• 1983

Ancora un sentito grazie alla sublime funzione dei suggerimenti di YouTube, che se è vero che ogni tanto immette letame senza una logica apparente, è altrettanto innegabile che -e nella maggior parte dei casi, per fortuna- quasi sempre regala soddisfazioni veramente notevoli.

Qualche settimana fa mi ha ricordato un album che avevo In cassetta, col mitico ed adorato walkman perennemente a consumare pile senza un domani.
Ricordi meravigliosi.

Un album che è, a tutti gli effetti, un unicum.
Difatti gli statunitensi Industry, nel loro sessennio di attività, hanno realizzato e pubblicato un solo disco: Stranger to Stranger, anno di grazia 1983.

Loro, nati alla fine del precedente decennio, sono inizialmente in tre:
Andrew Geyer (chitarra), Mercury Caronia (alla batteria), Sean Kelly (voce).
Poi Geyer e Kelly decidono di lasciare la band, in cui subentrano il chitarrista Brian Madden Unger, il bassista Rudy Perone ed il vocalist Jon Carin.

Il quartetto produce un po’ di cose e le propone in giro.
La Capitol Records intuisce che il talento non manca e decide di far firmare al gruppo il primo -serio- contratto discografico.

Stranger to Stranger vede la luce nell’estate del 1983, dapprima come EP e poco dopo come LP, e viene distribuito sul mercato internazionale nell’arco dei successivi dodici mesi.
Il disco è indiscutibilmente bello e sfonda parecchio, in particolar modo nel vecchio continente ed in Asia.
In patria ottiene un buon riscontro dalla critica, ma non vende quanto sperato.

Tracklist

Shangri-La3:47
Communication4:05
All I Need Is You2:55
Stranger In A Strange Land5:18
Living Alone Too Long4:07
Still Of The Night4:05
Until We’re Together3:59
Romantic Dreams3:53
What Have I Got To Lose4:03
State Of The Nation4:33

Dieci brani, con un singolo spacca-classifiche: State of The Nation.
Pezzo che penetra le viscere e non ne esce più, con un testo che avversa le guerre ed un video girato provocatoriamente su una portaerei, con alcuni veri militari a contorno.
Un must degli anni 80, senza se e senza ma.
Storia.

Still of the Night è il secondo singolo scelto dalla band e dalla casa discografica.
Arrangiato con sublime raffinatezza e ritmato con minor potenza ma maggior garbo rispetto all’altro, non ottiene il medesimo successo.
Peccato perché, pur essendo meno trainante, avrebbe senz’altro meritato maggiore considerazione da parte del pubblico.
Uno delle ballate più rappresentative del decennio, a parer mio.
Mi piace moltissimo e mi immalinconisce da paura, per cazzi miei.
Ma è un pezzone.
Bellissimo.

What Have I Got To Lose chiude il tris degli estratti da StS.
Un affascinante testo, tra l’onirico ed il nostalgico, con l’accompagnamento sonoro che rispecchia esattamente lo stato d’animo di chi sogna ed è consapevole che è l’unica maniera per sentirsi vivi e per continuare a respirare quell’indispensabile refolo d’aria pulita che arriva sfuggendo beffardamente in mezzo a tonnellate e tonnellate di inquinamento fisico e mentale.

Singoli a parte, quantomeno per mio gusto ed opinione, Stranger to Stranger è un disco che andrebbe gustato in tutta la sua interezza, dalla prima all’ultima traccia, come un percorso emozionale che riporta a quelle stupende sensazioni che negli anni ottanta e novanta riempivano di colore l’esistenza dei giovani d’età e dei giovani di cuore.

Come spesso accade, oltre all’estro dei musicisti contribuisce al buon esito del lavoro anche il gruppo che lavora alle sue spalle.
Qui vi è un team di livello, che la Capitol mette a disposizione degli Industry.
In primis Rhett Davies, produttore e tecnico del suono di comprovata bravura.
Lo affianca Bob Clearmountain, altro ottimo mestierante che in studio sa il fatto suo.
Il risultato finale, sia dal punto di vista meramente tecnico che da quello artistico, è eccellente.

Difatti pure la scrittura (alla quale si dedica soprattutto Carin) è meritevole di apprezzamento, essendo per la maggior parte scevra di quelle “leggerezze” che, in diversi casi, accompagnano con simpatica indecenza le meravigliose musiche del periodo.
Non di rado qui si va in profondità, con una evidente ricerca poetica.

Synth-pop tipico della new wave più classica che si possa immaginare.
Ma vi è anche dell’altro, all’interno del disco e della band.

Ed in molti se ne accorgono.
Gli Industry vanno in tour con artisti del calibro di Talk Talk, INXS, Billy Idol.
Promuovono l’album a livello interplanetario ed ottengono parecchi apprezzamenti.
Nel continente asiatico State of The Nation diventa un autentico tormentone e gli aneddoti a riguardo si sprecano.
Uno di essi, messo in giro con quella astuzia pre-social era che ai tempi garantiva ottimi riscontri di marketing, narra che la maggior parte dei membri del gruppo abbia perso la vita in un incidente aereo, nelle Filippine.
Leggenda metropolitana, che però aumenta la curiosità e l’interesse sui ragazzi di New York.

Al ritorno in USA dopo le fatiche pubblicitarie, sarebbe ora di lanciare il quarto ed ultimo singolo da immettere sul mercato, con lo scopo di mantenere ancora alta l’attenzione sul disco e, nel contempo far da apripista al successivo album, che la band dovrebbe preparare in tempi da record, cavalcando l’onda del buon esito di StS e provando ad addentrarsi maggiormente nella florida piazza americana.

In teoria.
In pratica le cose vanno diversamente.
Jon Carin si sente come Alan Wilder dei Depeche Mode al termine del Devotional Tour: letteralmente esausto.
Lo stress delle continue attività promozionali è per lui insopportabile.
Ha una visione della musica che tende a concentrarsi sui progetti ad ampio raggio e sulla produzione di materiale di qualità, piuttosto che sul marketing e sull’aspetto estetico del suono e di chi lo compone.
Comunica il suo pensiero ai suoi sodali ed alla casa discografica e saluta la compagnia, ponendo di fatto fine agli Industry.

Una sorta di meteora, l’ensemble newyorkese.
Come tantissime altre che hanno attraversato i mitici anni 80.
Eppure la sensazione è che nonostante un solo disco, a differenza delle classiche meteore di cui sopra, sostanzialmente dopolavoristi prestati per breve tempo alla musica, invece questi ragazzi avessero tutto il potenziale per andare lontano, molto lontano.

E la carriera del suddetto Carin lo conferma.
Difatti collabora con Bryan Ferry, The Who, Kate Bush e Psychedelic Furs, giusto per fare qualche nome.
Poi entra quasi a titolo permanente nei Pink Floyd, con i quali suona, canta, compone, produce.
E qui non parliamo di nomi, ma di Storia della Musica.
Non serve aggiungere altri commenti, insomma.

I suoi compagni, seppur con meno clamore, continuano a bazzicare l’ambiente fino ai giorni nostri, fondando vari gruppi e tirando fuori cose abbastanza interessanti.

Gli Industry nascono e muoiono nel giro di pochi anni, lasciando comunque una traccia indelebile del proprio passaggio.
Per molti essa è rappresentata da State of The Nation.
Io tenderei a spingermi un pizzico oltre e prenderei in considerazione il pacchetto completo di Stranger to Stranger, nella sua interezza.

Un disco non perfetto, ammesso e non concesso che la perfezione appartenga a questo mondo.
Eppure un disco che si ascolta tutto d’un fiato -anche più volte consecutivamente- e che non stanca neanche per un istante.

Un gran bel disco, quindi.
Altroché.

Industry -Stranger to Stranger: 7,5

V74

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