• 1998

Premessa doverosa: Goldie è un fottutissimo genio, nonché un grezzone e pagliaccione di dimensioni epocali.

A me sta simpatico, lo confesso subito per correttezza.

Vita stramba, sregolata, irregolare, sballata et similia.

Come da prassi, insomma.

Il cliché del perfetto musicista odierno: tutto palestra, flirt da copertina, foto e fotine, tatuaggi, denti dorati e baldanza a profusione.

Con una ventina di anni di anticipo, però.

E con un anticonformismo musicale che, oggi, sarebbe rarissimo da ritrovare.

Infatti poco dopo un capolavoro inarrivabile quale fu il meraviglioso Timeless, album che fa onore al titolo e che condusse l’elettronica sul tetto del mondo rivoluzionando un intero genere musicale e miscelando il possibile con l’impossibile finendo per trasformare il bordellaro ed intrigante drum’n’bass in un folle e ritmatissimo breakbeat, inventando di fatto jungle ed eredi vari, beh, chiunque si sarebbe goduto la gloria e i soldoni incassati, magari ricalcando la solfa successivamente ed agitando il mestolo di tanto in tanto per fingere di insaporire la brodaglia.

Ma Goldie non è Biagio Antonacci, decisamente.

L’inglese necessita di nuovi stimoli e, soprattutto, ama lanciarsi in avventure pericolose che possano esaltare il suo già smisurato ego.

Così entra in studio e lavora come un matto ad un progetto particolare, tanto mastodontico quanto vanaglorioso, va detto.

Album doppio, il primo con due sole tracce e con la number 1 che dura oltre 60 minuti.

Roba da taglio vene immediato, in modo particolare per chi non fa uso di sostanze stupefacenti e per chi non ha squilibri mentali conclamati ed evidenti.

La seconda parte è più classica, si fa per dire, con una decina di tracce.

Il primo cd, definiamolo così per quieto vivere, è denominato Mother, dal nome della prima traccia omonima e con dedica palesemente ovvia.

La seconda, Truth, include un brano nascosto e presenta la voce di Bowie all’opera.

Mother è una suite musicale, un tentativo alquanto rischioso di unire elettronica e classica, un ondeggiante ed a tratti furioso grido di dolore che parte dal silenzio cosmico e aumenta pian piano creando panico e sfasamento, sfociando nell’angoscia più pura in diversi frangenti e rasentando la paranoia nei suoi riff orchestrali-dnbessiani, con una vera e propria orchestra a supportare questa follia e con una moltitudine di archi e violini a scontrarsi tra loro come schegge impazzite in una ipotetica notte di scazzo ipnotico.

Noioso, per molti.

Geniale, per pochi.

Inusuale, per tutti.

Truth, dopo questo autentico bagno di sangue sonoro, risulta essere una passeggiata di salute di una quindicina di minuti, con il buon David che contribuisce a dare atmosfera ad una canzone che chiude la prima parte del lavoro ed introduce la seconda (Saturn) nella quale trovano spazio pezzoni clamorosi quali la straziante ed emozionante Letter of Fate, l’aggressiva e coinvolgente Dragonfly, la malinconica e struggente Believe ed altri ancora.

Oltre a Bowie partecipano al progetto artisti di fama come Noel Gallagher, KRS-One e svariati specialisti del settore.

Di Goldie si può discutere tutto, in primis il concetto di gusto.

Ma è un produttore di indubbio talento, un arrangiatore eccelso ed un visionario atteggioso si, ma pure bravo, per davvero.

Naturale conseguenza che Saturnz Return sia e suoni altezzoso, presuntuoso e snervante, per certi versi.

Gran parte della critica lo ha stroncato e parecchi fans si sono uniti al coro di disapprovazione, spingendo l’autore in un limbo di complessità artistica che solamente anni dopo rivedrà la luce, seppur priva della la fama raggiunta in passato.

Eppure questa immane accozzaglia di suoni mostra un eclettismo che mi affascina, mi turba, mi sorprende ad ogni nuovo ascolto, ancor di più se rarefatto nel tempo.

Suona elettronico e impasticcato, vero, ma anche dannatamente soul e talvolta addirittura funky, finendo per stupire proprio quando l’istinto sarebbe quello di stoppare il flusso e/o cambiare genere e pianeta.

Possiede una sua potenza intrinseca, quantomeno per me.

Un produttore semplicemente bravo avrebbe potuto dare a questo album una impronta diversa, di sicuro più potabile per l’ascoltatore medio, regalandogli una parvenza di normalità, cavalcando furbescamente il filone trip hop e sfruttando il materiale a disposizione e l’idea di base così da avvicinarlo al precedente Timeless e farne un prodotto di massa piuttosto che -come ad oggi- quasi di nicchia.

Invece così come è resta un qualcosa di indefinito, genialoide, estroso, talentuoso, imperfetto, complicato.

Di problematica catalogazione, oltretutto, il che uccide chi abbisogna di schemi per approcciarsi ad un ascolto che non ne mini le proprie certezze basiche.

Per carattere vivo di sfide, chiaramente perse, e forse tutto ciò me lo rende gradevole.

Perché, indubbiamente, Goldie è una sfida perenne.

Lirico, sensuale, pretestuoso.

E, come detto, dannatamente eccessivo.

Per chi adora la sfrontatezza, il rischio e le imperfezioni, SR rappresenta una vera e propria manna dal cielo.

Se piove e si è tristi, poi, entriamo nel salvifico.

A patto di reggerlo sino in fondo, altrimenti diventa una condanna.

Goldie – Saturnz Return: 8

V74

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