• 1970

Ancora anni 70
Ancora buon cinema.
Ancora Francia.
Ancora un titolo ignobile.

Siamo nel 1970 e Robert Fuest, interessante regista inglese dalla filmografia stringata quanto intrigante, porta nelle sale questo gioiellino con un titolo quantomeno degno di poter essere menzionato: And Soon the Darkness.

Lo ambienta nella assolata compagna francese e la scelta si rivela azzeccatissima.
Il territorio transalpino è semplicemente perfetto per valorizzare la trama ed accompagnare gli eventi che si susseguono.

Thriller atipico che strizza l’occhietto al giallo e flirta amabilmente con l’horror, Il mostro della strada di campagna si rivela un notevolissimo esercizio di stile, lavorato a basso costo e con una perenne prospettiva da esterni che gli conferisce un retrogusto rurale di indubbio fascino.

Due infermiere britanniche, libere e sprovvedute, in vacanza.
Una scompare e l’altra è costretta ad improvvisarsi detective.
Due biciclette.
Un ambiguo giornalista.
Uno strano poliziotto.
Qualche ruvido abitante del luogo.
La campagna francese.

Questo è.
Tutto in un giorno o poco più.
Tutto alla luce del sole.

Una storia che a Nottingham, città di provenienza delle fanciulle, non avrebbe avuto la medesima forza estetica e comunicativa.
Il contesto delinea le (poche) figure umane e trascina lo spettatore in un vortice di emozioni ed angosce.
Una irresistibile cappa di ansia, fondamentalmente insinuata più che mostrata, corrobora il progetto iniziale degli sceneggiatori, gli stessi che più tardi metteranno in scena The Avengers, una serie TV di grande successo.

And Soon the Darkness non riscuote invece un consenso unanime da parte della critica ed al botteghino se la cava col minimo dei voti.
Il prodotto merita, ma evidentemente la confezione non aggrada tutti i commensali.

Il tempo sarà galantuomo in quanto ad oggi la pellicola è considerata di culto, apripista per una tipologia di genere che negli anni successivi incamererà elogi ed apprezzamenti a iosa, sia dal pubblico che dalla stessa critica.

Nella proiezione il sospetto e la tensione si intersecano magnificamente con lo scenario circostante, rendendo la natura compartecipe della scena e spesso comprimaria, quando non addirittura figura di spicco dell’intero spettacolo.

Il cast non sbaglia un movimento, modellandosi con assoluta precisione alle direttive del regista.
John Nettleton si trasforma in un perfetto transalpino, finendo per sembrare più gallico dei nostri cugini franzosi.
Le donzelle alternano inizialmente sensualità e sbadataggine, poi la Franklin diventa per copione il fulcro dell’incedere e occupa lo schermo con discreta padronanza.
L’ungherese Sandor Elès, bravo e conforme nei panni di un dinamico giornalista-seduttore, è colui che paga maggiormente dazio ad una eccessiva enigmaticità con cui viene avvolto il suo personaggio, che in alcuni passaggi del lungometraggio diventa oltremodo percepibile e, almeno in un paio di frangenti, pure sovrabbondante.
Laurie Johnson provvede a musicare il sottofondo con garbo e vigoria.

Geniale la scelta di far esprimere in svariati momenti sia i cattedratici francesi che le avventate inglesine nelle proprie rispettive lingue di appartenenza, a voler sottolineare come l’incomunicabilità e le differenze tra i popoli possano generare frequenti equivoci, timori e problematiche che rischiano di ingannare ben più dell’inganno di partenza in sé.
Oggi, col politically correct imperante, ne sarebbe scaturita una polemica mica da ridere.
Matematico.

Le riprese sono state effettuate in una meravigliosa regione della Francia centro-settentrionale.
I boschi nei dintorni di Jargeau, i villaggi di Prénouvellon e Sougy, il circondario di Orléans, ove ebbero luogo le avventure di Giovanna d’Arco, fanno parte della celeberrima Valle della Loira, inserita con pieno merito tra i Patrimoni dell’Umanità dell’UNESCO.

Il whodunit crea suspense, le desolate stradine di campagna esasperano il pathos ed i pochi dialoghi determinano uno stato di forte smania, con il colpo di scena finale -invero abbastanza pronosticabile, eh- che chiude la contesa e riporta tutti al centro dell’amabile paesaggio bucolico.

Barocco nella forma, dilatato nel ritmo, rilevante nella sostanza.
Con qualche difettuccio a corredo, ampiamente perdonabile in relazione ai ben più numerosi pregi.
Il mostro della strada di campagna è un’opera seminale, datosi che in molti hanno attinto alla sua fonte, nei decenni successivi.

Il solito remake moderno, anno di grazia 2010, è ambientato nella altrettanto bella Argentina ed è confezionato con tecnologie all’avanguardia.
Stop.

Come sempre, o quasi, mi tengo l’originale.
E me lo riguardo, con estremo piacere.

Il mostro della strada di campagna: 7,5

V74

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