• Oscar 2020, ma…

Gran bel film.

Molto bello.

Ed altrettanto scaltro.

Arrivo davanti alla sala locale intorno alle 22 di un fresco e placido lunedì ottobrino, presumendo di essere solo o, perlomeno, abbastanza solo, datosi che la programmazione dura parecchio.

Probabilmente a causa del biglietto leggermente ridotto di inizio settimana, becco invece un’orda barbarica giovanile di dimensioni bibliche e una folla oceanica di parecchi attempati -quasi- come il bel sottoscritto.

Ci penso su, sto ormai per rinunciare e tornarmene a casa a coccolare mielosamente il mio zoo ed ottenerne in cambio ampio riscontro di felicità, salvo poi riflettere sul fatto che in fondo è solo un gran bene se la gente inizia ad andare più spesso al cinema, fosse pure per il titolo di cartello e/o per una questione modaiola e di attitudine al gruppo.

Entro, ancora discretamente sorpreso dall’averlo fatto e dall’essere lì, fisicamente nel bordello, per giunta a godere un evento iper pubblicizzato, cosa che, solitamente, mi tiene a leggera distanza dal caos organizzato.

Sto invecchiando o, forse, sto lavorando sui miei atavici pregiudizi.

Che non cambieranno, purtroppo, ma che meritano una saltuaria oliata di revisione.

La proiezione dura circa un paio di ore che scorrono veloci, senza noia alcuna.

In rigoroso e rigido silenzio.

La gente fa mediamente schifo, ma talvolta riesce a sorprenderti e donare speranza, perché nel 2019 la normalità diventa eccezionalità e, volente o nolente, bisogna prenderne atto ed abbozzare.

Io abbozzo, chiedo venia al fato per la mia malafede, mi assolvo per i troppi precedenti patiti a riguardo, mi accomodo nell’unica zona dove non vi è gente, proprio a rimarcare la mia succitata malafede, e mi accingo al tutto con estrema passione e, as usual dinanzi allo schermo gigante, con tanta infantile ed autentica meraviglia.

Non ci girerò troppo intorno, al contrario del solito: prima ora e mezza di film oscillante tra il 10 e la lode in aggiunta.

Parziale capolavoro assoluto, con un protagonista che tiene la scena praticamente in solitaria e in maniera strepitosa: un Joaquin Phoenix mondiale, in uno stato di grazia allucinante e, si, allucinato.

Un attore “normale”, per quanto bravo e professionale, avrebbe avuto parecchie difficoltà a calarsi in una simile parte, mentre lui, matto di buon livello, vi riesce alla perfezione.

L’opera è stracarica di riferimenti al cinema di autore e a maestri di indubbio spessore, come la presenza di De Niro attesta ufficialmente.

Un lavoro curato, attento, estremamente astuto e studiato con tanto, ma tanto mestiere.

Perfetto anche nella tempistica, con diversi premi già portati a casa ed altri che non tarderanno ad arrivare in bacheca.

E con merito, oh yes.

Phoenix si giocherà l’Oscar.

La sua performance è veramente eccelsa, con una gestualità emozionante, una fisicità mutevole quanto identificante, un pathos emanato a cuore aperto e raffinatamente profondo.

Detto ciò, per me non siamo dinanzi ad un capolavoro in toto.

In sintesi, trovo Joker più astuto che bello.

E datosi che lo reputo estremamente bello, credo che sia pure incredibilmente astuto.

L’ultima mezzora, si è capito?, mi ha lasciato abbastanza perplesso.

Il ritmo cala, vertiginosamente.

Aumenta l’introspezione banale, quella politicamente corretta pur volendo apparentemente sottolineare l’opposto, con un approccio che non mi ha colpito o, quantomeno, non mi è sembrato coerente con la magnificenza iniziale e mediana dell’opera.

Diminuisce anche la simbiosi dello spettatore col personaggio, quantunque la carica emotiva della storia finisca col pervadere pure chi è più vicino alla feccia che all’eroe, per caratteristiche intrinseche.

La fotografia resta eccezionale, le musiche di provenienza islandese meritano il bis, la regia è degna di nota.

Eppure no, la parte finale non mi piace, non mi convince affatto e cambia il mio giudizio sul pacchetto completo.

Chissà che non sia un’ulteriore furbata pianificata, il terreno preparato per un bel sequel e una conclusione di film che non generi eccessivi sconquassi polemici lasciando magari l’eroe, o pseudo tale, libero o senza alcun cenno visibile di pena e di sofferenza.

Pur nel gaudio del momento, appena alzatomi dalla poltrona non ho riscontrato alcuna difficoltà a beccare nella mia mediocre memoria cinematografica una decina di titoli di ben altra rilevanza onirica, di ben altra suggestione emozionale, di ben altra profondità introspettiva, di ben altro spessore angosciante.

Insomma: bello, recitato alla grande (oltre la perfezione, quindi entrando nel personaggio piuttosto che limitarsi a disegnarne le gesta) ed ottimamente confezionato.

Da vedere, assolutamente.

E da Oscar, probabilmente multiplo, mi ripeto volentieri.

Ma rispetto alle intuibilssime influenze ed alle ispirazioni conclamate e dichiarate, non lo reputo un capolavoro.

Non per me, quantomeno.

In alcuni frangenti ne anticipavo le mosse, lo sentivo davvero mio, mi immedesimavo nel folle danzante triste, nei suoi fervidi colori, ne percepivo l’essenza e la disperazione, ne respiravo la sofferenza, ne imitavo silenziosamente l’infelice risata, ne tifavo affannosamente la soffocante distanza col resto del pianeta.

Non sono un Joker e non aspiro ad esserlo perché ho ancora parecchie cause in sospeso con la sorte, troppe, per potermi dedicare ad espiare la colpa di essere me stesso convincendomi che tutti gli altri siano invece burattini al soldo dell’ipocrita Dio di turno, ma conosco un po’ di vita e di mondo, quel che basta per poter pensare che il finale di una storia simile sarebbe dovuto essere diverso, sia in questa galassia che in tutte quelle -una marea- a noi ancora sconosciute.

Non ho pretese di regia e di sceneggiatura, velleità artistiche meno di 0.

E non pretendo un finale a richiesta, anzi.

Il problema è che non ho gradito, ribadisco, il finale furbetto.

Mi ha infastidito, per certi versi.

Dopo tutto quello visto fino a lì, mi ha infastidito, si.

Sbaglierò…

(Lo dico, ma non lo penso affatto: sono un Thomas Wayne meno ricco o, nella migliore delle ipotesi, un Murray Franklin meno brillante, altro che un Joker)

Tornando a noi, media voto tra la fantastica prima ora e mezza + risata inquietantemente dolce -e tecnicamente immane- e la parte terminale da C’è posta per te + Jerry Calà come ospite, tutto piacevole quanto abbastanza prevedibile con almeno un paio di annetti di anticipo.

Se capitate da qui il consiglio è di non perdervelo, comunque.

Si tratta di un gran bel film.

Molto bello.

Ed altrettanto scaltro.

Joker: 8

V74

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