• Il Pitone


“Una di quelle persone che adoro sentir parlare, sempre. Si preoccupava più della squadra che di se stesso. Un fenomeno!”

Parole e musiche di Diego Armando Maradona per introdurre il connazionale Osvaldo César Ardiles: una presentazione inequivocabilmente esemplare.
In effetti Ardiles può essere tranquillamente considerato tra i migliori interpreti del suo ruolo, sia nella propria generazione che anche di quelle precedenti e delle successive.

Agosto del 1952 in quel di Cordoba, seconda città argentina per popolazione e luogo ove la storia e l’industria si fondono in maniera inusuale quanto funzionale.
Il padre è avvocato, la madre casalinga.
Quattro gli eredi, tra i quali il futuro centromediano della Selección.
La condizione agiata, un privilegio per quei tempi e per la stragrande maggioranza dei ragazzini sudamericani, consente al piccolo Osvaldino di crescere sereno e spensierato, incuriosendosi agli studi e divertendosi come un matto a giocare a calcio con i fratelli maggiori Tucho e Manuel ed il loro gruppetto di amici.
Si, perché il nostro a 6/7 anni rivaleggia con giovinastri che hanno circa il doppio della sua età.
E se la cava alla grande, datosi che ormai i suoi coetanei non riescono più a stargli dietro da un bel pezzo.

A soli nove anni entra nelle giovanili dell’Instituto de Cordoba, uno dei più importanti club della città dove il padre collabora saltuariamente con la dirigenza.
Solo per ragioni professionali, datosi che a stento guarda i Mondiali in TV.
Nella Estrella Roja, il team junior della società, milita per quattro stagioni.
A 13 anni il salto nella Divisione Giovanile, propedeutico all’inquadramento di coloro che potrebbero avere la chance, in futuro, di esordire in prima squadra.
Qui incrocia i tacchetti con quel Mario Kempes che, una quindicina di anni dopo, sarà suo compagno in un indimenticabile trionfo.

Sin da piccolo Osvaldo si sente tagliato per il mondo del pallone.
Si accorge presto di avere tecnica e fiato ed è convinto di poter indossare un giorno la maglia albiceleste della Nazionale argentina.
Studia seriamente e si allena duramente.
Il suo fisico è snello e scattante, ma è bassino e poco muscoloso, ragion per cui si preoccupa di non essere all’altezza di parecchi suoi compagni, ben più prestanti, rispetto ai quali cerca di imporre il suo gioco fin da giovanissimo.
Lui non può ancora averne piena consapevolezza, ma sta nascendo il prospetto di un campione.

Il passaggio alla scuola superiore certifica il proseguimento della carriera, poiché i genitori hanno spiegato al ragazzo che potrà fare quel che gli garba solo a patto di portare a casa pagelle degne di cotanto nome.
Osvaldo ha cervello, sia in campo che fuori.
E riga dritto.

Gioca anche a Tennis Tavolo e vince diversi tornei.
Ma la strada è ormai tracciata.

Termina il liceo, si iscrive all’Università (Legge) e svolge il servizio militare.
Nel frattempo si impone con l’Istituto de Cordoba ed esordisce in seconda serie.
Gioca in mezzo al campo, davanti alla difesa, ed ha il compito di proteggere i suoi compagni che lottano contro le punte avversarie.

Nel 1974 attraversa la città e passa al Club Atlético Belgrano, per poi essere girato dopo appena una stagione all’Huracán di Buenos Aires.
Società ambiziosa e che bazzica le zone buone della graduatoria in prima serie.

Osvaldo Ardiles è sbarcato nel Calcio che conta.
Con la casacca dei Los Quemeros (I piromani) fa bella figura, grazie ad un gruppo che ha vinto il campionato nel 1973 e che può contare su parecchie individualità di rilievo.
Non ottiene titoli, purtroppo.
Ottimi piazzamenti si, però, che suscitano l’apprezzamento di critica e tifosi, unanimemente concordi nel lodare un team che gioca bene ed attira l’attenzione di sponsor importanti (Adidas, in primis) e di parecchi club del vecchio continente che mettono nel mirino i migliori elementi della rosa.

La situazione politica e militare del periodo non suggerisce -quando non impone- di spostarsi oltre lo stretto dovuto.

Inoltre ci sono i Mondiali da giocare in casa e Ardiles è tra i convocati.

Il clima -1978- è a dir poco torrido, in Argentina.
Il regime sfrutta l’occasione per fini propagandistici e l’atmosfera ne risente moltissimo, sul terreno di gioco e sugli spalti.
Il comunista Menotti si fa la croce con la mano sinistra ed organizza una compagine tosta e compatta.
Fuori dai convocati il giovanissimo Maradona, ritenuto ancora troppo acerbo per certi palcoscenici.
Esclusi tutti gli elementi che militano all’estero , tranne Kempes.
Dentro tutta gente con garra e forza fisica come marchio di fabbrica.

Ossie, come è soprannominato il nostro Osvaldo, è titolare.
Parecchi addetti ai lavori mugugnano.
Quasi tutti, ad onor del vero.
Il giocatore possiede qualità importanti, non si discute, ma è considerato ancora altalenante per calcare determinati palcoscenici.
Menotti ha la testa dura e conosce il suo mestiere: se ne frega dei giudizi e punta su di lui.
Lo inserisce sul centro-destra, a protezione della difesa e con compiti di interditore e di primo organizzatore di gioco dopo il recupero della sfera.
Insieme al forte portiere Fillol, al carismatico battitore libero Passarella ed all’imprevedibile trequartista Kempes -si, proprio lui-, il buon Ardiles costituisce la spina dorsale della squadra.

L’Argentina vince per la prima volta il Campionato del Mondo, seppur con diverse polemiche a contorno, come prevedibile e come previsto.


Osvaldo Ardiles corona il suo sogno da bambino, entra nell’olimpo dei grandi ed a fine torneo riceve diverse proposte per emigrare in Europa.
Lui ne parla a Silvia, una dolce studentessa con la quale era scoccata la scintilla amorosa mentre preparavano insieme un esame universitario e che era poi diventata sua moglie, e decidono di accettare eventuali offerte di un certo tipo.
Alcuni paesi hanno ancora le frontiere chiuse per il tesseramento degli stranieri, ma in Inghilterra il mercato è da poco libero e la sostanziosa proposta del Tottenham Hotspur convince anche i dirigenti dell’Huracán a privarsi -seppur a malincuore- del proprio giocatore.

Il viaggio da Buenos Aires a Londra prevede la presenza di due Campioni del Mondo: il Tottenham infatti preleva dal Racing Club di Avallaneda anche un altro centrocampista, nonché nazionale argentino, Ricardo Villa.
Quest’ultimo non è convintissimo di trasferirsi all’estero, quantomeno inizialmente, ma il tempo sarà testimone di quanto la scelta di investire nella coppia si rivelerà fruttuosa, sia per gli inglesi che per i sudamericani.

Perché Ardiles e Villa nella perfida Albione scrivono pagine indimenticabili di Calcio vincendo due Coppe d’Inghilterra (1981, 1982), la prima nella storica centesima edizione della FA Cup vinta grazie al fondamentale contributo di Villa, autore di una doppietta nella finale contro il Manchester City, e una Supercoppa, la Charity Shield, nel 1981.

Il Tottenham in campionato staziona a metà classifica.
Ardiles mostra qualche difficoltà iniziale di ambientamento, poi prende le misure a compagni ed avversari e si assicura una triplice copia delle chiavi del centrocampo degli Spurs, dove agisce da par suo.

I Mondiali in Spagna del 1982 vedono l’Argentina tra le favorite, in virtù della presenza dell’asso Maradona e di una squadra ricca di altre ottime individualità.
Menotti conferma l’asse mediano Ardiles-Gallego, con il primo che indossa un inusuale numero 1 sulle spalle, derivante dall’ordine alfabetico con cui sono state diramate le convocazioni e poi assegnate le maglie (esclusa la 10 ad appannaggio del Pibe de Oro, ovviamente).
Villa ha chiuso con la Nazionale dopo il 78, Ardiles lo farà al termine della kermesse iberica, allorquando sarà l’Italia di Bearzot e Paolo Rossi ad estromettere i sudamericani dalla contesa, lanciandosi verso il meraviglioso trionfo di Madrid.

Ossie torna in Inghilterra ma per poco tempo: la guerra scoppiata tra il paese dove vive e lavora e quello d’origine per la supremazia nelle Isole Falkland lo costringe all’esodo in terra francese, in prestito al Paris Saint-Germain.
In virtù del possesso di passaporto italiano, che funge da protezione burocratica, Villa può restare in Gran Bretagna.
Lo farà per pochi mesi salvo poi optare per gli USA, firmando con i Fort Lauderdale Strikers.

Una brutta pagina di storia militare e sportiva che Ardiles vive con enorme disagio personale, e ci mancherebbe, con l’aggravante di un cugino perso in battaglia a rendere il tutto ancor più triste e devastante di quanto non lo sia già di per sé.

Al termine del conflitto Ardiles può tornare al Tottenham dove rimarrà sino al 1988, se si escludono due brevissime parentesi in prestito: la prima come guest star promozionale agli australiani del St George FC nel 1985 e la seconda negli ultimi suoi mesi di contratto con gli Spurs, giocando per gli inglesi del Blackburn Rovers.

In questi anni Ossie è protagonista di una squadra che riesce ad arrivare spesso nelle prime posizioni del campionato e che centra un successo internazionale di gran pregio.
I Lilywhites difatti vincono la Coppa Uefa nel 1984, sconfiggendo in finale i begli dell’Anderlecht.
Insieme a Glenn Hoddle ed altri buoni giocatori l’argentino entra nel cuore dei tifosi londinesi -che durante la guerra di cui sopra si schierano apertamente in suo favore, scatenando furiose polemiche in patria- e si impone tra i migliori centrocampisti del suo tempo.

Dotato di un fisico esile e non certo scultoreo, Ardiles è stato in grado di sfruttare il suo cervello -tutt’altro che minuto- e la sua tecnica eccelsa per dominare la scena.
Visione di gioco ed accortezza al Top di gamma: un suo passaggio sbagliato veniva sottolineato quasi come fosse un evento, tanto erano precisi i suoi appoggi e puntuali i suoi lanci.
Geometra del centrocampo, proteggeva la difesa e dava ordine ai suoi compagni, scandendo i tempi di gioco e regolando il giusto timing, il ritmo della compagine che gestiva con efficienza e grinta.
Centromediano, metodista, volante, interditore, regista.
Diversi giocatori in uno, a far la fortuna di tecnici e compagni che potevano fregiarsi della sua presenza.
All’occorrenza difensore, libero, arretrando di qualche metro il raggio d’azione, ove richiesto.
“Il Pitone”, come lo definì scherzosamente il fratello -imitato ben presto da una intera nazione- per l’abilità nello sgusciar via agli avversari e nel determinare quando era il momento esatto di affondare il colpo della giocata.
Si inseriva con discreta frequenza anche in avanti, andando talvolta al tiro, per quanto non segnasse con grande frequenza e preferisse di gran lunga gli assist alle conclusioni a rete.
Generoso ed altruista, ha saputo far gruppo e farsi stimare da tutto l’ambiente del Calcio.
Un leader silenzioso quanto efficace, in possesso di una dote rarissima nel mondo del pallone, ossia la capacità di rendere apparentemente semplici le cose in realtà più difficili.
Uno di quegli elementi imprescindibili nella costruzione di un team vincente.

Per due volte è stato vicino a giocare nel torneo italiano.
La prima nel 1982, dopo i mondiali e nel caos di cui sopra, quando Bagnoli – tecnico del Verona- suggerisce alla sua dirigenza l’ingaggio del sudamericano.
Un’investitura, verrebbe da dire.
Bagnoli è uno che sapeva e che sa il fatto suo, altroché.
L’affare salta in quanto il Tottenham non vuole privarsi di Ardiles a titolo definitivo, per questo lo manda a Parigi soltanto in prestito.
Lo cerca pure la Samp, offrendo bei quattrini ed una lussuosa villa sul mare di Genova.
La trattativa si arena però presto, spingendo i liguri a virare su altri obiettivi.
identico risultato per interessamenti dalla Spagna.

A Parigi la famiglia Ardiles si era trovata bene, vivendo in un grande appartamento in centro e scoprendo giorno dopo giorno la fascinosa capitale transalpina.
Lui non aveva reso come ci si aspettava ed era motivato a rifarsi.
Aveva iniziato pure a studiare la lingua, per tentare di ambientarsi al meglio, ma la nostalgia di Londra ed il contratto in essere con il Tottenham hanno messo fine al progetto di trasferirsi definitivamente dai nostri cugini.

Ardiles resta a Londra pure dopo aver salutato la sua ex squadra, passando al Queens Park Rangers.
Gioca poco e dopo un semestre firma per i Fort Lauderdale Strikers, in USA.
Pochi mesi ed ecco la firma con lo Swindon Town, nuovamente in Inghilterra, per cercare di riportare la squadra nel calcio che conta, con l’esperienza da giocatore e con la responsabilità di esserne anche l’allenatore.

In pratica inizia così la carriera di tecnico, datosi che quella di calciatore si conclude con poche presenze nello Swindon, essendo giunto alla soglia dei quaranta anni di età.

Due figli grandi, Pablo e Federico, che hanno resi nonni lui e Silvia.
Gli studi universitari non conclusi, un piccolo cruccio.
Una bella casa che affaccia sul mare di Marbella, in Spagna, quando è tempo di vacanze.
Quella Londra mai abbandonata, ove si è stabilito definitivamente.
Anche per quel Tottenham, che va a godersi allo stadio ogni volta che può.

Per una ventina di anni, dopo lo Swindon, Ossie ha allenato, pure club di buona tradizione come lo stesso Tottenham. Newcastle United e West Bromwich Albion, in Inghilterra.
E poi Dinamo Zagabria in Croazia, Guadalajara in Messico, Shimizu S-Pulse, Yokohama F·Marinos, Tokyo Verdy e Machida Zelvia in Giappone, Al-Ittihād in Arabia Saudita, Beitar Gerusalemme in Israele, Racing Club e Huracan in Argentina, Cerro Porteno in Paraguay.

Un autentico giramondo che ottiene qualche discreto risultato, in particolar modo in Giappone.
Disciplina ed organizzazione, il suo motto.
Non è affatto scarso, anzi, ma da calciatore ha vissuto tutta un’altra storia, inutile girarci intorno.

Con gli scarpini da gioco ai piedi ricordava un po’ Xavi (mostrissimo), nelle movenze.
Anche Jugovic (mostro), nelle geometrie e nell’intelligenza tattica: il serbo era fisicamente più prestante, però.

Ma Ardiles è stato un centrocampista “unico”, per certi versi.
E se l’è cavata bene anche come attore.
Nel celeberrimo Fuga per la vittoria, di John Huston, si diverte insieme a star quali Sylvester Stallone e Michel Caine e colleghi famosi come Pelè, Bobby Moore, Paul Van Himst ed altri ancora.
Esegue una bicicletta, un gesto tecnico che resta scolpito nella memoria collettiva dei tifosi di tutto il mondo, come gli è capitato quando ha indossato quel numero 1 ai Mondiali in Spagna.

Lui, che ha sempre schivato i riflettori e preferito la tranquillità, per quanto la vita gli abbia riservato diversi momenti di ben poca serenità, come detto.

Ah, dimenticavo.
Calciatore, allenatore, attore, cantante.
Negli anni 80 incide una canzone, Ossie’s Dream, una spassosa cantilena divenuta nel tempo un vero e proprio inno per i tifosi del TH.

Dopo una ottima stagione disputata col Tottenham, nel quale sovente indossa la fascia di capitano, il pragmatico Bilardo lo avrebbe portato ai Mondiali in Messico, se il mediano non avesse avuto alcuni problemi fisici che finirono per sconsigliarne il clamoroso ritorno in Nazionale.
Esperienza e sagacia tattica non sarebbero di certo mancate, sebbene in un calcio completamente opposto a quello adorato dal mentore Menotti.
Avrebbe potuto vincere il secondo mondiale, Osvaldo.
Si accontenterà di svariati premi individuali, della Coppa Uefa e di quel Mondiale indimenticabile vinto da Top.

Alla soglia delle settanta primavere gioca a golf, sfida a scacchi i suoi amici, svolge l’attività di commentatore per un paio di TV, è ambasciatore degli Spurs e gestisce una scuola calcio.
Ama il pallone come se fosse ancora un bambino.
Ha raccontato la sua avventura di vita e di sport in una interessante autobiografia (non tradotta in lingua italiana, finora) che mi pregio di aver letto, alcuni anni or sono.

Nel 2014 si è recato alle Falkland accompagnato dal figlio Federico -ed insieme all’amico Ricardo Villa- per girare un documentario prodotto dal famoso network ESPN.
Un brutto incidente d’auto e venti punti di sutura alla testa, l’esito del giro.
Nessuna altra conseguenza grave per il resto del gruppo, fortunatamente.
Niente da fare, Ossie: da quelle parti non è zona tua.
Proprio no.

Osvaldo Ardiles: il Pitone.

V74


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