- 2025
La vita va così
Un film che mi ha incuriosito per la presenza di Abatantuono, Virginia Raffaele, Aldo Baglio e Geppi Cucciari.
Gente che, nel bene o nel male, non mi dispiace affatto.
Ho pensato alla classica commediola all’italiana che, in taluni frangenti, ha il suo fascino, soprattutto se non ci mettiamo a copiare i francesi (come negli ultimi anni) e lavoriamo sul “nostro”.
Anche perché certi generi, tipo la commedia di impostazione teatrale, li abbiamo non dico inventati, ecco, ma di certo portato in alto, questo sì.
Oggi, un po’ come accade nel calcio, siamo nelle retrovie.
Non per questo ci arrendiamo, però.
La cosa strana, leggendo trama e note di accompagnamento, è che si tratta di una commedia, ok, ma anche di un’opera biografica e drammatica.
Un cast di comici, perlopiù, ed il film è catalogabile addirittura come drammatico?
Lo propongo alla mia compare cinematografica-sentimentale e ci dedichiamo alla visione.

Scopriamo innanzitutto che è ispirato ad una storia realmente accaduta: ossia la vicenda di Ovidio Marras un pastore sardo che sul finire degli anni novanta si è trovato a dover lottare con un intero paese per non cedere la sua casa ad un sistema imprenditoriale che stava prendendo possesso -praticamente in toto- della zona.
L’uomo, ottantenne, abita in un luogo che definire stupendo equivarrebbe ad offenderlo.
La Sardegna è meravigliosa e la spiaggia diBellesa Manna(Teulada, in realtà)), dove Efisio (Ovidio Marras, interpretato da Giuseppe Ignazio Loi) porta a pascolare il suo gregge di mucche ed a contemplare uno scenario irrealmente sbalorditivo, con Madre Natura che veramente si è donata con generosità ed impegno, è stata messa nel mirino da un imprenditore edile (Giacomo, alias Diego Abatantuono), ricchissimo ed a capo di un’azienda con fondi pressoché illimitati, che ha già studiato e pianificato la costruzione di un resort sulla baia circostante.
Promettendo lavoro che, manco a dirlo, nell’isola è ,merce rara.
Tutti vendono tutto, tranne Efisio.

Che si ritrova pressato, fino al massacro psico-fisico, dalla comunità locale, affinché ceda.
Lui, che molti anni prima aveva rifiutato un approccio simile da un’altra multinazionale, non cambia idea.
«Ainci andat sa vida», ovvero («La vita va così»).
Risposta serafica, sincera, potente.
E sgradita, da tutto il circondario.
L’emissario che fa da tramite nella trattativa tra nord Italia e Sardegna (Aldo Baglio) è una figura cardine, della storia, poiché rappresenta il cambiamento di chi entra in un ambiente con la convinzione di muoversi in un certo modo e poi, invece, viene devastato dai richiami di coscienza e dalla palese consapevolezza che il male è multiforme, come l’ingegno, e non sempre è facile e lecito schierarsi dalla parte giusta.
Pur volendo, eh.
Ma qui, nel film e nella vita, non lo vuole nessuno.
Soprattutto il gruppo di lavoro dei milanesi, che per anni -sì, Efisio se la prende comoda- provano a fregare l vecchio, in tutti i modi.
Affidandosi al Dio denaro e portando l’offerta, inizialmente da pezzente, sino a cifre da capogiro.
Poi smuovendo mari e monti tra politica ed ambiti religiosi, in loco.
Quindi aizzando un intero popolo contro l’anziano, colpevole -a loro dire- di voler rallentare il progresso e, ancor di più, di non avere a cuore il futuro della propria famiglia e dei suoi concittadini.
Un infame, fondamentalmente.
O un eroe, dei tempi moderni?
In realtà Efisio non ha alcun interesse a mostrare speciali doti di carattere personale e/o umane.
Lui vuole soltanto vivere nella casa nella quale hanno abitato i suoi avi e non ha desiderio di vedere deturpata la propria terra, con cui ha un legame profondissimo, fondato sul rispetto per le tradizioni e sull’amore per l’adorata Sardegna.
La storia è pregna di pathos, potenza, orgoglio.
Gli attori la interpretano a modo loro, seguendo le indicazioni del regista e dando fondo al proprio repertorio.
Ognuno di essi, ecco.
Il vecchietto è scelto appositamente come attore non professionista e l’intuizione è azzeccata.
La Raffaele sa far tutto ed anche stavolta il suo lo fa bene, senza dubbio, pur con alcuni momenti di esasperazione linguistica che, alla lunga, rischiano di stancare.
Come del resto Abatantuono, che giochicchia tra il serio ed il faceto ed è troppo riflessivo e sensibile per poter essere ritenuto un cinico quantomeno credibile.
Aldo recita una parte intrigante, forse la più stramba del lotto: se la cava bene per trequarti di pellicola, mentre per il restante torna al Trio (sempre sia lodato) e, francamente, finisce per apparire fuori contesto.
Geppi Cucciari, altro talento indubbio, dovrebbe essere un giudice ma, nella finzione, è rappresentata come una Madonna, di una perfezione che non può essere concepita in quanto tale nell’ambito in cui opera.
Un giudice così non esiste manco nei sogni, figurarsi nella realtà.
I sintesi: se il film durasse una trentina di minuti in meno e fosse scevro di alcuni dialoghi assurdi e di un paio di astruse sovrastrutture, ecco, sarebbe probabilmente una delle migliori uscite dell’anno.
La carne che bolle in pentola è tanta e di assoluta qualità.
Indirizzarla in modo adeguato, però, non è affatto semplice.
La dicotomia nord-sud, ad esempio, è sviluppata in maniera banale, prevedibile, scontata.
Lo abbiamo detto: l’opera affronta una tematica complessa ed a metà tra commedia sociale e dramma biografico.
Milani, il regista, non è uno sprovveduto.
Ma due ore, va ribadito, sono tante.
Forse troppe, in questo caso.
Va visto?
Assolutamente sì.
Sul bis avrei qualche dubbio, da semplice spettatore.
Un’occasione sprecata dinanzi al portiere, dopo aver saltato cinque giocatori in dribbling ed essersi presentati all’appuntamento in totale solitudine.
Capita anche ai migliori, in fondo.
La vita va così: 6+
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