• 1986

Hipsway – Hipsway

Mancano ancora quattro mesi al Natale.
Eppure oggi è il Vostro giorno fortunato, perché Babbo Natale Corcione ha deciso di omaggiarVi con largo anticipo del mitico regalo per le feste.

Perché è inutile girarci intorno: alcuni dischi, completamente dimenticati dalla massa, hanno il deflagrante potere di riportarci in vita, allorquando li rimettiamo in loop.


E Hipsway, eponimo della band scozzese che a metà degli anni ottanta iniziò la propria avventura nel mondo musicale, è proprio uno di quegli album che non dovrebbe trovarsi negli scatoloni, in cantina, a prendere polvere e malinconia.

No, no.
Assolutamente no.

Loro sono in quattro: Johnny McElhone (basso), Grahame Skinner (voce), Pim Jones (chitarra) e Harry Travers (batteria).
Dallo Scozia con furore.
Nel 1984 Skinner e Travers, che già hanno alle spalle alcune collaborazioni insieme, si uniscono a McElhone e Jones e decidono di formare gli Hipsway, iniziando sin da subito a lavorare in studio con l’intenzione di pubblicare un disco che possa compendiare tutte le loro esperienze personali e comuni.

Fanno pop puro, con evidenti richiami alla new wave.
E sono forti, altroché.
Skinner è un vocalist che sa il fatto suo, con una voce calda ed ipnotica che non lascia indifferenti.
Jones usa la chitarra con una ritmica che coinvolge l’ascoltatore e lo rende partecipe del progetto, in qualche modo.
McElhone è un ottimo bassista, tra i migliori sulla piazza.
Travers fa sì che la sua batteria abbia sempre un suono pulito e potente.

I ragazzi ci danno dentro alla grande, insomma.
Il risultato è HIpsway, opera prima ed omonima, pubblicata nell’aprile del 1986 dalla Mercury Records.
Mica cazzi, per intenderci con volgarità ed incisività, ecco.

Tracklist: ⬇

1The Honeyhief3:11
2Ask The Lord4:06
3Bad Thing Longing4:10
4Upon A Thread4:07
5Long White Car4:36
6The Broken Years3:16
7Tinder5:15
8Forbidden4:46
9Set This Day Apart5:07
10The Honeythief (Galus Mix)4:40
11Ask The Lord (Extended Version)5:34
12The Broken Years (Extended Version)3:43

Nove tracce, con tre reinterpretazioni in aggiunta, nelle versioni successive dell’album.
E l’immancabile aggiunta di un commento talvolta usato con eccessiva foga ma che, nel caso specifico, è maledettamente attinente e dovuto: sottovalutato.
Questo è un disco tremendamente sottovalutato, date retta ad uno che ne capisce parecchio, anche se ipocritamente recita la parte dell’umile appassionato.

The HIneythief apre le danze con un funky scanzonato e piacevole, che accompagna un testo ispirato dal romanzo Lolita e da un dipinto del sedicesimo secolo –Venere con Cupido, come ladro di miele– conservato in un museo di Glasgow ed attribuito a Lucas Cranach il Vecchio.
Le liriche, strambe quanto appassionate, narrano di un uomo decisamente lascivo che brama per un giovincella dalla imperscrutabile innocenza.
Hit dal grande successo commerciale, pure oltreoceano.
Estratto come terzo singolo del lotto, è il loro pezzo più noto.
Il migliore?
Beh, no.
Ask The Lord, per dire, è già di un altro pianeta.
Secondo singolo, lanciato nel 1985 e sapientemente prodotto da Gary Langan (Spandau Ballet, Art Of Noise, ABC), è un brano cupo e grintoso, con un irresistibile giro di basso ed un testo mistico ed estatico, miscelato ad una buona dose di sarcasmo in sottofondo ed impreziosito da un vocalizzo che rimanda al blues.
Stupendo.
Bad Thing Longing esordisce con una dolce batteria a scandire i tempi di un brano di quelli che, personalmente, mi aspetto di trovare in un’opera prima.
Perché in un album, tranne che non si tratti di un “greatest hits” di livello, è ovvio che ci debba essere qualche riempitivo.
Però se uno dei riempitivi in questione assomiglia al pezzo in questione, cioè ad un pop raffinato ed elegante, allora il dubbio che la sostanza superi l’apparenza si trasforma quasi in certezza.
-Upon A Thread segue a ruota, con una atmosfera eterea e gradevole.
Riempitivo bis e discorso che si riallaccia a quello di cui sopra.
Long White Car, arrangiato da Paul Staveley O’Duffy (Lisa Stansfield, Amy Whinehouse, Swing Out Sister), che poi è anche colui che ha lavorato più intensamente all’intera produzione del disco, è un pezzo lento, una sorta di bossa nova che rallenta volutamente i ritmi che si sono man mano succeduti sino a questo punto e vorrebbe, attraverso un suono letteralmente tirato a lucido e che fa l’occhiolino al jazz, coinvolgere il pubblico e trascinarlo in pista per una ballad che più romantica non si potrebbe.
Quarto singolo pubblicato e tentativo alquanto coraggioso, per quanto l’esito non sia propriamente eccezionale.
Bene, ma non benissimo.
The Broken Years, primo singolo pubblicato dai ragazzi di Glasgow, riporta il tutto sul binario dell’alta velocità, mediante una sublime chitarra funky che naviga su un fiume di soul e pop.
La voce di Skinner fa il resto, con una camaleontica abilità di intersecarsi col suono che rapisce e conquista.
Gran bel brano, decisamente.
Tinder è una canzone diventata celebre perché associata ad uno spot che in Scozia ha contribuito a trascinarla verso la notorietà.
Testo poetico e sognante, con un sound davvero intrigante, che cambia come le stagioni e sembra sempre qualcosa di diverso da quello che pareva essere appena un attimo prima.
Avrebbe meritato una considerazione maggiore, prescindendo dalla questioni pubblicitarie.
Forbidden comincia anch’esso da riempitivo, quindi si trasforma presto dal brano meno appariscente dell’album in quello forse più complesso, con clarinetto e tastiera che si armonizzano con un ritornello vagamente minaccioso.
Tutto molto strano, ma funziona.
Eccome.
Set This Day Apart a me gusta mucho, ecco.
Ci sono tutti gli ingredienti per un pop raffinato e danzereccio, che suona brillante e che nella versione rimasterizzata del 2016, è clamorosamente al Top.


Questa è la zuppa, direbbe la mia nonna-mamma.
Calda e nutriente, non c’è che dire.

Poi un tris di aggiunte: un remix di The Honeythief e le versioni estese di The Brokes Years e di Ask The Lord.
In alcune edizioni successive si è aggiunta qualche altra cosuccia, soprattutto b-sides.

Il nucleo principale è comunque quello di cui sopra e bisogna dirlo: è notevole.
The Blue NIle, Simple Minds, Love and Money, Lloyd Cole and the Commotions, Deacon Blue, Del Amitri: si fanno sentire, gli scozzesi.
Altroché.
La scena degli ottanta è tonica, da quelle parti.
E nei dintorni, beh, hai voglia di cose interessanti.
Molto interessanti.

Hipsway

Gli HIpsway lavorano duro e suonano spesso dal vivo, coinvolgendo nel loro progetto molti spettatori che un po’ alla volta finiscono per diventare degli amici, per il tipo di rapporto che si viene a creare con dei ragazzi veramente alla mano e con una grandissima passione per la musica, intesa maggiormente come sperimentazione e concerti.

Il loro primo disco non è invecchiato di un giorno, ascoltandolo in cuffia alla soglia del suo quarantesimo anno di età.
Nel 1989 uscirono con Scratch the Surface, che non ebbe il successo sperato e disgregò la band, che si dissolse in strade diverse, intraprese dai propri membri.
Nel 2018 il ritorno con Smoke & Dreams: ci sono Skinner e Jones, insieme ad un gruppo di bravi mestieranti e qualche turnista.
Tra questi ultimi due dischi, meglio il secondo.
Hipsway resta comunque il loro momento più nobile in carriera, senza discussioni a riguardo.

Gates of the wild kingdowm
Open up to me
I stood around in a cloud of doubt
Is this where I should be

forbidden

Una delle produzioni più nitide e fedeli del panorama musicale dell’epoca, tra l’altro.
La voce di Skinner, inoltre, è uno strumento che oggigiorno, con la spazzatura che gira, varrebbe cifre mostruose, secondo me.

Parecchi appassionati degli anni ottanta li ricorderanno di sicuro.
Altri, più giovani, non credo sappiano manco chi siano.
Ci sta.

Io, come detto, li porto nel cuore.
Energia pura ed una ottima dose di stile.
Procuratevi la versione per il trentennale dell’album, con alcune tracce bonus veramente sublimi.

Ah, dimenticavo.
Una piccola chicca: James Grant, anima dei Love & Money, che personalmente adoro, ha suonato la chitarra in The Broken Years, più precisamente nella versione demo che fu inviata alla Mercury e che riscosse un bel gradimento, tanto da procurare un contratto alla band.
Poi le strade si sono divise, in quanto James aveva già in mente di creare un suo gruppo, pur rimanendo in ottimi rapporti con tutti i membri degli Hipsway.

D’altronde le connessioni non mancavano di sicuro, ai ragazzi di Glasgow.
Fecero da spalla a Simple Minds ed Eurthymics ed andarono in tour anche negli USA, per conto loro.
La voce baritonale di Skinner, uno che è cresciuto a funk e soul, ha inoltre ispirato alcuni ragazzi della nuova generazione.
Un nome su tutti: Paul Draper, dei Mansun.


Buon ascolto e tantissimi auguri di Buon Natale dal Vostro Babbo Corcione!

Hipsway – Hipsway: 8

V74

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