• Libero, per davvero!

Miodrag Belodedici

Nel mio strepitoso ed imbattibile Resto del Mondo, per ovvie ragioni di spazio e di ordine tattico, ho dovuto tenere fuori una marea di gente di altissimo livello.
Ogni tanto mi sovviene qualcuno che avrebbe ampiamente meritato la chiamata ed inizio a mettere in dubbio la rosa, salvo poi soprassedere e confermare, in toto, le convocazioni ufficiali.

Mancano Messi, Roberto Carlos e Zico, giusto per citare qualche divinità del Calcio.
E manca pure uno che, a ben pensarci, avrebbe dovuto trovare posto, quantomeno nella squadra delle riserve (si fa per dire, eh).
Il suo nome è Miodrag Belodedici, uno dei difensori centrali più forti della sua epoca ed insospettabile baluardo con la zazzera da pianista e gli occhi da uccello (cit. Gianni Mura).


Belodedici nasce a Socol, in Romania, nel maggio del 1964.
Siamo in territorio rumeno, è vero, ma si tratta perlopiù di una convenzione burocratica.
Perché la cittadina in questione si trova esattamente sul confine tra Romania e Jugoslavia, odierna Serbia, con gli abitanti del luogo che parlano entrambe le lingue dei popoli di cui sopra e si dividono il Danubio, maestoso fiume che attraversa il luogo e ne definisce contorni e diseguaglianze.

Miodrag cresce in uno dei cinque villaggi che costituiscono il comprensorio cittadino e, come tutti coloro che vivono in zona, è bilingue.
D’altronde il piccolo, con un padre serbo e con una madre rumena, rappresenta alla perfezione l’integrazione dei due popoli che albergano sulla frontiera.
Quantomeno in teoria, ecco.
Perché la pratica, as usual, è ben altra storia.
Il ragazzino a scuola si esprime in -debole- rumeno, mentre con i suoi genitori lo fa in serbo.
Dove però si sente maggiormente a suo agio è sui campetti improvvisati nei dintorni di casa, ove mostra una ottima predisposizione al gioco del calcio ed un’indole naturale alla leadership, mettendo subito in chiaro, sin da giovanissimo, che a guidare le sgangherate difese delle compagini scolastiche ci penserà lui.

Grinta da marcatore, tecnica da centrocampista.
Un mix che non passa inosservato e che vale al giovane la chiamata del Minerul Moldova Nouă, club che sorge sempre nella regione del Banato, a suo tempo importante polo di controllo sui confini adiacenti da parte dell’Impero Austroungarico.
Un triennio -dai quattordici ai diciassette anni- che si rivela fondamentale per la crescita di Miodrag, sia come calciatore che come “uomo”.
Prima di compiere la maggiore età arriva per lui la convocazione nel Luceafărul București, la neonata Accademia del Calcio Rumeno che vuole riunire nella capitale tutti i migliori talenti della nazione.
Il terzo posto ottenuto dalla Romania ai Campionati Mondiali di Calcio Under 21 in Australia, proprio nel 1981, certifica l’ottimo lavoro dei tecnici federali.

Belodedici conferma sin da subito le sue doti anche in un ambiente professionale come quello succitato e si guadagna, con pieno merito, un contratto con la Steaua Bucarest, la più importante società calcistica del paese.


Ormai è un calciatore a tempo pieno ed a tutti gli effetti.
A Bucarest si allena e gioca accanto al suo idolo, Ștefan Sameș, colonna difensiva della Nazionale.
Il club in quegli anni è notoriamente legato all’Esercito ed alla famiglia del dittatore Nicolae Ceausescu.
Più precisamente alla figura del figlio adottivo Valentin, che si oppone al fratellastro Nicu, padrone invece della Dinamo Bucarest, tradizionalmente vicina alla Securitate (la Polizia Segreta).
In soldoni: ne accadono di tutti i colori col calcio rumeno che rispecchia, in toto, l’andazzo politico e civile della nazione balcanica.

Miodrag Belodedici si impone sin da subito come titolare, per quanto la sua indole fondamentalmente schiva e discreta mal si confà con l’atmosfera pomposa ed artefatta che lo circonda.
Con la Steaua vince cinque campionati consecutivi, dal 1985 al 1989.
Mette in bacheca anche tre Coppe di Romania (1985, 1987, 1988) e, soprattutto, una clamorosa Coppa dei Campioni, nel 1986, battendo in finale nientepopodimeno che il Barcellona di Schuster, Carrasco e Alexanko.
I rumeni, che dopo un percorso non particolarmente arduo hanno eliminato in semifinale i forti belgi dell’Anderlecht, hanno man mano presa coscienza della propria forza e sono riusciti ad imbrigliare lo spumeggiante calcio degli iberici grazie ad una notevole solidità difensiva.
Ai rigori sale in cattedra il mitico portiere Duckadam e spedisce i suoi sul tetto d’Europa.
A sorpresa, sì.
Ma meritatamente.
Belodedici è protagonista indiscusso del memorabile successo, formando col compagno di reparto Bumbescu una cerniera centrale di difesa che risulta essere letteralmente impenetrabile.
La Coppa Intercontinentale va invece agli argentini del River Plate (0-1), con Miodrag che si vede annullare sullo 0-0 una rete regolare.
Ma il difensore è ormai una certezza assoluta.
Su di lui mettono gli occhi tutte le migliori società europee, senza però riuscire a tirarlo fuori dalla Romania.

Miodrag Belodedici, Steaua

Il ciclo della Steaua, primo club dell’est a trionfare nella più importante competizione continentale, prosegue in patria con la vittoria di cinque campionati e quattro coppe nazionali, oltre che in Europa con la conquista della Supercoppa Europea (1-0 alla forte Dinamo Kiev del colonnello Lobanovskyi), e si conclude nel 1989 con la seconda finale di Coppa dei Campioni persa malamente dinanzi allo strabiliante Milan di Arrigo Sacchi.

Belodedici non è in campo, però: da un po’ ha deciso di salutare la compagnia.
Lo ha fatto in maniera decisamente poco ortodossa, bisogna ammetterlo: inviso al regime, che mal sopporta le sue idee non uniformate al sistema, nell’estate del 1988 si fa il segno della croce e fugge oltre confine.

All’insaputa del suo stesso entourage muove la propria anima serba e chiede un lasciapassare temporaneo per accompagnare la madre e la sorella in Jugoslavia, per una visita.
Tutto va a buon fine tranne il suo ritorno in Romania, che non avviene.
Miodrag Belodedici trattiene profondamente il respiro ed abbandona il suo paese natio per trasferirsi in quello che sente suo sin da bambino.

Un passaggio epocale per un uomo poco avvezzo alle dinamiche politiche e sociologiche nel quale, volente o nolente, tutti cercano di trascinarlo.
Le conseguenze del suo gesto sono, ovviamente, gravi.
Il suo grado di Tenente, conseguito in quanto facente parte di un club militare e sottoposto ad un regime di egual guisa, lo fa finire sotto processo, seppur in contumacia.
Accusato di diserzione (dieci anni di prigione), peraltro: un reato particolarmente grave.
Inoltre la Federazione Calcistica Internazionale lo sanziona, squalificandolo per sei mesi da tutte le competizioni.
Lui, stanco delle atrocità viste e deluso dalle posizioni dei potenti del calcio, medita il ritiro dall’attività sportiva.
Un calciatore fortissimo e nel pieno della carriera che pensa di lasciare le scene e che quasi sogna di poter tornare nell’anonimato, a vivere una vita “normale”.
Una rarità che oggi sarebbe internata in qualche manicomio di fortuna, come minimo.
Negli anni 80 gli va leggermente meglio e soltanto dodici mesi più tardi la Romania cambierà vita, col crollo del regno di Ceausescu.

Nel frattempo Belodedici, dopo aver respinto un corteggiamento del Partizan, firma per la Stella Rossa di Belgrado.
La sua squadra del cuore in Jugoslavia.
Si allena duramente durante i sei mesi di squalifica comminatagli salomonicamente dalla FIFA per evitare diatribe infinite tra slavi e rumeni e disputa solo amichevoli.
Non smarrisce la forma, in questo modo, e mantiene alto il livello di concentrazione professionale.
Resta calciatore dentro e fuori, insomma.


E con la Stella Rossa, una volta tornato ufficialmente in campo dopo quasi un anno di stop forzato, rivince la Coppa dei Campioni, segnando il suo rigore nella finale di Bari contro il Marsiglia di Tapie.
Gli slavi sono davvero forti: oltre a Belodedici ci sono calciatori quali Savićević, Jugović. Prosinečki, Mihajlović.
I francesi non sono da meno, con elementi come Papin, Boli, Abedi Pele, Waddle, Stojković, Amoros.
La partita è poco spettacolare e si conclude, per l’appunto, ai rigori.
Miodrag Belodedici, unico “straniero” dei suoi, è il primo giocatore nella storia a vincere la competizione con due maglie diverse e disputando entrambe le finali.
Entra a pieno titolo, sì, nella Storia del Calcio.

E rientra pure in Romania, finalmente, ma non ancora nella Nazionale.
Perché, manco a dirlo, Belodedici è stato un pilastro della sua rappresentativa.
Dopo una quindicina di gare con la Under 21 è infatti diventato una colonna dei rumeni.
Poi, complice il caos di cui sopra, si e ritrovato fuori dai giochi.
Anni di poca gloria per i balcanici, che non riescono a qualificarsi per nessuna delle competizioni internazionali che contano.
Per rivedere la luce tocca attendere il 1990, ai Mondiali in Italia, dove la nazionale allenata da Jenei inizia col botto sconfiggendo per 2-0 l’Unione Sovietica di Dasaev e Zavarov.
La sconfitta per 2-1 col Camerun di Milla rimette tutto in gioco, ma basta il pareggio per 1-1 con l’Argentina di Maradona e Caniggia per accedere al turno successivo dove è l’Irlanda ad estromettere la banda di Hagi e Camataru (ai rigori, dopo lo 0-0 dei tempi regolamentari e supplementari) dal torneo.
Miodrag Belodedici non partecipa alla spedizione nella penisola, nonostante sino all’ultimo istante si cerchi di mediare affinché possa essere presente nel Bel Paese.
Lui sarebbe disposto, eccome.
Ma il rischio di incorrere in problematiche di ordine burocratico è notevole e le circostanze politiche ancora non appaiono del tutto definite.
Eppure sul terreno di gioco uno come lui servirebbe come il pane, ma in patria l’ostracismo nei suoi confronti è ancora forte, nonostante la caduta dell’odiato regime dittatoriale.
Questioni di orgoglio ed appartenenza, forse.
Roba da psicopatia, se vista dall’esterno.
Da dentro, immagino, le cose potrebbero essere ben più complicate da analizzare e giudicare, ammesso e non concesso che sia davvero necessario doverlo fare.

Fatto sta che per tornare ad indossare la maglia della propria nazionale il nostro dovrà attendere il Mondiale negli Stati Uniti, nel 1994.
Il C.T. Iordănescu punta su di lui ed organizza una compagine pregna di esperienza e qualità, con il leader Hagi a capitanare un gruppo di buoni calciatori ove spiccano il forte libero Popescu, l’ottimo laterale destro Petrescu, il solido centrocampista Munteanu, la sgusciante ala Dumitrescu, il rapido attaccante Răducioiu.
E poi il caro Belodedici, l’efficacia al servizio del calcio.


Sì, perché Miodrag Belodedici è uno dei giocatori che maggiormente rappresenta la capacità -invero rara- di unire classe ed incisività.
Difensore elegante quanto vigoroso, con un tempismo degno del miglior James Bond d’annata.
Intriso di leadership inside, con l’innata dote di comandare senza doversi necessariamente sbattere più di tanto.
Centrale di indole e di fatto, da ultimo uomo, libero, o anche da braccetto – prevalentemente a destra, in un modulo a tre- e/o in marcatura, all’occorrenza.
Ovunque lo metti, il risultato non muta.
Fisicamente è aitante e versatile.
Caratterialmente è determinato e concentrato.
Dispone di un arguzia tattica quanto mai preziosa, che gli consente di leggere l’azione con qualche secondo di anticipo rispetto agli avversari e, spesso, ai suoi stessi compagni, oltre che cavarsela pure da centrocampista centrale.
Allenatore in campo, domina nel gioco aereo e non di rado si sgancia per supportare l’azione della squadra, catapultandosi in avanti soprattutto suoi calci da fermo, per sfruttare la sua stazza.
Centrocampista aggiunto, dotato di tecnica notevole, è bravo pure nell’organizzare la manovra dalle retrovie.
Calcia discretamente i rigori, inoltre.
Personalità forte e poco incline alle vie di mezzo, tra l’altro.
Parliamo di uno che al primo allenamento con la Stella Rossa, dopo aver subito un tentativo di tunnel da parte di quel matto di Stojković, conquista la sfera e nel contrasto spedisce il compagno gambe all’aria, suscitandone l’ammirazione ed illustrando agli altri membri della rosa, terrorizzati all’idea di cosa potesse succedere di lì a breve, quale sia la sua visione del calcio e della vita.
Tra l’altro il buon Miodrag non è soggetto ad infortuni gravi, raramente incappa in provvedimenti disciplinari sebbene spesso gli tocchi intervenire in tackle alla disperata sugli attaccanti nemici ed è quindi da considerare come un duro, sicuramente, ma anche come un giocatore estremamente corretto.
Volendo trovare un limite al fuoriclasse rumeno potremmo dire che non è il difensore più veloce del pianeta, ecco.

Tornando alla Nazionale ed al 1994, la Romania esordisce nella kermesse sconfiggendo per 3-1 la forte Colombia di Valderrama ed Asprilla, allenata dal santone Maturana.
Nella seconda gara del girone arriva una inopinata sconfitta (1-4) con la Svizzera che viene però riscattata dalla successiva vittoria contro i padroni di casa degli Stati Uniti (1-0), che apre ai rumeni le porte degli ottavi di finale, allorquando gli europei, in una gara spettacolare, si impongono per 3-2 sull’Argentina di Batistuta e Balbo.
L’avventura di Hagi e compagni termina ai quarti di finale, contro la Svezia ed ai rigori, dopo che i tempi regolamentari si erano conclusi sul risultato di 1-1 ed i supplementari sul 2-2.
L’errore decisivo, dal dischetto, è proprio di Miodrag Belodedici, a sancire l’uscita dei suoi dal torneo e l’infrangersi dei sogni di gloria di un intero popolo.

USA 1994, Romania

Il difensore di origine slava disputa anche gli Europei del 1996, in Inghilterra, e i Mondiali del 1998, in Francia.
Nei primi parte da titolare in una Romania che non brilla, perdendo con la Francia di Zidane e Djorkaeff (0-1), con la Bulgaria di Stoichkov e Penev (0-1) e con la Spagna di Hierro e Kiko (1-2).
Invero in questa ultima gara, oramai ininfluente ai fini della qualificazione, Miodrag è assente.
In Francia, nel 1998, invece inizia da riserva, non giocando gli incontri con Germania di Matthäus e Bierhoff (1-1) e col Portogallo di Figo e Rui Costa (0-1), salvo ritrovarsi in campo -da subentrante- nella gara decisiva contro l’Inghilterra di Beckham e Owen, in una fondamentale vittoria per 3-2 che spalanca ai rumeni le porte del turno successivo, ad eliminazione diretta, che vede l’Italia di Totti ed Inzaghi imporsi per 2-0 dinanzi ad un Belodedici che, unitamente ai suoi sodali, non riesce ad opporsi alle folate offensive degli azzurri chiudendo, di fatto, la sua avventura con la maglia della nazionale balcanica, con oltre cinquanta gettoni di presenza in una quindicina d’anni di attività, sebbene -come detto- decisamente altalenante.

A livello di club, dopo aver rivinto la Coppa dei Campioni, Miodrag alza al cielo con la Stella Rossa anche la Coppa Intercontinentale, nel 1991, battendo a Tokio i cileni del Colo Colo, per 3-0, ed issandosi quindi sul tetto del mondo.

A 27 anni è uno dei difensori più forti del panorama calcistico internazionale e tutto lascia credere che, nonostante abbia perso un anno per le vicende succitate, il rumeno possa sbarcare presto in un club ancor più importante di quello nel quale milita.
Si parla di un interessamento per lui da parte del Real Madrid.
Poi è il Barcellona a farsi sotto, per acquisirne i servigi.
In Inghilterra ci pensano Manchester United ed Arsenal, mentre in Italia è la Sampdoria a mettere gli occhi sul ragazzo, trovando l’accordo con lui ma non con la sua società d’appartenenza che, forte di un contratto quadriennale in essere, rifiuta gli otto miliardi offerti dai blucerchiati e, poco dopo, anche i nove e mezzo messi sul piatto dal Napoli, con i partenopei che virano sul francese Blanc, prelevandolo dal Montpellier.

Alla fine della fiera Miodrag Belodedici resta a Belgrado, quantomeno per altri dodici mesi.
Poi, dopo aver vinto tre scudetti ed una coppa jugoslava, trasloca all’estero, ancora una volta per colpa della politica e dei militari.
Una maledizione, per lui.
La disgregazione di un paese, con le purtroppo note diatribe etniche ed una guerra assurda che coinvolge anche il calcio, con le altrettanto celeberrime tensioni scoppiate durante Dinamo Zagabria-Stella Rossa, costringe il difensore a fare le valigie.

Lo ricerca il Napoli, senza esito.
Ci punta seriamente l’Anderlecht e sembra fatta, se non fosse che un blitz del Valencia fa saltare il banco e regala al rumeno un biglietto aereo di prima classe per la Spagna.

Belodedici, Valencia

Nella penisola iberica Miodrag Belodedici trova il bravo tecnico olandese Hiddink, col quale il rumeno non entra in sintonia.
L’allenatore lo schiera inizialmente da libero, con due marcatori ai suoi lati.
Poi opta per la difesa in linea e Belodedici soffre l’adattamento ad un sistema tattico a lui poco congeniale, tenuto conto che i terzini sono fondamentalmente altri due marcatori, ragion per cui la difesa valenciana finisce col soffrire oltremisura gli avversari rapidi e che giocano larghi sulle fasce.
Le reti del bomber bulgaro Penev trascinano comunque in alto la squadra, che però non riesce mai ad inserirsi nella lotta al titolo.

Al termine della seconda stagione , pur avendo ancora un anno di contratto, Miodrag si convince a chiudere la sua avventura al Mestalla, firmando per il modesto Valladolid e retrocedendo in seconda divisione dopo un’annata avara di soddisfazioni e diverse partite giocate da centrocampista difensivo.
In estate la società biancoviola riesce ad essere ripescata in prima serie ma il rumeno, su invito del suo amico ed ex nazionale spagnolo Roberto, si accorda col Villareal, in cadetteria, e prosegue la sua discesa verso livelli poco consoni alla sua classe.
L’annata successiva cede al corteggiamento -che andava avanti da qualche anno- da parte dei messicani dell’Atlante ed attraversa l’Oceano.

Belodedici, Atlante

Due buone stagioni, poi il romantico ritorno allo Steaua, firmando un biennale che viene esteso di un ulteriore anno, chiudendo la carriera a trentasette primavere e mettendo in bacheca un altro campionato rumeno ed un’altra Coppa nazionale.

A fine carriera Miodrag Belodedici si dedica alla famiglia, in particolar modo alla figlia Zandalee, nata dal matrimonio con la sua ex moglie Sandra.
Si occupa anche di calcio, dapprima coordinando le giovanili della Nazionale Rumena e poi lavorando per la stessa Federazione, a livello organizzativo e logistico.
Partecipa ad eventi internazionali, è sempre attivo per iniziative benefiche e trascorre almeno un paio di mesi all’anno in quel di Valencia, dove vive la figlia e ove lui stesso ha comprato una casa.


Calciatore veramente forte, che avrebbe meritato una chance in una grande squadra.
La sua bacheca e la sua storia sportiva raccontano di un vero Campione, mentre la sua parabola umana è un esempio di coraggio e dignità.

D’altronde parliamo di uno che alla domanda sul come si senta a vivere la condizione di privilegiato, risponde testualmente:
Sono sempre stata una persona molto normale e non interessata alla fama, sinceramente. 
L’unica cosa che mi è sempre piaciuta per davvero è giocare a calcio, correre, toccare la palla. 
Non mi sono mai comportato come una star o come una stella. 
Mi diverto a parlare con le persone ed essere ancora quel ragazzo del villaggio che sognava di esordire in prima squadra. 
I miei compagni di squadra possono confermare quanto sono semplice, sia dentro che fuori dallo spogliatoio.
L’unica cosa a cui ho pensato nella mia carriera è di impegnarmi a giocare bene per dimostrare, in ogni partita, di meritare la fiducia del mio club e della sua gente.
Tutto qui.

Belodedici, Today

Miodrag Belodedici: libero. per davvero.

V74

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