preleva il calciatore in comproprietà dal Vicenza, spedendo in Veneto il centrocampista Zucchini come parziale contropartita (Badiani, il prescelto, rifiuta il trasferimento) e accludendo un assegno di circa duecento milioni delle vecchie lire, da corrispondere .per metà subito e per metà al riscatto del mediano.
Dario è al settimo cielo, felicissimo di poter esordire in serie A.
Perché la Lazio, per l’appunto, milita in massima serie.
C’è un problema, però.
Neanche piccolo, ad onor del vero.
L’inchiesta del cosiddetto Totonero, ovvero su presunte gare truccate a causa di scommesse clandestine, coinvolge anche il club biancoceleste.
La susseguente retrocessione d’ufficio comporta la disputa del torneo cadetto, per i capitolini.

Città meravigliosa e piazza prestigiosa, oltre che ambiziosa e vogliosa di ritornare subito in A: Dario Sanguin non fa una piega ed accetta la destinazione, seppur in una categoria inferiore a quella inizialmente prevista.
Proverò a riprendermi quello che il destino, per il momento, mi ha tolto“, dichiara in alcune interviste appena sbarcato a Roma.
Ma non tragga in inganno lo scritto, mi raccomando.
Nessuna “sparata” sfarzosa o con intenti baldanzosi: Dario è un ragazzo umile, che lavora sul campo per dimostrare di poter essere all’altezza delle aspettative e per migliorarsi sempre, giorno dopo giorno, come professionista della pelota.

Castagner, neo tecnico dei Laziali, ha a disposizione una rosa omogenea, ricostruita dopo gli eventi dei mesi antecedenti e ricca di elementi di valore, in particolar modo tenendo conto della categoria: Citterio, Spinozzi, Viola, Bigon, Garlaschelli, Mastropasqua, Greco, Perrone, Ghedin, Marronaro, Chiodi e altri ancora.
Qualche problema invero c’è: tipo in porta, dove si alternano Moscatelli, Marigo e Nardin.
Ed anche nell’andatura, troppo incostante per una squadra che punta decisamente alla promozione.
Di riffa o di raffa la Lazio riesce, in qualche modo, ad arrivare vicinissima al traguardo.
A due giornate dal termine del campionato il match contro il Lanerossi Vicenza, l’ex squadra di Dario Sanguin, si rivela decisivo: i romani impattano per 1-1 e danno l’addio ai sogni di gloria.
Chiodi, rigorista quasi infallibile, conferma il quasi e nei minuti finali di una gara tesissima e combattuta getta alle ortiche la possibilità di portare i suoi in A, sbagliando un penalty che avrebbe potuto significare tantissimo, per i biancocelesti di Castagner.

Sanguin non è in campo, col Vicenza, a causa di una squalifica per somma di ammonizioni, rimediata nella gara precedente.
Un peccato, perché il centrocampista avrebbe sicuramente dato il suo contributo alla causa Laziale: in fondo l’ex vicentino ha giocato quasi sempre da titolare, mettendo a segno due reti e meritandosi la conferma per la stagione successiva, col riscatto del suo cartellino da parte della Lazio.
Bisogna dire, per onestà intellettuale, che il suo rendimento è inferiore a quello della precedente annata vicentina.
Contesti differenti, dettami tattici diversi, ambienti non paragonabili.
Fatto sta che al ragazzo viene richiesto uno sforzo ulteriore, per guidare la Lazio al ritorno in A.
Insieme a lui ci proveranno il grande D’Amico (tornato da una stagione vissuta in prestito al Torino), la punta Vagheggi (prelevata dal Vicenza), il mediano De Nadai (dalla Roma), il mitico Pulici (di ritorno dopo un quadriennio) ed altri acquisti. di minor impatto.

Dario Sanguin - Lazio

Premesse intriganti, esiti deprimenti.
La Lazio di Castagner parte male e l’allenatore viene sostituito nel girone di ritorno da Clagluna, senza grandi cambiamenti di passo.
Anzi: ad un certo punto i biancocelesti si trovano in “zona calda” e per fortuna quel geniaccio di Vincenzino D’Amico s’inventa alcune giocate sopraffine che consentono al suo team di evitare rischi assurdi e mantenere, quantomeno, la categoria.
Sanguin se la cava, pur non brillando in una squadra che già di per sé non brilla affatto, tutt’altro.

Brillerà dodici mesi più tardi, conquistando la fatidica promozione in A.
Ma Dario Sanguin sarà altrove.


Dario Sanguin - Perugia

Difatti la Lazio lo cede a titolo definitivo al Perugia, in B, in un affare che coinvolge anche il compagno Marigo (in prestito agli umbri) e che vede la punta Ambu fare il percorso inverso.
Per essere precisi: Sanguin è in scadenza di contratto e non si accorda per il rinnovo, con la società capitolina che ritrova Giordano, Manfredonia e Cacciatori dopo la vittoria dell’Italia al Campionato del Mondo in Spagna, che regala ai suddetti l’amnistia dopo le squalifiche per il sopracitato Totonero.
Per questa ragione ai biancocelesti serve moneta sonante, per mantenere in rosa i suoi campioni (Giordano e Manfredonia, s’intende), quindi il buon Dario viene spedito in Umbria insieme a Marigo, per scontare qualche spicciolo dal costo finale di Ambu.

Sanguin con Castagner giocava spesso con il numero 8 sulle spalle, mentre con Clagluna indossa più spesso il 6.
Il ruolo non cambia, a prescindere: mediano con licenza di offendere.
Offende poco, sfortunatamente.
Da Vicenza era arrivato un giocatore che veniva paragonato ad una sorta di mix tra Benetti e Pecci: la garra e la potenza balistica del primo unite alla intelligenza tattica ed alla qualità tecnica del secondo.
Eh, pare facile.
I tifosi della Lazio, per caratteristiche, vedevano in lui una sorta di Nanni.
Paragoni ingombranti che, in un ambiente complicato ed in una fase societaria traballante, non consentono a Dario Sanguin di imporsi come avrebbe voluto.

Non è stato un fallimento, ma la serie A per lui resta ancora una chimera.


Ci riprova comunque col Perugia, guidato da Agroppi.
Pagliari, Ottoni, Caneo, Frosio, Montani, Caso, Morbiducci, Piga, Amenta, Mauti, Di Leo: gli elementi di valore non mancano di certo, ma gli umbri non riescono a trovare la quadra e la stagione si chiude anonimamente a metà graduatoria del torneo.

Dario Sanguin, titolare, per la terza stagione consecutiva non centra la promozione in A in una squadra che parte tra le favorite e per la seconda volta in successione non segna neanche una rete in campionato.
Deluso, parte per le vacanze estive con una certa amarezza di fondo.
Pretende di più da sé stesso, essendo cosciente di poter offrire un rendimento decisamente superiore rispetto alle sue prestazioni recenti..


Prima di firmare col Perugia è stato vicino al Genoa, in serie A: poi nella sfida tra Grifoni ha prevalso quello umbro.
In estate, col ragazzo ancora in ferie, arriva la richiesta del Cesena.
I bianconeri offrono in cambio il difensore Benedetti ed il Perugia acconsente, col centrocampista veneto che firma con i romagnoli, appena retrocessi dalla serie A ed allenati da Pippo Marchioro.

Il Cesena è ambizioso: Gabriele, Garlini, Rampulla, Buriani, Barozzi, Bonesso, Piraccini, Cravero, Arrigoni, Ceccarelli ed altri forti calciatori che fanno sperare nel possibile ritorno nel gotha del calcio italiano.
Invece, nonostante un inizio promettente, la squadra disputa un girone di ritorno alquanto mediocre e si salva per il rotto della cuffia dalla retrocessione in terza serie.

Al nuovo allenatore Buffoni, per la annata seguente, è richiesta una scarica di adrenalina all’ambiente, al fine di provare nuovamente a scalare la montagna della promozione.
Qualche innesto di valore arriva a rinforzare la rosa dei romagnoli: Spinosi, Patrizio Sala, Russo.
E poi diversi giovani promettenti, che si affacciano in prima squadra: Agostini, Angelini, Leoni.
Tutto ciò basta ed avanza per vivere una stagione tranquilla, ma senza andare oltre.
Sanguin è una colonna della compagine cesenate: torna all’antico splendore nel settore nevralgico del terreno di gioco e si rilancia, in carriera.

Nel 1985-86 il Cesena ripete il torneo della precedente stagione, senza tormenti e senza acuti.
La buona vena dei bomber Gibellini ed Agostini trascina il club nelle zone nobili della graduatoria, ma nel girone di ritorno gli uomini di Buffoni sono troppo incostanti per poter sperare nella promozione.
Dario Sanguin è ancora una volta uno dei migliori della sua squadra.
Segna diverse reti e si guadagna la conferma nel club cesenate, col rinnovo del contratto ed incassando la stima del nuovo allenatore Bolchi, giunto in Romagna insieme ad alcuni rinforzi mirati, tra i quali spiccano il portierone Rossi (di ritorno dal prestito alla Rondinella), la punta Simonini (dall’Atalanta), il difensore Cavasin (dal Bari), il centrocampista Bordin (dal Parma), l’attaccante Morbiducci (dal Perugia).

Bolchi, vecchia volpe, organizza una compagine pragmatica, che punta sulla concretezza prima di ogni altra cosa.
Il Cesena inizia il torneo con passo lento, poi innesta l’alta velocità ed inizia a carburare di brutto.
In casa innalza il fortino e si guadagna gli spareggi per la promozione, col terzo posto in condivisione con Cremonese e Lecce.
I lombardi perdono sia con i bianconeri che con il Lecce.
Sono quindi pugliesi e romagnoli a giocarsi la promozione in un ulteriore spareggio in campo neutro, a San Benedetto del Tronto.
Il 2-1 con cui il Cesena piega gli avversari è l’inizio della festa.

Dario Sanguin è finalmente in serie A.
E con pieno merito, intendiamoci.
Stavolta non ci sono proposte che tengono: sale in massima serie e non si sposta manco se lo chiama il Barcellona.
Fulcro inamovibile del centrocampo romagnolo, è l’anima di una squadra che soffre e che lotta dal primo all’ultimo minuto di gioco, guadagnandosi la gloria.

Il Cesena, che in A decide di affidare la panchina a BIgon, rinforza la rosa con giocatori importanti: Di Bartolomei, Jozic, Armenise, Lorenzo.
Fa rientrare alla base i giovani Bianchi e Fontana e ne mette qualcun altro in rampa di lancio.

Dario Sanguin - Cesena

Non è una squadra che regala spettacolo, proprio no.
Segna poco, ma difende in maniera omogenea ed arcigna.
Nel girone d’andata mette fieno in cascina che si rivela utile nella seconda parte di stagione, allorquando un rallentamento abbastanza evidente porta i cesenati nelle zone basse della classifica, pur senza rischiare di tornare in cadetteria.
Il nono posto finale certifica l’ottimo lavoro di Bigon e dei suoi ragazzi, tra i quali non può mancare Sanguin.

Che diventa per tutti “Dario Petardo” dopo essere stato colpito da un mortaretto lanciato dagli spalti durante Juventus-Cesena, al termine del primo tempo e mentre le squadre rientravano negli spogliatoi per l’intervallo.
Sanguin è accusato dai piemontesi di fare scena, ma in realtà il botto è potente ed il centrocampista, sottoposto ad accertamenti anche nei giorni successivi, risulta davvero danneggiato dall’evento in oggetto.
La situazione venutasi a creare genera la vittoria del Cesena a tavolino, con la Juve che muove tutti i suoi potentissimi mezzi dapprima per ottenere giustizia, senza riuscirci, e più tardi per denigrare il calciatore patavino, reo -ad avviso degli avversari- di essere stato più attoriale del dovuto, nella circostanza.

Il presidente dei romagnoli, Lugaresi, commentò gli accadimenti con sarcasmo e simpatia: “Dario Petardo? Certo che sì, ci mancherebbe. Sanguin tira certe bombe da paura, soprattutto dalla distanza. Gran bel giocatore, altroché!
D’altro canto i tifosi locali hanno dedicato al loro beniamino un coro che ne esalta le capacità balistiche, per restare in tema.

In estate lo stesso Sanguin si aspetterebbe la riconferma, essendosi disimpegnato più che discretamente nel suo primo anno di serie A.
Ventiquattro presenze, più della metà delle quali da titolare, ed una rete, al Como.
In una serie A di assoluto livello, aggiungiamocelo.


Ma nel calcio la riconoscenza è un optional, ecco.
Nel 1988, dopo un quinquennio di soddisfazioni in terra romagnola, per Dario Sanguin arriva il momento di salutare: viene difatti ceduto al Modena come parziale contropartita per il cartellino di Masolini, promettente omologo dell’ex Laziale.
Praticamente si sposta in Emilia, restando comunque nella medesima regione.
Il Modena, da un paio di mesi retrocesso in C1, fa sottoscrivere a Dario un buon contratto annuale con opzione di rinnovo, per fargli accettare con maggiore entusiasmo il doppio salto di categoria (all’indietro).

Un solo anno di massima serie nel curriculum, quindi, per Dario Sanguin.
Poco, francamente.


Centrocampista dai polmoni d’acciaio e dal tiro al fulmicotone, Sanguin è un calciatore che regala equilibrio tattico e forza fisica ai reparti mediani delle squadre che lo ingaggiano.
Non molto alto, per non dire bassino.
Nel colpo di testa è scarso, ma usando la testa risulta essere invece un fattore.
Il suo ruolo ideale è da mediano davanti alla difesa, con accanto un organizzatore di gioco da proteggere (unitamente ai compagni della difesa che si muovono alle sue spalle) ed accompagnare nell’azione offensiva.
Se la cava bene anche da interno, da mezzala e da incursore, potendosi così accoppiare con quasi tutti i centrocampisti e permettendo ai suoi allenatori di gestire diverse opzioni dal punto di vista tattico.
Generoso in campo e professionale fuori, dopo gli ottimi inizi di Padova e Vicenza incappa in alcune stagioni ove non riesce ad avere un rendimento eccezionale.
Non solamente per colpa sua, questo è sicuro.
La sua proverbiale grinta lo porta spesso a beccare cartellini gialli, per quanto non sia affatto un calciatore scorretto.
Balisticamente è uno spettacolo, con le sue castagne dalla distanza che i portieri manco vedono passare.


A proposito di ordigni: con la storia del petardo juventino si chiude anzitempo la sua avventura nella più importante categoria del calcio italiano.
Peccato, seppur non discorriamo di un ragazzino.

Moena Calcio - 1988-89

A Modena il club chiude al quinto posto in C1, a distanza siderale dalle prime.
Ci sono Sorbello, Bonaldi, Bergamo, Colomba, Calonaci, Torrisi, Montesano, Melli.
Parrebbe super, ma non funge come sperato.
Andrà meglio dodici mesi dopo, con Ulivieri in panchina a guidare il Modena alla promozione.
Stranamente, sebbene sia un mentore di Sanguin,peraltro protagonista di una ottima annata con la casacca gialloblù, il tecnico toscano decide di affidarsi ad altri interpreti, per centrare il bersaglio grosso.

Dario Sanguin passa al Rimini, in C2, dove disputa due buoni campionati, entrambi culminati in tranquillissime salvezze.

Più tardi si accorda col Trento, chiamato dal suo ex compagno Cavasin, che allena gli Aquilotti.
Un altro biennio di esperienza e grinta al servizio di un club che ottiene due permanenze nella categoria: la prima senza penare, la seconda molto più travagliata.

Cavasin firma poi al Fano, portandosi dietro anche Dario Sanguin.
Un quarto ed un quinto posto, col secondo anno che vede in panca Donati.

Infine, alla soglia delle quaranta primavere sul groppone, il nostro gioca per un po’ nella Virtus Senigallia, nel Campionato Nazionale Dilettanti, prima di appendere le scarpe al chiodo con oltre seicento gare giocate tra i professionisti.


I tipi alla Sanguin, personaggi di un calcio che oggi è molto diverso da quello dell’epoca, mi riportano alla memoria tantissime emozioni.
Non che in passato giocassero Gesù e San Francesco e tutto fosse pulito ed alla luce del sole, assolutamente no.
Ma era un altro pianeta, in tutti i sensi.
Un altro mondo, proprio.

Dario Sanguin si ferma a vivere nella zona di Fano e continua a lavorare nel calcio, seppur a fasi alterne.
Si mantiene in ottima forma e segue con affetto le squadre nelle quali ha militato.

I tifosi del Cesena e quelli della Lazio lo ricordano benissimo.
Così come tutti gli appassionati della stupenda serie B degli anni ottanta e della inarrivabile serie A dei tempi d’oro.

Neppure i fans juventini lo hanno dimenticato.
Eh no, sicuramente no.

Ci sta, eccome.
Ad ognuno il suo.

Dario Sanguin: Dario Petardo.

V74

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