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Jean Tigana

C’è stato un tempo in cui noi eravamo loro.

Tutti i grandi Campioni dei tornei più importanti del mondo volevano venire a giocare nel miglior campionato in assoluto: quello italiano.
Ecco quindi che Jean Amadou Tigana, fortissimo centrocampista francese campione d’Europa con i Blues nel 1984 e secondo dietro a monsieur Platini nella graduatoria del Pallone d’Oro nello stesso anno, in quel meraviglioso periodo corrispondente agli anni 80 -siamo intorno alla metà, per la precisione- fu vicinissimo a trasferirsi nella penisola tricolore, dapprima al Como (sì, avete letto bene) e poi al Lecce (sì, avete letto bene).
Non andò così, alla fine: evidentemente non era destino.
Ma tutto ciò è una cartina di tornasole di quello che -per l’appunto- eravamo.
Oggi è esattamente l’opposto, ma torneremo a dominare il globo.


Ah, sì.
Tigana.
Beh, parliamo di uno che nel calcio ha scritto pagine davvero importanti di storia.

Nasce verso la metà del 1955 a Bamako, la odierna capitale del Mali, ai tempi ancora denominato Sudan Francese.
Dinanzi vi è il grande fiume Niger.
Nei dintorni una vita decisamente movimentata, ancor di più tenendo conto che ci troviamo in una continente affascinante e complicato come quello africano ed in una fase storica ingarbugliata ed instabile, come spesso capita da quelle parti.

Il piccolo Jean fa appena in tempo a dare una occhiata, perché si ritrova a far parte del “bagaglio” che papà Boubou (originario del luogo di partenza) e mamma Mauricette (francese di Marsiglia, il luogo di arrivo) organizzano per trasferirsi nel sud della Francia.

Cambiamento epocale, per tutta la famiglia.
Dopo una comprensibile fase iniziale di ambientamento, con gli immaginabili sacrifici del caso, il nucleo dei Tigana inizia a prendere possesso del territorio, grazie anche alle conoscenze in loco di Mauricette.
Jean va a scuola e tira calci ad i vari palloni che passano dinanzi al vialetto di casa.
A dieci anni è nella Association sportive des postes, télégraphes et téléphones (ASPTT) di Marsiglia, dove inizia a formarsi come calciatore.
Caillols e Stade Olympique Cassis sono le tappe successive, sempre in zona, che gli aprono definitivamente le porte dello sport professionistico.


Il salto dal Cassis (dilettanti) al Tolone (seconda serie) è notevole.
Jean TIgana lavora come postino ed è basso ed abbastanza tracagnotto.
Quando giunge in ritiro i compagni lo guardano con sospetto.
In un’epoca dove il baffo da sparviero domina la scena e con i polverosi campi della D2 che richiedono forza e durezza per sperare di portare a casa la pellaccia, il giovane di origine maliana è visto con occhio alquanto dubbioso.
Lui avverte il pregiudizio, disfa i bagagli e va subito al campo a mettere in chiaro le proprie intenzioni: è lì per giocare ed imporsi, il resto non conta.

Jean Tigana

In men che non si dica lega con i compagni, il tecnico e l’ambiente.
Il direttore sportivo del Tolone, che ne aveva intravisto le doti, gongola ed inizia a fiutare l’affare.
Jean è fisicamente leggerino, è vero.
Ma sgobba come un matto negli allenamenti ed inizia a tirar su un fisico tosto e resistente.
Inoltre ha buona tecnica e sul terreno di gioco si muove come un veterano, con sagacia tattica e mestiere.

Le prime tre gare le disputa da subentrante, poi entra in pianta stabile tra i titolari e non ne esce più.
A fine stagione i dirigenti gli sottopongono un contratto di ben quattro stagioni, con salario fisso che raddoppia dopo dodici mesi ed in aggiunta alcuni bonus per rimpolpare la cifra.
Niente male.
Il ragazzo non si monta affatto la testa, però.
In Ligue 2 ogni gara è una guerra, con gli avversari che più sono scarsi tecnicamente e più picchiano come fabbri.
Tigana sviluppa uno spirito guerriero, in un clima che non di rado risulta essere alquanto incandescente.
Lo stesso spirito che gli costa un furioso litigio col suo allenatore, reo di non essere stato onesto con lui.
Non si parlano per mesi, poi Jean rifiuta la cessione ai rivali dell’Angoulême e viene messo temporaneamente fuori rosa, minacciando addirittura l’abbandono dell’attività sportiva.
Tutto rientra rapidamente, con la società che non vuole perdere il suo patrimonio e reintegra subito il mediano ed il tecnico che -di conseguenza- opta per le dimissioni, sentendosi esautorato.


Il Tolone sfiora la promozione per tre volte consecutive, comunque.
Tigana gioca bene le prime due stagioni, mentre nella terza è semplicemente perfetto.
Il suo rendimento, unito alle sei reti che mette a referto, gli valgono diversi interessamenti dalla prima divisione.

Aimé Jacquet, allenatore del Lione, è colui maggiormente disposto a scommettere sul ragazzo di Bamako.
Lo ha osservato in un paio di circostanze e si è convinto della bontà della scelta.
Ha intravisto in lui doti non comuni, nonostante non sia giovanissimo, rispetto ad altri prospetti che gli sono stati proposti.
Il Lione si è salvato miracolosamente dalla retrocessione, in virtù della differenza reti favorevole rispetto a Lens e Troyes, e l’idea è quella di metter su una compagine che non debba soffrire le pene dell’inferno per portare a casa una tranquilla salvezza.


La cessione del bomber Lacombe rimette a posto i conti societari, mentre l’arrivo di Tigana sistema gli equilibri di squadra.
Les Gones (i Ragazzini) arrivano alle soglie della zona europea, disputando una stagione tutto sommato sorprendente.
In quella successiva, invece, le cose vanno male e la categoria viene mantenuta solo dopo lo spareggio con la terza della seconda lega, l’Avignone, che perde 6-0 l’andata e, pur vincendo 4-2 il ritorno, retrocede senza colpo ferire.
Jean Tigana, come a Tolone, migliora allenamento dopo allenamento e ripete pure con i lionesi l’appuntamento della terza super annata, sfoderando un rendimento da paura e trascinando i suoi nelle zone alte della graduatoria con ben 7 goal, un bottino niente male per un mediano, e con una continuità di rendimento da far invidia ai migliori interpreti della sua generazione.

Jean Tigana

Nel frattempo è arrivato anche l’esordio in Nazionale, unitamente al trofeo di migliore rivelazione del campionato francese.
Ormai parliamo di un giocatore “fatto”.


Ed è normale che per lui inizino a fioccare le richieste.
Nella stagione che porterà al Mondiale in Spagna, Jean decide di fare il salto di qualità e di accettare la corte del Bordeaux dell’estroso presidente Claude Bez, che fa ridere il Lione con un assegno a parecchi zeri e che completa l’opera ingaggiando anche il tecnico Jacquet.

In riva alla Garonna il buon Tigana, oltre al suo mentore, trova una squadra molto forte: il talentuoso Giresse, il cannoniere Lacombe, il roccioso Trésor, il mastino Rohr, il solido Thouvenel, il grintoso Girard e tanti altri ottimi giocatori.
La società è ambiziosa e vi è il dichiarato obiettivo di aprire un ciclo vincente, in patria e -possibilmente- in Europa-

Il piano funzionerà, con l’aggiunta di altri elementi di spessore (Battiston, Specht, Tusseau. Müller, Dropsy, Ferreri e altri ancora), e Jean Tigana ne sarà un cardine imprescindibile.
Otto stagioni con i girondini e tre campionati francesi messi in bacheca (1984, 1985, 1987), oltre a due Coppe di Francia (1986, 1987) e vari piazzamenti, tra i quali un’ottima semifinale di Coppa dei Campioni raggiunta nel 1985, con una cocente sconfitta nel doppio confronto contro la Juventus di Platini.

Maradona

Nello stesso periodo Tigana trionfa pure con la maglia della Nazionale, vincendo l’Europeo casalingo del 1984, nel quale viene eletto tra i Top 11 del torneo andando così a bissare il premio di miglior giocatore del campionato francese.
Ai Mondiali iberici del 1982 la Francia chiude al quarto posto, perdendo -ai rigori- una combattutissima semifinale contro la Germania Ovest e poi ripetendosi contro la Polonia nella finalina per la terza piazza.
Ai Mondiali messicani il percorso è quasi identico: sconfitta con i tedeschi nel penultimo atto e poi finale di consolazione persa, stavolta contro il Belgio.
Jean Tigana è titolare inamovibile di una Francia veramente forte ed è uno degli interpreti del celebre «Le Carré Magique », il quadrato magico.
Una sorta di rombo con quattro mezzali, per certi versi antesignano di quel che sarà, più avanti, il modulo ad “albero di Natale”, con il C.T. Hidalgo che si inventa un o schieramento alquanto offensivo pur di non lasciar fuori nessuna delle sue stelle: PlatiniGiresseGenghini (poi Luis Fernández) e -appunto- Tigana.


Jean, a dispetto del suo metro e sessantotto d’altezza e del peso piuma, è un centrocampista d’acciaio, profilo idealmente combinato tra il numero 4 ed il numero 8 di un’epoca in cui queste numerazioni avevano un senso ed un significato.
Per una dozzina d’anni calca i campi più importanti del pianeta con una continuità di rendimento a dir poco strepitosa.
Centrocampista universale, agonisticamente feroce, capace di giocare dinanzi alla difesa con compiti di protezione e, nel contempo, di primo organizzatore della manovra.
Non è un regista vero e proprio, però come centromediano metodista è una garanzia di sagacia tattica e mestiere.
Copre una superficie enorme di campo, agendo spesso come mediano, sia di destra che di sinistra, e non di rado anche da interno, non disdegnando inserimenti in fase offensiva, soprattutto di supporto ai compagni della trequarti e dell’attacco.
Negli anni del Bordeaux, quando dà il meglio di sé, segna meno rispetto agli inizi di carriera, pur avendo un discreto tiro dalla distanza, in quanto si sacrifica in toto per la squadra.
Dispone di ottima tecnica, che decide di mettere al servizio di chi ne ha ricevuto in dono dalla natura il triplo di lui.
Generoso, concreto, diligente, riservato, costante.
Uno dei migliori centrocampisti francesi -e non soltanto- di sempre.
E, soprattutto, uno straordinario equilibratore nella zona nevralgica.
Chiunque gli giri intorno, pare un fenomeno.
In molti lo sono, in realtà.
In altri casi -invece- è lui a farli sembrare tali.
Non è poco, tutt’altro.


Come detto inizialmente, a metà degli anni 80 è stato vicino al trasferimento in Italia.
Oltre alle squadre succitate lo ha cercato la Juventus per affiancarlo a Platini, come in Nazionale, ed in un paio di occasioni pure il Milan.
Baz ha finto di assecondare le richieste, poi alla fine non ha voluto privarsene manco per un istante ed ha sparato alto, per chiudere qualsiasi discorso a riguardo.
Il Barcellona, il Bayern Monaco e il Tottenham provano, in tempi diversi, a fargli cambiare aria.
Niente da fare.
Quantomeno fino al 1989, quando a 34 anni suonati il campioni di Francia del Marsiglia di un altro presidente particolarissimo, Bernard Tapie, gli lanciano una nuova sfida e gli offrono un buon contratto biennale.

OM

Lui accetta e va subito a vincere un altro campionato, da protagonista.
Proprio dinanzi al Bordeaux, inoltre.
Vittoria bissata anche dodici mesi più tardi, ma con a corredo una sconfitta in finale di Coppa di Francia, contro il Monaco, ed una batosta immane, questa si, con la finale di Coppa dei Campioni -giocata a Bari- persa ai rigori contro la Stella Rossa di Belgrado.


Jean Tigana, che per la prima volta in carriera ha saltato diverse gare per acciacchi e scelte tecniche, decide di chiudere la carriera al termine della stagione, con una delusione atroce.
Lui è in panca, nella gara contro i serbi.
Una condizione che odia, sebbene capisca che l’età è quella che è e che le scelte dell’allenatore fanno parte a tutti gli effetti del gioco.

In verità il centrocampista francese, sin dagli inizi della carriera, ha ammesso di non essere predisposto per stare a guardare gli altri: ha bisogno di prendere il ritmo, di ricaricarsi continuamente, di inventarsi ogni giorno delle nuove motivazioni.
Lo stimolo della concorrenza è per lui fondamentale e l’idea che ci sia qualche compagno che sia lì, pronto a prendere il suo posto, è lo sprone vitale per andare avanti.
Vive di pressione e di culto del lavoro e la tensione finisce per esaltarlo, piuttosto che -come per altri- deprimerlo.

La sua intelligenza calcistica è figlia di quella umana, quindi è il primo ad alzare bandiera bianca quando capisce che è arrivato il momento di farlo.

Un fortissimo centrocampista box-to-box, come si direbbe oggi, un indiscutibile precursore nell’ambito dei mediani moderni.
N’Golo Kanté, per origini, fisico, mentalità e caratteristiche tecniche, è il suo erede più diretto.


Jean Tigana ha poi allenato per una ventina d’anni, con risultati altalenanti.
In patria ha guidato il Monaco, il Lione ed il Bordeaux.
In Inghilterra il Fulham.
In Turchia il Besiktas.
In Cina lo Shanghai Shenhua.
Ha sfiorato la panchina della Nazionale, in una occasione.
Una volta passato il treno, non è stato più in grado di risalirci.

Oggi è il DG di quel Tolone che lo avviò nel Calcio che conta.
Passa il tempo libero con la famiglia -moglie e due figli, un maschio ed una femmina- e si diletta a produrre vino.
Ha ottenuto anche diversi riconoscimenti in tal senso, nonostante abbia iniziato tardi ad appassionarsi all’enologia, poiché da giovane era tutt’altro che un cultore del nettare di Bacco.
Man mano si è incuriosito ed oggi, nella sua bella tenuta, è sempre pronto a degustare una delle sue creature in compagnia dei tanti amici che lo circondano.

Jean Tigana, oggi

Numero 1, in campo, come nella vita.
E viceversa.

Perché Jean Tigana è un predestinato.
Un instancabile predestinato.

V74

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