• Tata

José Luis Brown

Nel Campionato del Mondo del 1986, il più divertente di sempre per il sottoscritto, Maradona si innalzò su di un piedistallo che partiva da Città del Messico e saliva su, fino al cielo e forse anche oltre.

Ovviamente fu lui a decidere i destini calcistici del mondo, in quel momento.
Però nei dintorni aveva parecchi complici, fidati e pronti a dare l’anima per il proprio condottiero e, soprattutto, per il proprio paese.
Uno di loro, un difensore tosto e pregno di garra sudamericana, è il protagonista del nostro racconto odierno.


José Luis Brown nasce nel novembre del 1956 a Ranchos, nella provincia di Buenos Aires, la capitale dell’Argentina.
Il padre è impiegato in un piccolo emporio, mentre la madre lavora come domestica.
Famiglia di origini scozzesi, con un antenato che si era trasferito in zona nell’ottocento ed aveva dato il via alla dinastia.
José Luis ha un fratello gemello ed un altro più grande di lui.
Da piccolo vive periodi complicati: la situazione in famiglia non è delle migliori, ecco.
La casa dove abitano è molto vecchia ed il papà sta cercando di mettere un po’ di soldi da parte per acquistarne una che possa sembrare davvero una dimora, piuttosto che una baracca.
Il giovane erede passa gran parte della giornata in collegio, così da risparmiare tre pasti in famiglia e, nel contempo, studiare.
Nel tempo libero raccoglie giornali vecchi, li avvolge insieme ai calzini che ruba dal cestone della lavanderia della madre e corre in cortile a giocare a pallone.
I fratelli, più pigri, preferiscono dormire e/o leggere qualche fumetto.
Tata, invece, è malato di pallone.
Ah, a proposito.
Tata è il soprannome del futuro calciatore della Nazionale Argentina.
Più che un nomignolo, diventa il suo nome vero e proprio.
E così lo chiameremo anche noi.
L’origine è insita in un amico di famiglia dei Brown, col quale il giovincello passa momenti di svago andando a pesca o passeggiando tra i boschi.
Lui viene appellato come El Tata e così i fratelli di José Luis iniziarono a chiamarlo alla stessa maniera, infastidendo il pargolo e, quindi, ottenendo lo scopo desiderato: sancendo quindi un qualcosa che diverrà la storia di una vita, praticamente.

A sette anni il Tata riceve un regalo di quelli che cambiano l’esistenza: suo zio, Lucio, gli cuce a mano un pallone di cuoio, lo colora di bianco e nero e glielo lascia nella stanzetta, sul letto, in mezzo a foto di calciatori del Boca Juniors, del quale il nipote è tifoso sfegatato.
La gioia del ragazzino, alla vista di cotanta meraviglia, è semplicemente incontenibile.

Qualche tempo dopo, in una gita organizzata dal collegio, Tata visita La Plata, cittadina posta ad una sessantina di chilometri di distanza da Buenos Aires e ad un certo punto passa dinanzi allo stadio dell’Estudiantes, all’epoca noto come Estadio 1 y 57, in base al nome della strada nella quale era situato.
Il giovane, estasiato dinanzi alla visione, giura a sé stesso che un giorno entrerà nella struttura da giocatore di calcio del club che, pian piano, conquista spazio nel suo cuore.

Appena può si unisce a ragazzi più grandi che partono da Ranchos per seguire l’Estudiantes e diventa ben presto la mascotte di un gruppo di Ultras della vecchia scuola, quella pane e salame.


Verso i dodici anni Tata inizia a giocare a calcio in un modesta società della zona.
Al suo primo allenatore, un ex dilettante, il ragazzo chiede di essere utilizzato come difensore, essendo tecnicamente poco dotato.
Una richiesta insolita, datosi che i giovanissimi aspirano quasi tutti a schierarsi in attacco e fare tanti gol.
Oltretutto un bel segnale di umiltà in un’età alquanto insolita, da questo punto di vista.
Tempo dopo, tramite un amico di famiglia, Tata viene invitato ad un provino con l’Estudiantes e lo supera in carrozza: il sogno inizia a sembrare reale.
Purtroppo le promesse fatte al ragazzo -vitto, paghetta e borsa di studio- non vengono mantenute fino in fondo ed il padre, alquanto contrariato per il trattamento riservato all’erede, lo spinge a giocare per uno dei club nei dintorni di casa, che lo accoglierebbe a braccia aperte e gli garantirebbe un piccolo stipendio, seppur non eccelso.
Soltanto l’intervento di Héctor Antonio, ex attaccante della Nazionale ed allenatore delle giovanili, convince il genitore a tornare indietro sui suoi passi e lasciare il figlio con i biancorossi de La Plata, in cambio di un trattamento adeguato (vitto, alloggio, borsa di studio e lavoro part-time come tipografo in un giornale locale nei pressi di Ranchos).

Trattasi di una classica sleeding door, in quanto da questo momento in poi prende il via la parabola sportiva che condurrà il Tata sulla vetta del pianeta.
Con calma, però.
Molta calma.

L’Estudiantes lo fa esordire a metà degli anni settanta e lui ripaga con prestazioni adeguate e con impegno totale.
Dopo anni di gloria autentica, il team vive una fase di transizione.
Sfiora diversi successi, ma senza centrarne manco uno.

Estudiantes

Poi, agli inizi del decennio successivo, vince il campionato nel 1982 e nel 1983, con un ex calciatore del club, Bilardo, a guidare i suoi dalla panchina.
Bilardo è lo stesso che nel 1975 fece esordire il ragazzo,
Brown è uno dei protagonisti del doppio successo basato su una difesa solida, imperniata proprio sul Tata come libero e con i terzini Camino (a destra) ed Herrera (a sinistra) che randellano chiunque capiti a tiro, oltre a spingere come dannati sulle fasce di competenza.
In porta c’è Delmenico, da stopper agisce Aguero.
Russo fa da schermo posto a protezione delle retrovie, mentre Ponce, Sabella e Trobbiani hanno tutta la libertà di offendere e, quando possibile, dare una mano in copertura.
In avanti a Gottardi e Trama tocca il compito di mettere la sfera alle spalle dei portieri avversari.

Bilardo è un allenatore all’avanguardia, che mescola antico e moderno e lavora da psicologo e da preparatore, oltre che da selezionatore.
Un personaggio complesso e preparato, molto carismatico, di origini italiane e di indole sudamericana, in grado di compattare il gruppo e condurlo a vincere due tornei, dominando la scena.

Tata Brown, tocca ribadirlo, è l’elemento chiave del reparto arretrato e, di conseguenza, del team.
Gioca da libero, comandando la difesa con passo sicuro ed attento e con una concentrazione a dir poco feroce.
Perennemente sul pezzo, con grinta e decisione.
Inoltre Bilardo gli ha affidato la fascia di capitano, riconoscendogli doti di leadership ed apprezzandone le qualità umane, oltre che quelle calcistiche.


Nel frattempo per il giocatore di Ranchos, che ha già esordito in Nazionale ma che non è stato preso in considerazione per il Mondiale spagnolo del 1982, arriva la proposta del Nacional di Medellin, che ha già cercato il difensore in passato su consiglio del mister Zubeldia, per un quinquennio alla guida dell’Estudiantes dei miracoli che anni prima aveva deliziato il suo popolo e vinto parecchio.
Lo stesso Zubeldia ha seguito nel tempo i progressi del Tata e avrebbe voluto averlo alle proprie dipendenze.
Se non fosse che un maledetto infarto lo uccide a soli cinquantaquattro anni d’età: ma il Nacional, memore del consiglio, decide ugualmente di affondare il colpo e mettere l’argentino a disposizione del successore di Zubeldia, ovvero l’uruguaiano Cubilla.

L’Estudiantes e Brown concludono in malo modo il proprio rapporto.
Il calciatore, infatti, entra in conflitto col presidente Correbo, colpevole -a suo dire- di non aver mantenuto alcune promesse fatte sui premi partita e di non aver rispettato il patto di concedergli una percentuale sulla cifra ottenuta dalla società in caso di cessione del libero all’estero.
Questioni di vil denaro ma, anche, di dignità ed orgoglio.

Tata viene dichiarato persona sgradito al club dell’Estudiantes -ci vorranno anni per ricomporre la frattura, ma certi amori fanno giri immensi e poi ritornano- e si trasferisce in Colombia, dove disputa una buona annata senza però portare a casa alcun titolo.
Poi, in un amichevole tra Argentina ed Uruguay, un duro intervento di un avversario gli procura la rottura del crociato.
Inizia un autentico calvario, per il difensore.
Medicazioni, tutori, borse di ghiaccio, antidolorifici.

Il Nacional non si fida e lo cede al Millonarios FC, con cui non trova la quadra sul contratto e, oltretutto, non vi è certezza sul suo ginocchio ballerino..
Sul centrale piomba così il Boca Juniors, che lo ingaggia..
Tata ritorna in Argentina e prova a riprendere in mano la propria carriera, sottoponendosi a duri allenamenti ed a sfiancanti sedute di fisioterapia.
Con la casacca dei Los Xeneizes (i Genovesi) mette a referto una trentina di match, segnando cinque reti, di cui un paio all’Estudiantes.
Il dente avvelenato, probabilmente.

Complici i suoi acciacchi Tata non viene confermato dal Boca, che lo svende per soli trentamila dollari al Deportivo Espanol di Buenos Aires, neopromosso in massima serie argentina.
Col suo nuovo club Brown arriva sorprendentemente terzo in campionato, ma viene accantonato dopo poche gare per il perdurare delle sue pessime condizioni di salute.
Il dolore è lancinante ed il Tata, sul terreno di gioco, se la cava con mestiere e voglia, ma senza brillare.
Pensa addirittura al ritiro, a soli trent’anni, ma è una chiacchierata col suo mentore Bilardo a fargli cambiare idea.

“Mister, non ce la faccio più a giocare così. Oramai è una tortura”
“Tranquillo Tata. Ti metto alle calcagna il mio fido collaboratore che tu ben conosci, il professore Echevarria, e lui ti rimette a post in men che non si dica. Fidati”
“Ma il Deportivo mi ha rescisso il contratto, sono pure senza squadra. Forse dovrei provare ad operarmi”
“Non c’è abbastanza tempo per andare sotto i ferri. Io ho solo te e Passarella, come liberi. E verrete entrambi al Mondiale, in forma o con le stampelle”


Chiaro? Limpido, Recoaro!
Come recitava uno celebre spot di molti anni fa.
Bilardo, che è Commissario Tecnico dell’Albiceleste da un triennio, non ha la minima intenzione di rinunciare ad uno dei suoi pupilli.
Lo aspetta, lo coccola, lo tranquillizza e lo convoca per il Mondiale del 1986, in Messico, infischiandosene delle polemiche che circolano sul nome di Brown, che la stampa vorrebbe a casa in cambio del più sano -e quindi ritenuto più affidabile- collega Trossero.

Invece in Messico ci va Brown.
E da titolare, per giunta.
Perché Passarella, compagno di stanza del Tata, non sta bene.
Per qualcuno si tratta di infortuni “strategici”, per evitare contrapposizioni forti all’interno dello spogliatoio, poiché i due leader conclamati, Maradona e lo stesso Passarella, non si amano molto, per usare un eufemismo.
Il libero, invece, smentisce questa diceria e confessa di soffrire di piccoli acciacchi muscolari e, soprattutto, della malefica Sindrome di Montezuma, ossia di spruzzi di cacarella a getto continuo.

Nella kermesse intercontinentale più divertente della storia (per me, oh) l’Argentina si schiera con Pumpido in porta.
Brown è il libero, ultimo baluardo del team.
Ruggeri e Cuciuffo sono i due centrali atti a marcare le punte avversarie.
Giusti a destra ed Olarticoechea a sinistra arano le fasce, mentre Batista ed Enrique proteggono la difesa ed organizzano la manovra.
Burruchaga e Valdano scompaginano i piani nemici e Maradona fa la differenza dove cavolo gli pare e contro chiunque abbia l’ardore di sfidarlo.

Diego è in formissima e sin dal ritiro preparatorio al Mondiale crea con i compagni un gruppo coeso, determinato, fiero.
Una squadra, una maglia.

Argentina 1986

Garré, Clausen, Pasculli, Trobbiani, Tapia, Borghi e Bochini sono le altre principali armi a disposizione di Bilardo.
Almiron, Islas, Zelada ed il sopraccitato Passarella completano il roster.
L’Argentina esordisce nella manifestazione sconfiggendo la Corea del Sud per 3-1, quindi impatta per 1-1 con l’Italia e batte per 2-0 la Bulgaria, vincendo il proprio girone.
Agli ottavi gli argentini fanno fuori l’Uruguay, per 1-0.
Nei quarti tocca agli inglesi e non può mai essere solamente una partita di calcio.
La risolve Maradona, con la Mano di Dio e con il gol del secolo, giusto per gradire.
In semifinale il Belgio non può nulla dinanzi allo strapotere di un Re Diego oramai immarcabile.
La finale vede contrapposti i sudamericani alla solita e solida Germania Ovest, allenata dal mito Beckenbauer.

La gara è agonisticamente massacrante e, a tratti, decisamente spettacolare.
Maradona soffre la spietata marcatura di Matthaus: il che, a sua volta, toglie cervello e cuore al centrocampo tedesco.
Tata Brown porta in vantaggio i suoi con un perentorio colpo di testa, sfruttando un’uscita incerta del portiere germanico Schumacher.
Ad inizio ripresa Valdano raddoppia e parrebbe fatta, per gli argentini.
Se non fosse che Beckenbauer si gioca il tutto per tutto, rimodellando la propria squadra e liberando Matthaus da compiti prettamente difensivi.
La Germania conquista così campo e Rummenigge prima e Voller poi riportano la gara in parità.
Mai dare per morti i tedeschi, non c’è niente da fare.
Risorgono quando meno te lo aspetti.
Ma stavolta il funerale non glielo leva nessuno.
Nel finale, come in ogni film thriller che si rispetti, Maradona inventa calcio e trova uno spiraglio assurdo per lanciare Burruchaga verso la gloria eterna.
3-2 al triplice fischio del direttore di gare ed Argentina che diventa Campione del Mondo.

Tata Brown è doppiamente eroe: oltre ad aver comandato la difesa con personalità e sicurezza, non salta un minuto che sia uno del torneo e nella finale gioca quasi tutta la ripresa con una clavicola gravemente lussata.
Il dolore è atroce, ma l’adrenalina ancora maggiore.

La notte prima della gara, da solo in stanza perché Passarella ha lasciato il ritiro, ripensa a tutti i sacrifici fatti per essere arrivato sin lì, alla fiducia che Bilardo gli ha concesso nonostante una situazione tutt’altro che rosea, alla sua famiglia, ai suoi amici, al suo paese natio ed al popolo argentino, al quale contribuisce a regalare una gioia epica, infinita, incredibile.


Difensore vecchio stampo, concreto e deciso, Tata Brown è uno che non molla mai.
Tecnicamente non è una cima: ed essendone consapevole, raramente si avventura in sortite inutili al di là del centrocampo.
Men che meno al Mondiale,, essendo in altura e con avversari che ad ogni singolo errore tendono a punirti pesantemente.
Ruvido, tenace, indomito: da libero guida la difesa e chiude ogni spazio, per proteggere il proprio portiere.
In avanti si spinge sui calci da fermo, poiché è un fattore sui colpi di testa, con un fisico gladiatorio ed uno stacco a dir poco perentorio.
Bravo nell’anticipo, non è rapidissimo e soffre se puntato in velocità da attaccanti rapidi e sguscianti.
Lui tende a giocare d’astuzia, anticipandoli o, se non è il caso, muovendosi sulla palla piuttosto che sull’uomo.
Altrimenti randella, come da prassi.
Oltre al libero può fare lo stopper ed il terzino, su entrambe le corsie lateriali: l’importante è che si giochi a uomo, perché la zona gli fa venire il mal di testa.
Senza l’infortunio al crociato avrebbe conquistato prima l’Europa ed avrebbe fatto una carriera diversa, ne sono certo.
Quella maglia bucata appositamente per bloccare i movimenti della spalla e continuare a giocare la finale del 1986, nonostante il parere negativo dello staff medico della Nazionale Argentina, è l’emblema del suo notevole coraggio, della sua enorme forza mentale, del suo infinito cuore.
Duro, generoso e, finalmente, vincente.


Al termine del torneo intercontinentale Tata è svincolato e riceve, naturalmente, diverse offerte.
Un paio di mediatori lo propongono in Europa, per sfruttare l’onda del successo messicano.
Da Italia, Germania, Svizzera, Grecia ed Olanda non arrivano repliche degne di nota.
Da Belgio ed Austria qualcosa si muove.
Ma è in Francia che il Tata ha un paio di estimatori.
Uno di essi è il Brest, che affonda il colpo e conclude la trattativa col giocatore, facendogli firmare un buon contratto biennale.

José Luis Brown - Brest

Tata Brown si trasferisce in Bretagna, nel nord-ovest della Francia, dove da un anno già sono sbarcati gli amici Valdano ed Olarticoechea, che però giocano nel Nantes.

Il Brest è una buona squadra, che punta su Brown e sul brasiliano Julio Cesar come coppia di centrali difensivi.
Chiude ottavo in graduatoria, nella massima serie francese.
Tata gioca con buona continuità ed offre un discreto rendimento, ritrovando finalmente una buona forma fisica che si protrae nel tempo.
La società bretone ha però problemi di liquidità, che la porteranno dodici mesi più tardi alla retrocessione in seconda divisione.

Tata viene venduto al Murcia, in Spagna, per l’equivalente di circa duecento milioni delle vecchie lire nostrane.
Va a sostituire Tendillo, ceduto al Real Madrid, ed al suo arrivo spiega di aver scelto la Primera Division rispetto ad altre nazioni per proseguire la propria carriera in quanto è alla ricerca di un clima caldo, dopo aver vissuto un anno nel freddo e sotto la pioggia della Bretagna.
In effetti nel sud della Penisola Iberica il clima è nettamente più piacevole rispetto a quello del nord della Francia, con tutta la simpatia per l’affascinante paese transalpino.

La squadra è ricca di giovani, con qualche elemento di esperienza a dar manforte ai meno rodati.
Brown agisce da libero e disputa una ventina di gare in campionato.
Gliene toccano altre due, però, in quanto il Murcia giunge quart’ultimo e deve spareggiare con la quarta classificata in seconda divisione (in realtà affronta il Rajo Vallecano, che sarebbe quinto ma scala di un posto poiché preceduto in graduatoria dal Castilla che, essendo la squadra riserve del Real Madrid, per regolamento non può salire di categoria).
All’andata il Murcia vince 3-0 ed ipoteca la salvezza, ratificata poi dal pareggio per 1-1 al ritorno, allorquando Brown incappa in una rocambolesca autorete che, per fortuna, non modifica in alcun modo l’esito del doppio confronto.

José Luis Brown - Real Murcia

Retrocessione rimandata di una stagione, comunque.
Il Murcia va giù un anno dopo, con Brown che incappa in un’annata sfortunata.
Infatti gioca alcune gare, poi viene accantonato dallo staff tecnico.
L’argentino, che viene regolarmente convocato in Nazionale, non è felice della situazione.
Sogna i Mondiali del 1990, in Italia, ed ha bisogno di giocare per non perdere le speranze in vista di una convocazione.


Quindi lascia l’Europa e si accorda col Racing Club di Avellaneda, ritornando in patria.
Ma presto inizia nuovamente a manifestare problematiche di ordine fisico.
Bilardo gli comunica che non farà parte della spedizione ad Italia 90 e Tata la prende male, pur apprezzando la schiettezza del suo allenatore preferito.
Con l’albiceleste chiude collezionando trentasei gettoni di presenza ed una rete a corredo.
Un solo gol.
Uno.
Ma tra i più importanti della storia dell’Argentina.

Per qualche mese Brown si tiene in forma da solo, provando a rimettersi in sesto.
Il suo amico ed ex compagno Russo, tecnico del Lanus, gli chiede disponibilità al trasferimento.
Tata, entusiasta all’idea, inizia ad intensificare gli allenamenti.
Poi, pochi giorni prima di firmare il contratto con la sua nuova squadra, nota che il ginocchio è gonfio come un pallone e che il dolore, lancinante, non accenna minimamente a diminuire.
Chiama Russo, lo ringrazia per la proposta e decide di appendere le scarpe al chiodo, per non dover combattere con le infiltrazioni e per rispetto nei confronti del suo amico e dei tifosi del Lanus, essendo cosciente di non poter dare il massimo.
E forse manco la metà del massimo, ecco.


Dopo aver chiuso col calcio giocato Tata Brown decide di allenare.
Salvo accorgersi di non avere l’indole adatta per fare il capo, datosi che lui è un tipo diretto e poco avvezzo al clima mediatico e politico che spesso circonda la figura del mister.
Si specializza quindi da assistente e lavora con Bilardo, Hernandez, Batista e Maradona, negli anni, con tutte le rappresentative dell’Argentina e con diversi club importanti.
Riprova in alcune occasioni a mettersi in proprio, in compagini non di primo piano, ma il risultato è il medesimo degli inizi: ovvero non esaltante.

José Luis Brown

La famiglia lo segue affettuosamente, nella sua vita sportiva.
Con la consorte Silvia, purtroppo, divorzia all’inizio del nuovo millennio, continuando comunque a mantenere buoni rapporti.
Si risposa tempo dopo con Viviana
I figli, due avuti dalla prima moglie (Juan Ignacio e Florencia) ed uno dalla seconda (Diego), sono legatissimi al padre.
Uno di essi, Juan Ignacio, prova a ripercorrere le gesta del genitore -che per un breve periodo gli fa pure da allenatore-, giocando a calcio a buoni livelli in Argentina, Portogallo e Bolivia e, più tardi, allenando in Arabia Saudita ed Egitto.

Una decina di anni or sono Tata inizia a manifestare qualche problema neurologico.
Dimentica spesso le cose e salta parecchi appuntamenti.
Un giorno, in auto, si ferma improvvisamente ad un incrocio e domanda ai figli dove si trovi e come mai sia lì.

Il segnale, sfortunatamente, è chiaro quanto angosciante.
E le successive indagini mediche confermano una impietosa diagnosi legata alla malattia neurodegenerativa di Alzheimer.
Un dramma, per il campione argentino e per la sua famiglia.
Dalla primavera del 2017 Tata viene ricoverato per lunghi periodi in una clinica specializzata della capitale, ove si spegne nel mese di agosto del 2019..

Un destino atroce, che lo accomuna al suo carissimo amico e compagno Cuciuffo, che una quindicina di anni prima aveva perso la vita in un tragico ed assurdo incidente.
Due ragazzi d’oro, umili e combattivi, che con forza e carattere sono stati capaci di issarsi sulla vetta del globo calcistico.
Maradona ha sempre riconosciuto i meriti dei compagni, in quell’epico trionfo.
Di Brown, nello specifico, ha parlato come di un vero amico, di uomo valoroso e di elemento imprescindibile in quella squadra.
Tata, con Diego, aveva un rapporto particolare, molto intenso.

In campo Diego era unico.
Un mostro, che per fortuna ho avuto al mio fianco e non contro.
Ma è un grande anche al di fuori del terreno di gioco
Un giorno eravamo in aeroporto all’estero, di ritorno da una trasferta con la Nazionale.
Mi incantai ad osservare un Rolex, nel duty free.
Diego, passandomi accanto, mi suggerì di acquistarlo, perché gli piaceva molto.
Gli risposi che in quel momento non era il caso, poiché avevamo parecchie spese importanti, in famiglia, ed avevo problemi contrattuali con la mia società d’appartenenza.
Lui mi sorrise ed un paio di giorni più tardi passò a trovarmi a casa, lasciandomi un pacchetto prima di andare via.
Inutile dire cosa vi fosse al suo interno.
Lui è proprio così.
Per gli amici si butterebbe nel fuoco.
E viceversa.
Anche e forse soprattutto per questo siamo diventati Campioni del Mondo.

Tata brown

D’altro canto cosa potrebbe mai conquistare un grande Imperatore senza disporre di un esercito alla sua altezza?
Di quel torneo messicano ricordo ogni singolo dettaglio, come fosse oggi.
Uno spettacolo.

E Brown, con la sua storia unica e toccante, è stato uno dei protagonisti principali dell’epopea argentina dell’ottantasei.
Il piccolo stadio di Ranchos è dedicato a lui, naturalmente.
Onore a te, Tata!

José Luis Brown: Tata.

V74

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