• 1998

Protasi: John Martyn è un asso.
Incompiuto, s’intende.
Altrimenti non sarebbe qui, insieme a me.
Nei miei ricordi, per essere ancor più precisi, perché purtroppo ha salutato il pianeta un po’ di tempo fa.

Il suo lascito testamentario al mondo è cospicuo e variegato.
Per quanto strano possa apparire, nella discografia del suddetto -che ho approfondito soltanto in parte, ad onor del vero- ciò che ha maggiormente attirato la mia attenzione è stato un lavoro “non originale”, cioè un album di cover.
Sul termine “non originale” ci sarebbe da discutere, comunque.
Martyn difatti non si limita ad interpretare brani scritti da altri, come accade in moltissime composizioni similari, ma li compenetra con la propria anima artistica e li reinventa a tal punto da farli sembrare totalmente diversi da quella che era la loro genesi iniziale.
Che siano poi migliori o peggiori dei primi, beh, lì è questione di gusti.

L’album ha alle spalle una storia singolare, introdotta già fin dalla copertina dedicata alla piccola chiesetta di Roberton, un villaggio di nemmeno cento anime posto nella zona meridionale della Scozia.
Qui John vive in un cottage a pochi metri di distanza dalla struttura, ormai decadente, che però lo attira maledettamente, sin da quando si è trasferito da quelle parti sfanculando l’ambiente metropolitano ed il suo precedente esilio londinese.
La vorrebbe ristrutturare e destinare ad abitazione, quella scatafasciata baracca, quando non rimetterla in sesto per adibirla addirittura a rifugio per bambini e persone disagiate.
Per una storia di permessi e di logistica ne ricaverà uno studio di registrazione, tempo dopo.
Le spese saranno a carico della sua casa discografica che, in cambio, otterrà materiale per incidere un album, appunto, di cover.
Questo: The Church with One Bell.

Martyn si riserva di scegliere in prima persona i pezzi da “elaborare”.
Opta per una quindicina di essi, in funzione dei suoi multiformi stili musicali, infine restringe la selezione ad una decina, aggiungendo poi una ghost track finale che in realtà rappresenta una rilettura in una chiave ulteriormente differente di una delle cover già incluse nel medesimo elenco.

La produzione è affidata allo stesso autore coadiuvato dal fido ingegnere del suono Stefon Taylor e dal supervisore Norman Dayron, una garanzia di esperienza ed attenzione maniacale ai dettagli.
In studio, a Glasgow, si alternano ottimi turnisti quali John Giblin, Arran Ahmun, Spencer Cozens.
Le registrazioni durano meno di una pausa pranzo ma dal punto di vista tecnico il risultato è veramente ottimale.
Il disco, nelle cuffie e nelle casse, suona da Dio.

John è particolarmente ispirato.
E si sente.

La versione di Glory Box dei Portishead è di una classe c l a m o r o s a !
Io adoro il gruppo di Beth Gibbons, ma qui JM sconvolge anche loro, raggiungendo vette epocali e portando la sua voce ad essere strumento di fattura pregiatissima che rende il pezzo talmente etereo da sembrare irreale.
Questa canzone, da sola, vale il prezzo del biglietto, la mancia, la riconoscenza e il sostegno alla causa.

The Sky Is Crying, inno Blues scritto dal chitarrista Elmore James ed eseguito dai 3/4 dei musicisti mondiali, si trasforma in una sublime nenia di pura ed astratta malinconia, con un basso secco e languido da urlo.
4 minuti di un’intensità che oserei definire patologica, soprattutto in relazione alla forza esistenziale autodistruttiva dello scozzese.
La batteria scandisce il respiro, tutto il resto si staglia sullo sfondo senza colpo ferire.
Inquietante, oscura, alcolizzata, malata: semplicemente stupenda.

God’s Song, di Randy Newman, è country nell’anima e jazz nell’andatura: superba, anch’essa.

Excuse Me Mister, di Ben Harper, è resa ancor più poetica della versione autografa, con una personalizzazione eccentrica che ne mette in risalto l’accoratezza del messaggio e la particolarità del testo.

How Fortunate the Man With None, nella duplice esecuzione, rilegge gli australiani Dead Can Dance che a loro volta rileggono alcuni versi del drammaturgo tedesco Bertolt Brecht: il risultato è una languida litania, emozionante e dai contorni bizzarri e solenni.

Straziante, nel suo fumoso ed indolente incidere, risulta essere Strange Fruit, poesia composta negli anni trenta e più tardi portata al successo da Billie Holiday.

Death Don’t Have No Mercy, profonda e maestosa, si guadagna appieno l’ingresso nel gruppo delle prescelte.

Small Town Talk e He’s Got All the Whisky rappresentano i momenti di maggiore leggerezza, all’interno dei 40 minuti e passa di ascolto.

Feel So Bad si occupa di tenere il ritmo adeguato alla fama del suo esecutore.

John Martyn ha sempre sostenuto, scatenando diverse reazioni avverse, che la Musica non possiede generi: o è bella, oppure non lo è.
Le disquisizioni sulle diversificazioni e le categorie, sebbene di indubbio fascino, per l’estroso artista scozzese lasciano il tempo che trovano.

Mai come in questo caso le tracce confermano il teorema: uno stile indefinibile, in continuo interscambio tra Blues, Rock, Pop, Folk e John Martyn, inteso come sound figlio di una voce unica e di un talento sfuggente e, a tratti, altrettanto indecifrabile.

A 50 anni suonati esprime una maturità ed una consapevolezza di egregio spessore.
Si diverte ad inserire nell’album anche il suono della campana del titolo, in un paio di frangenti.

La chiesa diverrà uno studio musicale, come detto.
Lui verrà a mancare una decina d’anni dopo, purtroppo.
Ha vissuto perennemente in bilico tra disperazione ed euforia, contagiandosi dell’una e dell’altra in base alle circostanze.

TCWOB è invece la compagnia perfetta in una serata in cui non si ha alcuna voglia di fare i conti col proprio destino.
Un virtuoso in voce e strumenti, un sound nitido e lucido, una selezione ricca di qualità e unicità, una tensione emotiva che manco ai rigori di una finale dei Mondiali.

Luci soffuse, qualche candela, un buon aroma nei dintorni e sulle papille gustative.
Se c’è pure altro, meglio ancora.
A patto che regga la scena, però.
Altrimenti il silenzio acustico, rigorosamente marchiato John Martyn, vince.
E di gran lunga.

John Martyn – The Church with One Bell: 8

V74

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