• L’insospettabile

Quanti ce ne sono, nella straordinaria Storia del Calcio.
A bizzeffe.
Gli insospettabili.
Una categoria a parte, per davvero.
Quelli che li osservi e pensi che siano di passaggio sul terreno di gioco.
Quelli che ti domandi cosa ci facciano lì, come ci siano arrivati e, semmai, con quali mansioni.
Quelli che subito ti smentiscono e deflagrano in men che non si dica tutti i luoghi comuni, facendoti sentire un demente.

L’apparenza può ingannare.

A me capitò anni fa di toppare l’inquadramento estetico di un “contendente”.
Campionato di Eccellenza Campana: in una gara importante, dove ci servivano punti salvezza, mi ritrovai a giocare dinanzi alla difesa marcando la mezzala avversaria che, durante il riscaldamento, mi dette l’impressione di essere lo chef della squadra che viene schierato per raggiungere il numero necessario a far si che la contesa possa avere inizio.
Ho scritto chef perché la figura del suddetto non era affatto quella del classico massaggiatore, in sovrappeso ma riconoscibile come ex sportivo, sebbene secoli or sono.
No, il mio rivale sembrava proprio un cuoco appena uscito dalla cambusa e costretto ad indossare gli scarpini per mera casualità.
Superfluo aggiungere che il campo dirà altro.
Ben altro.
Tutt’altro.

Ed anche a livelli serissimi non è difficile individuare alcuni giocatori che mai e poi mai sembrerebbero tali.
Gli insospettabili, per l’appunto.

Uno di loro, senza alcun dubbio, è stato Lei Clijsters.
Un altro dei miei tantissimi “pupilli“.

Leo Albert Jozef Clijsters, per gli amici Lei, nasce verso la fine del 1956 in un paesino del Limburgo, nella regione delle Fiandre, a pochi passi dal confine con i Paesi Bassi.
Se parliamo di Belgio (e Paesi Bassi) dovrei come al solito aggiungere che ci sono stato, datosi che nel centro-nord Europa ho passato buona parte della mia cara giovinezza.
Inoltre le zone di confine mi attraggono particolarmente con le loro affascinanti storie di incroci, misture, amalgami e alterchi di ogni genere, dalla politica alla culinaria.

Lei è curioso e vispo, sin da piccolo.
Unisce la passione per la lettura all’amore per il Calcio.
Perché il feeling con la sfera di cuoio è istantaneo.

Poco prima di soffiare sulla torta che ospita una dozzina di candeline viene introdotto nel settore giovanile dell’Opitter FC, la squadra del suo paese natio, dove mette subito in mostra buone doti di natura fisica e caratteriale.
Gioca sia a centrocampo che in difesa, è gagliardo e si impegna allo spasimo per vincere ogni match.
Il ragazzo è promettente e non serve aspettare molto prima che sia segnalato ai dirigenti del Club Brugge, una delle potenze del calcio belga.
Nella stupenda Bruges arriva diciassettenne, venendo aggregato alla compagine Juniores dei nero-blu.

Tra i migliori prospetti della Under, già alla seconda annata esordisce in prima squadra.
Viene ritenuto ancora non all’altezza dei grandi, però, ed è per questa ragione che finisce in prestito al Patro Eisden di Maasmechelen, società appena promossa nella cadetteria belga.
A fine stagione il Bruges torna a conquistare il titolo di Campione del Belgio, mentre il Patro Eisden sfiora l’accesso ai playoff per la promozione.
Lei resta a Maasmechelen pure nell’annata successiva contribuendo al secondo posto in graduatoria dei suoi, poi sconfitti negli spareggi per la promozione.
Il club scenderà in terza serie dopo soli dodici mesi ma il giovane non conoscerà l’onta della retrocessione perché, dopo un biennio, viene ceduto al Tongeren, ancora in Limburgo e sempre in seconda serie.
Il Bruges non eserciterà alcuna forma di riscatto per il suo cartellino, mostrando scarsa convinzione nei mezzi del ragazzo.

Al primo anno Lei non conquista la promozione per la differenza reti, un solo gol a favore del Berchem Sport che ai playoff sbarca in Division 1.
Esiti quasi identici nelle due successive annate fin quando, nel 1981, il Tongeren vince il campionato e risolve definitivamente la pratica, evitando la lotteria del post stagione e raggiungendo l’agognata prima divisione.

Clijsters è ormai uno dei leader della squadra e la conduce ad una tranquilla salvezza.
Il Tongeren subisce parecchie reti, ma per sua fortuna ne segna abbastanza e qualcuna di esse la mette a segno anche il buon Lei, difensore col vizio del gol.

Dopo essersi messo in mostra nel calcio che conta, per lui giungono diversi interessamenti.
Il Tongeren accetta di lasciarlo partire in cambio di un discreta somma di denaro con la quale rimpinguerà le proprie casse e mitigherà il dolore per l’immancabile declassamento che arriverà di lì a breve.
A staccare e firmare l’assegno è il Thor Waterschei di Genk, da poco trionfatore nella Coppa del Belgio e qualificato quindi per la Coppa delle Coppe.

A Genk il buon Lei si fermerà per un quadriennio, diventando un pilatro del gruppo e raggiungendo la convocazione in Nazionale.
In Coppa delle Coppe, nel 1982-83, il Thor si rende protagonista di una bella cavalcata sino alle semifinali quando a fermare i minatori di Genk sono gli scozzesi dell’Aberdeen, allenati da un certo Alex Ferguson e destinati ad alzare il trofeo nella finale di Goteborg contro Il Real Madrid.
Resta nella memoria pure la rimonta ai quarti, contro i forti francesi del PSG di Rocheteau e Susic, che dopo aver battuto gli avversari a Parigi per 2-0 sono incappati in una serata da incubo nel ritorno a Genk, con l’islandese Larus Gudmondsson che ha imperversato nella incerta difesa transalpina, crollata poi al termine dei supplementari.
Il risultato raggiunto in Europa è sorprendente e per il Thor rappresenta, purtroppo, il canto del cigno.
In campionato per qualche tempo la società riesce a barcamenarsi al centro della classifica, fin quando non inizia ad avere problemi di liquidità e pochi anni dopo -1986- retrocede in seconda serie, andandosi a fondere con il KFC Winterslag (un ringraziamento a Daniele per la segnalazione!) e confluendo infine nell’odierno Genk.
A favorire la caduta è uno scandalo che scoppia fragorosamente nel calcio belga tra la fine del 1983 e l’inizio del 1984, quando la magistratura locale inizia ad indagare su un caso di corruzione inerente la gara tra Standard Liegi ed appunto Thor Waterschei, ultima giornata della Division 1 del 1982.
Tramite amicizie comuni e parentele lo Standard aveva voluto garantirsi la vittoria finale, corrompendo gli avversari gialloneri ed evitando, più che altro, che potessero farlo altri, promettendogli un premio a vincere per fermare lo stesso Standard.
Squalifiche a profusione, ma classifica immutata.
I campioni vivranno anni di caos e risultati scadenti, mentre il Thor -come detto- si avvierà verso lidi tutt’altro che nobili.

Lei non c’era ancora a Genk in quel maggio del 1982 e non c’è neanche nell’estate del 1986, quando dopo i Mondiali passa al KV Mechelen, da noi più noto col nome di Malines.
Nel più divertente Mondiale di sempre (non accetto repliche, è il mio blog) è uno dei tremendi Diavoli Rossi di Guy Thys che finiscono quarti, fermati in semifinale da un Maradona in stato di grazia e sconfitti nella finale di consolazione dalla Francia di Platini (nell’occasione in panca, anche lui).
Il difensore limburghese è da circa un triennio nell’orbita della sua rappresentativa: ha esordito agli Europei Francesi del 1984, da titolare, salvo poi riscoprirsi riserva in Messico, col tecnico che opta per una difesa a 5 con Demol a fungere da libero, Grun e Renquin marcatori centrali e Gerets e Vervoort a viaggiare sulle fasce.
Clijsters è una alternativa di lusso, stimata per le sue doti da stopper roccioso e tenace ed apprezzata per la capacità di far gruppo e cavarsela dignitosamente quando chiamata in causa.

Il passaggio al Malines, ritornato in massima serie da pochi anni e fluttuante nella metà-bassa classifica della Division 1, sembra un mesto avvio verso la fine della carriera di Lei.
Ormai trentenne, ingaggiato da una modesta società di provincia ed al termine di una kermesse che potrebbe aver significato la vetta di un percorso con la maglia dei Rossi, il calciatore inizia comunque l’avventura nella Fiandre con la professionalità che lo contraddistingue, sebbene senza aspettative eccessive.

L’olandese Aad de Mos, proveniente dall’Ajax, organizza e plasma una rosa di elementi di assoluto valore.
Insieme a Clijsters viene acquistato il fortissimo portiere Michel Preud’homme, prelevato dallo Standard Liegi.
L’ossatura del team si basa sugli affidabili olandesi Rutjes (difensore), Erwin Koeman (centrocampista, fratello del più celebre Roland) e Piet den Boer (attaccante).
Negli anni si aggiungeranno gli ottimi centrocampisti belgi Emmers e (più avanti) Wilmots, la sgusciante mezzala israeliana Ohana, il solido difensore belga Albert (anche lui più avanti) ed una serie di comprimari dai nomi non di grido ma perfettamente complementari al progetto tattico di de Mos.
Il miliardario Cordier, presidente del club, investe nella ristrutturazione dello stadio e nella qualità dello staff, andando a creare una piccola oasi di successo in un luogo ove mai prima di allora si era non dico visto, ma neppure sognato, un tale barlume di gloria.

Il Malines in quegli anni scrive la storia.
La propria e non soltanto quella.
Vince un campionato, nel 1989, e ne sfiora altri tre (1987, 1988 e 1991).
Alza al cielo una Coppa del Belgio nel 1987, perdendone altre due in finale (1991, 1992).
Ma, soprattutto, vince una Coppa delle Coppe, nel 1988, andando a prendersi anche la Supercoppa Europea nella stessa annata.

Ci vorrà un super Milan per fermare la corsa dei belgi in Coppa dei Campioni, ai quarti di finale e solo dopo i supplementari, nel 1990.

Un team che produce un calcio d’altri tempi: gagliardo, organizzato, semplice, efficace.
Preud’homme è forse (per me senza forse) il miglior portiere al mondo, in quel periodo.
Altri fuoriclasse non ve ne sono, però tutti sanno cosa fare in campo.
E lo fanno.
Lo fanno bene.

Lei Clijsters è il baluardo difensivo della squadra.
Davanti al suo portierone forma una cerniera difensiva di assoluto rispetto insieme al troppo spesso sottovalutato Graeme Rutjes.
La solidità dei fiamminghi è impressionante: i marcatori picchiano come fabbri senza il giorno libero e le ferie pagate, i centrocampisti difendono ed entrano tra le linee con facilità, le punte segnano ed accompagnano l’azione ripiegando fino a metà campo ed oltre, se necessario.
Dove non arriva l’energia dei giocatori e la sapienza di de Mos ci pensa il guardiapali, il vero ed unico fuoriclasse della rosa.

Il capitano ed anima del team è però Lei Clijsters.
Un leader.
Marcatore spietato ed arcigno, rude e, talvolta, anche agonisticamente cattivo.
Entra in campo con spirito guerriero, coraggioso e generoso dal primo all’ultimo minuto di tenzone.
Può agire da libero, ultimo uomo qualche passo alle spalle dei marcatori, oppure essere egli stesso uno dei centrali deputati ad occuparsi delle punte antagoniste.
Spesso argina anche il fantasista avversario, muovendosi da mediano difensivo.
Segna diverse reti, perché pur non essendo un gigante possiede un ottimo tempismo negli inserimenti offensivi, in particolar modo sui calci piazzati.
Dotato di una muscolatura potente e pesante, tende intelligentemente a cercare l’anticipo ma non ha timore a sfidare nell’uno contro uno calciatori ben più rapidi di lui.
Tendenzialmente sarebbe grezzo, però è astuto e concentrato e questo gli consente di fare quasi sempre la mossa giusta.
In alcune occasione ha pagato dazio alla sua irruenza, quando la tensione è schizzata alle stelle.
Pure fuori dal campo, come accadrà quando lascerà il Malines.

L’ottimo rendimento con i giallorossi e le autorevoli prestazioni sul palcoscenico europeo mettono Lei nuovamente in evidenza, gli fanno vincere il premio come miglior giocatore del torneo di casa nel 1988 e lo portano ad essere leader pure in Nazionale.
Ai Mondiali in Italia del 1990 Clijsters è un punto fermo della retroguardia belga: i Diavoli Rossi si comportano benino, ma escono agli ottavi contro l’Inghilterra beccando un gol di Platt giusto un attimo prima che l’arbitro fischiasse la fine del secondo tempo supplementare.

Pochi mesi più tardi calerà il sipario sull’avventura di Lei in Nazionale.
Una quarantina di presenze, per lui, con un Europeo e due Mondiali a contorno.
Niente male.

Non passerà molto che Lei dovrà interrompere il suo legame anche col Malines.
Tutto ha inizio da una crisi economica pesante che coinvolge la proprietà e che comporta la partenza di tutti i migliori della rosa,.
Oltre a ciò, contribuiscono al clima incandescente un paio di interviste dove il capitano si è palesemente lamentato di alcune prestazioni indecenti della squadra, scatenando furiose reazioni in società ed incrinando i rapporti con diversi suoi compagni.
Tra questi ultimi non vi è il totem Preud’homme, che prende le difese dell’amico e collega e rifiuta la fascia di capitano, per solidarietà con quello che definisce “l’unico che meriti davvero di indossare quel simbolo, per attaccamento e personalità”.
In qualche modo si tenta di ricucire lo strappo, ma nell’estate del 1992 arriva un’offerta del modesto RFC di Liegi: un anno di contratto ben remunerato ed un innesto di esperienza che con l’aggiunta dei gol del bomber nigeriano Ikpeba e del cannoniere australiano Arnold concorrerà ad una tranquilla salvezza nel torneo successivo.

Al termine del quale, a quasi 37 anni, Lei Clijsters annuncia il suo ritiro dall’attività agonistica, iniziando subito quella di allenatore.
Guida Patro Eisden, Gent, Lommel SK, Diest ed infine lo stesso Malines, per un breve periodo.
Una decina d’anni in tutto, senza quasi mai riuscire a cogliere nel segno.

Poi l’intuizione, il colpo di genio.
Si dedica alla carriera delle figlie, Kim ed Elke, entrambe tenniste di talento.
Soprattutto la prima, che diventa una delle migliori giocatrici al mondo.

Quando Kim è incinta -e deve giocoforza interrompere l’attività sportiva- il padre ritorna a sedere su una panchina, quella del Tongeren.
Ma l’idillio durerà poco: stanchezza, dolori addominali, nausea.
Clijsters senior capisce che il mostro è tornato.
A metà anni ottanta si era dovuto sottoporre a delle cure per limitare un melanoma alla pelle, che ne aveva messo a rischio la carriera e, soprattutto, la vita.
Tutto era andato per il meglio, grazie al fisico che aveva risposto alla grande ed allo spirito indomabile dell’uomo.
Purtroppo agli inizi del 2008 le analisi hanno evidenziato una situazione estremamente grave, con anche i polmoni interessati dalla maledetta patologia che dopo un anno porterà Lei alla morte.

Le figlie gli staranno accanto sino alla fine, così come proverà a fare anche la ex moglie, che lo aveva lasciato qualche anno prima per unirsi ad un ex calciatore olandese.
Un autentico colpo al cuore, per lui.
Duro, molto duro.
Una ferita che non ha nemmeno avuto il tempo di rimarginarsi.
O che forse era già troppo profonda, per pensare di poterlo fare.

Le stesse figlie chiuderanno i rapporti con la madre, salvo poi riprenderli dopo la scomparsa del padre.
D’altronde “chi muore giacechi vive si dà pace”.

I compagni lo hanno commemorato in diversi ed emozionanti momenti insieme ai suoi tanti tifosi, raccontandolo come un tipo impetuoso e sanguigno in campo quanto placido e schivo fuori dal rettangolo di gara.
Uno che se ne stava lì a leggere, ascoltare musica, giocare a carte e guardare partite in TV, sia durante i ritiri che nei frangenti in cui gli altri se ne andavano a far baldoria per allentare la tensione che certi ambienti trascinano seco, volente o nolente.
Uno che viveva di Calcio e famiglia.

“Il vecchio”, era lo scherzoso appellativo datogli dai sodali di club e di Nazionale.
A guardarlo bene un po’ vecchio sembra, nelle foto del tempo.
Un vecchio che però se la comandava alla grande, sul prato verde.
E che non le mandava a dire, qualora fosse.

Uno che non sarà dimenticato facilmente, da chi ha amato un certo tipo di Calcio.
Quell’aria da bonaccione, batterista di musica fusion in tour quando non cuoco in qualche bel locale sulla riviera romagnola.
Poi l’arbitro fischia l’inizio del match ed ecco comparire il mastino.
Un signor difensore, tra i migliori d’Europa di fine secolo scorso.

Lei Clijsters: l’insospettabile.

V74

2 Replies to “Lei Clijsters”

  1. Un pezzo spettacolare. Mi permetto un piccolissimo e insignificante appunto. Il Waterschei Thor si fuse con il Winterslag per dare vita al Genk
    Con stima, Daniele

    1. Grazie di cuore, Daniele.
      Ho già apportato la correzione e, col Tuo permesso, anche citando la fonte di quest’ultima.
      Il particolare è tutt’altro che insignificante: nel calcio belga le fusioni sono state -e sono ancora oggi- all’ordine del giorno, come sai meglio di me, e confondere una squadra con un’altra è davvero un attimo.
      La Tua precisione merita quindi un plauso, altroché.
      👏🏽🔝
      Un abbraccio!
      Claudio
      🥂🥂

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