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Michel Preud’homme

Vado subito al sodo: per me Michel Preud’homme è stato il miglior portiere della sua generazione.

E di parecchie altre, sia precedenti che successive.


Non altissimo, quantomeno per essere un estremo difensore, ma dotato di un fisico asciutto, possente, compatto.

In grado di esprimere una reattività devastante unita ad una classe infinita, una cifra stilistica che -nelle mie memorie di giovane appassionato- ho estrema difficoltà ad associare ad altri guardiani.

Inoltre carisma, tanto, di quello insito nel DNA, naturale, non acquisibile per altre vie.

Michel nasce ad Ougrée, in Vallonia, territorio di calciatori e, soprattutto, di portieri, datosi che propri in zona sono cresciuti e pasciuti altri due giocatori che in carriera arriveranno a difendere, come il nostro, la porta della Nazionale belga, cioè Bodart e Piot.

Ed entrambi, il secondo in particolar modo, intrecceranno in maniera decisiva i propri destini col fuoriclasse che stiamo raccontando.


Tutto ha origine in una fine estate del 1977, quando sta per iniziare il campionato belga e le squadre sono ormai prossime a completare le proprie rose.

Lo Standard Liegi, giunto in terza posizione nella precedente stagione, ha velleità di primato e si sposta in terra tedesca per un torneo amichevole con l’intento di saggiare il proprio stato di forma e, nel contempo, decidere se eventualmente completare l’organico con qualche pedina mancante.

Durante i primi minuti di gioco il succitato titolare Piot si infortuna in un violento scontro con un avversario: l’impatto è veramente duro ed il portiere subisce ben due colpi, uno al gomito e l’altro al ginocchio.

Inizialmente l’attenzione è posta sul primo, ma purtroppo saranno le radiografie a far emergere una drammatica realtà: distorsione al gomito, yes, e, malauguratamente, lesione al legamento crociato del ginocchio.

Una diagnosi terribile: siamo ancora negli anni 70 e per quanto la chirurgia sportiva abbia fatto passi da gigante rispetto al passato, un simile incidente rischia di porre fine alla carriera di uno sportivo ormai non più giovanissimo, come nel caso dell’allora trentenne Christian Piot.

Che infatti di lì a breve saluterà la compagnia e darà l’addio al calcio, dopo una più che discreta carriera di club e Nazionale e pure una decina di reti di cui una segnata all’Italia, in amichevole, su calcio di rigore.

Lo Standard si ritrova così dinanzi ad un bivio: i regolamenti gli consentono di tesserare un altro portiere, pure dall’estero, a patto che ciò avvenga nel giro di qualche settimana, previa scadenza dei termini.

L’allenatore Waseige ne parla con la società e convoca il secondo portiere, Crucifix, per comunicargli la decisione di affidarsi a lui, nel torneo che sta per iniziare.

Crucifix ha 28 anni, è nel pieno della maturità nel ruolo ma è un soggetto particolare: laureato in matematica, figlio di insegnanti, si allena ed è in ferie non retribuite presso una scuola locale per i successivi due anni, quelli del contratto da professionista con lo Standard.

Due mestieri e con una certa predilezione per il primo, quindi.

Caso più unico che raro, eh.

Inoltre è taciturno e pacato, il che se può essere considerata una dote nel trasmettere sicurezza ai compagni ed infondere serenità, può rivelarsi pure una pesante controindicazione nel momento in cui la tensione non è adeguata al ruolo ricoperto.

Come se non bastasse, il ragazzo ha 0 esperienza a certi livelli in quanto ha sempre fatto il secondo, perfetto uomo spogliatoio e ideale spalla di Piot che per lui è un amico, un compagno di vacanze e, oltretutto, un idolo.

Insomma, il quadro è complesso e in società non tutti appoggiano la scelta di Waseige di concedergli piena fiducia.

Oltre a ciò, lo Standard non dispone di un terzo esperto, visto che il giovane Michel Preud’homme è tenuto in ottima considerazione dagli addetti ai lavori ma ritenuto, ovviamente, troppo acerbo per insidiare il compagno di reparto e fornire decenti garanzie in caso di sostituzione dello stesso.

Michel Preud'homme, da giovane

Waseige è irremovibile anche su questo punto: non reputa necessario investire su un nuovo acquisto, visto che Piot potrebbe recuperare prima del previsto e, fino a quel momento, Crucifix e Preud’homme saranno in grado di coprirne l’assenza in base alle già chiare gerarchie.

Probabilmente l’allenatore non voleva mettere ulteriori pressioni sul placido carattere del neo-titolare, regalandogli la certezza della titolarità e facendolo sentire indiscusso numero 1 della porta dei Rossi.

Fatto sta che alla prima giornata di campionato il buon Crucifix si fa male dopo una manciata di minuti ed al buon Preud’homme ne bastano ancora meno per prendersi la maglia da titolare e tatuarsela addosso negli anni a venire.

Che saranno ben 9, alla fine, nei quali raccoglierà svariate soddisfazioni quali la vittoria nella Coppa del Belgio del 1981, due Supercoppe Nazionali (1981, 1983) e, principalmente, due Scudetti (1981/82 e 1982/83).

Il tutto da assoluto protagonista, chiaramente.


Sfiora il trionfo europeo perdendo la finale della Coppa delle Coppe 1981/82, contro il Barcellona al Camp Nou.

In patria è ormai un top a tutti gli effetti ed inizia a ricevere attenzioni e proposte importanti anche dall’estero.

Lo Standard non si siede manco a tavolino e gli allunga il contratto a scatola chiusa, senza colpo ferire.

Fino al 1984, quantomeno, allorché in Belgio deflagra uno scandalo calcistico di notevoli dimensioni.

L’accusa fa riferimento ad un episodio accaduto un paio di anni prima, al termine del torneo 1981/82, ultima giornata, con la gara Standard Liegi-Waterschei che si sospetta essere stata truccata.

Goethals, santone del calcio locale ed allenatore dello Standard, si era convinto che vi fosse un piano per non consentirgli di vincere con i rossi di Liegi, dopo i trionfi ottenuti in Europa con l’Anderlecht che, guarda caso, contendeva ai suoi il titolo.

Per cui iniziò a sondare il terreno con i propri giocatori (soprattutto Gerets), peraltro in discreti rapporti con alcuni calciatori della compagine avversaria, ed offrì una cifra invero modesta per calmarne gli ardori.

Il Waterschei era salvo e allo Standard sarebbe bastato un punto per vincere il campionato.

La gara finì 3-1 e lo scandalo esplose parecchio dopo, generando svariate condanne ma non modificando i risultati del campo.

Una situazione abbastanza grottesca, mai chiarita sino in fondo, spesso descritta come una eccessiva confidenza tra commensali al banchetto di fine anno piuttosto che una vera e propria combine nel senso più classico e torbido del termine.

Michel Preud’homme si professa estraneo alla cosa ma becca comunque 6 mesi: nulla di eclatante ma quanto basta a minarne la reputazione della critica, la stima dei tifosi, la sicurezza del club.

La sua autostima no di certo, però il suo concittadino Bodart gli subentra da titolare dopo il casino e per un paio di anni non molla la presa.

Il momento è complicato e certe porte, mai come in questo caso, sembrano chiudersi definitivamente.

Michel riflette sulla questione e prende una decisione apparentemente strana: firma infatti per il Malines, compagine che in quel dato periodo storico vive una fase di stanca e di mediocrità all’interno del già non eccelso calcio belga.


Qualcuno inizia a pensare che sia l’inizio della fine per il portiere, immaginando il successivo step nella serie cadetta, poi magari un paio di campionati dilettanti nei dintorni di casa e via a fare il nonno e raccontare calcio nel bar sotto casa, tra una abbondante bevuta e l’altra.

E invece no, niente di tutto questo.

Il destino ha in serbo altri piani per lui.

Michel Preud'homme

La parentesi al Malines dura ben 8 anni ed è foriera di soddisfazioni, sia a titolo personale che di squadra.

Infatti il giocatore riesce in poco tempo a conquistare due importanti trofei europei, la Coppa delle Coppe 78/88 e la Supercoppa 1988.

In entrambi i casi, le manone di Preud’homme contribuiscono da protagonista al buon esito finale.

La difesa del Malines è tutt’altro che imperforabile: la squadra è tosta, compatta, ben organizzata e dotata di qualche discreto solista dal centrocampo in su, oltre al pipelet.

Dietro si balla e non poco.

A dire il vero in difesa giostrava la buonanima di Clijsters (padre della tennista Kim), un bel mastino con un invidiabile senso della posizione e parecchia esperienza internazionale.

Lento, però.

Idem per i suoi compagni di reparto, oltretutto meno solidi rispetto al succitato nazionale belga.

Per loro fortuna ci pensava il portierone a metterci pezze a go-go quando gli avversari riuscivano ad arrivare dalle parti dell’area di rigore.

La società, onde evitare situazioni sconvenienti come quelle vissute a Liegi negli ultimi periodi, decide di affiancare a Michel un secondo che non abbia eccessive pretese, affidabile ma non “invasivo”.

La scelta ricade su tal Dommicent, cresciuto nel vivaio e storico rimpiazzo per i titolari che si avvicenderanno nella porta del KV per tutto il decennio in questione.

Wilfried Dommicent vive a pochi passi dal centro sportivo, è un tipo tranquillo e senza troppe ambizioni: si accontenta del ruolo e già è troppo se ricorda di fare la borsa per recarsi agli allenamenti.

Nella fase di maggior prestigio del Club il mister De Mos richiede una riserva che possa garantire maggiore copertura, nel malaugurato caso che ve ne sia bisogno.

Il Malines ingaggia così un altro portiere, Pierre Drouguet, che per un paio di stagioni coprirà le spalle a Preud’homme e non vedrà il campo manco in amichevole.

Ragion per cui chiederà la cessione e tornerà all’ovile solamente anni dopo, quando il fantasma del Numero 1 sarà ben lontano e la titolarità non più un miraggio.

Perche Michel para tutto e non è sostituibile.

Mai.


Salva il Malines in varie occasioni, soprattutto nella semifinale di Coppa delle Coppe, quando decide di porre fine alle speranze di rimonta dll’Atalanta.

Oppure in uno storico quarto di finale di Coppa dei Campioni, ove regala spettacolo contro Van Basten ed il suo stellare Milan di sacchiana memoria, venendo eliminato solamente ai supplementari dopo aver strappato applausi a profusione ad un intero stadio che gli tifava contro, sì, ma che non poteva nascondere l’ammirazione per un elemento di grandissima classe e temperamento.

Torneo che il Malines disputava in quanto, nel frattempo, si era aggiunto pure un Campionato Belga in bacheca, con Michel Preud’homme che continuava a collezionare trofei individuali tra i quali spiccavano i riconoscimenti del 1987 e 1989 come miglior giocatore del Belgio.

Obbligatoria, a questo punto, una digressione sul percorso nel nostro con la maglia della Nazionale.

Belgio

Una sessantina di gettoni, tra gli ultimi aneliti degli anni 70 e la metà dei novanta: agli Europei del 1980, col Belgio sconfitto in finale, fa da terzo dietro al titolare Pfaff ed al secondo e più esperto Custers.

Per ragioni di gerarchia e di opportunità, leggasi lo scandalo di cui sopra, Pfaff -ottimo giocatore, comunque- resta inamovibile per le due successive edizioni del Mondiale.

Nel 1990 Michel Preud’homme è titolare in un Belgio non eccelso che si ferma ai quarti: prestazioni buone e memoria collettiva legata alla bizzarra richiesta del calciatore di indossare occhiali da sole durante la gara, dapprima accondiscesa, infine disattesa dalla Federazione Internazionale.

Nel 1994 idem come sopra, con un Belgio ancora peggiore del precedente quadriennio e tenuto a galla proprio dai miracoli di Michel, eletto miglior portiere della competizione nonostante le poche gare giocate e la precoce eliminazione della sua compagine agli ottavi, complice un arbitraggio alquanto discutibile contro la Germania.

A fine torneo l’esperienza con la Nazionale è ormai al capolinea ed è ora di espatriare e cercare nuovi stimoli.


Negli anni migliori le proposte non erano mancate, anzi.

Ma PH è storicamente e visceralmente legato al suo paese d’origine, il Malines gli pagava uno stipendio adeguato al suo valore e tutte le offerte giunte non si erano mai dimostrate veramente convincenti.

Nel 1994 Michel è sposato (divorzierà anni dopo), ha un figlio piccolo ed un’altra erede è in arrivo: parla con la moglie ed opta per una blasonata società portoghese, il Benfica.

Michel Preud'homme

Firma un ricco pluriennale e si trasferisce a Lisbona in una città che finirà per amare, diventando un idolo della tifoseria ed un baluardo di una squadra che, in quel periodo storico, vivrà una forte crisi societaria.

Una Coppa del Portogallo, il misero bottino finale dal punto di vista del palmares.

Ecco un altro primato che gli si potrebbe tranquillamente appioppare: uno dei meno vincenti tra i più forti portieri al mondo.

In effetti gli è sempre mancata la squadra Top.

In Italia lo hanno cercato spesso: Torino e Brescia stavano per chiudere, poi è saltato tutto, come non di rado accade nel calciomercato.

Lui adora il Bel Paese ancor oggi ed all’epoca sarebbe venuto a piedi.

Trofei probabilmente non ne avrebbe alzati, ma sarebbe stato bellissimo vederlo da noi.

In piena emergenza portieri per alcuni infortuni il Milan ci aveva fatto un fugace pensierino, naufragato dall’oggi al domani per il recupero dei suddetti.

E qui, con i rossoneri degli anni 90, qualche coppetta, forse…

L’occasione della vita era anche passata più tardi, quasi al novantesimo, proprio al fotofinish, insomma: il Real, da lì a poco vincitore della Champions, chiede al Benfica il cartellino di Michel Preud’homme ed offre al calciatore un cospicuo triennale su precisa indicazione del tecnico Fabio Capello, alla ricerca di un profilo forte, sicuro, esperto, carismatico, continuo.

Un vero e proprio identikit.

PH è ancora distante dalle 40 primavere ed è in formissima.

Accetta senza remore, idem il Benfica che, però, deve trovare un sostituto all’altezza.

Lo individua in Chilavert, pazzoide portiere-goleador paraguaiano che milita nel campionato argentino col Velez, il quale è poco propenso a lasciarlo andare con un indennizzo basso.

Finisce col Real che va a Colonia a far firmare Illgner, nazionale tedesco, meno carismatico di Preud’homme ma estremo difensore di valore, chiudendo definitivamente i giochi sia per loro che per l’altro.


Mai in una grande: un rimpianto autentico ed uno spreco immane per un portiere che avrebbe meritato platee di livello.
Un elemento nettamente al di sopra della propria bacheca, in grado di dare sicurezza ad un’intera squadra, deciso nelle uscite, felino nei riflessi, perennemente concentrato sull’azione, caratterialmente una saracinesca nei pali come nella vita.

Bravo pure da tecnico, Michel Preud’homme, con esperienze e risultati di prestigio ottenuti, e ti pareva, con società non di grandissimo blasone.

Michel Preud'homme, oggi

Per lui si parla, in un futuro non lontanissimo, della panchina della Nazionale belga.

Vedremo.

Per adesso una sola certezza, inamovibile come lui: il nostro va ben ben oltre il palmares.

Efficacia e Spettacolarità: un connubio perfetto.

Michel Preud’homme: per me Numero 1, come direbbe Dan Peterson.

V74

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