• 1982

Un romanzo di Georges Simenon, un film di Claude Chabrol.
Potremmo fermarci qui.
Si, in fondo basterebbe questo incipit per giustificarne la visione ed il conseguente apprezzamento.

Invero gli spunti sarebbero e sono parecchi di più.
Innanzitutto il palese richiamo alle modalità hitchcockiane: La finestra sul cortile e Psyco sono quasi parte del cast.

Quest’ultimo annovera un assoluto fuoriclasse, Michel Serrault, ed un qui esemplare Charles Aznavour, che da attore ha pagato spesso dazio in carriera alla sua innegabile superiorità come mirabile chanteur.
Gli altri, l’ottimo François Cluzet in primis, non sono da meno.

La trama è semplice quanto ben delineata: un dimesso cappellaio uccide la consorte invalida ed oltremodo molesta inscenandone la continuità della presenza in vita mediante un manichino posizionato dietro le tende della finestra di casa.
Un remissivo sarto si accorge dell’accaduto e decide di tenerlo unicamente per sé, finendo per essere complice del misfatto.
Anzi: dei misfatti.
In quanto l’uxoricida, dopo aver eliminato la moglie, inizia a sviluppare una tetra e sadica passione nei confronti del sangue ed è inoltre costretto a proteggersi dalla possibile scoperta del crimine da parte delle di lei amiche, dovendo quindi eliminare possibili investigatrici involontarie e trasformandosi in un seriale persecutore di anime derelitte nonché, per l’appunto, in pericolosa correlazione con la figura della detestata (ormai ex) coniuge.

Che nessuno si preoccupa realmente di visitare, ovvio, se non a scadenze imposte dal calendario collettivo ed indotte dalle usanze di maniera.
Liberté, ÉgalitéFraternité, Formalité.

D’altronde siamo nella provincia francese.
Cittadina piovosa, atmosfera lugubre, ambiente circostante a dir poco estraniante e quanto mai ipocrita.
Ingredienti inappuntabili per una visione notturna, autunnale, torbida.

Nel romanzo Simenon ha ambientato il dramma sulla costa sud-occidentale della Francia, nella odierna Nuova Aquitania, mentre Chabrol lo colloca più a nord, sempre ad ovest e sul mare ma in Bretagna, a Concarneau e dintorni.

Francia, comunque.
Volente o nolente, Francia.

Come in una puntata del Tenente Colombo o, per restare in tema, come accade nel superbo Frenzy, poco whodoneit ad introdurre la questione.
Chabrol è più focalizzato ad indagare caratteri umani e massacrare la odiosa e -da lui- odiata borghesia transalpina, la classica provincia dove tutti sanno tutto ed a nessuno in realtà frega una beneamata ceppa dell’altro.

Il rapporto estremamente ambiguo tra i due protagonisti assurge presto a cardine dell’opera.

Ma a dominare la scena è la solitudine, incontrastata regina in un complesso quadro di rapporti psicologici che destabilizzano ogni ordine etico pur di non concorrere alla modifica di quello sociale.

Serrault è schizofrenicamente fantastico, nella propria interpretazione.
Aznavour è altrettanto strepitoso, nel fargli da mite e timorato contraltare.

Il film viaggia lento ed intenso, così come l’enigmatica evoluzione del rapporto forzato tra la coppia di cui sopra.

L’illusione e la realtà si mischiano talmente bene da apparire amalgamate all’occhio dello spettatore.
Chissà che non lo siano per davvero, amalgamate.

Le vittime sembrano più colpevoli del carnefice.
E forse lo sono.
Quest’ultimo, per assurdo, è paradossalmente l’unico ad interessarsi alle loro vicende, prima di porre tragicamente -ed in un certo senso pure in maniera “salvifica”- fine alle stesse.
Le uccide donando una sorta di realtà, una parvenza di rilevanza, ad esistenze che fino ad allora risultano essere piuttosto scialbe, se non proprio farlocche.

Il finale è poco rigoroso e per nulla scontato.
A suo modo è un incedere nella follia, nel disagio, nella peculiarità.
Tutto quello che manca nella esteticamente stupenda quanto moralmente abietta provincia franzosa.

Appena ripiove, me lo guardo nuovamente.

Morboso e patologico, tuttavia intriso di tenerezza e di cinismo.

Fotografia da sturbo, merito del fido Jean Rabier e della solita Francia, fottutamente affascinante.
Al resto pensa il buon Claude, coadiuvato dal figlio Matthieu per le musiche e dagli abituali collaboratori nella produzione e nel montaggio.

Ma si, non ho voglia di aspettare: lo rivedo a breve.
Magari stanotte.
Anche se fuori ci dovessero essere quaranta gradi.
E ci saranno, purtroppo.

Grazie, fratello condizionatore.
Grazie, Maestro Chabrol.

I fantasmi del cappellaio: 8

V74

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.