• Dai meandri della memoria e del cuore…

Stasera, non ho la più pallida idea del come e del perché, mi è tornata in mente questa canzone, che poi in realtà è una poesia cantata, ovvero una forma d’arte complicatissima, in perenne bilico tra musica d’autore e tradizione popolare.

Album “Tac..!”, 1977.

Io la ascoltai per la prima volta, secoli or sono, in un vinile ereditato in famiglia, concerto di inizio anni 80, molto suggestivo e coinvolgente.

Califano è un artista dal talento cristallino, uno chansonnier di indubbia ed eccelsa fattura che ha saputo condensare in una unica e controversa figura tutti i cliché attribuibili al ruolo, interpretato fino alla fine con una coerenza che ne ha scientificamente dimostrato, qualora ve ne fosse bisogno, l’indole sincera e spontanea.

Impossibile, quindi, distinguere il personaggio dall’uomo e viceversa.

Così assume ancor più valore l’incredibile capacità di raccontare, descrivere, fotografare determinati sentimenti e certe sensazioni, profondissime, il tutto con la assoluta semplicità del vero fuoriclasse.

In questo pezzo, breve ma intensissimo, rivedo spezzoni di umanità odierna, un’ istantanea dell’ipocrisia sociale che si manifesta nell’esprimere sdegno verso situazioni sicuramente drammatiche che, però, quasi sempre sono sceneggiature e sceneggiate previste dal copione piuttosto che altro, tanto è vero che -e qui emerge il genio, il poeta, l’animo sensibile- tutto ciò non comporta alcuna forma di pentimento, mutamento dei costumi e dei comportamenti che hanno finito col generare tanto presunto dolore, tutt’altro.

Nemmeno riflessione, niente di niente.

Indi, piangere un morto in guerra senza preoccuparsi di evitarla, di averla generata o di contribuire in futuro a farla scoppiare, senza comprendere il significato della morte e delle ignobili conseguenze delle proprie azioni o, peggio ancora, fregandosene altamente di tutto questo, ecco che diventa un esercizio di alta ipocrisia ed assurda finzione, oltremodo fastidioso ed alquanto vomitevole.

Io nun piango pe’ quarcuno che more,

Non l’ho fatto manco pe ‘n genitore

Che morenno m’ha ‘nsegnato a pensare,

Non lo faccio per un altro che more.

Io nun piango quanno scoppia ‘na guera,

Er coraggio de’ l’eroi stesi in tera,

Io lo premio co’ du’ fiori de serra,

Ma nun piango quanno scoppia ‘na guera.

Lo piango, quanno casco nello sguardo

De’ ‘n cane vagabondo perché,

Ce somijamo in modo assurdo,

Semo due soli al monno.

Me perdo nei suoi occhi senza nome

Che cercano padrone,

In quella faccia de malinconia,

Che chiede compagnia.

Io nun piango quanno ‘n omo s’ammazza,

Il suo sangue nun me fa tenerezza,

Manco se allagasse tutta ‘na piazza,

Io non piango quanno ‘n omo s’ammazza.

Ma piango, io piango sulle nostre vite,

Due vite violentate.

A noi, risposte mai ne abbiamo date,

Ecco perché la sete…

Lo piango, so tutto er tempo che ce resta

E me ce sento male.

Domani, se non sbajo è la tua festa;

La prima senza viole… la prima senza viole… la prima senza viole…

In questo periodo, tra Marilyn Manson e la Dub-Techno, un pizzico di poesia ci sta bene, in effetti.

Franco disse di averla dedicata al suo amico Ciampi, altra anima tormentata, ma di aver tratto ispirazione pure dalla vita del padre e, immancabilmente, da qualche avventura sentimentalmente controversa, come da prassi.

Mai come ora “Io non piango” risuona come un manifesto contro il lamento fasullo e farisaico ed un elogio a quei silenzi amari e viscerali che, purtroppo e/o per fortuna, segnano l’esistenza in maniera indelebile.

Ma nun piango quanno scoppia ‘na guera.

Lo piango, quanno casco nello sguardo

De’ ‘n cane vagabondo perché,

Ce somijamo in modo assurdo,

Semo due soli al monno.

Me perdo nei suoi occhi senza nome

Che cercano padrone,

In quella faccia de malinconia,

Che chiede compagnia.

Poesia.

Meravigliosa poesia.

Un manifesto esistenziale, mi ripeto.

Spuntato, oggi, dal nulla.

O forse no.

Goditi il tuo giardino con le 432 vergini e le 633 baldracche.

E buonanotte, Califfo.

V74

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