• Laziale dentro

Alcuni giocatori hanno il mercenarismo che scorre loro nelle vene.

Sono la stragrande maggioranza del carrozzone, in realtà.

Altri, pur non disdegnando il piacere di essere adeguatamente ricompensati per svolgere un’attività tutto sommato gradevole, finiscono per affezionarsi ad una Maglia, ad un pubblico/popolo, ad un luogo, ad una Storia.

Come accaduto per Gabriele Podavini, bresciano di nascita e Laziale di indole.

Il nostro viene al mondo nel 1955 a Gavardo, pochi passi da Brescia, dove trascorre l’infanzia e l’adolescenza in un ambiente tranquillo e con la passione per il Calcio che man mano prende il sopravvento su tutto il resto.

Cresce nelle giovanili del Virle e poi passa al Brescia dove, unico trionfo di categoria nella storia della compagine lombarda, vince il Campionato Primavera, annata 1974/75, strappando il trofeo alla Roma ed imponendosi in finale sul Napoli nello spareggio in campo neutro a Firenze, dopo i due pareggi ottenuti contro i partenopei nelle gare di andata e ritorno.

Si tratta appunto di un risultato storico, peraltro conquistato con dei compagni che -tranne una manciata di essi, protagonisti soprattutto in B e C- non riusciranno a raggiungere il livello massimo del professionismo, eccezion fatta proprio per Podavini e per quel talento genialoide di Beccalossi.

Il Brescia inizia a credere nelle potenzialità del ragazzo e per saggiarne ulteriormente le doti decide di mandarlo in prestito al Bolzano, in serie C, in un torneo lungo e difficile, oltre che agonisticamente molto tosto.

La squadra è costruita per raggiungere una comoda salvezza e la ottiene senza eccessivi patemi d’animo: con Podavini si mettono in mostra il portiere Piotti, giunto in prestito dal Como e futuro guardiano di varie compagini tra A e B, Milan ed Atalanta in primis, poi il giovane Rondon, successivamente bomber di Vicenza, Treviso ed altre squadre tra B e C.

Gabriele è titolare e le gioca quasi tutte con buona continuità di rendimento, spiccata personalità, in particolar modo facendo riferimento alla ancor tenera età, e tanta, tanta tigna.

Caratteristica che farà la fortuna sua e quella delle squadre che lo ingaggeranno, in carriera.

Tornato alla casa madre, Podavini entra in pianta stabile nella rosa del Brescia Calcio e ne diventa subito una delle colonne.

La squadra milita in B e disputa un campionato al di sotto delle aspettative, salvandosi per un soffio dalla retrocessione: i gol del futuro Campione del Mondo Spillo Altobelli e del compianto Giuliano Fiorni, la classe a fasi alterne del succitato Beccalossi, il mestiere di vecchi marpioni quali Viganò e Ghio e la tenacia in difesa di Poda e di Cagni sopperiscono alle lacune di un ensemble tutt’altro che fenomenale nel settore nevralgico del terreno di gioco, il centrocampo.

Nella stagione successiva la società lombarda si assicura diversi rinforzi creando un buon mix tra giovani in rampa di lancio ed elementi di esperienza: in porta arriva Martina dall’Inter, poi scalzato nel ruolo, come titolare, dal giovane Malgioglio.

Dietro firmano i rampanti Guida, sempre dai nerazzurri di Milano, e Magnocavallo, dal Varese.

In mezzo ecco le geometrie di Moro ed il mestiere di Rampanti.

Davanti lascia Altobelli, destinato all’Inter, manco a dirlo, ed approdano in bianco-blu Mutti, Nicolini e Rondon a dar manforte all’esperto Salvi.

Annata di transizione, con salvezza leggermente più rilassante di quella precedente.

Podavini è titolare inamovibile, inizia pure a prendere una certa confidenza con la rete avversaria e gioca con disarmante facilità sulla corsia di destra, terzino difensivo con licenza di arrembare.

Nuova annata sportiva, nuovi acquisti di livello come Galparoli, De Biasi e Nanni e Brescia che si assesta in graduatoria nella zona-medio alta.

Il percorso di crescita prosegue e le Rodinelle sono ormai pronte a spiccare il volo verso la serie A.

Pochi innesti (Penzo, Maselli, Salvioni e Iachini), ma mirati: mister Simoni conduce il suo Brescia al terzo posto, ultimo utile per salutare la cadetteria e, finalmente, raggiungere l’agognata massima serie.

Podavini, tra i principali artefici della promozione nonostante salti qualche gara in più rispetto alle precedenti stagioni, è leader e porta spesso la fascia di capitano sul braccio.

Iniziano a piovere richieste di mercato, per il giocatore: eclettico, risoluto, concentrato, non soggetto ad infortuni, capace di marcare ad uomo e nel contempo spingere sulla fascia, con un piede non educatissimo ma più che accettabile per un difensore, all’occorrenza utilizzabile pure a sinistra, oltre che nel suo classico ruolo di terzino destro.

Inoltre si tratta di un ragazzo posato, equilibrato e generoso.

Il limite è nell’altezza, non eccelsa, compensata però da un più che valido atletismo, da una discreta elevazione e da una buona velocità di base rafforzata proprio dal dinamismo della figura.

Podavini vanta già una buona esperienza, seppur mai in A finora, ed è pronto e maturo per il campionato top.

Il Brescia respinge al mittente tutte le offerte e lo dichiara incedibile.

Però effettua un calciomercato che manco Borlotti e Bergonzoni con la Longobarda e la retrocessione diventa una certezza anche se la squadra, sotto la guida del nuovo allenatore Magni, subentrato a Simoni passato al Genoa per riportarlo in A, lotta e spende sino all’ultima goccia di sudore nel vano tentativo di sottrarsi alla condanna.

La classifica avulsa sentenzia la B e, come non di rado accade, la discesa prosegue fino agli inferi della C, con Magni inizialmente confermato e poi esonerato nella speranza -vana anch’essa- di salvare la baracca.

Podavini è il più presente in stagione, soffre la retrocessione come nessun altro, da tifoso e capitano, e sarebbe pronto a restare a Brescia per iniziare la risalita.

I suoi dirigenti sono però di ben altro avviso ed intendono monetizzare: si apre una vera e propria asta, con diverse società interessate all’acquisto.

La spunta il Perugia, alla ricerca di un profilo esperto di categoria per completare il reparto arretrato: un terzino destro di spinta e, nel caso, centrale di difesa e laterale sinistro.

Identikit perfettamente corrispondente, cartellino ben pagato ai lombardi ed ingaggio adeguato al calciatore, che si è convinto a tagliare il cordone ombelicale con i nordici ed ha optato per un trasferimento al centro Italia, declinando un paio di proposte ufficiali dalla A e lasciando cadere qualche interessamento dalla B.

Sembrerebbe quindi tutto fatto se non fosse che Clagluna, allenatore della Lazio subentrato in corso d’opera a Castagner nella stagione precedente, legge sui giornali della trattativa, si ricorda di essere stato colpito dalla prestazione del ragazzo da avversario e chiede alla sua società di provare a prenderlo.

E l’inserimento della Lazio fa saltare infatti l’accordo.

Podavini, entusiasta dell’idea, sbarca così a Roma.

Il Brescia, per non inimicarsi la società biancorossa, aiuta quest’ultima nella ricerca di un prospetto che possa far corrispondere tutti i tasselli del mosaico in maniera adeguata.

E i grifoni finiscono per ingaggiare un pari ruolo di Podavini, alias Montani, caratteristiche pressoché identiche all’altro, prelevato dalla Cremonese e ceduto, un paio di stagioni più tardi, al Vicenza.

Nessuno può nemmeno lontanamente immaginarlo, ma tutto ciò fa parte di un copione strambo quanto salvifico che andrà in scena anni dopo, precisamente il 21 Giugno 1987, allo Stadio Olimpico di Roma.

La Lazio affronta il Lanerossi Vicenza, in una gara fondamentale per evitare la caduta in C e scongiurare il possibile, se non addirittura probabile, fallimento dei romani.

Un giorno drammatico, una data epocale, un momento storico per la compagine capitolina.

Il cosiddetto Totonero Bis ha infatti dapprima retrocesso i Biancocelesti, poi ha inflitto loro 9 punti di penalizzazione riammettendoli in B ma condannandoli ad una stagione soffertissima nella quale Fascetti e la sua Banda, denominata in seguito appunto dei Meno 9, riescono a scongiurare miracolosamente una fine ingloriosa e ad innalzarsi per l’eternità nell’Epopea Laziale e, per molti versi, calcistica.

Tornando a quel giorno epico, per l’appunto…

Col Vicenza, dopo una serie di risultati altalenanti, serve una vittoria per sperare in concomitanti esiti favorevoli.

Gara dura, esasperante, tormentata, travagliata.

I veneti si difendono, per loro il pareggio significa salvezza.

Il portiere biancorosso, Dal Bianco, si erge a protagonista del match, parando il possibile e pure l’impossibile.

Ne racconterò altrove, più avanti.

Fatto sta che il punto di svolta della partita è in una giocata di Podavini che porta l’irruento e sopracitato Montani al fallo.

Il destino si compie, inesorabile.

Il vicentino è già ammonito, per un precedente e duro intervento su Caso.

L’entrata su Podavini non è cattiva ma fuori tempo, con la maglia dell’avversario tirata oltre il lecito.

L’arbitro, D’Elia di Salerno, estrae il cartellino ma ha un attimo di esitazione: si ricorda che il giocatore è già ammonito.

La seconda sanzione potrebbe essergli forse risparmiata, in quanto il fallo è alquanto veniale e la gara combattuta e nervosa.

Siamo ai limiti, si, ma ormai la giacchetta nera non può tornare sui suoi passi: secondo giallo e Montani, proprio lui, va sotto la doccia.

Podavini ha ancora più spazio a disposizione per cavalcare sulla fascia, datosi che l’espulso agiva sulla sua laterale.

A pochi minuti dalla fine si ritrova la sfera tra i piedi, in buona posizione: il tiro è mezzo svirgolato ma si trasforma nel più prezioso degli assist per Fiorini, centravanti del quale diremo altrove, che con un movimento sconosciuto nella Storia del Calcio supera il suo marcatore e buca il portiere avversario, fino a quel momento autentica saracinesca ed invalicabile ostacolo dinanzi agli assalti nemici, come detto.

Apoteosi e lacrime, in campo e fuori.

Non è finita, ma è un ottimo viatico per gli spareggi di Napoli, dove la Lazio va in apnea dopo la sconfitta col Taranto e si salva, definitivamente, battendo il Campobasso nell’ultima gara di una stagione assurda quanto memorabile.

Podavini rientra a pieno titolo quindi tra gli Eroi del Meno 9.

Col Taranto patisce un infortunio che non gli consente di scendere in campo nella gara successiva, ma non importa.

La Lazio è salva e lui con Lei.

E nel frangente?

Prima?

Beh, Gabriele arriva a Roma col tumulto nel cuore.

La Capitale, la Città Eterna, la Dolce Vita, la Lazio.

Nelle interviste si dice terrorizzato dal traffico romano, innamorato della bellezza della città, emozionato nel condividere lo spogliatoio con campioni del calibro di Giordano, Manfredonia, D’Amico.

Al primo colpo, con qualche piccolo brivido, centra la promozione e torna in serie A da protagonista.

Difatti un suo tiro sbilenco -precursore di quello col Vicenza- incrocia i destini con una sfortunata quanto provvidenziale deviazione dell’ex Laziale Mastropasqua e batte il Catania nella gara decisiva per ottenere il secondo posto in campionato, alle spalle del Milan, a sole due giornate dal termine.

Un pari non rilassantissimo -ovvio- a Cava dei Tirreni nell’ultima prova della stagione ed è fatta.

La stagione successiva è un macello -ma no!- e al fotofinish arriva una sudatissima salvezza, con la classifica avulsa che arride ai Biancocelesti.

Brividi e lacrime nell’ultima gara a Pisa: la A è ancora Laziale.

I segnali non sono però incoraggianti e Podavini, titolare non inamovibile, si accorge che quello spogliatoio fino a quel momento di certo atipico ma talvolta pure divertente, con alcuni compagni che manovrano finanche il meteo di Tor di Quinto a loro piacimento, rischia di trasformarsi in una polveriera ingestibile e controproducente.

E così finisce, inevitabilmente, col Presidente Chinaglia -gran cuore Biancoceleste- che di calcio non giocato ne capisce quanto un abitante della Foresta Tropicale e con la Lazio che retrocede mestamente schierando gente come Giordano, Manfredonia, D’Amico, Laudrup, Batista.

Incredibile, inspiegabile o forse si: una delusione atroce, comunque.

A fine anno Podavini riceve una buona offerta per riavvicinarsi a casa, ma la rifiuta.

Ormai si sente romano e, ancor di più Laziale.

Si è affezionato all’Aquila e vuole riportarLa in serie A.

Purtroppo le cose non vanno come sperato ed il torneo successivo si trasforma in un’ulteriore messa a punto delle coronarie dei tifosi, tra problematiche societarie ed economiche, infortuni, polemiche ed una salvezza che arriva nelle ultime giornate, nonostante un allenatore -Simoni- ingaggiato per puntare alla promozione ed una squadra che, al netto di tutto il caos ambientale, era comunque attrezzata per fare meglio.

Podavini, as usual, fa il suo.

Titolare, buon rendimento, al servizio della squadra dal primo all’ultimo istante.

Del campionato 1986/87 si è già detto.

Al termine dello stesso, Gabriele vive un periodo che definire particolare è poco.

Emotivamente è sfiancato: l’epilogo, seppur mitologico, non viene istantaneamente percepito come tale.

In alcune interviste, anni più tardi, il giocatore confesserà di essere stato conquistato dall’incredibile attaccamento dei Tifosi alla squadra durante quel periodo, ancor più folle e profondo di quello abituale, ma anche di non aver pienamente compreso la straordinarietà del risultato ottenuto, tenendo conto di tutto ciò che accadde in pochi mesi, quantunque la Lazio avesse avuto la possibilità di salvarsi con maggiore serenità e in anticipo, nonostante la penalizzazione.

I capitolini si riorganizzano dal punto di vista societario, entrano nuove figure dirigenziali e per il capitano Podavini non c’è più spazio.

Lui che ha dato tutto con l’Aquila sul petto, lui che se l’è ormai tatuata sul cuore, lui che in alcuni momenti topici ha contribuito a segnarne la Storia, lui che si è reinventato pure freddo e preciso rigorista per Lei, beh, lui è fuori dai piani.

Out.

Una cocente delusione per l’uomo, prima che per il calciatore, uno che avrebbe accettato una riduzione dell’ingaggio e che non avrebbe creato problemi per allungare il contratto e non muoversi da Roma.

Il Mister Fascetti tenta di mediare, ma niente da fare.

Poda si ritrova ad allenarsi a Pomezia, nel ritiro organizzato dall’ex difensore della Lazio Miele per i disoccupati del calcio, unitamente a tanti altri nomi importanti tra i quali, come detto, molti suoi compagni recenti.

Disputa alcune amichevoli, a Spoleto e a Pomezia, e riceve varie chiamate.

In verità ha mercato, è lì per mantenersi in forma e stare con amici, ma non rischia di fermarsi per una intera stagione.

Giochicchia con Filisetti, Dell’Anno e altri amici Laziali e colleghi come Sorbi, Tacchi, Musella, Dal Fiume, Tagliaferri e altri ancora con i quali ha battagliato ed incrociato i destini sui campi gloriosi della A e su quelli spesso polverosi della B del periodo.

L’umore è pessimo, d’altro canto.

Lasciare la Lazio così, come un ferro vecchio, senza alcuna riconoscenza, anzi, come fosse un incomodo, non gli va giù.

A togliere le castagne dal fuoco di pensa Spinelli, presidente del Genoa, che sta allestendo una discreta compagine per una B d’assalto, quantomeno nelle intenzioni.

A Perotti è subentrato il nuovo allenatore Simoni, specialista in promozioni dalla B in A che conosce bene il giocatore e ne avalla l’acquisto.

Le cose non vanno per il verso giusto, purtroppo, e dopo poche giornate Gabriele viene scalzato dal ruolo di titolare dal grintoso Torrente nel ruolo di terzino destro.

La squadra annaspa a centro classifica, Simoni viene esonerato e sostituito dal rientrante Perotti, che tenta di riciclare Podavini come difensore centrale.

Risultati mediocri e divorzio consensuale a fine anno, con Scoglio che si insedia sulla panchina genoana portando poi i liguri in A e dando così inizio ad un ciclo di grandi soddisfazioni per i rossoblu.

Un anno a Siena in una rimpatriata di vecchi Laziali con Fiorini e Vianello in campo e Ferruccio Mazzola in panca, terzo posto e promozione sfiorata in C1, poi Podavini saluta la compagnia e firma per il Pordenone, dove lavora una società ambiziosa e vogliosa di riportare la squadra nel calcio che conta.

Il periodo è quello della riorganizzazione delle categorie FIGC, con l’inserimento del torneo di Eccellenza e vari ripescaggi e movimentazioni in atto.

Il progetto prevede lo sfruttamento di queste situazioni favorevoli e l’ascesa verso il professionismo.

Il risultato è di ben due retrocessioni consecutive, con punteggi che manco con le giovanili.

Già durante l’esperienza in terra friulana Gabriele inizia a lavorare come allenatore, proseguendo successivamente al Seregno ed alla Bagnolese per alcune stagioni.

Non se la cava male, ama il Calcio visceralmente e ne ha masticato abbastanza da poterne insegnare a iosa in categorie inferiori e non solo.

Possiede un diploma di geometra che resta nel cassetto, mentre inizia a svilupparsi l’idea che la passione per le auto e le moto d’epoca possa diventare un mestiere, in futuro.

Purtroppo alcuni problemi di salute lo costringono ad uno stop forzato che, per fortuna, si risolve grazie all’aiuto della sorella e ad una operazione delicata che va a buon fine.

La succitata passione per i vicoli d’epoca lo spinge ad investire in una grande officina di revisione.

Festeggia ogni vittoria della Lazio come se vi fosse un domani e continua a seguirne i destini, come fa con le altre squadre nelle quali ha militato.

Giocatore di quelli che c’erano una volta, ai quali finisci per affezionarti indissolubilmente.

L’uomo prima, poi il calciatore.

Che, nello specifico, avrebbe potuto avere una carriera ancora migliore di quella -non certo malvagia- che ha avuto.

Oggi, per giocare con la mente in una ipotetica e folle macchina del tempo, un elemento che gli somiglia parecchio sarebbe Carvajal, del Real Madrid: stesso fisico, ad occhio, caratteristiche tattiche simili, adattabilità tattica comparabile, grinta paragonabile.

Bacheca un pizzico diversa, ma giusto un pizzico, eh.

Podavini al Real non avrebbe avuto alcun senso, oh: uno così è da Lazio.

E mica una Lazio cragnottiana e vincente, no.

La Lazio del Meno 9: semplicemente indimenticabile, nella Storia del Calcio.

Uno vero per una Storia vera.

E meravigliosa.

Gabriele Podavini: tra gli Eroi del Meno 9.

V74

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