• A pochi centimetri dalla Gloria

Ivica Surjak

A pochi centimetri dalla Gloria.
Sia perché il calciatore in questione possedeva tutte le doti per issarsi sulla vetta, sia perché la sua parabola sportiva si intreccia, per un breve ma intenso periodo, con una divertente quanto strampalata storia di misurazioni, metraggi, metrature ed altro ancora.

Ma, come d’abitudine, proviamo a procedere con ordine.


Ivan “Ivica” Šurjak nasce nel 1953 a Spalato, nella bella regione della Dalmazia ed in quel delizioso paese che è l’odierna Croazia, ai tempi ancora Jugoslavia.

Ragazzino scapestrato ed allegro, Ivica è ammaliato dal pallone.
Quando compie nove anni la sorella si offre di accompagnarlo ad un provino per l’Hajduk , storica società jugoslava.
I tecnici ne apprezzano il fisico, già alto e slanciato (nello sviluppo raggiungerà il metro e novanta d’altezza) e la tecnica, da sgrezzare e perfezionare ma decisamente promettente.
Surjak entra a far parte del florido settore giovanile dei bianchi di Spalato e viene impostato come terzino sinistro fluidificante: si mette da subito in mostra per la sua capacità di correre sulla fascia come un ossesso e, nel contempo, di partecipare al gioco come se fosse un centrocampista puro.
Prendi due e paghi uno, insomma.

Tra i suoi coetanei Ivica spicca per vigoria e classe.
Socializza rapidamente con tutti e ben presto, oltre ad essere chiamato col nomignolo di cui sopra, diventa Šuro e Ivo.
Ivan resta valido soltanto per le necessità anagrafiche/burocratiche, ecco.

Nella Juniores dello Spalato il nostro chiarisce definitivamente le proprie ambizioni: da giocatore vero e da leader.
Domina la scena, sebbene sia sotto età, e si guadagna l’agognata convocazione tra i “grandi”.
A diciassette anni è a tutti gli effetti un elemento della prima squadra e poco dopo esordisce nella Prva Liga, il massimo campionato di calcio jugoslavo.
L’Hajduk è una delle squadre di vertice del torneo che, proprio in quella stagione, vince con merito, imponendosi su contendenti blasonate quali Dinamo Zagabria, Stella Rossa Belgrado, Željezničar Sarajevo, Partizan Belgrado ed altre ancora.


Ivica Surjak festeggia la maggiore età da campione jugoslavo -sebbene da comprimario- ed inizia una carriera alquanto allettante.
Da laterale di fascia si trasforma in centrocampista a tutto tondo, tendenzialmente d’attacco.
L’emblema del calcio olandese in voga negli anni settanta: calciatore “totale”, agonisticamente deciso e pregno di talento e forza fisica.

Ivica Surjak, Spalato

Non meraviglia nessuno la sua convocazione in Nazionale, avvenuta pochi mesi dopo aver conquistato definitivamente il posto nel club d’appartenenza.
Nel 1974 viene convocato per i Campionati del Mondo, che si svolgono in Germania occidentale.
La Jugoslavia supera agevolmente la prima fase, impattando col fortissimo Brasile (0-0), sommergendo di reti lo Zaire (9-0) e poi pareggiando nuovamente, con la Scozia (1-1).
Ivica Surjak è titolare nelle tre gare e mette a segno un gol contro gli africani, in un match che registra due record ai Mondiali: quello -condiviso- di maggiore scarto di reti tra vincente e perdente e l’altro -in solitaria- di maggior numero di calciatori a segno in una singola partita (7).
Nel secondo turno le sconfitte contro i padroni di casa della Germania Ovest (0-2), la Polonia (1-2) e la Svezia (1-2) estromettono gli slavi dalla kermesse.
Nell’incontro con gli scandinavi Surjak entra per la seconda volta nel tabellino dei marcatori.

Le sue ottime prestazioni, unite alla capacità di giostrare in diversi ruoli ed al discreto senso della rete, mettono il ragazzo in vetrina ed intrigano parecchie società europee, pure di grido.
Siamo negli anni settanta, però: e le regole del suo paese vietano ad Ivo di espatriare prima del compimento del ventottesimo anno di età.

Con la Nazionale è presente -da titolare- anche agli Europei del 1976, la cui fase finale ha luogo proprio in Jugoslavia.
La Germania Ovest ferma il cammino degli slavi al penultimo atto, sconfiggendoli per 4-2 dopo i tempi supplementari e dopo aver rimontato uno svantaggio iniziale di due gol.
Nella finalina per il terzo posto un’altra sconfitta (2-3 con l’Olanda, ancora ai supplementari) sancisce la quarta piazza continentale per la compagine di Suro, per l’occasione tornato ad occupare la fascia sinistra di difesa e centrocampo.


In patria, con L’Hajduk, Ivica Surjak si impone come uno dei Top del campionato.
Vince altri tre “scudetti” (1974, 1975, 1979) e ben cinque coppe nazionali (1972, 1973, 1974, 1976, 1977).
Nel 1976 è eletto calciatore jugoslavo dell’anno.

Tomislav Ivić, il mitico allenatore che per un biennio si trasferisce ad Amsterdam per succedere al santone Rinuus Michels e guidare l’Ajax, è il principale artefice dell’epopea vincente del club dalmata.
Ottimi calciatori come Buljan, Mužinić, Peruzović e Jerković contribuiscono a creare uno zoccolo duro ed aprire un ciclo vincente.
In Europa la squadra non riesce a ripetere i risultati ottenuti in patria, anche a causa della scarsa esperienza internazionale di parecchi dei suoi componenti.

La Jugoslavia, per giunta, non si qualifica per i Mondiali in Argentina del 1978 e neanche per gli Europei in Italia del 1980.
C’è, invece, nel 1982, ai Campionati del Mondo in Spagna.

Ivica Surjak è il capitano del team che pareggia all’esordio per 0-0 con l’Irlanda del Nord di Jennings e Whiteside, perde la gara successiva con la Spagna di Gordillo e Juanito e vince l’ultimo match con l’Honduras (1-0) di Yearwood e Zelaya, abbandonando la penisola iberica al primo turno.
Ivo, dopo un decennio da protagonista ed oltre cinquanta gettoni di presenza con la maglia jugoslava, decide di porre fine alla sua avventura in Nazionale.


Nel frattempo ha lasciato anche Spalato, trasferendosi all’estero.
Dodici mesi prima, nel 1981, viene cercato insistentemente dall’Anderlecht di Ivic -sì, proprio lui- e da società tedesche, francesi, italiane e svizzere.
Ivo sfoglia la margherita, poi accetta la proposta del Paris Saint-Germain e, complice una fidanzata francese che indirizza a suo modo una estenuante trattativa, va a giocare ed a vivere in Francia, dove vince la Coppa Nazionale superando ai rigori il forte Saint-Étienne di Platini e Battiston.
In Division 1 se la cava alla grande ma le cose a livello di squadra non vanno per il verso sperato, nonostante la presenza del bomber Rocheteau e di altri discreti calciatori: il PSG è settimo, deludendo le attese.

Ivica Surjak, PSG

A fine stagione le strade di Suro e del club della capitale si dividono con i transalpini che, molto a malincuore, prendono atto del desiderio di Ivo di giocare nel campionato italiano, in quegli anni considerato il migliore al mondo, e decidono di sostituirlo con Susic, suo (ex) compagno in Nazionale.

Ivica Surjak sbarca nell’Italia Campione del Mondo con tante speranze, sprizzando gioia da tutti i pori.
L’idea di confrontarsi con i fuoriclasse presenti nel Bel Paese lo alletta e lo spinge a mettersi in gioco in una piazza che, storicamente, non fa parte dell’élite.
Difatti lo jugoslavo firma un biennale con l’Udinese, da poco acquisita dal ricco gruppo Zanussi.
Il presidente Mazza e l’allenatore Ferrari sono entrambi estimatori di Ivo.

Un calciatore universale, come detto, che col suo sinistro magico infiamma le platee e risulta essere tatticamente prezioso per la squadra.
Jolly del centrocampo, ha un fisico potente e resistente.
Veloce, deciso, versatile.
Può agire anche da terzino di spinta, da mezzala, da centravanti di manovra e, maggiormente, da ala pura: soprattutto sulla sinistra, il suo terreno preferito di caccia.
Ottimo negli inserimenti e negli assist, dribbling secco e fulmineo, mostra un buon fiuto per il gol e tira ottimamente i calci da fermo.
Carismatico e con una forte personalità, è il tipico brasiliano d’Europa, come vengono definiti i calciatori jugoslavi.
Genio e sregolatezza, insomma.
Per quanto il buon Ivo non sia poi un tipo particolarmente bizzoso e/o indisciplinato.
Certo, il DNA da funambolo c’è: poco ma sicuro.

Ad Udine lo slavo trova un club reduce da tre salvezze stentate e voglioso di raggiungere le zone nobili della classifica: il Barone Causio, neocampione del Mondo, governa una truppa di buoni giocatori.
La difesa è imperniata sul portiere Corti (talvolta sostituito dal suo secondo, Borin) e sugli arcigni marcatori Cattaneo e Galparoli, oltre che sul tenace fluidificante di fascia mancina Tesser.
Alle loro spalle si muove il forte libero brasiliano Edinho, nazionale verdeoro, appena prelevato dalla Fluminense.
Nella zona nevralgica del campo, oltre a Causio, trovano spazio: il giovane e dinamico mediano Gerolin, il promettente e talentuoso fantasista Mauro, il solido e grintoso centrocampista Miano.
Davanti agiscono l’esperto Pulici ed il rampante Virdis.
Ivica Surjak è l’anello di congiunzione tra centrocampo ed attacco.
Un team compatto e coriaceo, che disputa un’ottima stagione ed arriva a sfiorare la qualificazione nelle coppe europee.

Ivica Surjak, Udinese

Ivo è quasi sempre tra i migliori in campo dei suoi.
Dispensa calcio ed esperienza, anche se segna poco.
Prende una marea di legni, però.
Traverse, per essere precisi.
Soprattutto in casa, ad Udine.
Sembrerebbe sfortuna, eppure c’è qualcosa non convince del tutto il suo allenatore.
Ferrari parla infatti con lo slavo, il quale gli confida di non riuscire a capacitarsi del perché parecchi tiri che lui sente andare nella direzione giusta finiscano invece per infrangersi sulla trasversale della porta.
A quel punto il tecnico, curioso e perplesso, chiede agli addetti al campo di misurare le succitate porte dello Stadio Friuli.
E, sorpresa delle soprese, si scopre che per qualche imperscrutabile ragione, sono più basse del dovuto.
Qualche centimetro, sì, ma sufficiente a fregare le mirabolanti caratteristiche balistiche di Surjak e comportare una marea di gare perse a tavolino, nel momento in cui la cosa dovesse venir fuori a livello nazionale.
A silenziare gli addetti al terreno di gioco pensa il buon Mazza, con qualche extra in aggiunta allo stipendio.
Ferrari dapprima tira giù trequarti di calendario, pensando alle reti che Ivo avrebbe potuto mettere a segno in condizioni “normali”.
Infine tira un sospiro di sollievo, per aver evitato una probabile retrocessione figlia dei ricorsi delle squadre avversarie, una volta saputo del fatto.
Che, molto simpaticamente, nel tempo viene derubricato a leggenda metropolitana.
Tale non era, invece: è bene ribadirlo.
Fonti certe.
Anzi: certissime.
Storie di Calcio: il gioco più bello del Mondo.


A fine stagione Mazza centra un colpo da primato, ingaggiando l’asso brasiliano Zico.
La trattativa è infinita e ricca di ostacoli e problemi.
Il calciatore ad un certo punto pare avviarsi verso la Roma, ma la tenacia e gli agganci politici della Zanussi riescono ad avere la meglio sul potente club giallorosso, che vira sul connazionale Cerezo.
Edinho, autore di una super annata in bianconero, è confermato.
Gli stranieri tesserabili sono soltanto due, quindi per Ivica Surjak l’avventura in terra friulana sembrerebbe conclusa, nonostante la stima dello staff tecnico e l’affetto dei tifosi locali, che hanno apprezzato molto il calciatore jugoslavo.
Se non fosse che Mazza, durante la vicenda Zico, non ha intenzione di disfarsi di Ivo, nel caso le cose col brasiliano non andassero nel verso giusto.
Quindi, alla fine della fiera, Surjak resta ad Udine da turista, con un contratto da oltre trecento milioni annui in saccoccia ed una marea di tempo libero da spendere nei dintorni della bella regione nordica.

Zico si dimostra sin da subito un fuoriclasse assoluto e gli incassi arrivano in cielo, ma l’Udinese non migliora la posizione ottenuta l’anno prima e chiude nona, nonostante i 19 gol (vicecapocannoniere, alle spalle di Platini) del suo miglior giocatore.

Ivica Surjak, prigioniero e vittima della situazione, si allena con professionalità e grinta, senza proferire verbo, ormai distante dai riflettori che adora.
A fine mese passa alla cassa e cerca così di farsi scivolare addosso la ovvia tristezza di essere spettatore, piuttosto che protagonista.

A fine contratto abbandona l’Italia, salutando i giornalisti con un coup de théâtre degno del suo carattere estroso: al termine della conferenza stampa d’addio mette in moto la sua lussuosa Rolls Royce e si dirige verso l’ignoto, non pima di aver annunciato che per altri due anni calcherà importanti terreni di gioco.
Quali?
Nessuno lo sa.
Manco lui, in quel momento.
Ivo si è proposto a varie compagini della penisola ma, pur ottenendo consensi, nessuna società ha affondato il colpo.
Lo stop (forzato) di un anno incide -non poco- sulle valutazioni dei dirigenti di molti club.
Anche non avendo subito infortuni pesanti la muscolatura di uno sportivo di oltre trent’anni, non sollecitata da partite vere per lungo tempo, può portare a situazioni tutt’altro che piacevoli.


Ivica Surjak, Real Saragozza

Alla fine il suo ex allenatore all’Udinese, Enzo Ferrari, lo chiama al Real Saragozza.
In Spagna Ivo ritrova lo smalto dei vecchi tempi, pur incappando in qualche infortunio di troppo.
Nella Liga la squadra non brilla, finendo a metà graduatoria, mentre in Coppa del Re si spinge sino alle semifinali dove è l’Atletico di Madrid di Sanchez e Votava ad interrompere la corsa degli aragonesi verso la finale, che sarà ad appannaggio proprio dei madrileni.
In estate il Saragozza cambia proprietà e saluta Ferrari, mettendo in atto una piccola rivoluzione tecnica.
Insieme al mister italiano abbandonano la squadra anche l’argentino Barbas, ceduto al Lecce, ed i paraguayani Zayas ed Amarilla.
Ivica Surjak, che aveva firmato un contratto annuale con opzione di rinnovo, non è confermato e viene quindi lasciato libero.
Il Real Madrid si interessa al suo profilo, con l’idea di utilizzarlo come complemento di qualità della propria rosa.
L’affare non si concretizza e lo slavo viene così cercato dai Cosmos di New York, che lo ricoprirebbero di moneta sonante.
Ivo sta per accettare allorquando, a soli trentadue anni, opta per il ritiro.
In USA ci va, ma soltanto in vacanza.

I recenti problemi fisici lo hanno costretto ad un’operazione chirurgica, seguita da un altro intervento di perfezionamento, e ci vorrà del tempo prima di riprendersi completamente.
Due anni dopo è a posto e si accorda con i Los Angeles Lazers, campionato nordamericano di calcetto.

Torna quindi in Europa e si dedica alla famiglia.
Conclusa la relazione con la signorina francese, Suro ha incontrato pochi mesi più tardi quella che diventerà la donna della sua vita, Renata, statunitense figlia di genitori jugoslavi -e sorella di un noto giocatore di Baseball-, che gli ha dato lezioni di inglese a Spalato e due eredi: Jasmina e Lauren, entrambe venute alla luce in California.

Ora è pure nonno e vive a Spalato, dove gestisce un ristorante sulle alture della città, dal panorama mozzafiato.
Segue sempre le vicende dell’Hajduk, di cui è una leggenda con i suoi numeri in maglia bianca da calciatore ed i vari incarichi che ha ricoperto nel club dalmata nel corso degli anni (Direttore Sportivo, Dirigente, Osservatore).

Ivica Surjak, oggi

Nell’estate del 199 balza agli onori della cronaca per essere stato coinvolto in un bruttissimo incidente in mare, suo malgrado, col motoscafo da lui condotto che investe e ferisce mortalmente un nuotatore che si era spinto al largo, in acque vietate ai bagnanti.
Il processo che ne consegue scagiona in toto Ivo, che resta comunque a lungo scosso per l’accaduto.

La famiglia, gli amici, il calcio e le sue attività hanno provveduto a rimetterlo in sesto.

Un calciatore molto forte, che nei momenti decisivi -manifestazioni internazionali e campionato italiano- ha avuto un pizzico di sfortuna.
In Italia, in particolar modo, ha destato un’ottima impressione ma la vicenda Zico, che avrebbe potuto condurlo nell’Olimpo dei grandi -in coppia sarebbero stati uno spettacolo!-, ha finito per tarpargli definitivamente le ali.
Va pure detto, per onestà intellettuale, che l’altro straniero dell’Udinese, Edinho era un gran bel giocatore.
E i posti disponibili, volente o nolente, erano solamente due.
Chissà come sarebbe andata con qualche traversa in meno e qualche gol in più, però.


Era destino, evidentemente.
Traverse incluse.

Ivica Surjak: a pochi centimetri dalla Gloria.

V74




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