• La Roccia

Compravo di frequente la Gazzetta, da piccolo.
Meno in età adolescenziale, man mano mi era diventata noiosa.
Di Calcio ha raramente scritto in maniera amabile, quantomeno per i miei gusti.
Meglio quando raccontava gli altri sport, si.
Oggi ogni tanto faccio capolino sul suo sito web.
“X (che sta per l’attricetta, la letterina, la starlette di turno) oggi super sexy dietro ai fornelli per il suo Y (lo sportivo, l’atleta o quel che vi pare di turno)”, questo è quello che passa il convento.
Letame.

Per fortuna non sempre è stato così.
Non la Gazzetta ma il Calcio, intendo.

Soldi, scandali, truffe, imbrogli e combine non sono mai venute meno, per carità.
Ma vi erano pure tante storie degne di nota: personaggi con i testicoli d’acciaio, il cuore pulsante, la Maglia grondante di sudore.
Anche oggi, sebbene meno.
Molto meno.

Un’icona di attaccamento alla Maglia, fedeltà al proprio stemma, passione per i colori d’appartenenza e una sola Bandiera per la vita è senza dubbio Klaus Augenthaler, alias quando l’onomatopea assurge al ruolo di protagonista.
Insieme al suo Bayern Monaco, ovviamente.

Klaus nasce in un piccolo paesino della bassa Baviera, nel 1957.
Dopo la guerra la cittadina è stata ricostruita ed i bambini hanno un bel po’ di spazio dinanzi alla scuola locale per giocare e divertirsi.
Qui in molti iniziano a scoprire il Calcio, si appassionano, si divertono, sognano di essere protagonisti di grandi e straordinarie avventure come i Campioni che vedono in TV.
Idem per il futuro baluardo del Bayern, che giovanissimo viene iscritto nella scuola calcio FC Vilshofen, a qualche chilometro di distanza da casa, ed inizia la trafila giovanile nel piccolo club della zona.
Non può neanche lontanamente immaginarlo, ma una cinquantina di anni più tardi da queste parti intitoleranno uno stadio a suo nome.
Fisico asciutto e già ben slanciato, Klaus si impone da subito come un prospetto grintoso e di carattere, trascinando le varie rappresentative dove milita ad ottenere importanti risultati a livello regionale.
Viene segnalato al Bayern che lo fa seguire in diverse occasioni dai suoi osservatori fin quando, dopo una finale del torneo Under 19 bavarese e a poche settimane dal raggiungimento della maggior età, Augenthaler diventa ufficialmente un calciatore dei monegaschi.

In quel determinato frangente storico le rose sono composte da pochi elementi e non è facilissimo scardinare le vecchie abitudini ed entrare in uno spogliatoio quando ancora non si possiede neanche la patente di guida.
Ancor di più in squadre di rango e ricche di campioni.
Per non parlare di un team che ha vinto tre Coppe dei Campioni consecutive, che schiera fuoriclasse su fuoriclasse e che ha una tradizione di assoluto livello.

Augenthaler viene aggregato alla prima squadra nella stagione 1976/77, sebbene per oltre un anno non riesca ad esordire, complice la presenza dell’inamovibile totem Franz Beckenbauer al centro della difesa.
A fine stagione il Kaiser parte per gli Stati Uniti e gli spazi iniziano ad aumentare.

In campionato arriva l’esordio contro il Dortmund, dopo una decina di gare, con Sepp Maier in porta alle sue spalle,  Schwarzenbeck al suo fianco in difesa ed Uli Hoeneß, Gerd Muller e Karl-Heinz Rummenigge davanti.
Roba da far tremare le gambe a chiunque, ma Klaus dopo venti minuti va a segnare la rete del vantaggio e gioca con sicurezza inattaccabile il resto del match, vinto dai rossi per 3-0.

L’annata è ballerina, con un cambio in corsa del tecnico e la squadra che vive un periodo di transizione.

Fatto sta che da lì in poi la maglia numero 5 del Bayern Monaco non si staccherà più dal corpo di Klaus Augenthaler.

Una quindicina di stagioni consecutive, buona parte di essere con la fascia da capitano sul braccio ereditata da gente come Breitner e Rummenigge.
E parecchi trionfi: ben 7 campionati, 3 Coppe di Germania, 2 Supercoppe Tedesche.
Inoltre tanti piazzamenti ed una ossessione, la Coppa dei Campioni, sfumata per due volte in finale: a Rotterdam nel 1981 contro l’Aston Villa e a Vienna nel 1987, contro il Porto.
Due sconfitte inaspettate, brucianti, la seconda delle quali osservata dalla tribuna a causa di una squalifica rimediata nella caldissima semifinale contro il Real Madrid.
Una bacheca rimpinguata ulteriormente dal titolo per eccellenza, quello di Campione del Mondo, ottenuto nel mondiale italiano del 90 in finale contro l’Argentina di Maradona che quattro anni prima in Messico aveva costretto i tedeschi alla medaglia d’argento.
Una rivincita anche contro il destino avverso che per Augenthaler aveva significato uno stop per infortunio nella kermesse messicana dopo le prime gare giocate da titolare, sebbene qualche voce maligna lo volesse in polemica tattica col C.T. Beckenbauer.
Nel 90 invece le gioca tutte, dal primo all’ultimo minuto, senza sbavature e con la piena fiducia del medesimo allenatore.

Nel Bayern, a differenza della Nazionale, la sua titolarità non è mai stata in discussione ed anche dopo il ritiro, avvenuto nel 1991, ha continuato a lavorare per la società bavarese dapprima come assistente, poi come responsabile della seconda squadra nella quale, di tanto in tanto, ha giocato ancora qualche gara.
Ha poi intrapreso la carriera di allenatore a tutti gli effetti con risultati non malvagi, per quanto abbastanza altalenanti.
Grazer AK, in Austria, poi Norimberga, Bayer Leverkusen, Wolfsburg e Unterhaching in Germania.
Il copione quasi identico: ottimo inizio, discreto proseguimento, fine rapporto non idilliaco.
I tecnici rischiano per natura intrinseca un percorso di siffatta fattura, è vero.
Ma la sensazione è che il buon Klaus abbia un carattere troppo deciso e poco incline ai compromessi ed alle dichiarazioni di facciata per imporsi in un ambiente che oltre alla qualità del lavoro presuppone pure una certa attitudine all’immagine ed all’accomodamento.
Probabilmente così si spiega, negli ultimi anni, la scelta di dedicarsi al commentare Calcio in TV e fare attività di scouting a livello giovanile, ovviamente col suo Bayern Monaco.

Per un periodo ritorna a respirare l’aria degli spogliatoi occupandosi di una squadra locale nelle serie minori, prima di riprendere le attività di cui sopra.

In questa maniera può avere anche più tempo a disposizione da dedicare alla famiglia, lui che è tra i pochi Nazionali tedeschi a poter vantare una stabile unione matrimoniale, essendo felicemente sposato dal 1980 con la signora Monika che gli ha dato due figlie ed una fondamentale -in primis per un calciatore- stabilità emotiva.
Una delle figlie è attrice e lavora per alcune TV ed emittenti radiofoniche connesse al Bayern, tra l’altro.

Oltre 400 gare in e più di cinquanta reti in Bundesliga.
27 gettoni di presenza in Nazionale (senza marcature).
Un palmarès importante, che sarebbe potuto essere ancor più succulento se la sfortuna non ci avesse messo lo zampino in almeno un paio di occasioni.

Il tutto condito da tanta grinta per un difensore veramente solido, rude, determinato, dotato di un atletismo imperante, di uno stacco aereo da pallavolista, in grado di agire alle spalle dei compagni da libero sia “spazzatore”, come viene definito in Germania colui che provvede a chiudere tutti i varchi in fase difensiva, sia da primo regista della squadra impostando la manovra con quel piede educato e potentissimo che gli ha fatto segnare addirittura una rete da centrocampo, in una occasione, e che più volte ha permesso ai suoi di beneficiare di reti su punizione e su azione, oltre che di lunghi lanci di millimetrica precisione.
Auge, l’occhio, come soprannome che richiama il tratto iniziale del cognome e la spiccata dote di saper leggere traiettorie di andata e di ritorno.
Limiti?
Una certa lentezza di base, non trascurabile ma alla quale sopperiva col mestiere e la ferocia agonistica, ed una sicurezza nei propri mezzi che quando diventava eccessiva, trasformandosi in supponenza teutonica, rischiava di tradirlo.
Adattabile pure da stopper, Klaus Augenthaler ha rappresentato e rappresenta ancora oggi l’attaccamento alla Maglia, mai venuto meno in tutta la carriera: simbolo di fedeltà in un Calcio che nella maggior parte dei casi viaggia nella direzione opposta.

Dopo il trionfo mondiale qualche offerta di cambiamento non è di certo mancata, con destinazioni esotiche e senza troppa convinzione reciproca.
Ha quindi prevalso l’atavico desiderio di non allontanarsi troppo da quella Baviera che per lui è casa, famiglia e anche qualcosa di più.
A Klaus sarebbe piaciuta un’avventura italiana, forse.
Ha in più occasioni confessato il suo amore per la penisola, in particolare per il sud, dove “si mangia benissimo, vi è sempre il sole e la passione per il Calcio è molto forte”.
In TV segue con ammirazione il calcio inglese, maschio e ruvido.
Maradona lo definì uno dei più forti difensori al mondo, stima contraccambiata dal tedesco che reputava Diego il numero 1 assoluto.
Nella finale mondiale di Roma riuscì, con l’aiuto dei compagni, a limitarne la classe e l’estro, entrando nella Storia del Calcio.

Perché oltre ad essere un simbolo di fedeltà, in campo Klaus Augenthaler è stato soprattutto un signor difensore.
Anni 70/80, pochi fronzoli: palla e/o avversario.

Vecchia scuola.
Quella buona.

V74

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