• 1973

Claude Chabrol: un uomo, un regista.
O viceversa.
Ho una stima sconfinata, per lui.
Non tutti i suoi film li reputo capolavori.
Per quanto ognuno di essi meriti quantomeno la visione.
“L’amico di famiglia” è tra i miei preferiti.
In assoluto, non soltanto tra i suoi.

1973, presentato al festival di Berlino e vincitore del Premio della Critica.
E quante critiche ha beccato successivamente, per le moleste ed evidenti allusioni a determinati schieramenti della politica del tempo che faranno appunto scaturire polemiche e censure a profusione.
Politicamente scorretto, si direbbe oggi, nel secolo dell’ipocrisia ormai imperante.

Non che negli anni settanta mancassero stronzi e perbenisti, figuriamoci.
Chabrol era irritato e scocciato dai primi, incuriosito e stimolato dai secondi.
Questi ultimi, bisogna dirlo, al cineasta transalpino stavano sui testicoli come poche altre cose al mondo, quindi finivano per scatenarne l’estro ed il cinismo.

Basato su una storia realmente accaduta, per quanto romanzata in alcuni passi, l’opera è una perfetta miscela di romanticismo, passione, dramma, thriller, sarcasmo, sofferenza, amore, egoismo, follia.

Un viaggio esistenziale, surreale, onirico.

I temi chabroliani per eccellenza ci sono tutti: la pedante borghesia, la suadente provincia francese, il pubblico che non va mai d’accordo col privato, il crimine che contorna e vivacizza un altrimenti mesto scorrere delle cose.

Il sottofondo è semplicemente meraviglioso: non è Bourganeuf, Francia centrale, dove ebbe luogo il misfatto originale, bensì Valençay, Valle della Loira, ambientazione perfetta per divertirsi a colorare le molteplici sfaccettature di un infernale Paradiso dei sensi.

Michel Piccoli si conferma un interprete strepitoso.
Discreto, profondo, lineare.
E fottutamente normale, talmente perfetto da presentarsi come un attore sublime nonostante l’aspetto da mediocre impiegato del catasto.
La passione che vive cinematograficamente con la sensuale Stéphane Audran, compagna di Chabrol e qui alquanto mefistofelica nella sua femminilità innocente quanto meschina, è destinata a produrre sfaceli.
Nessuna speranza che possa finire diversamente.
Nemmeno una.
Eppure tutto ha un senso, una logica, un perché.
Tutto emana un fascino perverso, permeato di una dolcezza infinita eppur greve.
Il male non vince, per la gioia degli astanti.
Ma non fa neppure 0-0,quei pareggi insipidi e privi di qualsivoglia sensazione di essenza.
Si vive.
E fino in fondo.
Finisce male.
Però si è vissuto.
E chissà che non sia quel che conti davvero dinanzi al Fato.

L’assoluzione non è prevista, ma il delicatissimo gesto finale di unione tra le mani dei peccatori fa il paio con l’incipit che cita un passo delle opere di Eschilo:

Oreste: “O Dea, a te decidere se io sono innocente o colpevole. Quale che sia il tuo verdetto io lo accetterò”.

Minerva: “È difficile poter giudicare, quale mortale sarebbe in grado di farlo?”.

-Eumenidi-

Cosa altro aggiungere?
Nulla.
O quasi.

Bienséance, la definiscono oltralpe.
Il decoro, le buone maniere, le consuetudini, la decenza, le etichette.
Una sorta di galateo, insomma.

La vicenda originale trae spunto dalla Bienséance, per la gioia del regista, nonché da un’altra opera filmica, “I diabolici”, di Clouzot, ispiratore del supremo Hitchcock e di una mattanza ad opera di una coppia di insoddisfatti cronici.
Ancora Francia, ancora passione e crimine che si fondono alla perfezione.
Bernard Cousty, il Michel Piccoli nella realtà, beccherà la pena capitale, poi convertita ad ergastolo per una serie di imperfezioni procedurali e di ragionamenti di opportunità.
Yvette Balaire, l’amante magistralmente trasbordata sulle scene dalla Audran, se la caverà con dieci anni di reclusione e la diffusa sensazione che oltre ad ispirare avesse fatto parecchio altro, sebbene mai del tutto chiarito.

Chabrol racconta l’infedeltà con garbo, raffinatezza, sensibilità.
Impietoso nella forma, lucido nella sostanza.
Piazza un sudaticcio frangente di intimità in una altezzosa dimora nobiliare e scompagina tutti i piani passati, presenti e futuri dei fanatici del bon ton di cui sopra.

Massacra poi una certa Sinistra che, a suo dire, è artefatta e becera, colpevole di far finta di incitare alla pace ed invece seminare odio e tensione sociale un giorno si e l’altro pure.
Michel Piccoli, parecchi anni più tardi, si scatenerà contro la Destra Nazionalista, dai lui fotografata come un pericolosissimo nemico delle diversità, vero e proprio ostacolo verso la libertà e la serena convivenza tra i popoli.
Avevano ed hanno ancora oggi ragione entrambi, purtroppo.
Fin troppo semplice sottolineare che il numero dei seguaci di una delle fazioni potrebbe essere considerevolmente impreziosito, si fa per dire, dall’attitudine farisea dell’altra.
E/o viceversa.
Non che ciò sia un’attenuante, giustificazione, scusante o quel che si voglia, per carità.

Politico, ma soprattutto umano.
“L’Amico di famiglia” è un gran film, non sono ammesse disapprovazioni.

Chabrol lo dirige con mano ferma e provocatoria.

«Ci sono altri Labbé [protagonista de “Il fantasma del cappellaio“], come la coppia de “L’amico di famiglia“.
Il loro cancro è la passione in un universo che non ha niente a che vedere con essa. Sono fuori dalla logica della società, ma non dalla società in sé.
Non si sono neanche mai sognati di uscirne.
Come un pesce che continua a stare nella sua acqua, anche se è un po’ imputridita».

-Claude Chabrol-

Il cast, oltre ai succitati, è perfetto.
La trama avvince, il finale emoziona, l’opera resta dentro lo spettatore a lungo.
Molto a lungo.
L’immagine di lei che poco prima dell’epilogo passa sotto le finestre di lui per un fugace sguardo di complicità/desiderio/sogno è la perfetta rappresentazione della ideale parabola del vero amore, qui tragico e lercio, ma comunque tale e destinato a distruggere, piuttosto che creare.

Il cornuto non è un cuckold vizioso, bensì uno sprezzante opportunista votato al più bieco pragmatismo e al mercificare qualsiasi cosa possa apportargli vantaggi, inclusa la moglie.
Claude Piéplu lo incarna magistralmente, condensandone i difetti con una sottolineatura che spesso è di ordine fisico, più che etica, compenetrando la sua figura in maniera sfacciata e, nel contempo, oltremodo realistica.

Un amore immorale, non di rado infantile in alcuni suoi movimenti ed imbarazzante in parecchi altri aspetti, se osservato con occhio cinico e distaccato.
Un amore vero, insomma.
Raccontato, anziché vivisezionato.
Mostrato.

Di clandestino e morboso qui non vi è soltanto una relazione.
Vi è un mondo infinito.
Ricco di contraddizioni e complessità, tranne che per una inscalfibile certezza: l’amore non prevede ragioni, se è veramente tale.

Oh, a voler essere onesti vi sarebbe pure una seconda evidenza: la Francia, sfrondata della mancanza del bidet -che a me gela il culo pure in estate e manco piace- e della puzza sotto al naso di qualcuno dei suoi abitanti, è un gran bel posto da visitare.
La strepitosa fotografia del film è lì a certificarlo.

L’amico di famiglia: 8,5

V74

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