• Fuoriclasse

Mark Hollis – Mark Hollis

Doppio, suona meglio.
Se nella vita mi fosse stata concessa l’opportunità di “disegnare” un amico, beh, lo avrei immaginato con il delicato genio di Mark Hollis, con la lucida sensibilità di Adrian Borland, con la fanciullesca follia di Diego Armando Maradona, con l’innata simpatia di Raimondo Vianello, con la genuina vitalità di Claudio Corcione e con la inarrivabile spontaneità di Massimo Troisi.
Vestito come Fritz Wepper negli anni 70, nei panni di Harry Klein.
E scoreggione come il Pierino dei tempi d’oro, perché la scoreggia è allegria, sorpresa, vita.


Mark Hollis è stato un musicista seminale, di quelli che tutti stimano ed adorano quando hanno già salutato il pianeta.
Prima pure, ma con meno clamore, senza troppi slanci, perché talento e purezza di spirito, se autentici, finiscono col generare frustranti imbarazzi in coloro che non posseggono entrambe le doti.

Non è invidia, come spesso sento dire in giro.
No.
Quantomeno non solamente.
Trattasi di mera incomunicabilità, secondo me: di lingue sconosciute, di mondi diversi, di indole inconciliabile.


Con i Talk Talk il buon Mark ha scritto pagine di assiomatica Storia della Musica.
Una parabola breve quanto intensa, impegnata di picchi artistici e di rarefatte traiettorie sperimentali.
Diversi singoli bomba, la celebrità, la calca: poi la immediata ed istintiva convinzione che il “sentire” debba necessariamente prendere il sopravvento sul “comodo”.
Inizia così una una snervante guerra commerciale con le major, incredule dinanzi alla possibilità che una band giovane e promettente possa decidere deliberatamente di suicidarsi commercialmente piuttosto che sfruttare il momento e riempire il salvadanaio fino all’ultimo penny.

Ognuno guarda il suo, ci sta.
Di sicuro per Mark non è una questione dirimente.
Lui, serafico ed imperturbabile, prosegue nel suo percorso approdando agli albori del 1997 al suo primo ed unico album solista, dal titolo omonimo.
In realtà l’opera era prevista a nome Talk Talk, ma gli eventi presero una piega differente ed ecco che un lavoro inizialmente pianificato come di gruppo finì per completarsi come opera firmata e lavorata dal leader di una band in grado di rischiare di smarrire il successo, la fama e la gloria per dedicarsi a ciò che si è, che si apprezza, che si ama.

Roba rarissima, per palati fini.
Con alle spalle gente con i controcoglioni, eh.


L’album presenta uno stuolo di strumenti con un paradosso alquanto intrigante: il protagonista principale è difatti il silenzio.
Per meglio dire: gli spazi, i tempi, le pause.

Mentre lo si ascolta si viene catapultati in una dimensione parallela dove è possibile udire i palpiti del cuore di Mark, le vibrazioni della sua anima, le inquietudini della sua mente.

Un genio sensibile ed involontariamente maledetto, che trasmette fine arte ed emozione vitale a tutti coloro che hanno voglia e desiderio di regalarsi una pausa dalla spazzatura che ci opprime oggigiorno.
Diventa quasi impossibile definirne il genere, ad ulteriore testimonianza della particolarità dell’opera.
Pop, certo.
Folk, pure.
Ambient, rock, blues, jazz.
Tutto.
Ed un pizzico di niente, che in taluni momenti diventa linfa vitale per chi è in crisi d’astinenza da suggestioni spirituali.
Hollis ne cura la produzione con maniacale attenzione, ricercando la purezza spettrale dei suoni e la più semplice possibile riproduzione acustica di ogni nota.
Un vinile vintage e ante litteram.


In una intervista spiega che per Lui ogni singola nota abbisogna di ispirazione, altrimenti non ha alcun senso comporla e suonarla, reputando il silenzio -nel caso- infinitamente più degno di qualsiasi altro rumore emesso per compiacere la platea e/o la propria stessa persona.

8 tracce, trequarti d’ora di interazione strettamente ad personam con un fenomeno che grida col cuore e sussurra con la bocca.

  • 1.The Colour Of Spring
  • 2.Watershed
  • 3.Inside Looking Out
  • 4.The Gift
  • 5.A Life (1895 – 1915)
  • 6.Westward Bound
  • 7.The Daily Planet
  • 8.A New Jerusalem

Ogni disco è un viaggio, ma qui si toccano livelli di intimità e poesia veramente straordinari.
Anche la copertina ha una sua storia particolare, con la penisola italica che ci rientra a pieno titolo.
Usate la connessione internet per approfondirla, ne vale la pena, e consentite al sottoscritto di svignarsela dall’infausta opera di wikipediatore.

Tornando al disco, nessuna intenzione di suonarlo dal vivo da parte dell’autore, in quanto “non è un LP che possa risultare adatto per un concerto”.
Piuttosto l’aspirazione che “possa proporsi come un lavoro senza legami temporali prestabiliti, che riesca cioè ad essere suonato e goduto anche in tempi distanti e non abituali”.

Trattasi di ascolto oltremodo impegnativo, inutile girarci intorno.
Da affrontare in modalità jazz, con spirito pop ed approccio soul.


A Mark Hollis penso spesso.
Mi manca un boato.
Manca a tutti coloro che nella Musica ricercano un qualcosa che non sia soltanto rumore, frastuono, finzione, numero.
Sì, a Lui penso davvero spesso.
Un po’ perché metto su di frequente cose sue, dei Talk Talk, delle loro connessioni successive.
E un po’ perché è stato un artista speciale, assolutamente.
Nonché un uomo speciale, senza dubbio.

“The man who did not need any role models”, lo definì qualcuno che la sapeva lunga.
Semplicemente un fuoriclasse.


Avrei una marea di ricordi, pensieri, immagini, emozioni che fanno riferimento a Mark Hollis, alla sua Musica, alla sua arte.
Lo imito, indecorosamente, e mi fermo qui.
Dove sento di dovermi fermare.

Mark Hollis- Mark Hollis: Mark Hollis

V74

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