• Opera alquanto conformista incentrata su di una icona anticonformista…

Il sottotitolo dice tutto.

In effetti il mio secondo sabato estivo da intellettualoide cinefilo non va nella direzione sperata.

L’inizio è invitante, eh: sala praticamente vuota, spettacolo quasi ad personam, atmosfera intima e condizionatamente fresca.

Il proseguimento lo è molto di meno, la fine risulta essere addirittura devastante.

Bisogna premettere che io capisco di danza come Prandelli e Montella di calcio: 0, assoluto.

In alcuni momenti non riesco nemmeno a trattenere un sorriso durante alcuni movimenti di sicuro appeal artistico che però, ai miei occhi ignoranti e medievalmente maschilisti, appaiono decisamente ridicoli.

Non difetto di sensibilità artistica e, presumo, nemmeno umana.

Non ho maschilismi di sorta (mah), quantomeno dinanzi allo spettacolo.

Per le donne ho meno fastidio, indi qualcosa da discutere a livello etico ci sarebbe, mi sa.

Boh, credo che in assoluto dipenda dal fatto che per il ballo, escludendo il Tango che mi ispira sensualità e stile, ho una latente -manco troppo- forma di idiosincrasia che istintivamente accosto alla mia piacente ma complessa natura fisica, nel senso che essendo un legnoso di natura, poco avvezzo alle smancerie ed alle smorfie, tendo ad identificare i danzatori come abili sviolinatori alla disperata ricerca del consenso.

Percezione di certo erronea, datosi che il ballo si fonda notoriamente su sacrificio, impegno, ricerca della perfezione, studio, allenamento, disciplina.

Il ballo quello serio, si intende.

Non la mondezza latina importata e similia.

Dinanzi al film di Fiennes mi sono posto però senza alcun pregiudizio, con la curiosità di scoprire un personaggio unico di cui ho letto qualcosa e con l’intento di approfondire la suddetta figura in maniera maggiormente critica e, oserei dire, anche tecnica.

Dopo la prima ora di proiezione, invece e purtroppo, ero lì a chiedermi se fosse stato giusto pagare un biglietto per cotanto scempio (si fa per dire: non si arriva a questi livelli di goffaggine e bruttura).

Fiennes è riuscito a rendere il protagonista talmente antipatico, odioso, fastidioso, egoista, lagnoso e scassacazzi da dovergli tifare contro in maniera spudorata, impossibile farne a meno.

Giocando sui flashback il film scorre via più o meno fluidamente, seppur in modo abbastanza confusionario.

Mi rendo conto che detta così possa apparire una contraddizione, ma la sensazione è esattamente questa.

Si, è ok, però…

Qualcosa non torna: innanzitutto la personalità multiforme dell’artista viene rappresentata in una forma aggressiva, invadente, impudica, arrogante di un’arroganza infantile e rozza piuttosto che geniale e istericamente connessa al suo lavoro/alla sua arte, come immagino che fosse.

Non discuto che il ballerino possa essere stato un personaggio tanto carismatico quanto odioso, per carità.

Le cronache ne parlano come uno meno simpatico di Fabio Fazio ma anche in grado di esprimere una profonda umanità, un rispetto professionale ed una riconoscenza abbastanza rara, ancor di più in determinati ambiti.

Mi lascia perplesso la scelta di disegnarlo in una forma staticamente odiosa ma volutamente mitizzata senza poi, di fatto, andarne a ricercare le genesi comportamentali, le tensioni emotive basiche, le psicosi natie, le pazzie originali.

Il bambino Nureyev mi appare canzonatorio, irreale, eccessivamente schematico nella sua presunta stramberia.

Meglio quando da adolescente si impunta sull’acquisto del trenino elettrico, in quanto legato ad una passione che coinvolge anche il sottoscritto, altrimenti -volendo essere obiettivi- anche in questo caso ce ne sarebbero da dire.

Di sicuro vi è l’idea del regista di miscelare il tutto come se fosse un cerimoniale in memoria del cardine per eccellenza, modulando ogni cosa come se apparentemente non avesse un senso logico ma poi, in realtà ne possedesse molteplici e neanche troppo reconditi.

In sintesi: personaggio imprevedibile, sparpagliato, irascibile ed incasinato.

Idem l’opera in oggetto, nel desiderio di ricalcarne le imprevedibili gesta e l’indomabile impeto caratteriale.

Per quel che mi concerne, tentativo riuscito a metà.

Anzi: meno della metà, direi.

Ala fine lo spettatore non apprende più di quel che già sapeva sull’uomo Nureyev.

Non che il film debba servire a quello, no: ma quantomeno a fornire un pizzico di input nell’andare oltre, presumo e voglio sperare di si.

La stessa sessualità del tartaro viene affrontata con una certa banalità mista a confusione, che se era comprensibile nello spirito del danzatore durante la propria vita, è meno intrigante se raccontata dopo, analizzandola (o tentando di farlo) con un approccio cadenzato, confinato, schematizzato.

Ribadisco che non capisco una mazza di danza, peggio di sesso e poco di cinema.

Altrove ne parleranno come di un capolavoro e mi sforzerò di comprenderne le ragioni.

Io lo boccio, senza dubbio alcuno.

Per meglio dire: salvo il cast, dal protagonista in giù.

Ottimo Fiennes come attore in una parte non facile, quella del pacatissimo ma sofferente maestro cornuto, e limitato da un sistema opprimente e poco valorizzante nei confronti di coloro che vivono di passioni apparenti e celate nell’anima, piuttosto che nella retorica e nell’apparire.

Un elegante e distinto cuckold di dimensioni cosmiche con una irriverente forma di triolagnia involontariamente comica ma necessaria allo svolgimento della storia, non soltanto cinematografica.

Unione Sovietica che fu e che ancora è, in taluni aspetti.

Fascino immane, altroché.

Tornando al buon Ralph: molto peggio come regista, sempre IMHO.

Ritmo lento, finale raffazzonato, scena dell’aeroporto con una tensione che oscilla tra il Derrick degli ultimi episodi e il Franco e Ciccio dei primi anni, abbozzamenti descrittivi…

Si è capito: senza pretese, detto in amicizia e con lo spirito di un blog letto da me e da dal mio alias di posta elettronica, sto film è una delusione.

Non atroce, perché seppur soffrendo nell’ultima mezzora, si riesce a vedere sino alla fine.

Ma comunque rilevante, tenendo conto che la figura centrale si prestava ad una serie infinita di occasioni e che il gruppo di attori è stato abbastanza indovinato.

Forse troppe occasioni, ecco, a voler immaginare un limite e/o cercare un’attenuante.

E niente: tra me e il mondo della danza non scoccherà mai la scintilla.

Mai, per fortuna di entrambi.

NUREYEV – THE WHITE CROW: 5

V74

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