• Baffone

Józef Młynarczyk

Adda venì baffone‘, si diceva un tempo.
Non sia mai, a pensarci bene oggi.
E manco allora, ecco.

Invece nel calcio ad avercene, di certi baff(on)i.
Gullit, Schumacher, Valderrama, Stielike, Socrates, Rijkaard, Schachner, Martin Vasquez, Uribe, Souness, Junior, Milton, Chalana, Sliskovic, Prohaska, Cerezo, Berggreen, Kohler, Coeck, Boniek, Alemao e Voller, giusto per fare qualche nome.
O i nostrani Pruzzo, Causio, Virdis, Bergomi, Magnocavallo, Piccioni, Vailati, Favero, Cattaneo, Cavasin, Piras, Vullo, S. Fontolan, Galparoli, Oddi, M. Nappi, Zaccarelli, Vito Chimenti, Palanca,
Di portieri, poi, ne vogliamo parlare?
Tacconi, Terraneo, R. Sorrentino, Rigamonti, Pellicanò, Superchi, Nuciari, Fiore, Conti e Brini, per fermarci ai nostri.

Baffi di ogni genere, insomma.
Alcuni veramente notevoli, altri decisamente meno.
La maggior parte vintage, questo sì.


Un baffone che mi piaceva un sacco era Jozef Mlynarczyk, portiere della Polonia ai Mondiali del 1982 e del 1986 e campione di tutto col Porto di fine anni ottanta.
Un estremo difensore davvero forte, solido, sicuro.

Che nasce nel settembre del 1953 a Nowa Sól, sino a pochi anni prima facente parte della provincia prussiana del Brandeburgo, nella Polonia occidentale.
Laghi, boschi, parchi e tanta natura a circondare queste zone dell’est europeo.
Jòzef, due fratelli e genitori operai, è un pargolo vivace ed intelligente, che studia con profitto e che ama stare con i suoi compagni, pur senza fare niente di speciale.
Essendo un po’ pigro, preferisce rilassarsi all’aria aperta piuttosto che fare sport come la maggior parte della sua giovanissima comitiva.

Fin quando un giorno, durante l’ora di educazione fisica, il suo insegnante lo prende in disparte e gli spiega che con un fisico come quello del ragazzino (già slanciato ed atletico) e col carattere risoluto e sicuro che si ritrova, sarebbe un peccato non provare a praticare qualche sport.
Jòzef ci pensa su, mette da parte una certa indolenza -dettata dall’età piuttosto che dall’indole- e si tuffa nella pratica sportiva.
Ottiene discreti risultati nella pallamano, se la cava molto bene nella pallavolo, si appassiona moltissimo al tennis tavolo ma, soprattutto, s’innamora del calcio ed inizia a giocare a pallone seriamente.


Quattordicenne, entra a far parte delle giovanili dell’Astra, piccola polisportiva di Nowa Sól.
Gli piace stare a centrocampo, ma finisce in porta ed è la svolta.
Quattro anni più tardi ecco la firma col Dozamet, club della medesima cittadina che milita nella classe distrettuale.
Józef Młynarczyk, ufficialmente portiere di professione, inizia a mettere in mostra le sue doti di prestante ed affidabile giocatore di calcio.
Col suo nuovo team conquista la serie superiore, (Lega Provinciale) e sfiora la promozione in Terza Lega.

Nel 1974 per lui si fa avanti il BKS Stal, società di Bielsko-Biała, località che prende il nome dall’abbinamento di due cittadine un tempo divise.
Siamo nel sud della Polonia e si inizia a fare sul serio, poiché il BKS milita in seconda divisione.
Con uno sponsor importante alle spalle (la FSM, fabbrica automobilistica che collabora con la FIAT) la società spera di poter dare l’assalto alla massima serie nazionale.
Młynarczyk, visionato in diverse occasioni, è il prescelto per la porta dall’allenatore Piechniczek, che ha da poco concluso la sua attività di calciatore ed ha ricevuto ottime referenze sul ragazzo di Nowa Sól.

Per un triennio il giovane difende i pali della squadra gialloverde, con ottimi risultati.
La promozione, però, tarda ad arrivare.

E nel 1977 per il portiere c’è la chiamata dell’Odra Opole, compagine che gioca nella città di Opole -per l’appunto-, nella Polonia sud-occidentale, e che milita nella Ekstraklasa, ossia la corrispondente della nostrana Serie .A.
Jòsez, a ventiquattro anni, sbarca nel massimo livello del calcio polacco.
A volerlo ad Opole è il succitato Piechniczek, che da un biennio allena lì ed ha portato il suo club dalla seconda alla prima divisione, oltre a vincere la Coppa di Lega.
Il mister dei rossoblù è certo che Józef Mlynarczyk possa rappresentare un fattore per la squadra e spinge per il suo ingaggio, con il BKS che praticamente viene tenuto all’oscuro della trattativa tra giocatore e nuova società.
Addirittura il portiere gioca alcune amichevoli sotto falso nome, in attesa di ratificare il trasferimento.
Piechniczek, convinto che il calciatore arriverà un giorno in Nazionale, forza la mano ai suoi dirigenti.
Il BKS, furioso per il comportamento del suo estremo difensore e deluso dagli eventi, spinge per il licenziamento di sua moglie da parte della FSM (dove lavora come segretaria) e promuove ricorso contro il passaggio di Mlynarczyk ai rivali: la Federazione fa orecchie da mercante e la vicenda si chiude senza ulteriori strascichi, per la gioia dell’Odra e del suo nuovo acquisto.

Józef Mlynarczyk - Odra Opole

Che si ritrova ad alti livelli, datosi che l’Odra Opole partecipa alla Coppa UEFA, in virtù del successo di cui sopra.
In ragione di ciò Jòzef esordisce in Europa, da titolare, con l’Odra che viene eliminata al primo turno dai tedeschi orientali del Magdeburgo.
Nella stessa stagione il portiere riesce anche a mettere a segno un gol -su rigore-, quello del momentaneo pari in un match di campionato contro il Widzew Lodz, perso dall’Odra per 2-1.

Con i Vichinghi del Sud, come vengono chiamati giocatori e tifosi dell’Odra, Jòzef resta per tre stagioni.
Il club lotta per posizioni importanti in classifica, sebbene poi tenda a rallentare nel finale, non riuscendo a centrare obiettivi di rilievo.
Il suo portiere viene attenzionato dalle più importanti società del paese e dalla Nazionale Polacca, dove è convocato per la prima volta nel 1979, dopo aver preso parte ad alcuni incontri della Nazionale B e di quella Olimpica.
Tra i pali la Polonia è alla disperata ricerca dell’erede del mitico Tomaszewski, che nel 1974 ha trascinato le aquile al terzo posto al Mondiale e che proprio nello stesso periodo si è trasferito all’estero, con la imminente prospettiva di chiudere con la rappresentativa polacca.


Józef Mlynarczyk con la Nazionale esordisce nel 1979.
Poi dovrà aspettare un anno, per collezionare il secondo gettone con la casacca della Polonia.
Mowlik e Kukla partono davanti a lui, quantomeno inizialmente.

Poi sulla panchina della Nazionale si siede un signore che di cognome fa Piechniczek e che ha lasciato l’Odra per accasarsi al Ruch Chorzow, prima di ricevere la chiamata dalla Federazione.
Obiettivo: qualificazione al Mondiale Spagnolo del 1982.

Piechniczek, che aveva pronosticato l’exploit di Józef Młynarczyk in tempi non sospetti, punta sul suo pupillo, senza se e senza ma.
Non è una passeggiata di salute, però.
Perché nel 1980, durante l’organizzazione di una trasferta dei polacchi a Malta, Jòzef si presenta ubriaco in aeroporto, alla partenza per Roma, sede del ritiro polacco prima dello sbarco nella destinazione finale.
Il portiere, che da poco ha perso il padre, minimizza parlando di un paio di birrette della sera prima ancora non smaltite del tutto.
Kulesza, il predecessore di Piechniczek, si trasforma in una bestia ed invoca punizioni ad iosa, sia per l’estremo difensore che per i compagni (Boniek, Zmuda, Terlecki) che lo hanno difeso.
Esplode uno scandalo che porta alle dimissioni “forzate” di Kulesza ed alle lunghe squalifiche dei quattro calciatori coinvolti.
La questione diventa anche politica, col Regime Polacco che utilizza l’accaduto per scopi propagandistici.
Alla fine, in vista delle qualificazioni per il Mondiale del 1982, tutto finisce a tarallucci e vino e Terlecki è l’unico a ritrovarsi escluso dai giochi (per sua scelta, avendo rifiutato il patteggiamento per ridurre la squalifica), oltre al tecnico.
Jòzef, che gioca pure un’amichevole in Argentina con un dito slogato ed un altro mezzo fratturato, conquista man mano il cuore dei tifosi, la fiducia dei compagni e la stima degli avversari.

Nel frattempo cambia pure squadra e passa a quel Widzew Łodz contro il quale ha sempre fatto delle super partite, oltre ad avergli rifilato una rete, come detto.
La trattativa con l’Odra Opole è alquanto stramba, perché gli acquirenti hanno garantito alla controparte sponsorizzazioni munifiche all’interno del proprio stadio, in modo tale da recuperare capitali importanti da investire per mettere sotto contratto altri calciatori.
Invece proprio negli stessi giorni il Primo Ministro polacco, Piotr Jaroszewicz, annuncia il divieto di utilizzare sponsor all’interno di stadi e palazzetti dello sport.
L’Odra Opole, che aveva acquistato Jòzef in maniera truffaldina, lo perde quasi allo stesso modo, col portiere che è finito anche nel mirino dei suoi ex dirigenti, a causa di comportamenti definiti “poco professionali” e che fanno riferimento al solito vizietto del ragazzo di uscire troppo spesso la sera e tenere in mano parecchi bicchieri pieni di tutto tranne che di acqua, ecco.
“Chi di spada ferisce, di spada perisce”, avranno pensato al BKS.

Józef Mlynarczyk finisce nell’occhio del ciclone.
I suoi comportamenti generano perplessità all’interno dell’ambiente calcistico, dove viene reputato uno dei portieri più forti del paese ma anche un tipo da tenere “sotto controllo”.
“Ma vi pare che un giocatore possa entrare in campo alticcio e nessuno tra compagni, avversari, pubblico, addetti ai lavori e giornalisti in sala stampa si accorga di nulla? Per carità! C’è stato un episodio che ha fatto scalpore, è vero. Poi è stato tutto chiarito e vi garantisco che il sottoscritto è un professionista serio, che in allenamento ed in partita mette il massimo impegno. Un portiere ubriaco prenderebbe cinque gol a partita e non mi pare che ciò avvenga, nel mio caso!”, la piccata replica di Jòzef alle polemiche.


Piechniczek se ne frega ampiamente di tutte queste diatribe, porta la Polonia al Mondiale e punta su Mlynarczyk come numero uno.
Mowlik ed il giovane Kazimierski gli coprono le spalle, mentre Boniek, Zmuda, Lato, Smolarek, Buncol, Szarmach, Dziuba e compagni hanno il compito di portare la Polonia il più lontano possibile.

Polonia

In Spagna la Polonia esordisce pareggiando con l’Italia di Bearzot, per 0-0.
Reti inviolate pure nel match successivo, col Cameroon.
Nell’ultimo incontro del girone i polacchi sommergono di reti il malcapitato Peru, vincendo per 5-1, e volano alla fase successiva da primi del raggruppamento.
Nella seconda fase a gironi la Polonia si ritrova con Belgio ed Unione Sovietica.
I primi vengono spazzati via con un secco 3-0, mentre il pari a reti bianche con i sovietici consente ai polacchi di conquistare le semifinali, dove ritrovano l’Italia.
Boniek, il giocatore più in forma degli uomini di Piechniczek, è squalificato.
Paolo Rossi, immarcabile bomber degli Azzurri, è invece in formissima e con due gol spedisce i polacchi a giocarsi la finalina per il terzo posto, vinta battendo la Francia per 3-2.

Il succitato Boniek, Lato, Smolarek, Zmuda e Buncol sono i migliori interpreti di una squadra che torna in patria in un clima di grande entusiasmo e di indubbia soddisfazione.
E Jòzef Mlynarczyk?
Beh, se la cava alla grande.
Uno dei migliori portieri del torneo e, di conseguenza, del pianeta.


Che da un biennio vince il campionato col Widzew Lodz, inoltre.
Nella stagione post Mondiale invece il Widzew arriva secondo in campionato alle spalle dei campioni del Lech Poznan, anche perché si concentra sulla Coppa dei Campioni, con un percorso semplicemente strepitoso che si ferma soltanto in semifinale.
Ad eliminare i polacchi è la Juventus di Platini e Boniek, che si prende una rivincita sugli avversari che due anni prima li avevano fatti fuori dalla Coppa UEFA ai rigori, al termine del doppio confronto, con un Mlynarczyk fenomenale che aveva -di fatto- deciso la contesa.
Il premio di miglior calciatore polacco, consegnatogli nel 1983, è l’ennesima soddisfazione di una carriera che sta diventando importante, per Józef.

Nel 1984 Il Widzew Lodz chiude il campionato a pari merito con il Lech, finendo secondo per la differenza reti.
Termina così, con un piccola beffa, la storia quadriennale tra Mlynarczyk ed il suo team.
Il portiere della Nazionale, già da qualche anno richiesto all’estero, riceve dalla Federazione il permesso per espatriare.
Per fortuna il Lodz, al contrario delle precedenti due squadre di Jòzef, non retrocederà dopo la partenza del portierone di Nowa Sól.

il pipelet si guarda intorno e sfoglia la margherita, perché le offerte non gli mancano di certo.
Piace in Germania, Francia, Belgio e Spagna, soprattutto.
Avendo eliminato il Liverpool dalla Coppa dei Campioni, prima di affrontare la Juventus, anche un paio di club inglesi provano ad ingaggiarlo.
Quindi è l’Austria Vienna a formulare una intrigante offerta economica per il polacco, dovendo gli austriaci sostituire un totem come Koncilia, ritiratosi da qualche settimana dall’attività agonistica.
In Italia invece un paio di presidenti chiedono referenze su Józef direttamente a Boniek, che ovviamente ne parla benissimo.
La scuola dei portieri italiani negli anni ottanta è il Top del Top e le informazioni ricevute, seppur apprezzate, non hanno un seguito nella penisola.


Mlynarczyk riflette sulle offerte pervenute e ne discute con la consorte.
Infine decide di trasferirsi al Bastia, in Francia.
O per meglio dire: in Corsica.
Ha voglia di sole, dopo anni di clima polacco che, con tutto il rispetto, non è di certo il migliore d’Europa.
Si accorda con i francesi per un triennale a circa quarantamila euro (odierni) annui, mentre il Bastia paga poco meno di cinquantamila euro (odierni) alla Federazione Polacca per il suo cartellino, con parte della somma che viene poi girata al Widzew Lodz.

Dal punto di vista squisitamente calcistico il Bastia non è più quello squadrone che negli anni settanta ottenne risultati di notevole prestigio.
Józef Mlynarczyk in Corsica va a sostituire il forte Olmeta, ceduto al Lione.
Pure il bomber camerunense Milla ha lasciato l’Isola, passando al Saint’Etienne.
Tarantini, difensore dell’Argentina Campione del Mondo del 1978, vorrebbe invece rimanere in squadra, ma chiede degli arretrati che, a suo dire, non gli sarebbero stati corrisposti: foglio di via immediato per lui ed il suo agente, lo stesso che ha portato Olmeta al Tolone.

Aria di smobilitazione, insomma.
D’altronde la società ha debiti importanti e i dirigenti provano a metterci una pezza-
Qualche buon giocatore arriva nei blu, ma la difesa è un colabrodo e Józef Mlynarczyk deve fare gli straordinari per cercare di mantenere la sua squadra in massima serie.
Salta solo tre gare, due per infortunio (un incidente stradale nel quale riporta lievi ferite al volto ed una leggera commozione celebrale) e l’ultima di campionato per lasciare la passarella finale al suo collega Murati.
Il Bastia, che nel girone d’andata bazzica zone tranquille della graduatoria, nel ritorno non vince per una quindicina di match e rischia seriamente la retrocessione.
Nel finale il team corso si risveglia e porta a casa la salvezza.

In estate i problemi finanziari della società si acuiscono, creando caos ed incertezza all’interno dello spogliatoio.
Nel calciomercato di riparazione, a metà stagione, molti calciatori abbandonano il club, oramai avviato verso una inesorabile caduta in seconda divisione.

Józef Mlynarczyk - Bastia

Józef Mlynarczyk attiva la clausola rescissoria prevista dal suo contratto in caso di stipendi non pagati e si trasferisce al Porto.
Non avrebbe voluto arrivare a tanto, essendosi affezionato moltissimo alla regione, che ama, ed avendo instaurato uno stretto legame con la tifoseria locale, che lo adora: ma lo staff della Nazionale Polacca pressa l’estremo difensore affinché continui a giocare con serenità e continuità, in vista del vicino Mondiale del 1986, in Messico, nel quale la Polonia è già qualificata.
E la proposta dei lusitani, alla ricerca di un profilo fidato che possa trasmettere sicurezza alla squadra dopo le recenti prestazioni non brillanti del titolare Zé Beto (peraltro reduce da un leggero infortunio muscolare), calza a pennello.
Quest’ultimo, nel giro della Nazionale Portoghese, è un estremo difensore di valore, ma ha un carattere fumantino che, non di rado, gli comporta periodi di rendimento oltremodo altalenante.

Artur Jorge, il preparato allenatore dei portoghesi, ha individuato in Józef l’elemento ideale per sopperire alle mancanze del collega, tra i pali.
Lo schiera subito da titolare ed il Porto bissa il successo della stagione precedente, vincendo il campionato davanti a Benfica e Sporting Lisbona.

A fine annata Józef Mlynarczyk vola in Messico con la sua Nazionale, che dopo aver fallito la qualificazione all’Europeo in Francia del 1984 ha voglia di ben figurare nella kermesse intercontinentale.
Piechniczek conferma il suo gruppo storico, ma i polacchi non sono brillanti come ai bei tempi.
Impattano all’esordio con il Marocco (0-0), sconfiggono il Portogallo (1-0) e perdono con l’Inghilterra (0-3), passando alla fase successiva come una delle migliori terze.
Agli ottavi è Brasile-Polonia: il 4-0 finale per il sudamericani è già un commento sufficiente per spiegare il ritorno a casa dei polacchi.
Mlynarczyk, considerato uno dei migliori guardiani al mondo, conferma la sua fama, pur potendo far ben poco per un’eliminazione che ai più sembra quasi inevitabile, poiché il gruppo d’oro, per così dire, è palesemente in fase di declino.
Al termine del torneo si conclude la sua storia con la Polonia: oltre quaranta gare, alcune con la fascia di capitano al braccio, e tantissimo amore per i colori del suo paese.

Polonia 86

Nella stagione successiva al Mondiale il Porto riparte con rinnovate ambizioni.
Jorge conferma Józef come titolare, ma sceglie di tenere anche Zé Beto sulla corda, dandogli spesso fiducia in campionato.
L’unico cambiamento nella gerarchia riguarda il terzo portiere, con Amaral -comunque già presente in rosa- che prende il posto di Matos, per completare il reparto.

I lusitani allestiscono una squadra equilibrata e tosta.
Davanti ci sono elementi come Futre, Fernando Gomes, Madjer, Juary, Casagrande.
A centrocampo Frasco, Jaime Pacheco, Magalhães, António Sousa, Quim, Semedo, António André, Eloi.
In difesa ecco Joao Pinto, Ignacio, Celso, Eduardo Luís, Lima Pereira, Fernando Bandeirinha.

Tutta gente che, bene o male, è nel giro delle proprie nazionali, con un forte e compatto nucleo di elementi portoghesi.
Identità e convinzione, il motto di Jorge.
Ed i suoi uomini apprendono a menadito la lezione e vanno a vincere, nel 1987, una straordinaria ed epica Coppa dei Campioni.

Un trionfo epocale, emozionante, sublime.
Il percorso dei lusitani è abbastanza agevole, quantomeno sino alle semifinali, allorquando eliminano la Dinamo Kiev del mitico colonnello Lobanovskij.
Nella finale di Vienna li attende un altro santone, ossia Lattek.
Il quale, al contrario della maggior parte degli addetti ai lavori, non è affatto convinto che il suo Bayern Monaco sia favoritissimo, alla vigilia.
La sua non è scaramanzia, quanto piuttosto un pragmatismo autentico, figlio dell’esperienza e dell’osservazione attenta e costante dell’avverario.
Lattek è ben conscio della furbizia di Jorge e della compattezza del Porto.

In quel di Vienna, a causa di problemi fisici, non ci sono Fernando Gomes, Jaime Pacheco e Lima Pereira, per i portoghesi.
Inoltre Eloi, deluso dallo scarso impiego, rescinde il proprio contratto per andare al Boavista.
Casagrande è nella lista dei convocati, ma soltanto per onor di firma, patendo i postumi di un infortunio.
Ai tedeschi mancano invece Wohlfarth e Dorfner, infortunati, ed il capitano Augenthaler, squalificato.

La gara è tatticamente complessa e non poteva essere altrimenti, vedendo chi sono i due allenatori in lotta per la Coppa.
Il Bayern la sblocca con Kogl, abile a sfruttare una dormita della difesa portoghese.
Michael Rummenigge potrebbe raddoppiare in almeno un paio di circostanze, ma a quel punto si sarebbe chiamato Kalle e quindi ora saremmo qui a parlare di un’altra storia.
Nell’intervallo Udo Lattek è furioso per non aver messo a segno la seconda rete, mentre Artur Jorge è stranamente calmo.
“Se gliene facciamo uno, il secondo arriverà a breve distanza e vinceremo la Coppa”, dice ai suoi ragazzi che sorseggiano un tè caldo.
Poi, con lo sguardo convinto ed orgoglioso alla Oronzo Canà quando inserisce Aristoteles e tira fuori Speroni, fa entrare Juary (ex di Avellino, Inter, Ascoli e Cremonese) al posto di Quim e cambia assetto tattico al suo team.
La mossa è vincente: la punta brasiliana si trasforma proprio in Aristoteles -corsi e ricorsi storici- e mette in crisi la difesa dei tedeschi, decidendo la partita nell’ultimo quarto d’ora di gioco.
Dapprima inventandosi un’azione ubriacante che manda in tilt gli avversari e servendo un assist a Madjer, che segna di tacco (di Allah, cit.) il pari.
E poi, su una grande giocata dello stesso algerino che gli restituisce la cortesia, andando a timbrare il 2-1 che regala la Coppa al Porto.

Il Bayern di Matthaus, Brehme, D. Hoeness e Pfaff è sconfitto.
Józef Mlynarczyk è campione d’Europa, a quasi trentaquattro anni.
Giusto premio per un portiere che c’è sempre, ancor di più quando è il momento di alzare l’asticella.

Nella sfida di Vienna batte il suo omologo Pfaff, mettendomi in difficoltà.
Il grintoso baffone del polacco contro la inarrivabile guasconaggine del belga: due Miti, senza dubbio.
Scelgo Jean-Marie, se proprio sono costretto sotto minaccia di un’arma, ma Józef è un grandissimo portiere.


Estremo difensore dalla parabola calcistica particolare.
Celato per anni dietro la Cortina di Ferro, protagonista in un campionato con scarsa visibilità ed in compagini non di primo piano, Józef Mlynarczyk ha saputo pian piano conquistarsi la vetrina europea col Widzew Lodz, poi quella interplanetaria nei due Mondiali con la Polonia ed infine ha riempito una bacheca pregna di cose belle col Porto.
Alto e slanciato dal punto di vista fisico, resistente da quello atletico ed agile tra i pali, dotato di grande sicurezza e di una leadership che gli consente di comandare la difesa con piglio deciso ma, anche, con tranquillità, che infonde pure ai compagni.
Fiducia totale e reciproca, comunque e dovunque.
Nelle uscite, sia alte che basse, è un fattore.
In alcuni casi la troppa sicurezza lo frega, va detto.
Ma le partite che contano non le toppa quasi mai e, anzi, spesso le decide.
Per questo resta uno dei migliori interpreti del ruolo negli anni ottanta.
Ovvero quando i portieri erano veramente tali.


Nella stessa annata del trionfo continentale il Porto arriva secondo in Primeira Divisao, sopravanzato dal Benfica.
Torna campione del Portogallo dodici mesi più tardi, stravincendo il campionato in una stagione ricca di trionfi.
In panchina Jorge saluta e passa al Racing Club di Parigi, sostituito dal bravo Ivic.
La rosa viene potenziata da forza giovane proveniente dal vivaio (Rui Barros, Couto, Paciencia, Vitor Baia) e da altre società (Geraldao, Barriga, Rui Neves).
Prima che inizi l’annata arrivano pure un altro paio di acquisti, seguiti dalla cessione in prestito di altri giocatori.
Un tourbillon, che oltre al campionato conduce al trionfo nella Coppa del Portogallo, sconfiggendo in finale il Vitoria Guimaraes per 1-0.
Ma, soprattutto, il Porto vince la Supercoppa Europea battendo due volte nel doppio confronto l’Ajax (1-0 in entrambe le occasioni) e, udite udite, la Coppa Intercontinentale, imponendosi in una Tokyo coperta di neve ai danni degli uruguaiani del Penarol, per 2-1, dopo i tempi supplementari (1-1 al novantesimo).

Józef Mlynarczyk - Porto

Józef Mlynarczyk, che gioca tutte le finali e lo fa con l’abituale sicurezza, riempie la sua bacheca di trofei importantissimi.
La saracinesca polacca è Campione del Mondo per club, eh.
Che storia, la sua.
Stupenda.

La stagione successiva è meno foriera di soddisfazioni, per il Porto e per i suoi giocatori.
Troppa grazia, sant’Antonio!“, nella precedente annata.
Ivic si trasferisce al PSG, mentre da Parigi (Matra) torna Jorge ad allenare i portoghesi, dopo un paio di brevi interregni di Quinito e Murcia.
La rosa è rivoluzionata quasi completamente, con in ingresso Branco, Rui Aguas ed un’altra dozzina di giocatori ed in uscita Rui Barros, Juary ed un’altra dozzina di calciatori.
Nessun trofeo, per i lusitani, che fanno poca strada in Coppa dei Campioni, pochissima in Coppa del Portogallo, perdono la Supercoppa Portoghese col Vitoria Guimaraes e chiudono al secondo posto in campionato, a distanza siderale dalla prima (Benfica).

Mlynarczyk, trentaseienne, gioca pochissimo nella stagione in oggetto.
L’esplosione del giovane Vitor Baia ed un brutto infortunio alla spalla -patito nel riscaldamento prima di una gara di campionato- ne limitano l’utilizzo, con il solito Zé Beto che trova più spazio del solito.

Il Porto, deciso comunque a puntare sul promettentissimo Vitor Baia, conferma pure Zè Beto come rincalzo, anche se quest’ultimo perderà la vita pochi mesi dopo in un incidente stradale.
Per Józef Mlynarczyk si ragiona su un impiego da terzo, come uomo spogliatoio.
Purtroppo l’infortunio alla spalla si rivela un ostacolo insormontabile per il proseguimento della carriera del polacco, sebbene in un ruolo decisamente marginale.
Quindi termina qui la sua meravigliosa avventura nel calcio giocato.


Ed inizia subito quella da allenatore dei portieri lavorando con il Porto, la Nazionale Polacca, il Wisla Plock, il Widzew Lodz, il Lech Poznan e le rappresentative giovanili della Polonia.
Intraprende anche un percorso da imprenditore nel settore tessile, dopo aver investito in quello dei trasporti privati, e si stabilisce a Lodz.

Un suo nipote, Mateusz, prova a ripercorrerne le orme, seppur agendo da giocatore di movimento, e milita nelle serie minori polacche, prima di ritirarsi e dedicarsi al mestiere di tecnico.

Ho iniziato a giocare a calcio avendo a disposizione un solo paio di scarpe e tuffandomi sui sassi, altro che materiale tecnico e prati sintetici di ultima generazione.
Oggi i giovani posseggono quasi tutto, ma forse è troppo.
La mia storia calcistica è stata stupenda, con tanto sole e qualche nuvola.
Col Porto ho vinto moltissimo e conservo ricordi meravigliosi anche degli altri posti in cui ho vissuto.
Ma aver indossato la maglia della Polonia resta il punto più emozionante e bello, in assoluto, di tutta la mia carriera.
Un grande onore ed un sogno realizzato, per me.

Józef Mlynarczyk

Il baffone è stato un numero uno iconico ed affidabile.
In un panorama calcistico di altissimo livello ha saputo distinguersi per bravura e coraggio, vincendo molto e partecipando con la sua Polonia a due Campionati del Mondo tra i più belli ed emozionanti della storia.

Eletto portiere del secolo dalla Federazione Polacca e tra i protagonisti del meraviglioso decennio ottanta, quello che solo a pensarci sale una nostalgia infinita.

Józef Mlynarczyk: Baffone.

V74

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