• Perfido e Adorabile

Harald Anton Schumacher, Toni per gli amici.

Düren, ci si arriva in metropolitana da Colonia, è una ridente cittadina tedesca nota per aver avuto una storia decisamente ingarbugliata e per aver dato i natali a parecchia gente di talento, tra cui diversi calciatori.

Uno di loro, di certo il più eccentrico, risponde al cognome Schumacher, portiere di professione, stravagante di indole.

Il nostro viene alla luce nel 1954, il 6 marzo, segno zodiacale Pesci: i nati sotto questo segno sono generalmente molto sensibili, introversi, tendenti ad una spiccata forma di insicurezza con una predisposizione al dubbio, alla vulnerabilità, ad un approccio delicato e fatalista nei confronti del prossimo.

La carriera e la vita di Harald racconteranno esattamente l’opposto, smentendo lo Zodiaco in tutto e per tutto.

Il ragazzo vive una gioventù abbastanza spensierata, non dissimile da quella della maggior parte dei suoi coetanei, evidenziando sin da piccolino una smisurata passione per il pallone.

Lo gioca ovunque, in giardino e per strada, e con chiunque capiti, amici o sconosciuti che siano.

Ancora giovanissimo viene adocchiato da un vicino di casa, osservatore per hobby e collaboratore dello Schwarz-Weiß Düren, un attrezzato club della zona dove il futuro Toni inizia ad apprendere le basi del mestiere.

Vorrebbe giocare a centrocampo, il ragazzo: gli piace l’idea di dominare la scena e far girare la ruota, ma ben presto si accorge che nessuno è più al centro dell’attenzione del portiere di una squadra di calcio.

Il fisico inizia a modellarsi, massiccio e agile in egual misura: i suoi amici lo vedono come un toro, uno che pure quando cade rovinosamente a terra pensa subito a rialzarsi senza mai lamentarsi del dolore e anzi, fingendo beffardamente di non averlo manco provato.

Si guadagna la fama di duro, caratterialmente mostra i primi sintomi di quello che sarà il suo marchio di fabbrica negli anni a venire, eppure non vi è un solo compagno che non gli voglia bene.

Harald si divide tra la scuola e gli allenamenti, con saltuarie parentesi in discoteca, nei fine settimana, per tentare di agganciare qualche piacente fanciulla.

Man mano che avanza nelle selezioni giovanili, in chi lo osserva aumenta la sensazione di trovarsi davanti ad una vera promessa nel ruolo: e di essere bravo se ne convince pure l’apprendista pipelet che si allena sempre con volontà e grinta, lavorando con una serietà che lo dipinge più maturo della sua età effettiva.

Alla soglia dei 18 anni è già chiaro ed evidente che gli toccherà spiccare il volo verso mete importanti.

Quanto importanti, sarà il tempo a stabilirlo.

Come detto, Düren è ad uno sputo da Colonia.

Ed i solerti talent scout della compagine renana hanno messo gli occhi sul giovane già da un paio di anni: la scintilla scocca definitivamente durante una gara del Torneo del Medio-Reno, dove il portiere mette in mostra doti notevoli e sprigiona sicurezza da tutti i pori parando il parabile ed anche qualcosina oltre.

Il Colonia si convince ad investire e, dopo una breve trattativa, ne acquista i diritti sportivi.

Il calciatore è felice: avverte la sensazione di poter arrivare al professionismo, quello vero, e mette da parte qualche remora sul fatto che si possa vivere di solo calcio.

Inoltre non ha bisogno di allontanarsi dalla famiglia e questo, in particolar modo per i genitori, è motivo ulteriore di gioia e di supporto alla causa.

Schumacher sbarca in un Colonia che in quegli anni è una delle squadre più  importanti della Bundesliga.

I Caproni, come vengono denominati i renani per il loro stemma, hanno dovuto rinunciare da qualche mese al portiere titolare Manglitz, nel giro anche della Nazionale tedesca, coinvolto in uno scandalo di gare truccate e, conseguentemente, squalificato a vita.

Il ruolo non è scoperto, ma in quel dato momento la società non ha le idee chiarissime a riguardo.

Saranno un paio di infortuni -che potremmo definire  “provvidenziali”- ai colleghi a regalare l’ esordio in Campionato a Schumacher, dopo una stagione trascorsa in panca.

Da lì a poco il dado è tratto e nessuno oserà più smuovere questo colosso dalla porta dei biancorossi.

Ci proverà solo il guru Rinus Michels, una decina di anni più tardi e dopo un furioso litigio, a metterlo in disparte.

Ma l’esilio durerà poco.

Il Colonia di metà decennio 70 esprime una squadra solida, di valore, con un ottimo mix di qualità e quantità: ed in una fase storica nella quale la maggior parte delle formazioni dispone di rose per lo più striminzite, i renani possono invece vantare un gruppo coeso e numericamente superiore ai contendenti.

Il che, a lungo andare, fa la differenza.

Per quasi una quindicina di stagioni Toni è titolare pressoché inamovibile: nell’arco degli anni la società gli affianca diverse riserve, buoni interpreti ma con un copione da comparsa già ben delineato.

Nessuno osa scalfire la titolarità del totem di Düren che con le sue parate contribuisce a regalare ai suoi un meraviglioso Scudetto nel 1978, oltre a ben tre Coppe di Germania.

In Europa il Colonia non se la cava male arrivando in più occasioni a sfiorare il colpaccio, come nella finale di Coppa Uefa del 1985, quando solo il Real Madrid impedirà alla compagine tedesca di alzare il trofeo.

Pure in campionato non mancano degli ottimi piazzamenti, a dimostrazione di quanto ormai i biancorossi siano una realtà consolidata.

D’altro canto giocatori come Littbarski, Muller, Allofs, Schuster, e prima ancora Cullmann, Overath e Flohe, non si trovano mica sotto l’ albero di Natale, tutt’altro.

E poi quel bestione tra i pali, a trasmettere tranquillità alla difesa e ad intimorire gli avversari.

Premi personali ad iosa, per lui, durante il periodo in oggetto.

E come accaduto nel club, ecco un paio di infortuni dei rivali a spalancargli le porte della Fußballnationalmannschaft, la Nazionale tedesca, ove aveva già mostrato il suo talento nelle rappresentative giovanili.

Harald, sfrontato e disinvolto come al solito, rifiuta l’ etichetta ingombrante di erede del mitico Sepp Maier, icona germanica per eccellenza, sottolineando la bravura dell’ ex saracinesca del Bayern ma dichiarando allo stesso tempo che l’unico fenomeno al quale egli si ispirava era tale Toni Turek, guardiano della Nazionale teutonica che vinse i Mondiali del 54.

Da qui il soprannome di Toni, quantunque tempo dopo lo stesso Schumacher ebbe a precisare che l’origine primaria di codesto appellativo ebbe luogo nel suo club, per evitare fraintendimenti durante le azioni di gioco e distinguersi da un altro Harald, il difensore Konopka, anch’egli protagonista di quel Colonia vincente e pluridecorato.

Schumacher esordisce in Nazionale nel 1979 e dopo solamente un anno è protagonista nella vittoria del Campionato Europeo, in quel di Roma.

Un predestinato, senza alcun dubbio.

Un fottutissimo e meritevole predestinato.

Il periodo con la maglia dei bianchi sarà un capitolo fondamentale dell’epopea schumacheriana: oltre al trionfo del 1980 vanno in archivio un Europeo del 1984 giocato alla grande ma con la Germania eliminata prima del tempo e, soprattutto ben due Mondiali persi in finale, a rimarcare il bilancio finale di una decina d’anni a livelli altissimi.

Ogni tanto qualche topica, come nella finale del 1986, con una uscita azzardata che regala il vantaggio agli argentini, poi rimontati ma ugualmente vincitori negli ultimi frangenti di match.

Ma anche tante prestazioni straordinarie di un portiere completo, sicuro, esperto, oltre che ottimo pararigori e leader naturale.

Qualche atteggiamento sopra le righe, questo si.

Al Mondiale di cui sopra, infuriato per essersi visto sfuggire nuovamente la Coppa a pochi metri dal traguardo, durante la premiazione rifiuta la stretta di mano di Pertini, l’allora Presidente della Repubblica della compagine vincitrice, e si allontana rapidamente dal palco: tempo dopo si scuserà per l’accaduto in un cordiale e simpatico incontro romano con lo stesso Capo di Stato italiano.

Non è la prima volta che Toni si ritrova a chiedere venia per un suo gesto inopportuno.

Celeberrimo infatti è l’episodio di Siviglia -ancora 1982- che, per certi versi, gli restituisce una notorietà ancor più clamorosa di quella abituale.

Mondiale di Spagna, semifinale meravigliosa tra Germania e Francia in quella che passerà alla Storia come la celeberrima “Notte di Siviglia”: Platini, capitano transalpino, inventa letteralmente dal nulla un brillante corridoio verso la gloria per Battiston, fedele scudiero di vecchia data e grintoso compagno di squadra del genio francese.

Il gregario in questione è un cavallone di razza dalla progressione irresistibile ed è da qualche istante subentrato al centro della contesa, indi fresco come una rosa e decisamente più in palla dei panzer Kaltz e Stilieke che annaspano alle sue spalle in sofferenza come manco Enzo Paolo Turchi sull’Isola dei Famosi.

Battiston arriva in area ed ha solamente Schumacher tra sé e la porta avversaria: il portiere esce come un disperato, ormai conscio di non avere altra possibilità che tentare l’impossibile.

Il francese, possente ed atletico, ad un certo punto ha forse una esitazione fatale, un rallentamento che si rivelerà funesto: infatti l’estremo difensore avversario gli arriva addosso come un tir, quasi cento chili di autentica potenza fisica made in Germany, un impatto devastante per il blues che riesce appena a toccare la sfera, la quale beffardamente e con ritmo scandito dall’intero stadio in tensione andrà lemme lemme a terminare la propria corsa a pochi centimetri dal palo.

Nel frattempo Battiston è a terra, immobile: attimi di autentico terrore per tutti coloro che sono in campo, fuori e davanti alla tv.

Schumacher si ferma nervosamente a palleggiare a pochi passi dalla sua porta, lamentandosi del tempo perduto dai francesi e brandendo la sfera come una freccia da scagliare addosso al primo che gli si fosse parato innanzi.

In tutto ciò arbitro e guardalinee non si accorgono di nulla, tralasciando il fatto che l’azione si era sviluppata in area di rigore e che l’intervento di Toni era stato di una violenza immane e, va detto, assolutamente gratuita, in quanto tutti avevano chiaramente compreso che lo scontro non era stato affatto casuale ma bensì cercato, voluto.

Schumacher, anche in passato, aveva in più occasioni dichiarato che per lui l’avversario è un nemico non soltanto da sconfiggere ma, se possibile, pure da abbattere: lui si vede come un ultimo ostacolo prima della caduta del fortino ed è quindi obbligato a fare in modo che ciò non accada, con tutti i mezzi, leciti o non leciti che possano esistere.

Si sente come “un drago volante, agile e invalicabile, un diavolo rosso con le ali pronto a proteggere il suo sacro tempio ad ogni costo”.

Parole che lasciano poco spazio alla fantasia.

Vi è una componente di sana pazzia nei pensieri e nelle parole di questo riccioluto ariano e negarlo sarebbe alquanto ipocrita ed irrispettoso nei suoi confronti ed in quelli di coloro che si dilettano nel leggerne le gesta.

Fatto sta che Battiston perde i sensi e si risveglia in ospedale con due denti rotti, varie costole incrinate, una commozione cerebrale ed una condizione di coma, seppur in controllo, che induce tutti al feroce odio nei confronti di Toni, appellato come un criminale insensibile e bestiale.

Come se non bastasse, negli spogliatoi il pipelet accusa Battiston di aver fatto scena e, venuto a conoscenza dei danni riportati dal laterale del Saint-Etienne, si dichiara pronto a ripagarlo con una dentiera d’oro.

Da Oscar della beffa, insomma.

Sui giornali francesi, nei giorni a venire, viene definito peggiore di Hitler da un intero popolo che ha il veleno in corpo, anche perché il nemico, graziato dall’arbitro, finirà pure per essere protagonista della gara, ai rigori, bloccando i tiri di Six e Bossis e regalando ai tedeschi la finalissima di Madrid, poi persa contro l’Italia di Bearzot.

Che i francesi, per una volta nella vita, abbiano dovuto tifare Italia grazie/per colpa al/del nostro?

Probabile, verrebbe da credere.

Molto probabile.

As usual, tempo dopo, Schumacher chiederà venia per quel comportamento e quando avrà l’occasione di incontrare Battiston proverà a spiegare il suo punto di vista, invero poco ortodosso.

Nel Mondiale messicano dell’86 i due si rincontreranno anche in campo, per fortuna senza conseguenze, e nuovamente in semifinale: ancora una volta sarà il tedesco a trionfare per poi arrendersi, come quattro anni prima, in finale, stavolta contro l’Argentina di Maradona.

Al termine della rassegna iridata sudamericana Toni ha una vera e propria crisi di nervi: tornato a casa pubblica un libro impregnato di accuse e polemiche contro il sistema calcistico teutonico, accusato di doping, ipocrisia, disorganizzazione, malafede.

Un quadro assolutamente imbarazzante per la Federazione tedesca, con nomi e cognomi pubblicati senza timori reverenziali e con la abituale vis polemica del giocatore renano.

Un durissimo j’accuse, tradotto in parecchie lingue, che deflagra come una bomba nella Mitteleuropa mettendo a soqquadro un ambiente già teso di natura e gettando pesanti ombre su un mondo che si ritrova sul banco degli accusati dai media e dagli stessi tifosi.

Schumacher subisce una palese forma di ostracismo, per questo suo sfogo letterario: il Colonia, dopo oltre 400 gare in Bundesliga, decide di licenziarlo, mentre la Federazione, con un certosino lavoro di intelligence, gli fa terra bruciata intorno e lo esclude dalla Nazionale nonostante lo stesso portiere, inizialmente intenzionato ad annunciare il ritiro dopo la sconfitta con l’Argentina, avesse offerto la sua disponibilità nel ripensarci.

Il binomio tra Toni ed il calcio tedesco sembra essere giunto al capolinea, ma a sorpresa arriva la proposta dello Schalke 04, reduce da un paio di annate non eccelse e alla ricerca di un numero 1 affidabile per scalare le graduatorie.

Le cose però non vanno come previsto e, nonostante le buone intenzioni, lo Schalke incappa in una stagione disastrosa, conclusasi con un ultimo posto in classifica e la conseguente, amarissima, retrocessione.

Schumacher le gioca quasi tutte, non sempre irreprensibilmente, anzi, e rischia la scoliosi a forza di raccogliere palloni nel sacco.

A fine stagione si convince che è il momento di fare una esperienza all’estero: ha 34 anni, per essere un portiere è ancora discretamente giovane, cerca un progetto interessante, ha motivazioni adeguate e desiderio di rivalsa.

Per assurdo che possa apparire, visti i precedenti, riceve un’offerta dalla Francia, paese che lui apprezza parecchio per il buon vino, per l’ottima tradizione culinaria e per i paesaggi naturali.

Prima di firmare con lo Schalke, confesserà in quei giorni, era già stato ad un passo dal trasferirsi in una squadra francese, ma non se l’era sentita di tradire la parola data agli emissari di Gelsenkirchen.

Non fa nomi, ma le voci paiono indirizzarsi verso Marsiglia, sia per il passato che per il presente.

In questa occasione è sul punto di accettare quando gli arriva una chiamata dalla Turchia: il Fenerbahce, gloriosa compagine ottomana, è alla ricerca di un estremo difensore carismatico, di esperienza, disposto a trasferirsi sul Bosforo per qualche anno al fine di dare una mano alla crescita del calcio locale.

Lui ci pensa e ne parla in famiglia: è perplesso per la distanza dalla sua Colonia.

I turchi allora decidono di affondare il colpo aumentando le cifre sul contratto, ora appetibile come non mai, ed aggiungendo al pacchetto anche una villa da sogno ed un’auto di lusso con autista per accompagnare il giocatore agli allenamenti e per scorrazzare i parenti in giro per l’affascinante Istanbul.

Toni accetta e gli anni in Turchia scorrono felici.

Idolo delle folle, adora il Paese, se la cava ancora bene tra i pali e la squadra vince il campionato al primo tentativo e la Supercoppa Nazionale l’anno successivo, quando in campionato si piazza al secondo posto.

La terza ed ultima stagione di Schumacher in terra ottomana è avara di successi e culmina con una quinta posizione in campionato ed una precoce eliminazione in Coppa.

In Europa il Fener è ancora troppo acerbo e i risultati sono alquanto modesti.

Per molti la parentesi turca di Toni è ormai propedeutica ad un ritiro dalle scene ed il giocatore, ormai trentasettenne, non ha intenzione di andare a svernare in tornei ancor più esotici di quello dal quale proviene, quindi torna in patria e si mette sul mercato con l’ intenzione di disputare un altro paio di stagioni in Bundesliga come rincalzo o, mal che vada, in seconda serie come titolare.

D’altronde il fisico è ancora abbastanza integro e la voglia non manca di certo.

Bisogna fare i conti con la realtà, però: oltre alla questione anagrafica, non di poco conto, le compagini tedesche riflettono sulla complessità della figura, timorose che il calciatore possa risultare inviso in Federazione e che lo stesso non goda più dell’appoggio di una stampa favorevole come in passato.

In fondo sono trascorsi solo pochi anni dalla pubblicazione di Anpfiff (Calcio d’Inizio), la sua scandalosa autobiografia, e non tutti hanno dimenticato.

A dirla proprio tutta, in vista dei Mondiali italiani del 90, in patria si era discusso di una possibile convocazione di Harald come terzo: qualche rumor sosteneva che Beckenbauer, icona del calcio teutonico ed allenatore di quella Germania, dopo aver dapprima difeso Schumacher dalle polemiche sorte in relazione alla pubblicazione del suo libro e dopo averlo successivamente scaricato per non trovarsi in situazioni scomode con i dirigenti federali, avesse avvertito la stessa Federazione dell’intenzione di portare in Italia un terzo esperto, carismatico, risoluto, per avere un alleato col gruppo e per tenere il titolare Illgner e la sua riserva Kopke sulla corda.

L’identikit è quasi una fotografia, ma non se ne fa nulla.

Alla fine, non fosse altro che per ragioni scaramantiche visti i due Mondiali precedenti, si decise di soprassedere e come terzo fu convocato Aumann del Bayern Monaco, meno esperto di Schumacher ma di certo anche meno impattante dal punto di vista mediatico e meno complicato da gestire sul fronte degli equilibri interni.

Ancora una volta è però il fato a mostrarsi alleato del giocatore: il succitato Bayern di Monaco, società ricca e istituzionalmente potente, si ritrova a combattere con una autentica ecatombe di portieri: uno dopo l’altro, il titolare -proprio Aumann- e la sua riserva vanno KO e, come se non bastasse, pure il terzo rimedia un serio problema di natura fisica.

Il quarto è tale non senza un perchè, ragion per cui i bavaresi sono costretti a ritornare sul mercato, in questo periodo aperto unicamente per tesserare gli svincolati, alias disoccupati.

La scelta è risicata: qualche onesto mestierante della pelota, un paio di vecchie glorie usurate, qualche giovane precocemente bocciato dai grandi palcoscenici.

Poi lui, Toni: vecchia gloria ancora non del tutto usurata bensì vogliosa di mostrare il suo talento e di smentire chi la dà per bollita.

Contratto a gettone e Schumacher è un nuovo portiere del Bayern, quarta tappa di una carriera oltremodo importante.

L’annata, per un team così blasonato, è disastrosa: infortuni, avvicendamenti tecnici, errori di mercato e decisioni affrettate contribuiscono a rendere amarissima la stagione.

Schumacher disputa 8 gare, dimostrandosi ancora dignitoso per la categoria: non ha particolari colpe sul rendimento scadente della squadra ma a gennaio, dopo la pausa invernale, il Bayern ha nuovamente a disposizione un paio di portieri tra i quali il suo numero 1 e decide così di accomiatarsi dal veterano di Düren.

Toni, che probabilmente sperava in una conferma quantomeno fino al termine del torneo, si convince di averne abbastanza di questo calcio, in particolar modo di quello tedesco, e rifiuta un paio di approcci provenienti dalle serie minori.

Appende i guantoni al chiodo e si rifugia per un pò in famiglia con il figlio e la figlia, anni prima sottoposti ad un paio di goffi e -per fortuna- non riusciti tentativi di rapimento, oltre che con la nuova compagna con la quale è andato a vivere dopo aver divorziato dalla prima moglie, sua (ex) consorte per oltre sedici anni.

Dopo qualche mese lo Schalke pensa nuovamente a lui, stavolta come allenatore dei portieri in supporto a Koitka, ex estremo difensore di parecchie compagini tedesche che nel club svolge anche le mansioni di vice allenatore e di collaboratore tecnico.

Il nostro accetta e si rimette in gioco in un nuovo ruolo, con la solita passione e l’abituale impegno.

Una annata tranquilla, con la squadra che termina a metà classifica, in un periodo di transizione.

Il lavoro di Schumacher non passa inosservato e ad ingaggiarlo è ancora una volta una società che lo aveva visto protagonista tra i pali, il Bayern Monaco: stagione iniziata con qualche difficoltà, ma poi andata in cantiere con un successo in campionato tanto sofferto quanto goduto.

A fine torneo le strade di Toni e del Bayern si dividono nuovamente: il feeling tra le parti, per ragioni di rapporti e di indole troppo differente, sembra destinato a non tramutarsi mai in qualcosa di stabile.

Un breve frangente sabbatico ed ecco una nuova, eccitante avventura: questa volta niente ritorni e/o minestre riscaldate.

A bussare è un’altra società storica del calcio tedesco, quel Borussia Dortmund da poco vincitore del suo quarto titolo in Bundesliga.

Il club della Ruhr mira a consolidarsi ai vertici del torneo locale e vuole scalare posizioni anche in Europa, dove di recente ha già ottenuto risultati di assoluto rilievo.

L’arrivo di Toni desta curiosità ed il suo lavoro sul campo viene apprezzato, sia in società che dai tifosi.

Il potenziamento dello staff tecnico è uno dei segreti che porta il Borussia a riconfermarsi Campione di Germania e, dopo un anno, addirittura a sedersi sul trono d’Europa vincendo la Champions League del 97, contro la Juventus, oltre ad imbellire la bacheca con un paio di Supercoppe di Germania e una storica Coppa Intercontinentale susseguente al trionfo europeo.

Insomma, niente male davvero.

Artefice principale dei successi gialloneri è di sicuro Hitzfeld, tecnico astuto e preparato, che dopo la vittoria in Champions lascerà il posto all’ italiano Nevio Scala.

Hitzfeld, oltre ad essere un allenatore di spessore, è anche una persona a modo, garbata, interessata al parere dei propri collaboratori con i quali fa gioco di squadra.

Ed è proprio durante un ritiro, nella prima stagione di Harald a Dortmund come preparatore dei portieri, che al mister balena un’idea per la testa: a suo parere l’ex nazionale avrebbe meritato quantomeno un paio di Scudetti in più in carriera, rispetto all’unico vinto con la maglia del Colonia.

Inoltre gli altri due portieri in rosa, il titolare Klos e la sua riserva de Beer, denotano qualche piccolo problema di natura fisica.

Il secondo, in particolare, rischia di doversi fermare per varie settimane: quale migliore occasione, pensa Hitzfeld, per provare a rimpinguare il palmares di Toni e contemporaneamente evitare il rischio di lanciare -e forse bruciare- qualche giovane non ancora pronto?

Manco il tempo di parlargliene e lui accetta l’invito, col Borussia che può tesserarlo come giocatore fino a fine stagione.

L’emergenza portieri rientra abbastanza presto, ma Hitzfeld non dimentica di premiare la disponibilità di Toni con un gesto ragguardevole: nell’ultima giornata, con Klos assente e de Beer titolare, a pochi minuti dal termine gli concede una trionfale passerella facendolo entrare in campo, regalandogli il titolo di Campione di Germania per la seconda volta e, contestualmente, rendendolo anche il calciatore più anziano a vincere lo Scudetto germanico.

Dopo i trionfi del club giallonero e diversi mesi di lavoro come assistente, oltre che preparatore dei portieri, alcuni cambiamenti in seno allo staff societario e tecnico convincono Schumacher a cambiare aria.

Il Fortuna Colonia, modesta compagine che si barcamena nella Seconda Lega, gli offre il posto da allenatore capo: è una bella sfida per Toni che, manco a dirlo, non pensa neanche per un secondo di rifiutarla.

Il primo anno è duro e arriva una salvezza al fotofinish.

Nel secondo le cose vanno decisamente peggio e la retrocessione è inevitabile: Schumacher però la vive da spettatore perché i suoi (ex) dirigenti lo hanno sollevato dall’incarico a dicembre, nella vana speranza di salvare la baracca.

Per un nuovo incarico gli toccherà aspettare un annetto, quando a richiederne i servigi è il Bayer Leverkusen.

Incarico da allenatore dei portieri, al servizio di una compagine che nell’anno del suo sbarco in città arriva seconda in campionato, in finale e sconfitta in Coppa di Germania e, soprattutto, in finale e sconfitta in Champions League.

Una beffa allucinante che ha finito per generare rabbia e lassismo nella stagione successiva, con il Bayer che rischia la retrocessione e si salva non senza patemi.

Schumacher abbandona a fine anno complice l’arrivo in panca di Klaus Augenthaler, roccioso ex difensore del Bayern e compagno di Toni in Nazionale, col quale già vi erano stati alcuni screzi nella parentesi del suddetto come allenatore dei portieri a Monaco, quando l’altro era allenatore in seconda dei bavaresi.

Qualcuno, malignamente, ipotizza che il portiere non perdoni al vecchio amico e compagno di essere riuscito a vincere il Mondiale, nel 90.

Sia come sia, i rapporti tra i due non sono idilliaci ed è meglio separare le proprie strade.

La compagna gli regala la terza paternità, una bella femminuccia, e per una decina d’anni il nostro si dedica alla famiglia e ad attività manageriali, gestendo una agenzia di eventi sportivi e, sporadicamente, facendo qualche ospitata in tv in occasione di kermesse internazionali.

In un’intervista gli viene chiesto se si sia mai pentito di aver scritto una autobiografia così controversa e che tanti problemi gli ha creato nel corso degli anni: la risposta è un manifesto del pensiero schumacheriano, in quanto Toni confessa di non aver mai pensato per un solo attimo di tornare indietro, che rifarebbe esattamente le stesse cose anche oggi perché  “è meglio subire un colpo in carriera che nella spina dorsale” (cit.) e che a breve scriverà un nuovo libro sulla sua vita.

Poi, nel 2012, viene eletto vice presidente del Colonia, perchè pure un duro come Schumacher non è insensibile a certi ritorni di fiamma.

I Caproni rivedono l’ Europa dopo molti anni e sembra quasi un segno del destino, con annessi sogni di gloria, ma nel 2018 arriva una inaspettata e bruciante retrocessione a riportare tutti con i piedi sulla terra.

All’ ex portiere ed agli altri dirigenti il compito di ripartire come si deve, con la pronta risalita in Bundesliga nel 2019.

D’altronde un vero guerriero si vede nei momenti difficili.

E pochi lo hanno sperimentato sulla propria pelle come Harald Toni Schumacher: combattente nato e di razza, odioso ed arrogante, ma stramaledettamente simpatico.

V74

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