• L’attaccante che ha dimenticato se stesso

Nel 2022 dici Eriksen, con nazionalità danese, ed ecco che il pensiero vola subito a Christian, il forte centrocampista che agli ultimi europei ha tenuto il mondo col fiato sospeso, allorquando ha perso i sensi sul terreno di gioco a causa di un arresto cardiaco.
Poi si è ripreso, per fortuna.
Un gran bel giocatore.

Eppure non è l’unico Eriksen proveniente da quelle parti ad aver scritto pagine importanti di storia calcistica.
A farlo prima di lui è stato il connazionale John, indossando con orgoglio e buoni risultati la maglia biancorossa.
Purtroppo la vicenda di John, a differenza di quella di Christian, non prevede il lieto fine.
Tutt’altro.

Ma, come d’abitudine, proviamo ad andare con ordine.
Svendborg, nell’isola di Fionia, Danimarca meridionale.
Qui nasce, a novembre del 1957, John Eriksen.

La sua famiglia proviene da Assens, una cittadina poco distante dal luogo ove i suoi hanno deciso di trasferirsi definitivamente, acquistando un piccolo appezzamento di terreno con una abitazione a pochi passi dal mare.

John cresce un ambiente tutto sommato tranquillo, sviluppando un carattere vispo e curioso, con una spiccata attitudine alla corsa.
Gli piace correre, da pazzi.
E presto scopre che calciare un pallone dopo aver corso, è ancor più divertente.

Entra presto nel settore giovanile dello Svendborg, allenandosi a pochi metri dalla casa dove vive e a due passi dalla scuola che frequenta.
Mostra sin da subito doti interessanti.
Ha un fisico ancora acerbo, ovviamente, ma che esprime già una ragguardevole velocità di base.
Lui è sveglio e si applica con rigore, denotando un’attitudine alla serietà inconsueta per un ragazzino della sua età.

Poco prima di festeggiare il suo diciottesimo compleanno viene inserito nei quadri della prima squadra, in una società che festeggia proprio in quei giorni i settantacinque anni di storia.
Esordisce in seconda divisione, cavandosela più che bene.
Segna diverse reti che però non bastano ad evitare la retrocessione in terza serie, dove John si impone tra i migliori attaccanti del campionato, con un bottino di tredici marcature a corredo.

Su di lui mettono gli occhi diverse compagini di categoria superiore.
Ad investire sul giovane sono i campioni in carica dell’Odense, che debbono sostituire il bomber Hansen, da poco ceduto al Tennis Borussia Berlin.

John Eriksen lo fa nel miglior modo possibile, chiudendo la stagione da capocannoniere, come il suo predecessore, con 22 centri.
Realizza una rete, su rigore, anche in Coppa dei Campioni, al primo turno, con il suo team che viene eliminato nel doppio confronto dai bulgari della Lokomotiv Sofia.
L’Odense chiude al quarto posto in Superligæn, non riuscendo a qualificarsi per la Coppa Uefa.

Dodici mesi più tardi scenario quasi identico: Odense stavolta al quinto posto in graduatoria ed Eriksen ancora capocannoniere, con 20 reti.

Ormai è un attaccante lanciato verso tornei di maggior spessore ed infatti le richieste non mancano: Belgio, Paesi Bassi, Germania, Francia.
Diverse squadre gli fanno la corte.
Lui sceglie il Roda trasferendosi a Kerkrade, nei Paesi Bassi, regione del Limburgo, ad un passo dal confine tedesco.

Prima esperienza oltre confine in una società organizzata e senza dover patire eccessive pressioni.
Il Roda staziona solitamente nei dintorni del centro classifica.
L’eccentrico portiere della nazionale, Jongbloed, e l’estrosa punta Nanninga, anch’egli nel giro della selezione olandese, scaldano i cuori della torcida locale.

Eriksen si ambienta rapidamente e chiude la sua prima annata in terra olandese con il titolo di vice-capocannoniere, 21 gol, alle spalle di Geels dello Sparta Rotterdam (22).
Ha la fortuna di incontrare un tecnico estremamente preparato, Piet de Visser, che sarà più avanti uno dei migliori talent scout del vecchio continente.
de Visser intuisce le doti di John, ma è convinto che sia troppo gracile per durare a lungo a quei livelli.
Lo manda in palestra a lavorare sul potenziamento muscolare, al termine degli allenamenti sul campo.
Eriksen acquisisce ulteriore forza e continua, nelle annate successive, a mantenere un bel feeling con la porta avversaria: 19, 18, 23.
Numeri importanti, con una continuità di rendimento che ne certifica l’assoluta affidabilità.

Il Roda sfiora in una circostanza la qualificazione per le coppe europee.
I tifosi si innamorano del danese, apprezzato pure da dirigenti ed allenatori di parecchie squadre olandesi e non soltanto.

Il bomber, a 27 anni, è ormai maturo e pronto per un ulteriore salto di qualità.
Ma, a sorpresa, nell’estate del 1984 firma per i francesi del Mulhouse.
Siamo in Alsazia, una meravigliosa regione che porto nel cuore.
Si vive come si deve, si mangia da paura e si beve altrettanto bene.
Ma in quegli anni il club staziona nel secondo livello del calcio francese.

L’offerta è comunque succulenta, anche dal punto di vista economico oltre che da quello enogastronomico, e John l’accetta volentieri.
Lui gioca bene a calcio ed è pure un uomo alquanto intelligente, che riconosce al denaro l’importanza che merita ma che non mette in subordine la qualità della vita, la sua e quella di chi lo circonda.

Nel caso della Francia tutte le componenti combaciano ed Eriksen va a Mulhouse con entusiasmo.
La squadra è ambiziosa e sogna il salto di categoria.
Dopo aver ceduto il forte olandese Kist ed il nazionale francese Six, da poco laureatosi Campione d’Europa con i Blues, il Mulhouse rivoluziona mezza squadra, lanciando l’assalto alla categoria superiore.

Torneo lungo e duro, per dirla eroticamente.
Il team chiude al secondo posto nel suo girone, sfiorando la promozione diretta e perdendo poi il doppio confronto ai playoff, contro il Rennes.
E John Eriksen?
Per lui cambia poco, Francia o Paesi Bassi che sia: vice-bomber del torneo, con 27 segnature.
Fa il suo, abbondantemente.
Ma non basta.
E il contratto oneroso del danese pesa, sulle casse della società francese.

Quando il Feyenoord -alla ricerca di un valido sostituto per il goleador Houtman, venduto al Groningen- bussa alla porta dei transalpini per riportare John in Olanda, nessuno si oppone.
La squadra ha appena vinto campionato e coppa, quindi per il giocatore si riaprono le porte del calcio che conta.
Lui punta ad essere convocato per i Mondiali Messicani del 1986.

Perché John Eriksen, dopo aver brillato con tutte le nazionali giovanili, è da qualche anno anche nell’orbita della principale selezione danese.
Non è un titolare, però.
Preben Elkjær Larsen, Michael Laudrup, Allan Simonsen e Klaus Berggreen sono i motivi del suo impiego part time, con la rappresentativa nordica.

Lui è felice di tornare in Olanda ed è motivato e sicuro di poter conquistare un posto ai Mondiali.
Il Feyenoord disputa una stagione discreta, senza acuti, con Eriksen che mette a referto un bottino di 22 gol, alle spalle dei fuoriclasse Van Basten (37) e Gullit (24).

In primavera Sepp Piontek, allenatore della Danimarca, chiama il calciatore e gli conferma -ufficialmente- che farà parte della spedizione che a maggio volerà a Citta del Messico.

Agli Europei Francesi del 1984, dove i danesi hanno sfiorato la finale contro i padroni di casa, il C.T. gli aveva preferito Brylle come punta di riserva, chiamando pure Thychosen come ulteriore attaccante di scorta.

In Messico invece John Eriksen ha l’occasione della vita.
E la sfrutta.
I ragazzi della Danish Dynamite, come era soprannominata la banda di Piontek, giocano un calcio sbarazzino e coinvolgente.
Hanno pure una rosa ben assortita.
Manca un portiere veramente forte, però.
Di lì a poco arriverà Schmeichel a risolvere il problema.
In Messico ci sono invece Rasmussen, Høgh e Qvist.
Tutti onesti mestieranti del ruolo, senza dubbio, ma nessuno di loro in grado di garantire sicurezza ai compagni.
Piontek ci mette del suo, alternandoli in base all’umore ed al meteo e finendo per togliere loro ulteriore serenità.

La Danimarca vince trionfalmente il proprio girone, al primo turno.
Batte Scozia, (1-0), Uruguay (6-19 e Germania Ovest (2-0), dando letteralmente spettacolo con un attacco irresistibile ed una difesa che, impregnata sulla grinta dei difensori e sulla indubbia intelligenza tattica del leader Morten Olsen, regge l’urto degli avversari.
In mezzo Lerby ed Arnesen garantiscono forza e classe a iosa e davanti Elkjær, Laudrup e Bergreen provvedono al resto.

John Eriksen trova spazio nella terza gara, quella sentitissima contro i tedeschi, quando entra in campo con la Danimarca in vantaggio per 1-0 (Olsen) e nella ripresa e mette a segno il 2-0 che lo consegna alla gloria.

Agli ottavi i danesi beccano la Spagna (perdendo con i tedeschi avrebbero trovato il Marocco, ma sono calcoli che a Piontek non piacciono) e passano ancora una volta in vantaggio, con il solito Olsen.
Parrebbe l’anno loro, se non fosse che l’assenza di Arnesen (squalificato per una ingenua espulsione rimediata nella gara precedente) in mezzo si fa sentire e che un black-out collettivo nel secondo tempo li manda completamente fuori giri.
Butragueno gliene fa ben 4, al quale aggiungere un rigore del macellaio di Bilbao, Andoni Goikoetxea, per un 5-1 finale che non ammette repliche.
Fine della favola nordica.

Eriksen mette piede in campo sul 1-2, nel tentativo di rimettere il match in carreggiata.
Niente da fare.
El Buitre è in giornata di grazia e la difesa dei danesi in quei novanta minuti è da torneo amatoriale.

Il ritorno in patria è alquanto mesto.

John torna a casa, si riposa per qualche giorno e poi rifà le valigie.
Non per Rotterdam, bensì per Ginevra.

Il Feyenoord, improvvisamente a corto di denari, lo ha infatti venduto al Servette, dove trova il nazionale francese Genghini (che lascia prima di subito) e sfiora il genialoide ungherese Detari (che all’ultimo istante cambia idea).
Poco male per il bomber, che a prescindere da chi lo circonda la mette sempre dentro e vince per due anni consecutivi la classifica dei cannonieri.
28 reti nella prima stagione, abbastanza interlocutoria per il suo club.
Ben 36 nella seconda (Scarpa d’Argento in Europa, alle spalle del turco Çolak del Galatasaray), col Servette che rinforzato dal mitico Kalle Rummenigge, acquistato dall’Inter, sfiora la vittoria del torneo, chiudendo alle spalle dei campioni del Neuchâtel Xamax.
Nella successiva annata il tedesco si laurea capocannoniere, ma il Servette incappa in una stagione balorda, salvandosi per il rotto della cuffia dalla poule per la retrocessione.
Eriksen subisce un paio di infortuni e stenta ad entrare in forma, giocando poche gare e segnando ancora meno.

A fine anno si separa dal Servette e passa ai neo-campioni del Lucerna, per la prima volta nella loro storia vincitori del campionato svizzero.
Eriksen sceglie una realtà vincente in quel preciso momento storico, ma in verità molto più “rurale” rispetto al contesto più professionale di Ginevra.

Vuole mettere ancora un po’ di fieno in cascina/banca ed intanto si sta già preparando per quando tornerà in Danimarca, con l’idea di comprare un villino dinanzi al mare e con un po’ di verde intorno.
Gli piace l’atmosfera familiare, adora le cose semplici, ama la natura, vive per sua moglie Annette e per le sue piccole eredi, Camilla e Sarah.

Rimanda quindi il ritorno nel nord Europa e firma un biennale con le lampade (Die Lampen), tornando a segnare con regolarità (21, 16).

A fine contratto, come da copione, ritorna in Danimarca, a casa, nello Svendborg.
Dove tutto aveva avuto inizio, ecco.
Due stagioni nelle serie minori, condite dalle solite caterve di reti, poi il martello a sistemare il fatidico chiodo e le scarpe appese a quest’ultimo, dopo una carriera dai grandi numeri.
Con la Nazionale si era fermato agli Europei del 1988, giocando la sua ultima gara contro l’Italia di Vicini, da titolare, nel pessimo torneo disputato dai biancorossi.

John Eriksen ha vinto la classifica di cannoniere praticamente ovunque.
A dispetto delle sembianze da ragioniere -ed in effetti ha nel cassetto un diploma da commercialista- è stato un autentico cecchino, veloce di piede e rapido di testa.
In area di rigore, ancor di più in quella piccola, era una sentenza, pronto a sfruttare qualsiasi disattenzione dei difensori e/o respinta corta dei portieri.
Rapace, felino, intelligente.
Possedeva un bel destro, ma segnava spesso anche di sinistro.
Di testa se la cavava bene, col suo metro ed ottanta centimetri di altezza che gli regalava atletismo e, nel contempo, facilità di movenza.
Bravo ad aprire gli spazi, ancor di più nel chiuderli.
In tutta la carriera avrà dribblato si e non dieci volte, a voler essere generosi.
Potrebbe sembrare un limite, in verità era la sua forza.
Determinato e concreto, con un tempismo che incontrava la perfezione, viveva per il gol e tutto il resto era accessorio.
Fatte le debite proporzioni, una sorta di Pippo Inzaghi ante litteram.
Il fatto che sia l’attaccante danese più prolifico di sempre, con dei numeri spaventosi (oltre 250 reti in circa 400 gare), la dice lunga sulla sua innata capacità di goleador.
Professionista esemplare, serio e meticoloso, continuo nel rendimento e con pochissimi infortuni in carriera.
Inoltre ha legato con tutti gli ambienti dove si è esibito, lasciando puntualmente un bel ricordo, sia dell’uomo -educato e gioviale, pur essendo abbastanza introverso- che del calciatore.
Gli è mancata una bacheca di livello, quasi sempre figlia di una consacrazione in una società di vertice.
O, meglio ancora, in un torneo d’élite.
Un Mondiale ed un Europeo li ha giocati, questo va detto.
Dopo aver vinto la Scarpa d’Argento, il suo nome è stato accostato pure a diversi club importanti.
Il connazionale Berggreen ne sponsorizzò l’ingaggio nella nostra penisola e lo stesso Eriksen dichiarò, in quel periodo, di essere vicino alla firma con una squadra italiana (Fiorentina).
Ma le vie del calciomercato, si sa, sono infinite.
Sfumarono, nel corso degli anni, anche i trasferimenti all’Eintracht di Francoforte e al Bordeaux.
Peccato, perché la sensazione è che il nostro John fosse uno di quei calciatori che, pur non possedendo le stimmate del campione ed il talento del fuoriclasse, fosse comunque in grado di rendere nel migliore dei modi in qualsiasi contesto.

Al ritorno in Danimarca la famiglia Eriksen inizia una nuova vita.
I lavori alla villetta, la scuola delle piccole, i tanti impegni di Annette, il lavoro di John che inizia a studiare da allenatore.
Spera di arrivare in prima serie, ma è umile e sa bene che la strada e lunga e va percorsa a piccoli passi.

Man mano, però, le cose iniziano a prendere una piega inaspettata.
L’ex giocatore si incupisce, diventa bizzarro, capriccioso, nervoso, litigioso.
Parte per un paio di viaggi, tornando in Svizzera, senza una ragione apparentemente valida.
Inizia a litigare con Annette un giorno si e l’altro pure ed anche con i suoi genitori, Ebba e Hartmann, ha comportamenti a dir poco strambi.
Esce con i vestiti invernali in estate e con quelli estivi in inverno.
Dimentica spesso di pagare le cose che acquista al bar o al supermercato.
E fa lo stesso nella sala riunioni del club che allena, quando dimentica le disposizioni sugli allenamenti o sull’organizzazione delle attività esterne al campo.
Iniziano a girare parecchie voci, su di lui.
Il paese è piccolo e la gente, pure al nord, mormora.
Eccome, se mormora.
Si parla di problemi seri di alcolismo e si sottintende anche altro.
Il fratello Gert, ex calciatore dilettante, dopo alcuni colloqui con Annette convince John a recarsi da uno medico, che gli diagnostica una probabile sindrome depressiva, legata all’abbandono della professione ed al conseguente momento di impasse che ne può derivare in questi casi.

Fatto sta che le cure non hanno effetto ed il matrimonio tra l’ex nazionale danese e la consorte naufraga definitivamente.
Villetta in vendita, sostituita con due piccoli monolocali per garantire la separazione tra le figlie, che vanno a vivere con la madre, e il povero John, che si ritrova solo nonostante tutti abbiano provato a dargli una mano.

Il suo stato peggiora ulteriormente e delle nuove analisi fanno luce su quello che è, a tutti gli effetti, un vero e proprio dramma.
John Eriksen è affetto da una aggressiva forma di demenza, ascrivibile al morbo di Alzheimer.
In una età in cui è rarissimo che si possa sviluppare con questa veemenza, per giunta.
Una mazzata insostenibile per chiunque, figurarsi per le sue giovani figlie.
Che provano a lottare per lui e con lui, salvo arrendersi dinanzi all’evidenza, acconsentendo al suo ricovero in una struttura dedicata, con controlli specialistici e saltuari ritorni a casa.

Dove, a soli 44 anni ed in seguito ad una caduta accidentale, Eriksen perde la vita.
Una sventura allucinante, eppure salvifica.

Brutto dirlo, ma è così.

“Quando la sfera è in area, ci sono alcuni calciatori che non ti perdonano.
Nella mia carriera ne ho visti parecchi con questa caratteristica, sia accanto a me che contro.
Gerd Müller, Spillo Altobelli e John Eriksen erano quelli sui quali potevi fare maggiore affidamento.
Se gli lasciavi spazio, le probabilità di assistere subito dopo ad un gol erano enormi.”

KarlHeinz Rummenigge

Firmato Kalle Rummenigge, mica Topo Gigio.

Annete è morta di cancro, qualche tempo dopo.
Lars Fink, un bravo giornalista danese, ha scritto un libro su questa avventura intensa e crudele.
Camilla e Sarah si sono trasferite ad Aarhus, dove vivono e lavorano e dove cercano, ogni giorno, di ricordare ciò che il padre è stato e non ciò che, non per sua colpa, era diventato alla fine.

Una storia triste.
La storia dell’attaccante che ha dimenticato se stesso, come Fink lo ha definito nel suo racconto.

John Hartmann Eriksen: capocannoniere.
Ovunque e comunque.

V74

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