• Tutto a sinistra…

Nel mondo del Calcio gli Eder rappresentano una categoria a parte.

L’oriundo nostrano che nel 2020 gioca nel torneo cinese, ad esempio.

Oppure la punta portoghese, Campione d’Europa nel 2016.

E qualche altro ancora, meno famoso.

Ma chi ha qualche primavera in più sulle spalle, beh, non potrà che pensare a lui, quando si parla di Eder: Aleixo de Assis.

Si, il vero ed originale Eder, quello con la cugina bona quanto ambigua in quel sublime capolavoro de “L’ Allenatore nel Pallone”.

Giocatore straordinario, seppur inespresso per larga parte della carriera, quantomeno ai livelli che uno come lui avrebbe potuto di certo raggiungere.

E superare, forse.

Partiamo dall’inizio, però.

Vespasiano, Brazil.

Una città il cui nome potrebbe essere un programma e che vede, nell’Anno Domini 1957, la venuta al mondo del futuro Eder, per l’appunto.

Il quale dopo un infanzia abbastanza tranquilla per le solitamente movimentate abitudini della zona si appassiona al calcio ed inizia a muovere i primi passi nelle giovanili dell’America Mineiro -al termine di una breve ma intensa esperienza in una locale scuola calcio di matrice religiosa-, mettendosi subito in luce come uno dei migliori prospetti di Belo Horizonte.

Vari addetti ai lavori si interessano al giovane notandone la rapidità, l’esuberanza e, soprattutto, il clamoroso piede sinistro che si ritrova, in grado di disegnare Calcio in modalità “Divinità”.

Di contro qualcuno è convinto che il ragazzo, pur possedendo indubbio talento, non sia destinato a livelli importanti a causa di un destro che usa solo come appoggio e di una testa che già in tenera età è proiettata su schermi non esattamente di natura professionale.

E qui è doveroso aprire una parentesi: perché il buon Eder, sin da adolescente, ha le idee chiare: da grande vuole fare il playboy, in primis.

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Poi, semmai, anche altro, incluso il calciatore che, pensa, potrebbe aiutarlo a sviluppare la sua principale ambizione lavorativa.

Come poi accadrà, manco a farlo apposta.

A 16 anni arriva l’esordio in prima squadra e subito quel sinistro al fulmicotone inizia a fare le fiamme incantando pubblico, compagni ed avversari.

Non è un vero e proprio bomber, Eder: gioca da ala sinistra, punta i suoi diretti marcatori e li salta con assidua frequenza, assiste i compagni e, spesso, la mette pure dentro con i calci da fermo, autentiche cannonate.
La specialità della casa.

Nel frattempo, unitamente alle prima glorie calcistiche, non perde occasione per mettere estremo impegno nella sua proficua e parallela carriera di playboy.

Bel ragazzo, sfrontato, sportivo: ha un gran successo con le donne, indubbiamente, ma a mettergli gli occhi addosso con ardore e desiderio è Telè Santana, il mitico santone verdeoro, che allena il Gremio e convince la propria società ad investire.

Il Gremio è squadra importante e con dirigenti capaci.

Le referenze sul giocatore sono tecnicamente ineccepibili, ma dal punto di vista umano sorgono parecchi dubbi: carattere bizzarro, ancora immaturo, poco tendente al sacrificio.
E poi le cattive compagnie, le sigarette, le ragazze.Insomma, si preferirebbe evitare/rimandare e non rischiare l’incauto acquisto.

Telè Santana è notoriamente un duro, però.

La vince lui ed Eder diventa un suo giocatore: per ripagare la fiducia del Mister il giocatore inizia col botto la sua avventura con la nuova squadra.

Nella prima gara che conta, il derby con l’Internacional, colpisce il futuro Laziale Batista con un violento pugno e saluta la compagnia.

Il suo allenatore, imbufalito, a fine gara lo affronta duramente e poi lo mette sotto pressione per un paio di mesi, con allenamenti pesanti e mirati a stimolare e migliorare il giocatore, finendo col ritrovarsi in cambio le scarpe ricolme di urina ed una serie di ulteriori leggende metropolitane che, al contrario del solito, paiono tutte verificate e certificate.

Non è leggenda metropolitana ma realtà conclamata la sparatoria che coinvolse Eder in una discoteca di Porto Alegre dove il calciatore si era recato con un amico e dove, stavolta in solitaria, aveva tentato di abbordare una fanciulla accompagnata da un tipo poco propenso al dialogo: due colpi di pistola, per fortuna al braccio, e tanti saluti ai Mondiali d’Argentina del 78, dove si era paventata una sua possibile convocazione.

Lezione appresa?

Macché.

“Una rapina finita male”, dichiara.

Pochi mesi dopo ecco il nostro abbordare la figlia del Presidente del Gremio e, nel contempo, non presentarsi agli allenamenti per protesta nei confronti del suo mentore, colpevole di volerlo ingabbiare tatticamente e di sottoporlo ad allenamenti massacranti e poco fruttuosi a livello tattico.

D’altronde la riconoscenza, nel Calcio come nella vita, è un optional.

Telè è uno veramente pressante, però, e con un certosino lavoro e tantissima pazienza riesce ad ottenere importanti risultati: Eder riduce il numero di sigarette fumate al giorno, passando da una trentina a 2/3, giusto la sera, dopo cena.

Esce meno ed evita compagnie pericolose.

Chiude con la succitata fanciulla e allenta con le altre 30, come per le sigarette.

Inizia a bere anche acqua, oltre che roba dal tasso alcolico devastante.

Prove di professionismo. parrebbe.

Il destino ha comunque in serbo altri piani, per il duo.

Santana riceve la chiamata che aspettava da tempo e corona il sogno di allenare la Nazionale Verdeoro, mentre il Gremio decide di liberarsi di Eder spedendolo all’Atletico Mineiro in cambio del più solido ed affidabile Paulo Isidoro.

E proprio con la sua nuova compagine il mancino scriverà le migliori pagine della propria carriera, con un quinquennio di successi personali e di squadra.

In Nazionale, col suo mentore, le cose vanno discretamente e dopo una serie di travagli, il Mondiale del 1982 in Spagna, con un fortissimo Brasile sembra l’occasione per spiccare definitivamente il volo verso la ricca Europa.

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Contro l’Unione Sovietica l’esordio nella competizione e subito un super gol, con un bolide che piegò la resistenza dell’ottimo portiere avversario Dasaev e che, col contributo di una compiacente terna arbitrale, regalò alla fine un importante vittoria ai brasiliani.

Sembra l’inizio di una inarrestabile ascesa, mentre il tempo dirà che quello sarà invece il punto più alto raggiunto da Eder nel mondo del Calcio.

Poi la discesa, vertiginosa e verticale, nonostante un ottimo torneo disputato in terra iberica che gli spalanca le porte del calcio europeo: difatti, per il giocatore, arrivano proposte su proposte.

Perché se è vero che Paolo Rossi ha spazzato via un talentuosissimo Brasile che il buon Telè Santana aveva costruito e impostato col chiaro intento di realizzare una rete in più degli avversari, consapevole che la difesa del suo team era paragonabile a quella colabrodo del Pescara che proprio in quei giorni retrocedeva mestamente in C, è altrettanto palese come in questo caos organizzato Eder avesse brillato per estro e senso tattico sacrificandosi spesso nel ripiegare sulla fascia, datosi che a destra giocava un adattato ed insofferente Zico, e che questo assetto forzato costringeva i mediani a scalare di continuo squilibrando il settore nevralgico del campo ed esponendo la già di per sé fragile difesa alle folate nemiche.

E poi la potenza: un suo tiro contro ‘Argentina, durante la kermesse spagnola, aveva toccato i 175 orari e si era infranto contro la traversa, rischiando di abbatterla.

Dribbling irresistibili, cross al bacio, assist geniali, tiri al fulmicotone (rigorosamente di sinistro, ovvio): gli ingredienti per essere una Stella ci sarebbero tutti, ma i limiti mentali e caratteriali sono altrettanto notevoli.

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Ai Mondiali spagnoli è una super Italia (col sopraccitato Rossi) a disintegrare via i sogni brasiliani ed eliminare una squadra che dal centrocampo in su era impressionante.

(O.T.) Bello ripetere questo mantra, bellissimo.

Un anno dopo, con meno talenti ma con maggior equilibrio tattico ed un pizzico di fortuna, i sudamericani arrivano in finale di Copa America: Eder se la cava bene, durante il torneo, ma nel momento topico non riesce ad incidere ed il trofeo va all’Uruguay.

Con la Nazionale, alla soglia dei 30 anni, ci sarebbe ancora una occasione importante: i Mondiali messicani del 1986.

Il ritorno di Telè Santana sulla panchina brasiliana sembra proprio un segno del destino: Eder lo capisce e si allena seriamente, come raramente gli è accaduto in carriera, cercando di farsi trovare pronto per un evento che potrebbe rappresentare l’ultima carta da giocare per imporsi sul palcoscenico internazionale.

Fuma pochissimo, niente bicchierini, lettere delle fan che vengono cestinate prima di essere aperte: un professionista, quasi impeccabile.

Poi il solito immancabile black out: in una tranquillissima amichevole preparatoria contro il Perù, con i suoi già comodamente in vantaggio ed in una atmosfera di assoluta tranquillità, dopo un paio di giocate da circo, in special modo una rabona che per poco non sorprende il portiere avversario, Eder subisce una entrata decisa da parte del suo marcatore e decide di vendicare l’affronto il prima possibile, colpendolo in maniera alquanto fanciullesca proprio a due passi dall’arbitro, il connazionale e celebre Coelho -mitica giacchetta nera del nostro trionfo mondiale quattro anni prima, il mantra che ritorna…-, il quale non può esimersi dal cacciarlo.

Dal campo e, in termini pratici, dal Calcio che conta.

Adeus.

Tutto remava a suo favore, tutto.

Eppure il nostro riesce a fallire l’impresa.

Telè Santana giura sui suoi gioielli di famiglia che fin quando ci sarà lui in panchina, per la spregiudicata ala di Vespasiano la porta della Seleção sarà chiusa a quadrupla mandata.

Eder chiude con la Nazionale e cambia una sessantina di maglie di club in poco più di dieci anni, con un paio di ritorni all’Atletico Mineiro e una breve comparsata in Turchia, prima di chiudere pure la carriera a 40 anni in patria con un paio di squadre minori.

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Qualche buon risultato di gruppo, vari premi a titolo personale, alcuni discreti piazzamenti anche in Nazionale, dove pure ha raccolto oltre 50 gettoni di presenza.

Non male, senza dubbio.

Poco, però: poco per chi lo ricorda in campo,.

Estroso, genialoide, eccentrico.

Tanta tecnica, scatto bruciante, sinistro magico e potente.

Traiettorie apparentemente inspiegabili, soprattutto da calcio d’angolo e su punizione.

Eder avrebbe potuto essere un Top vero.

Durante il Mondiale del 1982 ha rischiato di diventarlo.

Nei mesi successivi alla kermesse iridata è stato cercato da parecchi club europei, anche importanti.

In una intervista che citerò pure a 123 anni nel pieno del mio stordimento senile, l’allora presidente della Lazio Chinaglia, anno di grazia 1983, nel calciomercato estivo lo inserisce nella lista della spesa unitamente al tedesco Littbarski  ed al franscese Giresse: ne potevano arrivare al massimo un paio e, come ti sbagli, non ne arrivò manco mezzo.

O meglio: un nazionale brasiliano sbarcò a Roma, Batista, che come circa mezza popolazione mondiale con Eder aveva avuto un battibecco anni or sono, come raccontato in precedenza.

Un collegamento un po’ forzato, ecco.

Littbarski  a destra e Eder a sinistra: tanta, ma davvero tanta roba.

Giordano in mezzo.

Littbarski-Giordano-Eder.

Se ci penso, sbavo ancora adesso.

A prescindere dai sogni dei piccoli tifosi, la Bomba di Vespasiano, il Cannone, Dinamite, Torpedo e tutti gli altri soprannomi che nel tempo gli sono stati dati, non se la sentì di lasciare la terra natia.

Lo farà soltanto anni dopo, brevemente, firmando con i paraguaiani del Cerro Porteno senza mai scendere in campo e, successivamente, spostandosi in Turchia per pochi mesi, con esiti risibili.

Il mancato confronto “serio” col Calcio europeo pesa nella valutazione complessiva di un giocatore particolare, descritto da Pelé come un Campione ma che in realtà, tale non è definibile.

Non un incompiuto, perchè il C.V. resta di livello.

Però quasi mai in grado di far la differenza, come un Campione dovrebbe saper fare.

Giocare a piedi nudi per strada da bambino gli ha regalato estro, fantasia e potenza nel calcio.

Il carattere e la personalità non sono però stati all’altezza del talento, quantomeno dal punto di vista professionale.

Come playboy, nulla da eccepire: un Top Player: costante, prestazionale, impegnato, metodico.

A fine carriera riflette per qualche mese se intraprendere il mestiere di allenatore, poi si rende conto che stare dall’altra parte della barricata lo esporrebbe al rischio di trovarsi dinanzi qualche Eder di turno, prospettiva alquanto deprimente, e decide così di rinunciare all’idea.

Accudisce l’adorata madre sino alla scomparsa di quest’ultima, ultra novantenne, avvenuta pochi mesi or sono: lei, donna di stampo antico e religiosissima, che lo avrebbe voluto lontano dal Calcio e dalle tentazioni ma che, ad un certo punto, ha assecondato i desideri del figlio e del marito, convinto -quest’ultimo- che il ragazzo avesse la stoffa per emergere e non seguire le orme paterne a battagliare con il negozietto di famiglia.

Oggi Eder commenta spesso eventi in tv e radio, gestisce diverse scuole calcio e con l’Atletico Mineiro ha avviato vari progetti di collaborazione per i giovani, richiamati subitaneamente all’ordine allorquando essi non mostrino adeguata disciplina, doveroso attaccamento alla causa e necessaria continuità.

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Incredibile ma vero: la legge del contrappasso, Meu Amigo Eder.

V74

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