• Il Baffo

Luciano Favero

Certi calciatori restano impressi nella memoria, non c’è niente da fare.
E non è detto che debbano essere per forza dei fuoriclasse, eh.
Anzi.
Talvolta è proprio quell’infinito ardore, messo in campo sempre e in ogni dove e che non di rado fa da contraltare ad un talento non eccelso, a rendere immortali determinate figure sportive.


A tal proposito è d’uopo ricordare il buon Luciano Favero, alias il Baffo, uno dei migliori difensori puri degli anni ottanta.
Un decennio pregno di fuoriclasse, nel ruolo.
Eppure Luciano è riuscito a ricavarsi uno spazio importante nelle graduatorie del tempo e nei cuori degli appassionati del periodo.
Partendo dal basso, mettendoci l’anima e sputando sangue, in ogni singolo match giocato.

La sua avventura inizia nell’ottobre del 1957, allorquando Favero viene al mondo in quel di Santa Maria di Sala, un piccolo comune posto nell’area metropolitana di Venezia.
La madre, Bianca, è una dolcissima casalinga.
Il padre, Corrado, è un infaticabile mezzadro che cura il terreno che permette alla sua famiglia di vivere dignitosamente.
Luciano cresce correndo e giocando nei campi della zona e studiando, anche se presto si rende conto che la scuola non è il suo forte.
La mamma, che nel frattempo gli ha regalato cinque fratellini, vorrebbe che il ragazzo riuscisse quantomeno ad arrivare al diploma.
Il papà, invece, prova ad insegnargli l’arte della terra, per farne un futuro e provetto contadino.

Luciano, al termine della terza media, opta per il lavoro di metalmeccanico ed inizia come apprendista in una fabbrica poco distante da casa.
Nel frattempo gioca anche a calcio, la sua vera passione.
Ed è bravo, a dire di chi ne osserva le gesta sui polverosi terreni della provincia veneziana.
Comincia, appena quattordicenne, nella Fenice Casella, in Terza Categoria.
Un anno dopo passa quindi al Noale, in Promozione, per poi essere tesserato dalla Mestrina, in quarta serie.
Tifa MIlan e sogna la gloria.

La sua giovanissima età cozza con la grinta e la tranquillità con cui si occupa di annullare gli attaccanti avversari.
Perché Luciano Favero è un difensore, sia terzino che stopper.
Uno così, che manco maggiorenne si muove in campo come un veterano, non può passare inosservato.


Sul veneto si posano gli occhi del Varese, che negli anni settanta (e anche negli ottanta) è una delle più attente ed organizzate società a livello di scouting di tutta la penisola.

Favero è messo sotto contratto ed inserito nel settore giovanile dei lombardi.
Maggiorenne, viene girato in prestito alla Milanese, club satellite del Varese.
Siamo in serie D e si inizia a fare sul serio.
Il ragazzo, senza colpo ferire, si cala nel ruolo e disputa una ottima stagione, da titolare.

Il tecnico, Rumignani, lo apprezza e gli chiede di seguirlo, insieme ad alcuni altri compagni (Brunetti, Bianchi, Sacchi, Ferretti), nella prossima avventura a Messina, in serie C.
Luciano è combattuto: non vorrebbe allontanarsi troppo da casa, però è desideroso di confrontarsi con una categoria professionistica ed è onorato della stima del suo allenatore.
Il Varese non si oppone alla partenza e così Favero diventa un calciatore del Messina.

Stupenda, la Sicilia.
Sole, mare, ottimo cibo e buon vino.
La squadra, invero, è abbastanza modesta.
La punta Tivelli, il centrocampista Vailati, il terzino Simonini e lo stopper Polizzi sono, unitamente, a Luciano Favero, gli elementi più affidabili di un team che non riesce a trovare continuità a retrocede in D, a fine stagione.

Favero, che nella città peloritana incontra Caterina, di lì a breve la sua consorte, deve fare le valigie.
Essendosi ben disimpegnato, sia da terzino che da centrale di difesa, le richieste per lui non mancano di certo.
Il Varese, che evidentemente non ci punta più di tanto, lo gira alla Salernitana.

In Campania, dove ritrova il compagno Tivelli, Luciano arriva in un club in pieno stravolgimento societario.
L’intento primario è quello di rientrare nelle posizioni che consentono di evitare il declassamento, a fine annata, in quella che sarà la neonata serie C2.
In una stagione alquanto confusionaria, tra cambi di allenatore e dirigenti che si dimettono e tornano in carica come fossero schegge impazzite, la Salernitana porta a termine la missione, chiudendo al sesto posto in classifica grazie soprattutto alle reti di un Tivelli in stato di grazia.

Luciano Favero, invece, incappa in un campionato non eccelso a livello personale, nel quale non riesce ad imporre le sue pur evidenti doti anche a causa del Servizio Militare che è chiamato a svolgere nel nord Italia, con tutte le complicazioni logistiche che ne derivano.
Lui, che sogna di esordire in serie A, si ritrova in estate a sperare in una chiamata da parte di qualche squadra di terza serie.


Il Varese ha altre idee ed ecco che l’unica richiesta seria che giunge a casa Favero è quella del Siracusa, allenato da Facchin, l’allenatore che aveva guidato il veneto all’inizio della sua esperienza a Salerno.
I siciliani, retrocessi nella nuova C2, vogliono subito riconquistare il terzo livello del calcio italiano.
Allestiscono quindi una rosa di valore, in grado di centrare l’obiettivo.
Il torneo è oltremodo duro e lo vince il sorprendente Rende, proprio dinanzi al Siracusa.
Il secondo posto degli aretusei è comunque sufficiente a garantire loro la promozione in C1.

Luciano Favero è il più presente dei suoi ed anche il migliore, come rendimento, insieme al bomber Ballarin, al capitano Crippa, all’esperto centromediano Biasolo, al portierone Bellavia, alla sgusciante ala Biagetti ed al tosto difensore De Simone.
Come se non bastasse, gli azzurri vincono pure la Coppa Italia per Semiprofessionisti, sconfiggendo in finale la Biellese.

Purtroppo, nel finale di stagione, uno scontro di gioco con due avversari ed una conseguente caduta che gli fa sbattere il capo contro una recensione costano a De Simone un fortissimo trauma cranico ed un disperato ricovero che, dopo vari giorni di coma, si conclude con la morte del giocatore.
Un dramma allucinante.
Il Siracusa, tempo dopo, gli dedica lo Stadio.
Favero, che con De Simone condivide spogliatoio e frequentazione al di fuori del terreno di gioco, è tramortito.
Come l’intero ambiente siracusano, d’altronde.
Tragedia veramente immane.

In estate il Siracusa respinge diversi interessamenti per il suo difensore, che anche in C1 conferma di essere un elemento di valore, disimpegnandosi talvolta anche nel ruolo di libero.
Un calciatore eclettico, grintoso, serio.

I siciliani chiudono settimi, in terza serie.
E provano a trattenere ancora una volta il proprio gioiellino, che a ventitré anni è già diventato padre di una bella bambina di nome Oriana e che è decisamente pronto per un ulteriore avanzamento di carriera.
Gli allungano il contratto e gli aumentano lo stipendio.

Nulla possono, però, dinanzi alla chiamata del Rimini, nel calciomercato autunnale di riparazione del 1980.
I romagnoli, neopromossi in serie B, superano una folta concorrenza di compagini di seconda e terza serie e si aggiudicano il cartellino di Luciano Favero, in comproprietà, per un corrispettivo di circa ottanta milioni delle vecchie lire.


La rosa, affidata a mister Bruno, annovera tra le proprie fila diversi elementi interessanti.
In porta c’è lo jugoslavo -naturalizzato italiano- Petrovic, con Bertoni a fargli da riserva.
In difesa, oltre a Favero, ecco Parlanti, Merlo, Buccilli e Rossi.
In mezzo agiscono Baldoni, Donatelli, Biondi, Mazzoni e Sartori.
Davanti si muovono Traini, Chiarugi, Saltutti e l’ischitano Bilardi.
Una rosa equilibrata, con un buon mix di calciatori esperti e giovani in rampa di lancio.

In torneo ove militano compagini quali Milan, Lazio, Sampdoria, Genoa, Bari e compagnia bella, il Rimini fa la sua discreta figura, finendo nono e salvandosi con ampio margine rispetto alle concorrenti, seppur con un leggero rallentamento nella fase conclusiva della competizione.

Luciano Favero - Rimini

Luciano Favero, colonna dei romagnoli, è appetito da parecchie società di B e da alcune di A.
In massima serie di informano su di lui sia il Torino che l’Udinese.
Anche Cesena e Catanzaro effettuano un sondaggio, salvo poi virare su altri obiettivi.
Il Rimini, che ha riscattato il cartellino del veneto, decide di monetizzare e prova a chiudere l’affare col Toro.
I granata, all’ultimo tuffo, si tirano indietro.

Favero, professionista esemplare, rimanda il sogno di esordire in quello che all’epoca è il campionato più bello del pianeta e si rigetta a piedi uniti nella bolgia della cadetteria.
Nel mercato autunnale del 1981 vi è per lui una splendida sorpresa in arrivo, però: la chiamata dell’Avellino, che invero lo segue da un paio di stagioni e che decide di anticipare il ritorno del Torino sul giocatore, facendo firmare al difensore un contratto pluriennale e gratificando il Rimini con un esborso di quattrocento milioni di lire.

Sono figlio di contadini e nessuno mi ha mai regalato nulla. Raggiungere la serie A è per me il sogno di una vita!“, le prime parole di un entusiasta Luciano Favero alla presentazione ufficiale con gli irpini.
Festeggiare i propri ventiquattro anni indossando la maglia di una compagine che gioca in massima serie è una gioia indescrivibile, per il veneziano.

L’Avellino, allenato dal brasiliano Vinicio, è squadra tenace e mordace.
Il brasiliano Juary è la punta di diamante di un team che schiera anche altri giocatori di qualità: Tacconi, Vignola, Di Somma, Tagliaferri, Federico Rossi, Chimenti, Piga.
Favero fa il suo, al primo anno di A, disimpegnandosi bene ogniqualvolta è chiamato in causa da Vinicio e da Tobia, che sostituisce l’allenatore brasiliano nella parte finale del campionato, conducendo i suoi ad un ottimo ottavo posto in graduatoria.
Salvezza tutto sommato tranquilla per i campani, insomma.

Avellino Calcio

Pippo Marchioro è il nuovo allenatore dei biancoverdi, nel campionato che parte dopo la vittoria dell’Italia nel Campionato Mondiale in Spagna del 1982.
La rosa dell’Avellino è profondamente mutata, rispetto alla precedente annata.
Non ci sono più Juary, Rossi, Chimenti e Piga.
Sbarcano in terra irpina il peruviano Barbadillo, il danese Skov, Limido, Centi ed altri ancora.
Una mezza rivoluzione, che inizialmente genera qualche difficoltà.
Marchioro salta e viene sostituito da Veneranda, che con qualche correttivo riesce ad equilibrare l’undici campano ed a condurlo in una buona posizione di classifica, permettendogli di salvaguardare la permanenza nella categoria.

Luciano Favero non salta una gara che sia una, mettendosi in mostra come uno dei difensori più affidabili della serie A.
Terzino destro, per la maggior parte delle volte.
O stopper, nel caso.

In estate su di lui piombano Genoa e Torino.
I piemontesi, in particolar modo, sembrano finalmente vicini ad acquistarlo.
Ma per la seconda volta in carriera il veneziano si ritrova sedotto ed abbandonato dal Toro, che tramite il suo dirigente Moggi decide di non accettare le richieste dell’Avellino, ovvero un miliardo e mezzo di lire cash e la comproprietà del promettente difensore Francini, appena rientrato a Torino dopo il prestito alla Reggiana.
I desideri dei Lupi non coincidono neanche col budget del Genoa, che allenta la presa.
Ci provano pure Fiorentina e Verona, ma niente da fare.
Alla fine della fiera l’Avellino inserisce il difensore veneziano nell’affare che porta l’argentino Diaz dal Napoli in Irpinia.
Prestito per Diaz e comproprietà per Luciano Favero, che resta in maglia biancoverde per un’altra stagione, nella quale Veneranda lascia presto il posto ad Ottavio Bianchi.
Oltre al succitato Diaz, arrivano in squadra Colomba, Bertoneri, De Napoli, Vullo, Paradisi, Zaninelli..
Luciano Favero si ripete, disputando un’ottima annata culminata in una sofferta salvezza per il gruppo avellinese.

L’estate del 1984 è indimenticabile, dal punto di vista del calciomercato.
L’inarrivabile Maradona firma per il Napoli ed i laziali Giordano e Manfredonia animano un’infinita sequela di estenuanti trattative.
Favero si ritrova in parecchie di queste ultime.
Difatti l’Avellino, che con poco meno di tre miliardi ha acquistato a titolo definito Diaz ed ha ripreso pieno possesso del controllo del cartellino di Luciano accordandosi con il Napoli, cede il suo terzino alla Juventus insieme al compagno Limido (4 miliardi, per la coppia), con la convinzione che poi i bianconeri vendano entrambi alla Lazio in parziale contropartita per Giordano e Manfredonia, per l’appunto.

Favero parte per alcuni giorni di vacanza, consapevole che in una città come Roma il calcio è vissuto in modo viscerale e che, volente o nolente, la tranquillità di Avellino sarà presto uno sbiadito ricordo.
D’altro canto la sfida Laziale lo eccita.
Ad Avellino è stato da Dio ed ha composto con Di Somma una coppia di spietati paladini nella fiera difesa del fortino locale.
Inoltre il presidente Sibilia, che lo ha accolto in città come un figlio, è personaggio talmente assurdo da non poter essere mai dimenticato.
Idem i tifosi irpini, passionali e focosi come la maggior parte delle piazze meridionali.

Ma ora è tempo di cambiare area e provare una nuova esperienza.
E poi la capitale è la capitale.


Se non fosse che le sorprese sono spesso dietro l’angolo, nella vita.
Difatti mentre Luciano Favero è al mare a rilassarsi riceve una telefonata dal Direttore Generale dei biancoverdi, Marino:
Cambio di programma, Luciano. Niente Lazio, è saltato l’affare Giordano, non c’è accordo tra i romani e la Juventus. Mi dispiace“, le parole del DG.
Capisco, Direttore. Non fa nulla, resto volentieri ad Avellino”, replica Favero.
Aspetta a dirlo. Oggi abbiamo una riunione, forse vai a Torino“.
Eh, sono anni che mi cercano. Ma se è la Juventus a prendermi, poi mi girerebbe proprio ai cugini?
No. TI terrebbero loro. Gentile ha deciso di svincolarsi e si trasferisce a Firenze. Hanno bisogno del sostituto e probabilmente punteranno su di te“, conclude Marino.

Incredibile ma vero.
Luciano Favero trasecola, come Oronzo Canà quando scopre dalla tv di essere il nuovo allenatore della Longobarda.
Il veneto, dopo aver raggiunto la serie A ed aver ampiamente dimostrato di meritarsela, sale ulteriormente di livello ed entra a far parte della famiglia Juventus.
Si ritrova quindi nel gotha del calcio italiano ed europeo.

Con un pizzico di fortuna, certo.
Il calciomercato fa giri immensi che non sempre poi ritornano.
Ma i meriti ci sono tutti: Luciano sa il fatto suo e si è sudato ogni singolo traguardo che la sua storia calcistica gli ha regalato.

A Torino si presenta con la Maserati Biturbo acquistata dopo la firma con l’Avellino.
Uno sfizio che ci sta, ma non nel mondo degli Agnelli.
Che provvedono rapidamente a procurare una fiammante ed elegante Lancia Thema (Turbo, s’intende) al giocatore, il quale insieme al compagno Limido inizia a cercare casa nel capoluogo piemontese.
Vignola e Tacconi, ex avellinesi, accolgono il duo con affetto ed entusiasmo.
Il portiere, in particolar modo, è legato da una profonda amicizia con Favero, che conosce sin dai tempi del Servizio Militare, svolto proprio nella medesima Compagnia Atleti e nello spesso periodo in cui la chiamata è toccata a Luciano.
Poi la comune militanza in Irpinia ha rafforzato il legame tra i due, che a Torino condividono la stanza nei ritiri.


Luciano Favero in bianconero eredita una maglia pesantissima, perché Claudio Gentile è Campione del Mondo in carica ed è un difensore veramente forte.
Il veneziano inizialmente traballa.
Avverte scetticismo intorno alla sua figura.
In fondo arriva da un contesto non di prima fascia ed il suo modo di giocare, deciso ma abbastanza rude, a molti tifosi ricorda il calcio delle categorie inferiori.
Inoltre, nelle prime gare con la casacca juventina, “il Baffo” (come lo chiamano i tifosi) non brilla affatto.
In un Inter-Juventus, terminata con un roboante 4-0 per i lombardi, Rummenigge ed Altobelli lo fanno letteralmente a pezzi.
Il veneto accusa il colpo, ma orgogliosamente reagisce.
La squadra è con lui.
Lega soprattutto con Scirea e Brio, compagni di reparto e caratteri simili, forti ed educati.
Platini, fuoriclasse indiscusso del club, lo difende pubblicamente ed in privato gli raccomanda di non mollare.
Trapattoni, allenatore che conosce a menadito i propri polli, gli affida la marcatura di Maradona, poche gare più tardi.
Baffo, con Diego devi fare come feci io con Pelé: gioca d’anticipo, blocca la sfera quando sta per arrivare nella sua zona. E ricorda: se la prende prima lui per te sono cavoli amarissimi. Vai e fermalo, senza paura!“, gli intima il Trap.
Hai detto niente, Mister!“, pensa il buon Favero.
Che fa tesoro dei consigli del capo e scende in campo con una risolutezza da primato, annullando il fenomeno argentino e consentendo ai suoi di festeggiare il Natale con un risultato prestigioso.

In realtà la Juventus, reduce dalle vittorie in Campionato ed in Coppa delle Coppe di pochi mesi prima, nel torneo italico non riesce a ripetersi.
Troppo altalenante, per sperare nel bis.
La Juve, che pure in Coppa Italia si ferma prima del dovuto, punta tutte le fiches a disposizione sulla Coppa dei Campioni.
Nel frattempo porta a casa la Supercoppa Europea, sconfiggendo per 2-0 il Liverpool.
Luciano Favero, che dopo aver fermato Maradona ha inanellato una serie di prestazioni da urlo, festeggia il suo primo trofeo internazionale.
E contribuisce, da protagonista, alla trionfale cavalcata che conduce i piemontesi in finale di Coppa dei Campioni opposti nuovamente, ironia della sorta, proprio agli inglesi del Liverpool.

Si gioca in Belgio, allo Stadio Heysel di Bruxelles.
Una finale maledetta, con trentanove morti ed una partita che perde di valore e memoria, per il tragico contesto che la circonda.
La decide un rigore -inesistente- di Platini.
Qualcuno riesce addirittura a festeggiare.
Anni dopo tutti si pentiranno di esserci stati, senza trovare il coraggio di appuntarsi sul petto una medaglia di latta.
Si è giocato per motivi di ordine pubblico, fondamentalmente, ma è una storia che trasmette ribrezzo soltanto ad immaginarla.

Luciano Favero è campione d’Europa.
Per indole e coscienza, quando comprende l’esatta percezione degli accadimenti, smette di sorridere.
Anni dopo, come parecchi suoi compagni, ammetterà di non sentire sua quella vittoria:
Eravamo lì, con pieno merito. Ma tutto quello che è successo annienta ogni desiderio di ripensarci. Avevamo intuito che era una situazione pericolosa, ma per evitare altri disordini ci hanno raccontato solo una piccola parte della verità. Quando abbiamo capito, volevamo scomparire. Quella sera, per me, è una ferita aperta“.

Tornando al calcio, si fa per dire, la Juve è squadra molto organizzata e tremendamente efficace.
Tacconi è il portiere, con Bodini che per alcuni mesi gli soffia il posto, salvo poi riconsegnarglielo a poche settimane dalla conclusione della stagione.
Scirea si muove da libero, con Favero e Brio ad occuparsi delle punte avversarie.
Cabrini a sinistra e Briaschi a destra occupano le fasce, con l’ex genoano che per una questione di caratteristiche intrinseche, è ovviamente molto più offensivo rispetto al bell’Antonio.
In mezzo Bonini corre per quattro, con Tardelli a dargli manforte da incursore.
Platini fa quello che gli pare, perché se lo può permettere, con Rossi che è la boa offensiva e Boniek che sprinta ovunque ci sia uno spazio attaccabile e, quando gli va, prova anche a dare una mano ai centrocampisti.
Oltre al sopracitato Bodini, ci sono poi Caricola, Pioli, Prandelli, Limido, Vignola e Koetting, a completare il roster bianconero.

Luciano Favero, come detto, è diventato una colonna del team.
I tifosi oramai lo adorano ed i compagni ne apprezzano impegno e serietà.

Luciano Favero - Juventus

In estate la società decide di rivoluzionare parte della rosa.
Partono Tardelli, Rossi e Boniek, sostituiti rispettivamente da Manfredonia, Serena e Michael Laudrup.
Mauro, Gabriele PIn e Pacione sono gli altri rinforzi un un club che a dicembre, a Tokyo, spezza l’egemonia delle squadre sudamericane, che durava da un bel po’ di anni, e vince nientepopodimeno che la Coppa Intercontinentale.

Nel match contro l’Argentinos Junior, terminato sul 2-2 al termine dei tempi supplementari, si deve ricorrere ai calci di rigore.
La squadra italiana trionfa ed il nostro Luciano Favero, incredibilmente, si innalza sul tetto del mondo.
Il contadino è arrivato sin qui!“, commenta divertito al termine della gara, ironizzando -ma manco troppo- sulle proprie umili origini e sullo straordinario percorso che lo ha condotto ad essere un Campione del Mondo, sia pure di club.
Esclusa la partenesi dell’Heysel che Luciano, da uomo vero, non dimentica neanche in un momento di estremo gaudio.

La Juve, a fine stagione, vince anche il campionato, grazie pure al suicidio della Roma di Eriksson, che nel rush finale perde in casa con il Lecce di Barbas e Pasculli e lascia campo libero alla Vecchia Signora.
Che invece in Coppa Italia dura da Natale a Santo Stefano ed in Coppa dei Campioni saluta ai quarti di finale, eliminata dal Barcellona.

Annata da incorniciare comunque, per Luciano Favero, che non esce da titolari manco sotto minaccia armata, che vince il suo primo Scudetto e che nella finale di Tokyo, complice l’infortunio di Scirea, viene messo da Trapattoni a giostrare da libero, ulteriore attestato di fiducia e stima da parte del suo allenatore.

Per Luciano si inizia a parlare di una possibile convocazione in Nazionale.
In fondo gioca nella Juventus, storicamente serbatoio primario per la rappresentativa maggiore.
Però la concorrenza, nel suo ruolo, è oltremodo ragguardevole.
Il Commissario Tecnico, Bearzot, ha altre idee, così come il suo successore Vicini.
E così la casacca della Nazionale, pur senza eccessive pretese a riguardo, resterà l’unico grande rammarico della carriera di Favero.

Che riparte da una Juve che cambia molto, in estate.
Trapattoni passa all’Inter ed in panca arriva Marchesi, che guida i bianconeri ad una stagione interlocutoria, col secondo posto in campionato dietro al Napoli di Maradona e con precoci eliminazioni sia in Coppa Italia che in Coppa dei Campioni.
Nel 1987 Platini saluta la compagnia e si ritira.
Al suo posto arriva il bomber Rush, del Liverpool, insieme ad una pletora di buoni elementi che sognano di toccare il cielo con un dito.
Il nuovo che avanza, si spera.
Ma la Juve non ingrana come dovrebbe.
In estate Zoff prende il posto di Marchesi in panchina e la società dà il via ad una nuova rivoluzione.
Annata mediocre, tenuto conto delle ambizioni.

Nelle ultime due stagioni Luciano Favero, a differenza del precedente triennio in cui era stato insostituibile, non le gioca tutte.
Dapprima per un piccolo infortunio, poi per scelta tecnica.
Titolare lo è, ma il tempo passa e dopo un quinquennio nel quale accumula oltre duecento presenze con le Zebre, arriva il momento dei saluti.


Luciano Favero, su spinta del Direttore Sportivo Landri, che lo aveva ad Avellino, si trasferisce al Verona in un affare che vede anche Magrin e Bodini passare in Veneto, alla corte di Osvaldo Bagnoli, in cambio del difensore Dario Bonetti e del portiere Bonaiuti.
Il veneziano si riavvicina a casa, portandosi nel cuore una avventura indimenticabile.
Tranne che per l’Heysel e per un drammatico incidente che in una fredda e piovigginosa notte novembrina del 1987 vede la sua auto sbandare paurosamente ed impattare contro un palo, a poca distanza da casa.
Luciano ne esce con parecchie botte, ma vivo, per fortuna.
Un suo amico, tifoso juventino legato anche a parecchi altri giocatori bianconeri, perde invece la vita, purtroppo.
Una mazzata, per Favero.

Ed un’altra gli arriva tra capo e collo poco dopo aver iniziato a giocare col Verona.
Gaetano Scirea, che ha appeso gli scarpini al chiodo e che lavora come vice allenatore di Zoff alla Juventus, muore in un drammatico incidente automobilistico occorsogli in Polonia, ove si era recato a visionare i prossimi avversari europei del piemontesi.
Un colpo durissimo, per tutti gli amanti del Calcio e per Luciano Favero, che a Scirea voleva davvero un bene dell’anima.
Ricambiato, per la cronaca.

Verona Calcio

Sulle rive dell’Adige l’ex avellinese ritrova lo smalto dei bei tempi e gioca tutte le partite dei gialloblu, senza peraltro riuscire ad evitare ai suoi la retrocessione in B.
Forte di un contratto biennale in essere, resta a Verona e si mette a disposizione del nuovo mister, Fascetti, per riportare i veneti in massima serie.
E ci riesce, chiudendo la sua epopea sportiva con una promozione.


Difensore rude quanto affidabile, Luciano Favero è stato un calciatore dal rendimento estremamente redditizio.
Il Baffo è partito dal basso ed ha raggiunto il tetto del mondo.
In ogni categoria si è dimostrato all’altezza del compito ed ha sempre saputo migliorarsi, anno dopo anno.
Indice di serietà, professionalità, coscienziosità.
Un uomo dai valori profondi e sinceri, che ha condiviso lo spogliatoio con i campioni più acclamati senza mai dare segni di arroganza o di arrivismo.
Umile e grintoso, riesce a dare tutto sul terreno di gioco, facendosi amare da tifosi ed addetti ai lavori.
Pur non essendo un marcantonio, è bravo di testa e concentrato sull’avversario.
Il suo ruolo principale è quello di terzino destro, vecchia scuola, più marcatore che fluidificante.
Gioca prevalentemente d’anticipo e se la cava benissimo sia da stopper che da libero.
La sua polivalenza fa sì che sappia adattarsi su ogni tipologia di attaccante, quando si tratta di limitarne il raggio d’azione.
Agonisticamente feroce ma corretto, datosi che prende pochissimi cartellini, quasi mai rossi.
Non è soggetto ad infortuni gravi e la continuità è forse il suo miglior pregio.
Non è una cima dal punto di vista tecnico, ma nessuno gli ha mai chiesto di esserlo.
Ed ogni tanto incappa in una giornata nera che quando è tale, beh, entra a pieno titolo nelle classifiche di Mai Dire Gol.
Eventi rari.
Molto rari.
Perché uno che sostituisce Gentile senza farlo rimpiangere, pur non possedendone la medesima cifra stilistica da campione conclamato, va solo ammirato, apprezzato e ringraziato.
Amen.


Nel 1991, trentaquattrenne, Favero sta per firmare col Venezia, in B.
Poi la società veneta si accorge di aver tesserato troppi giocatori e si tira indietro.
Lui valuta un paio di approcci dalla C1, senza grande seguito, quindi firma per la Miranese, in Eccellenza.
Parecchie categorie di differenza, certo: ma la voglia di mettere gli scarpini e scendere in campo è sempre quella del primo giorno.

Luciano Favero gioca a Mirano per un quinquennio, ottenendo al primo anno la promozione in D e conseguendo poi tre salvezze consecutive.
Nell’ultima annata in maglia bianconera (quando si dice il destino…) una bruciante retrocessione pone fine al rapport con la società miranese.
Luciano non ne vuole sapere di smettere, però.
Gioca per un’altra dozzina d’anni, calcando i campi dell’hinterland veneziano.
Si ferma a Mestre, andando a chiudere un cerchio che lo riporta sino alla Terza Categoria ed indietro nel tempo, alle origini.
Poi si dedica al Calcio a cinque regionale ed ai tornei amatoriali provinciali.

Con un socio apre una rivendita di automobili, a Pordenone.
Fallisce e ci rimette una marea di denaro.
Il suo primo matrimonio va in frantumi e gli tocca ripartire dal basso, pure fuori dal terreno di gioco.
Lavora dapprima come muratore, poi trova impiego in un golf club.

Nel frattempo conosce una bella signora della quale si innamora, andando a convivere con lei e con uno stupendo esemplare di Golden Retriever.
Cura il giardino e raramente insegue un pallone da calcio, datosi che si è dovuto operare alle anche e talvolta è soggetto ad alcuni fastidiosi dolori.

Un protagonista degli anni 80, in un’epoca calcisticamente sublime.
Per diversi anni non ha saltato una partita, oh.
Sempre lì, ogni domenica, a lottare come un mastino per la maglia.
Appuntamento fisso.

Amo troppo il calcio.
Se potessi, scenderei in campo ancora oggi, a quasi settanta anni.
Non ho fatto l’allenatore perché sono di indole troppo tenera, per quel tipo di ruolo.
Oggi il calcio è fisico e veloce, mentre ai miei tempi era più tecnico.
Ogni domenica mi toccava marcare un fuoriclasse, pensa te.
A volte andava bene, altre meno.
Però non ero mai cattivo, come qualcuno va raccontando.
Maradona era un extraterrestre, mentre Platini poteva giocare praticamente ovunque.
In mezzo a questa gente anche io, con i miei modesti mezzi, ho fatto la mia buona figura.
Una soddisfazione immensa!

Luciano Favero

Faina, lo appellava simpaticamente qualche compagno di squadra.
Per la furbizia, forse.
Perché in campo una buona dose di astuzia la possedeva, ecco.

E pensare che stava andando alla Lazio insieme a Limido e, pure se molti non lo ricordano, alla buonanima di Tagliaferri.
Sarebbe stato un colpaccio, per quella Lazio operaia come lui ma decisamente più sconclusionata, a livello societario.

Un uomo semplice, un difensore risoluto e che fa quasi sempre la cosa giusta.
Da 6,5 garantito, in un Fantacalcio col modificatore di difesa.
Oggi sarebbe merce rara, vero?

Luciano Favero

Con quel faccione da poliziottesco all’italiana degli anni settanta, oltretutto.
Ma sì, dai: almeno una convocazione in Nazionale ci stava, eccome.

Se torna in forma, per come siamo messi oggi, chissà che non gli arrivi la chiamata.

Vai Lucià, alla grande!

Luciano Favero: il Baffo.

V74


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