• Il Calcio, l’Amore…

L’amore per il Calcio è un sentimento diffuso, nel mondo.
L’amore per i calciatori ne è diretta conseguenza.
La storia di Jean-Pierre Adams riunisce tutte queste componenti con una aggiunta speciale: l’amore -anzi:l’Amore- di una donna per il proprio uomo, un calciatore.
Ed è una storia tanto meravigliosa quanto triste della quale venni a sapere molti anni fa, che cercai di approfondire con i modesti mezzi dell’epoca e che da qualche tempo riesco a seguire con maggiore dovizia di particolari grazie allo spunto datomi da una toccante intervista concessa alla BBC dalla moglie del giocatore protagonista di questa incredibile vicenda.
Intervista poi ripresa da varie fonti di informazione con parecchi dati imprecisi, come può capitare soprattutto se vi sono traduzioni di mezzo, e dalla quale son tratte molte informazioni riportate qui, per la cronaca.

Jean-Pierre Adams nasce nella popolosa Dakar, capitale del Senegal, nel 1948.
Il continente africano vive tempi tumultuosi, come al solito.
Un continente stupendo e perennemente inquieto, dove la vita diventa spesso un terno al lotto che quasi mai esce sulla ruota prescelta.

Nel caso di JP, però, un pizzico di buona sorte fa capolino nella sua vita quando durante un pellegrinaggio in Europa con la nonna si crea un contatto con una famiglia del posto, precisamente di Montargis, uno sfizioso paesino sito nella bellissima Valle della Loira, in Francia.
La Chiesa di Santa Maddalena è una delle mete del viaggio e sorge a breve distanza da un bel canale, in un territorio ricco di bellezze naturali, dove vive una coppia benestante che decide di accogliere il giovane in casa, offrendogli la possibilità di studiare e di crescere in un contesto meno sacrificato rispetto a quello natio.
In Senegal Jean-Pierre è il primo di una incalcolabile serie di figli, con i genitori costretti a tirare avanti tra mille difficoltà ed il paese che non vive certamente la sua era più fulgida, tutt’altro.
Ha lo sport nel sangue, il ragazzo.
Lo zio è stato un buon giocatore in patria e il nipote vorrebbe provare a seguirne le orme: adora il Calcio e si diverte a praticarlo in strada, con i suoi amichetti.
La sua famiglia non vede di buon occhio la cosa: teme infortuni che possano metterne a repentaglio la corretta crescita fisica, siamo pur sempre in Senegal e le cure, oltre a costare parecchio, non di rado presentano situazioni, come dire, “al limite”.
Inoltre il rigido protocollo educativo dei genitori, molto cattolici ed oltremodo severi, prevede che il figlio debba vivere nel rispetto della parola del Signore, che debba studiare seriamente e che debba farlo in un ambiente sano e rigoroso: l’occasione di cui sopra calza a pennello, come si suol dire.
I Jourdain, una tranquilla coppia di mezza età, accolgono JP come un loro figlio e lo iscrivono al collegio di San Luigi, dove il senegalese diventa subito un beniamino e viene affettuosamente ed ironicamente soprannominato “Lupo Bianco”.
Oggi, in pieno clima politicamente corretto, sarebbe stata una tragedia greca.
A fine anni 50, in una Francia impregnata di razzismo e problematiche sociali, Jean-Pierre cresce felice e sereno.
Nel frattempo inizia a praticare il suo adorato sport, il Calcio.
Dapprima nella Under 13 del Cepoy, a due passi da casa.
Poi al Bellegarde, ancora nelle vicinanze, dove gli allenatori delle giovanili lo impostano come centravanti di sfondamento, datosi che il piccolo JP è fisicamente bello massiccio, per quanto soggetto a qualche acciacco.
E da punta centrale segna tanto, fin quando un brutto infortunio al ginocchio sembra mettergli a repentaglio la carriera.
Lui, testardo, si impegna per tornare a calcare i campi di gioco.
Intanto completa gli studi obbligatori e si iscrive ad un corso di stenografia, ma dopo poche settimane abbandona: trova un impiego in una piccola fabbrica locale e nel contempo passa al Montargis, che ha una struttura semi-professionistica ed un allenatore che ha praticato calcio vero, in grado quindi di dare a JP consigli adeguati per la sua carriera.
Il passaggio al Fontainebleau ratifica il suo ingresso nel professionismo, sebbene ad un livello ben distante da quello dei “grandi”.
Ma la sfortuna continua a perseguitarlo: in un incidente automobilistico riporta serie ferite al volto ed una brutta cicatrice ad un millimetro dall’occhio destro.
Poteva andare peggio, molto peggio.
La cicatrice più grave gli resta però nel cuore, datosi che nello stesso incidente perde un caro amico.
Vive un periodo di smarrimento e si allontana per alcuni mesi dal calcio.
Intanto gli arriva la chiamata di leva che, a sorpresa, lo riporterà vicino allo sport della sua vita.

Viene infatti inserito nella rappresentativa militare, dove si mette in mostra e recupera pienamente la giusta forma mentis per essere un calciatore professionista.
Al ritorno nel Fontainebleau è un elemento completamente ritrovato, concentrato e deciso su ogni palla: con la sua squadra arriva due volte secondo nel Campionato Nazionale Amatori, anticamera della seconda serie transalpina.
Nella terza stagione la riforma porta i suoi in Ligue 2, ma Jean-Pierre non ci sarà: le sue ottime prestazioni hanno attirato le attenzioni di alcuni operatori di mercato.

Il Nîmes anticipa la concorrenza, lo testa in una amichevole giocata a Rouen e gli fa firmare un buon contratto pluriennale.
I tecnici della società occitana ne apprezzano la potenza atletica, la resistenza fisica, il buon tempismo negli inserimenti offensivi e la apprezzabile disciplina tattica.
Di contro vi è una inesperienza ad alti livelli che il tempo, giocoforza, provvederà a sistemare.
Il Nîmes dispone di una batteria di attaccanti molto nutrita.
A metà campo l’abbondanza regna sovrana.
Dietro sono invece contati.
Inizia così la trasformazione di JP da attaccante in centrocampista difensivo, con l’idea di farlo ulteriormente indietreggiare.
Il giocatore ha carattere, è serio ed attento: esegue gli ordini e inizia a mostrare segni impressionanti di continuità.

Una parentesi a questo punto è doverosa: nell’amichevole di cui sopra, ove si è giocato una fetta importante di carriera, JP non è solo.
Sugli spalti vi è una bella bionda di nome Bernadette: posata, educata, elegante.
Si sono conosciuti ad una serata danzante e dopo alcune settimane hanno deciso di frequentarsi: quando lei lo comunica ai genitori, come da immancabile copione degli anni 70, essi non si oppongono alla cosa, anzi.
Sono ben contenti di sapere che la loro figliola, finalmente, stia mostrando segnali incoraggianti di predisposizione alla vita di coppia.
Sino ad allora era sembrata loro fin troppo riservata.
Bernadette ha però dimenticato di avvisare i suoi genitori di un piccolissimo, quasi irrilevante, particolare: la sua nuova fiamma ha la pelle scura.
Apri cielo: provincia francese, anni 70, mentalità all’antica.
Succede un mezzo casino, poi a risolvere la pratica ci pensa il Lupo Bianco: si procura un ottimo dolce ed un gran bel mazzo di rose, si presenta a casa dei suoi futuri suoceri e con la sua proverbiale simpatia e dolcezza li conquista in brevissimo tempo, ponendo fine alla questione e dando un forte segnale ad una società ancora alquanto retrograda e, per molti versi, intollerante.

Il Nîmes nella stagione precedente ha concluso a metà classifica: le reti del bomber Vergnes e la solidità della difesa guidata da Adams lo portano fino al quarto posto che conduce alla qualificazione nella neonata Coppa Uefa.
Nell’annata seguente arriva la vittoria in Coppa delle Alpi ed un ottimo secondo posto in campionato, alle spalle del Marsiglia.
In quella ancora successiva ecco una semifinale di Coppa di Francia, persa nel doppio confronto col Nantes, un mediocre settimo posto in campionato, a distanza siderale dalle prime posizioni, ed una precoce eliminazione dalle coppe europee, come accaduto in precedenza.
Adams gioca tutte le gare, è il leader difensivo ed una colonna portante della squadra, ma le aspettative societarie non combaciano con la realtà.
Il Nizza, alla ricerca di un elemento di caratura per il reparto arretrato, imbastisce una trattativa per il Lupo Bianco e lo porta in Costa Azzurra dove si fermerà per quattro stagioni, purtroppo avare di successi e soddisfazioni, se si eccettua per il torneo 1975/76, col club nizzardo che giunge secondo dietro ai campioni del Saint-Étienne.
Jean-Pierre fa il suo, quando chiamato in causa: continua a segnare un buon numero di gol per essere un centrale di difesa ma inizia a risentire di alcuni infortuni muscolari che incrineranno il suo rapporto col club, deciso a disfarsi del giocatore prima del termine del suo contratto.

Intanto si è conclusa pure la parentesi di Adams con la maglia della Nazionale: un intenso quadriennio con una ventina di presenze, non molte, culminate nella celebre “Garde Noire“, la guardia nera, come venne definita la cerniera centrale di difesa composta dallo stesso Adams e dall’altrettanto formidabile Marius Trésor.
Due calciatori di colore, compatti e ben amalgamati, a difendere il fortino della Nazionale di Francia.
Fu una particolarità, ai tempi.
E molti furono coloro, Beckenbauer tra i tanti, che ne sottolinearono la forza e la bravura.

I molteplici infortuni di Adams ne decretarono la fine, oltre a convincere lo stesso calciatore che il periodo migliore della carriera era ormai alle spalle.
L’ambizioso Paris Saint-Germain acquista il bomber Carlos Bianchi e prova a fargli cambiare idea: costruisce intorno all’attaccante argentino una compagine di grido e convince Adams a farne parte .
Il nostro trasloca nella capitale, con la fedele compagna al seguito ed un carico di belle speranze a voler cancellare le recenti delusioni.
Niente da fare: Bianchi segna come un dannato, vincendo titoli di capocannoniere con la pipa in bocca, ma la squadra non decolla e resta impantanata a metà classifica.

Adams aveva firmato un triennale, ma al termine della seconda stagione lo straccia, in accordo con la società parigina, e saluta la compagnia.
Alla soglia dei trentuno anni valuta il ritiro dall’attività agonistica quando gli giunge una buona proposta dal Mulhouse, che si è salvato per poco dalla retrocessione in terza divisione e vorrebbe inserire un po’ di esperienza nella sua zona difensiva.
Offerta economica discreta, torneo tutto sommato tranquillo, poche pressioni, la possibilità di prolungare l’accordo in caso di salvezza.
Adams accetta, disputa una decina di gare soltanto, a causa dei soliti problemi fisici, ma non riesce a dare un contributo fondamentale alle sorti del club che, nonostante una difesa che si dimostra ben organizzata, retrocede mestamente in terza serie a causa di un attacco che definire anemico sarebbe poco.
Jean-Pierre capisce che bisogna pensare al futuro ed inizia a studiare da allenatore.
Possiede esperienza, ha un buon carattere, è testardo, tenace, intelligente e sa farsi rispettare e voler bene da compagni ed amici: tutti, ma proprio tutti, gli pronosticano una importante carriera da tecnico.
Lui ci crede ed accetta l’incarico di allenatore-giocatore dal piccolo FC Chalon, non distante dalla sua prima abitazione in Francia.
Qui potrà ancora divertirsi in campo, salute permettendo, ed imparare il mestiere, iniziando a comprendere le dinamiche per condurre una squadra dalla panchina.
I risultati non tardano ad arrivare: promozione dal quinto al quarto livello francese ottenuta al primo colpo, con l’intenzione di ripetersi subito e sbarcare in Terza Nazionale, categoria semi-professionistica.
Con l’aiuto della società Jean-Pierre è riuscito anche ad aprire una attività commerciale, a breve distanza dallo stadio della cittadina, dove con l’adorata Bernadette gestisce un negozio di materiale sportivo.
Con lo Chalon in piena corsa per la promozione, nella primavera del 1982, accade qualcosa che cambierà per sempre la vita dei coniugi Adams e di coloro che ne avevano ed hanno a cuore le sorti.

Dopo una ventina di partite giocate nella precedente stagione JP si era dedicato unicamente alla panchina, a causa del ripresentarsi -ormai cronico- delle solite noie ai muscoli ed alle articolazioni.
A marzo del 1982 la federazione aveva indetto alcuni corsi per il patentino di allenatore in categorie superiori e la società del Chalon aveva invitato Adams a partecipare, in quanto con una eventuale promozione a fine anno sarebbe stato utile, per lo stesso tecnico, possedere l’abilitazione a guidare la squadra nelle serie maggiori.
Il suo vice e gli altri membri dello staff si sarebbero occupati di dirigere le sessioni di allenamento, in sua assenza.
Oltretutto Digione, sede più vicina del corso, è raggiungibile con una certa facilità e senza la necessità di stare troppe ore distante da casa e, in particolar modo, da Bernadette.

Un rapporto veramente simbiotico, il loro.
Adam accetta volentieri di recarsi al corso ed inizia frequentarlo, con passione ed impegno, come del resto fa per ogni cosa che lo attragga e coinvolga.
Per la settimana iniziale il tutto si svolge nella cittadina di Bourguignon, non distante da Digione, dove JP manifesta però un disagio alquanto fastidioso: durante alcuni esercizi il suo ginocchio sinistro ha letteralmente collassato.
Una visita nell’ospedale di Lione evidenzia un danno ai tendini che necessità di intervento chirurgico.
Le lastre confermano la diagnosi ed è qui che inizia quello che a tutti gli effetti potrebbe apparire come un malefico incrocio col destino, per giunta a puntate, un copione pensato e scritto dal più incredibile e crudele degli sceneggiatori.
Mentre si trova nel reparto ortopedico dalla clinica lionese Adams, oramai convintosi a doversi operare in estate, quindi a fine campionato, incrocia un medico che gli domanda di cosa avesse bisogno: lui gli mostra le risultanze dei controlli e l’altro, assolutamente convinto che in quelle condizioni e per un uomo che di professione ha a che fare con lo sport rimandare l’operazione non sia una buona idea, si industria subito per prenotare la giornata sotto i ferri.
Detto fatto, Jean-Pierre viene prenotato per il 17 marzo successivo.
Operazione di routine, come si dice in gergo.
Bernadette ha un presentimento e chiede al marito di rimandare, di fare le cose con calma.
Lui le risponde di star tranquilla, che è tutto ok e che l’Édouard Herriot Hospital di Lione è una eccellenza, per questo genere di operazioni chirurgiche.
Si sente in forma e vuol tornare a muoversi bene, senza troppi fastidi.
Nel caso vada tutto bene, poi, pensa già a fare una seconda operazione all’altro ginocchio, anch’esso parecchio traballante.
Adams ha capito che può veramente sfondare, come allenatore.
Vuole giocarsi le sue carte, vuole raggiungere la gloria da tecnico e vuole mettere in bacheca quei trofei che ha solamente sfiorato da giocatore.
Laurent e Frédéric, i due figli della coppia, iniziano a diventare grandi ed il padre vuol regalare loro la gioia di vederlo primeggiare anche in panchina, dopo le soddisfazioni da calciatore.

Sfortunatamente il destino ha in serbo altri piani.
E tutto diventa cronaca, maledetta cronaca.
La mattina del giorno prefissato per l’intervento JP bacia la moglie sull’uscio di casa, saluta i figli e si reca alla volta di Lione.
Giunto in ospedale gli viene assegnata una camera con un piccolo armadietto all’interno del quale posa la borsa, indossa un abbigliamento leggero e sterilizzato, come da prassi, e si accomoda su un lettino, in attesa di essere chiamato per l’operazione.
La struttura è in subbuglio, intorno a lui: uno sciopero del personale medico ha messo in agitazione sia chi è stato precettato che chi ha deciso di non partecipare all’astensione.
Stress e stanchezza si respirano a pieni polmoni nell’aria.
JP viene avvertito del possibile allungamento dei tempi di degenza e chiede ad un infermiere se non sia il caso di rimandare: in fondo la sua non è una emergenza e, per snellire il lavoro di tutti, può tranquillamente tornarsene a casa ed attendere una nuova data per operarsi.
Il dottore che pochi giorni prima gli aveva organizzato rapidamente la cosa non è in sciopero ed avvertito dell’idea di Adams lo raggiunge in stanza, lo rassicura e gli dice di prepararsi perché a breve toccherà a lui.
L’anestesista di turno è oltremodo indaffarata: nella stessa fascia oraria sono previste ben otto operazioni chirurgiche e lei deve dividersi tra più stanze, peraltro con pochissimo personale di supporto.
Per fortuna -…- inizia il turno anche un giovane assistente, senza esperienza, un tirocinante che solo pochi mesi prima era stato invitato a ripetere il semestre in quanto non ritenuto idoneo alla pratica sui pazienti.
In quel caos e senza situazioni eccessivamente complesse da dover affrontare, beh, tutto fa brodo, deve aver pensato la dottoressa nel vederlo.
Appena pochi minuti ed ecco che un bambino, in una sala adiacente, cattura l’attenzione dell’intero reparto, mostrando valori completamente fuori dai canonici range e costringendo tutti i presenti ad intervenire con solerzia.
Per fortuna tutto torna a posto, seppur con molta tensione, e l’operazione al piccolo può riprendere senza ulteriori intoppi.
Bernadette, intanto, continua a telefonare in ospedale, per avere notizie del marito.
I cellulari sono ben distanti dall’essere pane quotidiano e la tensione inizia ad essere palpabile, dentro di lei.
Alla quarta chiamata, risponde un infermiere:
“Signora, ci raggiunga in ospedale, per favore.
Abbiamo un problema con suo marito”.
Inutile provare a saperne di più.
La donna precipita in uno stato di sconvolgimento che le permette solo di telefonare ad un amico di famiglia, dirigente del Chalon, il quale si precipita da lei con un altro membro della società e tutti insieme si recano poi in ospedale.
Dove, nel frattempo, Jean-Pierre è piombato nel dramma.
Le successive indagini appureranno che dopo essere uscito dalla camera a lui riservata ed essersi avviato nei corridoi per raggiungere la sala operatoria non c’è stata una sola cosa, ma una sola, che sia andata come previsto, nel verso giusto.
Nemmeno una.
Zero.
Il letto dove era stato adagiato non era quello adatto alla tipologia di operazione in atto.
Uno dei tubi che doveva svolgere la funzione di respirazione ausiliare aveva finito, per qualche ragione, per ostruire la via d’accesso ad un polmone, causando la mancanza del corretto afflusso d’ossigeno al cervello per diversi minuti.
Il farmaco principale utilizzato durante l’anestesia era stato segnalato come problematico e man mano verrà sostituito da altri medicinali non soggetti a reazioni pericolose.
Il personale addetto al monitoraggio delle operazioni paga lo scotto dell’inesperienza, dello stress eccessivo, della non abituale contemporaneità di problematiche complesse.
Jean-Pierre Adams paga invece un prezzo altissimo per tutta questa incredibile, sfortunatissima concatenazione di eventi: entra in coma.

E ci rimane sino ad oggi, acquisendo l’infausto record mondiale di persona vivente di sesso maschile che versa da più lungo tempo in stato comatoso.
Soltanto due donne, al momento, risultano essere nella sua stessa condizione da prima di lui.

Un dramma assordo, figlio di dinamiche allucinanti e di una estrema superficialità che in certi ambiti non dovrebbe essere mai permessa.
Dopo una settimana di cure e di tentativi di ripristino delle attività psicofisiche ad Adams viene diagnosticata una grave infezione, figlia delle condizioni abnormi nelle quali versa il reparto dove è in osservazione.
E per fortuna che era rinomato come una delle eccellenze francesi…

Bernadette decide di portarselo a casa, intuendo che i tentativi di riabilitazione sono unicamente di facciata.
La direzione impiegherà secoli per ammettere le sue gravissime colpe e negligenze e per ottenere un risarcimento dovranno passare millenni, prima che sotto una forte pressione mediatica il governo transalpino imponga ai responsabili di saldare il conto.
Nel frattempo molti giocatori famosi come Zidane, Platini, Papin ed altri ancora hanno organizzato gare di beneficenza per raccogliere fondi, corroborati dalle società ove JP ha militato in carriera e dalla federazione calcistica francese, che corrisponde alla famiglia dell’ex giocatore un assegno mensile.
Bernadette manda i figli dai nonni, acquista con i fondi una casa adatta alla scopo ed organizza la nuova vita, sua e del marito, i funzione delle terapie e di tutto il resto.

In una recente intervista concessa alla BBC, quella citata inizialmente, racconta il primo appuntamento con quello che diventerà l’uomo della sua vita.
“Dopo averlo conosciuto ad un ballo ed averne apprezzato lo spirito allegro e coinvolgente, decisi che lui, e solamente lui, sarebbe stato l’uomo della mia vita.
Quando lo raccontai a mia madre, che ancor più di mio padre era perplessa all’idea di una coppia interrazziale nella Francia di quel tempo, ella restò senza parole.
Mi preparai per incontrarlo, dopo qualche giorno.
Mia madre, sull’uscio di casa, mi pregò di ripensarci.
Anche lei ne sarà entusiasta, di lì a breve, avendo avuto la possibilità di conoscerlo meglio.
In quel momento, però, era tesa.
Lui, mamma.
Lui e solo lui sarà l’uomo della mia vita, le risposi chiudendomi la porta di casa alle spalle
Sono sempre stata una persona decisa.
Di non troppe parole, forse, ma molto decisa e sicura di me stessa, dei miei sentimenti.”

La casa (e la stanza) del bellissimo atleta dormiente.
Questa è la dolcissima definizione che Bernadette ha dato al luogo che ospita lei ed il suo amato, oggigiorno, nel villaggio di Caissargues, non lontano da quella Nîmes che ha visto JP in azione da calciatore.
Un letto grande, una finestra che guarda sul giardino, una tv dove scorrono immagini di partite di calcio per tentare -come suggerito da alcuni specialisti- di stimolare la mente dell’ ex atleta attraverso ciò che gli è più consueto.

Jean-Pierre Adams è stato un calciatore di livello più che discreto: avendo iniziato da attaccante, poi trasformatosi in centrocampista e quindi difensore, possedeva una tecnica ben superiore alla media dei suoi colleghi di reparto, rispetto ai quali segnava più spesso e si lanciava in frequenti sgroppate offensive che iniziavano nella sua metà campo e proseguivano in quella avversaria, regalando alla sua squadra superiorità numeriche a sorpresa in zona offensiva.
Una sua importante caratteristica era la già citata tigna, che univa ad una non comune generosità ed alla feroce concentrazione che metteva in ogni match.
Pur non essendo particolarmente alto vantava uno stacco di testa imperioso, derivatogli dall’ottima struttura fisica made in Africa.
Era veloce, duro ma corretto in marcatura, potente nella progressione.
Purtroppo è stato esposto spesso ad infortuni di natura muscolare e, in varie occasioni, pure ossea.

La sua storia di allenatore era nata sotto i migliori auspici e si è interrotta parallelamente a quella dell’uomo quasi quaranta anni or sono.
Una tragedia inconcepibile.

Ciò che mai si è interrotto è invece l’Amore tra Bernadette e Jean-Pierre.
Un Amore profondo, ardente, incrollabile.
Un Amore vero.

Molti pensano che Bernadette sia entrata in una fase nella quale la situazione abbia generato forti squilibri anche nella sua mente.
Non ci sarebbe nulla di strano, se così fosse.
Ma la verità, forse, è un’altra.Ed attinge ad una sfera privata, intima, istintiva.
Lei continua a rifiutare fermamente qualsiasi pensiero inerente una possibile eutanasia, che per alcuni sarebbe salvifica di tutte le sofferenze patite sino ad oggi.
Lei continua a sostenere che, in qualche modo, il marito è lì, poco presente a se stesso per la maggior parte delle funzioni vitali, ma ancora vivo.
Lei continua a sperare nella medicina, in qualche scoperta che possa aiutare la condizione odierna del suo amato e che possa riavvicinarlo alla normalità, se non proprio -miracolosamente- risvegliarlo del tutto e ricondurlo tra le sue braccia come accadde per la prima volta oltre cinquanta anni fa.
Lei accoglie fiduciosa tutti i medici che visitano JP ed ogni qual volta che essi si allontanano dall’abitazione li saluta con la convinzione che la prossima volta potrebbe essere quella buona.
Lei lo accudisce, lo cura, lo lava, lo alimenta, lo protegge.
Lei mantiene unita la famiglia e si sente tutti i giorni con i figli, uno dei quali lavora per l’ospedale di Nîmes (dopo aver brevemente anche giocato nella squadra locale), mentre l’altro si è trasferito in Corsica.
Lei è una donna straordinaria.
Non è affatto matta, no.
Lei è innamorata.
Profondamente innamorata.
“Io accolgo te come mio sposo e prometto di esserti fedele sempre, nella gioia e nel dolore, nella salute e nella malattia e di amarti e onorarti tutti i giorni della mia vita”.
Detto, fatto.
Una condizione rara, si, rara, rarissima, che a molti occhi superficiali ed egoisti, non in grado neanche di concepire cotanto apogeo, la rendono stramba.

Jean-Pierre Adams ha disintegrato molti pregiudizi sul colore della sua pelle, ha superato molte discriminazioni nelle sue scelte sentimentali, ha sconfitto molte intolleranze nel suo ambiente di lavoro.
Lo ha fatto col cuore, col sorriso, con l’anima.

In campo ha ottenuto risultati di rilievo, fuori è stato fermato dalla sfortuna e dall’imperizia di coloro che dovevano averne cura.

Tutti tranne una.
Lei, Bernadette.

Si, scrivere che JP è un uomo fortunato potrebbe suonare come un atroce controsenso, oltre che come una beffarda provocazione.
Me ne rendo conto, perfettamente.
Non lo è, in effetti.
Ma una vicenda -e non solo di Calcio- con due protagonisti così coraggiosi, così uniti, così innamorati, debbo ammettere che non mi capita di sentirla tutti i giorni.
Tutt’altro.

Jean-Pierre Adams: una storia d’Amore.
Quello vero, quello meraviglioso, quello infinito.

V74

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