• El Simpatico…

Sui portieri degli anni 80 ci sarebbe tanto, tantissimo, da scrivere e da raccontare.

E sarà fatto, Fato permettendo.

Uno degli immancabili, in codesta lista, è lui, il mitico Pfaff.

Mitico è aggettivo adeguato al tipo, completamente fuori dagli schemi ma, allo stesso tempo, professionista esemplare e provetto estremo difensore di porte alquanto importanti.

Il nostro viene alla luce in quel di Lebbeke, piccolo borgo belga sito nelle Fiandre, terra di portieri dove la passione per il ciclismo tende ogni tanto ad oscurare quella per il calcio.

L’ anno di grazia è il 1953.

La madre Gerdina, olandese, ed il padre Honorè, belga, si godono l’ennesimo arrivo in una famiglia che, negli anni, assomiglierà più ad una compagnia teatrale che ad un nucleo di congiunti.

Lo stesso Jean-Marie, tempo dopo, non mancherà di sottolineare l’unicità di quell’ambiente con ben 12 figli, 6 maschi e 6 femmine, tutti cresciuti e pasciuti secondo regole semplici, senza lussi ma con un’amorevolezza che oggi sarebbe difficile da trovare per strada.

Perchè i Pfaff vivono così, proprio per strada, ambulanti ma senza istinti nomadi: adorano il luogo ove vivono, infatti.

Il signor Honorè è un commerciante di tessuti dalla parlantina florida e dai modi gentili: mantiene decorosamente la propria stirpe abitando in una grande roulotte nel centro di Anversa dove intrattiene rapporti con una moltitudine di amici e clienti tra i quali una coppia di simpatici ristoratori, Jean e Marie, marito e moglie, che oltre a rifocillarlo nei freddi inverni fiamminghi, lo trattano come uno di casa e gli ispirano, in onore di cotanta amicizia, il nome del figlio in arrivo, il futuro portiere della Nazionale locale.

Ma il calcio è ancora un qualcosa di etereo e lontanissimo nei sogni del pargolo Jean-Marie, che giovanissimo perde l’amatissimo padre e si ritrova adulto in un’età che non dovrebbe prevedere altro che spensieratezza e divertimento.

Il calcio inizia ad appassionarlo: gioca per strada, manco a dirlo, ed essendo paffutello ed in carne, gli amici lo relegano al suolo di portiere che, in realtà, a Jean-Marie non dispiace affatto.

Anzi…

L’ idea di opporsi in solitaria agli attacchi nemici lo gasa, il carattere inizia a formarsi e la personalità già appare come un marchio di fabbrica: al padre, che qualche mese prima di andarsene gli chiede se si diverte a giocare a pallone, garantisce che prima o poi, diventerà un portiere con i fiocchi.

D’altro canto il campo di Lebbeke è a pochi passi e più tardi, durante la fase adolescenziale e unitamente ai suoi fratelli, JM ha la possibilità di allenarsi con i tesserati dell’ Eendracht Aalst, un club di buona tradizione giovanile.

Nel frattempo, per non farsi mancare nulla, il futuro pipelet dei Diavoli Rossi macina chilometri in bici per recarsi al lavoro, dapprima in un piccolo ufficio postale e, successivamente, in una fabbrica di tessuti.

La fatica non lo spaventa affatto e compie parecchi sacrifici per migliorare la sua condizione fisica, per diventare un professionista, per curare i dettagli, per andare oltre la normalità.

In gara si diverte come un matto ed inizia a mostrare talento.

Vari osservatori posano gli occhi su questo prospetto di estremo difensore solido e sfacciato, dal fisico compatto e dalle movenze feline, in grado di comandare la propria difesa con piglio deciso ma senza mai far mancare ai propri compagni quel senso di sicurezza ed affidabilità che, nel ruolo, fanno la differenza tra il buono e l’ottimo.

Il salto di qualità avviene intorno ai 18 anni al Beveren, squadra dal discreto blasone in patria, che decide di ingaggiare Jean-Marie e di sottoporgli il suo prima contratto da calciatore vero.

Il momento è invero abbastanza delicato: Pfaff ha da poco preso in affitto una casa con la compagna Carmen, che da lì a pochi mesi diverrà sua moglie, e sta per investire i suoi risparmi dell’ epoca in un negozio di articoli sportivi, onde avere una doppia chance di vita e lavoro, oltre a quella di una agognata carriera nel soccer.

Gli inizi con i Waaslander, come vengono definiti i calciatori del Beveren, sono positivi: il ragazzo si guadagna in breve tempo la fiducia di tecnici, compagni e tifosi e il Beveren, sfruttando un periodo nel quale arrivano alcuni buoni giocatori, si ritrova a scalare le vette del calcio belga dopo aver subito, solamente un paio di anni prima, una cocente retrocessione nella locale serie B.

Jean-Marie governa la porta dei gialloblu per una decina di stagioni con ottima continuità di rendimento, vincendo il campionato nel 79, primo storico successo per la sua compagine, una Coppa del Belgio nel 79 e svariati premi personali, tra i quali spicca quello di miglior calciatore belga del 78, titolo sfuggitogli per un soffio nella stagione precedente.

Milita inoltre nelle varie rappresentative giovanili del paese fino al 1976, quando prende il posto del leggendario Piot ed esordisce in Nazionale maggiore.

Anche agli Europei del 1980 il riccioluto è titolare inamovibile.

Non che in questi anni siano mancati problemi o momenti difficili, per carità: un paio di accantonamenti temporanei -sia nel club che in Nazionale- per contrasti con gli allenatori hanno mostrato ai più il carattere istrionico e ribelle del giocatore, mai polemico o disaggregante, va detto, e nemmeno insofferente alle regole, bensì piuttosto riottoso al conformismo a tutti i costi e ad una certa ipocrisia che nel Calcio, notoriamente, la fa spesso da padrone.

Bisogna saperlo prendere, senza dubbio

E qualcuno -Deo gratias!- ci riesce alla perfezione.

Altri meno, come succede per qualche suo allenatore che non ne gradisce la personalità invadente, oppure per alcuni dirigenti federali che non vedono di buon occhio le sue attitudini libertine, o per un guardialinee col quale ha un feroce battibecco in campo e che nel referto sostiene di essere stato colpito da un calcio del portiere, il quale -pur senza prove apparenti- subisce diversi mesi di squalifica.

Non sono tutte rose e fiori, ecco.

Per fortuna le tre figlie avute dall’inseparabile Carmen gli hanno regalato una felicità ed una serenità interiore che ne rafforzano lo spirito pure in campo e lo rendono meno vulnerabile agli spifferi che si addensano sulle sue spalle nella complicata scalata ai vertici del calcio che conta.

Insomma, agli albori degli anni 80 Pfaff è un portiere ormai maturo per una squadra ambiziosa e vincente, con tutto il rispetto per il buon Beveren.

In realtà le proposte non sono mancate, in precedenza: Carmen, moglie e manager a tutti gli effetti, riceve parecchie telefonate e proposte da società olandesi, belghe, francesi e tedesche, talvolta blasonate, in altri casi discretamente ricche.

Jean-Marie le rispedisce tutte al mittente, però, non volendo smuovere oltremisura il suo equilibrio famigliare con traslochi e cambiamenti epocali.

Ma ora tra le tante squadre che ne richiedono i servigi spiccano team come il Barcellona, l’Anderlecht, il PSV Eindhoven e il Bayern di Monaco: rifiutare diventa difficile, oltre che sconveniente.

Deciso quindi a fare una esperienza all’estero, il nostro scarta a priori la proposta dell’ Anderlecht, concentrandosi sulle altre contendenti: alla fine, con una offerta di circa un milione di marchi tedeschi al Beveren ed un lauto contratto pluriennale al giocatore, la spuntano i bavaresi.

Nella scelta ha un ruolo determinante ancora una volta Carmen, che lavora sulla componente emozionale, convince il marito che è ora di ambire a qualcosa di grande e spazza via le perplessità del coniuge inerenti all’ approdo in una società di prima fascia: Jean-Marie è carismatico e talentuoso, ma alquanto restio ai cambiamenti.

Il trasferimento al Bayern è difatti epocale: i tedeschi, da poco finalisti in Coppa dei Campioni, vogliono riprendersi il trono anche in campionato e cercano un portiere in grado di mantenere il ruolo per gli anni a venire.

La squadra è forte ed il belga parte come titolare assoluto, con il giovane Aumann e l’esperto Muller a fargli da riserve.

A questo punto una parentesi è dovuta: nella gloriosa storia di Pfaff non si possono ignorare le sue peripezie in Nazionale.

Il Mondiale in Spagna, per certi versi, è una cartina di tornasole dell’ epopea pfaffiana.

Succede di tutto di più: dalla titolarità indiscussa ad un accantonamento rumorosissimo durante la rassegna iberica, figlio di polemiche interne alla squadra e di un rapporto conflittuale del giocatore con dirigenti e staff tecnico.

Rischia pure di affogare in piscina, durante un festa in ritiro, allorchè un giornalista lo spinge in acqua per gioco senza avere idea che l’ altro non sappia nuotare: lo riprendono per miracolo e lui, as usual non esita a pubblicizzare la cosa come un accadimento di assoluto rilievo.

Scampato ad una fine assurda e tornato in Europa, l’ esordio in Bundesliga per JM è il peggiore che si possa desiderare: a Brema, contro il Werder allenato da un altro mito, Otto Rehhagel, Pfaff riesce nell’ impresa di trasformare una innocua rimessa laterale degli avversari in un’epica quanto esilarante autorete, antesignana del glorioso Mai Dire Gol, una quaglia di dimensioni cosmiche che costringe il Bayern alla sconfitta e mette il neo arrivato sul banco degli imputati.

Lui reagisce a suo modo, ammettendo la topica e, da ottimista nato, sottolineando che d’ora in avanti non potrà che migliorarsi.

Il Bayern, società solida e poco ciarliera, lo mette al lavoro e lo invita al silenzio per diverse settimane, nelle quali il rendimento del giocatore inizia ad aumentare a dismisura: il belga para quasi tutto, soprattutto vari rigori, trasmettendo sicurezza alla difesa ed imponendosi come un veterano in una squadra zeppa di ottimi talenti e caratteri risoluti.

Il rapporto con i tifosi decolla subito, quello con la città anche, mentre con i compagni non sono sempre rose e fiori: il belga avrebbe voluto il suo idolo e leggenda del club Sepp Meier come allenatore, ma la società non lo supporta nel progetto in quanto è certa che Pfaff possa trasformarsi nel nuovo Meier senza che debba necessariamente subirne la greve ed imponente presenza.

Inoltre Aumann e Muller, suoi contendenti nel ruolo, gli sono alquanto ostili, per ragioni di lingua e di opportunità.

La sua divertente sfacciataggine e la sua spiccata mutevolezza mal si confacciano con l’atmosfera seriosa e glaciale della Baviera, ma Pfaff, spinto dal suo orgoglio e con l’appoggio della fidata famiglia, reagisce alla grande alle critiche e si erge a baluardo difensivo dei monegaschi di Germania.

A fine stagione, complice un avvicendamento tecnico ed alcuni infortuni, il Bayern non ottiene i risultati sperati ed il portierone belga inizia a chiedersi se non sia meglio cambiare aria.

Il Napoli, deciso ad avviarsi verso un ciclo vincente, lo mette nel mirino, ma i tedeschi non hanno alcuna intenzione di venderlo e per evitare trattative estenuanti e senza senso, chiedono una cifra fuori mercato per la cessione che, di conseguenza, non si materializza.

Sulla panchina dei bavaresi fa capolino Udo Lattek, tecnico carismatico e dal pedigree importante, che ben conosce la piazza avendo già portato il Bayern a vincere campionati e coppe in passato.

Il suo ingaggio è un chiaro segnale della società a tutto l’ ambiente: bisogna tornare a vincere, primeggiare, alzare trofei, imporsi.

La stagione non è malvagia: in campionato arriva un dignitoso quarto posto, ad un solo punto di distanza dallo Stoccarda vincitore in un rush finale che coinvolge varie squadre.

La vittoria della Coppa di Germania rimpingua il palmares, mentre in Coppa Uefa non si va oltre un misero, quantomeno per il Bayern, ottavo di finale.

C’è ancora molto da lavorare e per la stagione successiva Lattek decide di modificare alcuni equilibri interni alla squadra dando il via libera alla cessione di uno dei leader storici, il panzer Rumenigge, e puntando maggiormente sulla forza del gruppo e su alcuni nuovi innesti.

Il risultato è il ritorno alla vittoria in campionato, mentre in Coppa di Germania arriva la sconfitta in finale e in Coppa delle Coppe solo un ottimo Everton impedisce ai bavaresi di raggiungere la finalissima.

In entrambe le stagioni Pfaff parte titolare, ma mentre nella prima le gioca quasi tutte, nella seconda un intervento d’ernia ed un incidente automobilistico che vede il giocatore coinvolto e nel quale una persona perde la vita, finiscono per destabilizzarlo psicologicamente e fisicamente, riducendo drasticamente il numero di presenze in campo.

Ancora una volta la presenza di Carmen al suo fianco è determinante e Jean-Marie si riprende il posto da titolare nei momenti decisivi dell’annata.

Durante il successivo precampionato i giornali germanici, di solito ben informati, iniziano a scrivere di un interessamento del Bayern per un altro genialoide estremo difensore, tal Harald Schumacher, detto Toni, controverso guardiano del Colonia e personaggio di sovente contrapposto a Pfaff a causa di una accesa rivalità e di susseguenti commenti reciproci al fulmicotone, oltre che per – o innanzitutto per- quella finale romana dell’ Europeo 1980 che arrise al tedesco e vide l’ altro in giornata nera.

Jean-Marie non gradisce le voci, ma il Bayern lo rassicura: sarà lui il titolare nella stagione che porterà al Mondiale.

Un serio infortunio patito a fine anno gli rende difficile il cammino, sia in campionato dove Aumann se la cava benissimo per qualche mese, sia in Nazionale dove Munaron rischia di prendersi la maglia da numero 1 per il Messico.

Ma Pfaff è deciso a non mollare nulla e lo dimostra sfoderando uno strepitoso finale di stagione, riconquistando i galloni da titolare con i Diavoli Rossi, vincendo Campionato e DFB-Pokal col Bayern e rilanciandosi come uno dei migliori al Mondo nel suo ruolo.

Il Mundial dell’ 86, in tal senso, è per lui uno spot da primato: JM dimentica tutte le disavventure avute in passato con la sua rappresentativa e, non di rado, pure con la squadra di appartenenza, dalle rocambolesche fughe in ambulanza lamentando infortuni più o meno diplomatici alle rilassanti pennichelle sotto gli ombrelli dei fotografi durante le pause di gioco, fino a giungere a quelle future, con mele ingurgitate senza ritegno in risposta ai lanci di frutta ed ortaggi provenienti dagli spalti e dai tifosi avversari.

In Messico gioca infatti un torneo strepitoso, da assoluto protagonista.

Il Belgio dispone di una squadra interessante, seppur la difesa non sia propriamente impenetrabile, tutt’altro.

A fine torneo risulterà essere la più battuta, ma il suo portiere riesce a tenerla inviolata nei momenti topici e i Diavoli Rossi raggiungono addirittura le semifinali, arrendendosi soltanto al genio di Maradona.

Pfaff viene denominato “el simpatico” in virtù del suo stile guascone, dei suoi guanti giganteschi che indossava e della sua tenuta rosso fuoco, in omaggio alla sensuale attrice Kelly Le Brock, che il nostro adora e che, parole sue, sarebbe potuta essere l’unica a sostituire Carmen nella sua vita, qualora ve ne fosse stata l’opportunità.

L’attrice aveva e pare abbia tutt’oggi altri gusti, indi non se ne fa nulla e forse è andata meglio così, per tutti.

Prima della semifinale con gli argentini JM tenta la disperata e quanto mai azzardata carta della psicologia da bar sfidando il Pibe de Oro, definito come un giocatore normale, in gran forma, si, ma non tanto da apparire come uno spauracchio insormontabile.

L’errore è colossale: Diego non è in forma ma in formissima ed è immarcabile, soprattutto per una difesa lenta e compassata come quella belga.

Due gol strepitosi e Pfaff che a fine gara regala al fuoriclasse sudamericano i suoi guantoni complimentandosi per l’accaduto ed ammettendo sportivamente di aver tentato il tutto come unica speranza di passaggio del turno.
In cambio ottiene un sorriso beffardo e, più tardi, la maglia numero 10 dell’ Albiceleste e l’affettuosa proposta di trasferirsi all’ombra del Vesuvio, per difendere la porta dei partenopei.

Consolidatosi ai vertici delle graduatorie internazionali (inserito nella Top 11 del Mondiale, di lì a poco vincerà anche il premio di miglior portiere al Mondo) Jean-Marie è pronto per affrontare un nuovo ciclo col Bayern, che rifiuta in quei giorni una ottima proposta del Manchester per il suo guardiapali.

Pfaff non manifesta infortuni e, finalmente, riesce ad esprimersi con continuità, contribuendo alla vittoria del campionato e trascinando la sua squadra in finale di Coppa dei Campioni, dove i tedeschi si fanno rimontare e battere dal Porto ad un passo dal trionfo.

La delusione è atroce e Lattek abbandona il team, che si affida al bravo e futuro santone Heynckes.

Nel frattempo, non senza polemiche e discussioni, Preud’Homme è il nuovo portiere del Belgio.

Pfaff non è in età da pensionamento, ma gli anni iniziano a pesare ed in patria viene considerato troppo mediatico, con le sue bizzarrie che risultano essere meno spassose rispetto al passato e finiscono col minarne la reputazione, mettendone in dubbio la concentrazione e la professionalità.

Tra l’ altro il suo erede, meno istrionico ma più lineare, è veramente un fenomeno e lo dimostrerà nel seguito della carriera.

Inoltre il Bayern si convince a dare una chance ad Aumann e spesso Jean-Marie finisce in panchina in una stagione avara di successi per i bavaresi.

L’avventura del belga in Germania è ai titoli di coda: arrivano diverse offerte sul tavolo di Carmen, ma il marito non vuole sentire ragioni ed è deciso a tornare a casa.

Ha 35 anni e non ha intenzione di spostarsi troppo: il Lierse, modesta compagine fiamminga, approfitta delle circostanze e lo ingaggia.

Il ritorno alle origini non è particolarmente brillante e dopo solo dodici mesi arriva la chiamata dalla Turchia del suo ex mentore al Beveren, quel Braems che più di tanti altri era riuscito a far breccia nel cuore del calciatore di Lebbeke.

La proposta è intrigante: un sontuoso contratto, una bella villa in riva al Mar Nero ed il posto fisso al Trabzonspor a rivaleggiare col suo grande nemico/amico Schumacher, da poco recatosi a svernare nel medesimo torneo difendendo la porta del Fenerbahce.

Jean-Marie si diverticchia, mettendo in fila una ventina di presenze in campionato dove la squadra giunge terza in classifica e perdendo in finale la Coppa nazionale: ma si accorge che le ginocchia scricchiolano troppo, che gli allenamenti iniziano a pesare, che la concentrazione non è feroce come un tempo.

Alla soglia dei 37 anni è il momento di abbandonare la nave, definitivamente.

Non hanno seguito alcuni approcci provenienti da tornei ancor più esotici di quello turco: il belga è irremovibile e per una volta tanto, non sortiscono effetto nemmeno gli inviti a ripensarci della sua Carmen, sempre attenta al bilancio famigliare, oltre che alle esigenze del suo uomo.

Cala il sipario sulla carriera di un portiere forte, tra i migliori della sua generazione, in grado di esaltare le folle e sempre pronto a regalare titoli ai giornali.

Una carriera importante, con diversi trofei vinti, alcuni sfiorati, molte presenze in Nazionale e la sensazione che con un pizzico di fortuna in più, forse avrebbe potuto salire ancora qualche gradino nella scala che porta alla Gloria imperitura.

Uno così, però, è difficile che abbia troppi rimpianti e che, soprattutto, accetti facilmente che i riflettori si possano spegnere su di lui senza colpo ferire.

Ed infatti non lo fa.

Organizza una gara di addio, invitando uno stuolo di fuoriclasse all’evento.

Tenta poi la carriera di allenatore, dapprima di portieri e, successivamente, in prima squadra.

Risultati tra il modesto e lo scarso, come non eccelsi saranno i periodi nei quali si diletta a seguire in veste dirigenziale alcune squadre belghe e quelli dove prova a fare il talent scout di giovani calciatori in terra teutonica.

Jean-Marie non ha la stoffa per fare il tecnico o il dirigente: di calcio ne mastica ad iosa, ci mancherebbe, ma il suo carattere gioviale quanto egocentrico, tendente a generare simpatia ma talvolta pure fastidio per una schiettezza spesso equivocata per arroganza, non si adatta ad un mondo del calcio che, in particolar modo nelle sue figure dirigenziali e di potere, non prevede personalità eccessivamente ingombranti e loquaci.

Lui è perfetto per pubblico e mass media ed infatti è lì che finisce per esprimere tutte le proprie potenzialità: pubblicità, vendita, sponsorizzazioni, viaggi, conferenze, interviste.

Pfaff è ovunque, incessantemente sulla scena, come se giocasse ancora.

E per certi versi lo fa, datosi che finisce al centro di un reality incentrato sulla sua dinastia, 24H24 a riprendere tutto ciò che fa e che lo riguarda.

Produce anche vini, finanche champagne di qualità, barcamenandosi tra marketing e fans come se fosse un guru della finanza.

Da clown consumato conosce l’arte di sapersi proporre a dovere: è uno showman navigato, nonché un gran figlio di buona donna, nel senso buono del termine.

Nel corso degli anni qualche contrarietà gli si presenta, come ad ogni essere umano che si rispetti, ma lui l’affronta con l’usuale sfrontatezza che lo ha sempre contraddistinto, sia sul terreno di gioco che fuori.

Ad oggi vive in una specie di ranch, alle porte di Anversa, con la sua inseparabile Carmen e con gli altri membri della famiglia che si alternano nel continuare il reality anche a telecamere spente.

Difficile non tifare per uno così, non sentirlo vicino, non farsi coinvolgere dal suo adrenalinico squilibrio.

Un matto prestato al calcio, un portiere che vive la vita come fosse un palcoscenico perenne.

Quale che sia, Jean-Marie Pfaff.

V74

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