• L’indomito

Molto spesso, in particolar modo nell’ambito musicale ma non solo, si parla di elementi “sottovalutati”.
Di talenti mai esplosi del tutto o, quantomeno, non valorizzati fino in fondo.

Talvolta è il carattere, a frenare l’ascesa.
In altri casi è il circondario.
Non di rado può essere la fisiognomica a determinare certe fortune, nella vita.
Quando non addirittura il nome/cognome, se non risulta “adeguato” al contesto.
Last but not least -e forse sarebbe da cambiarle destinazione e porla all’inizio della scena- è la Dea Fortuna a decidere le sorti dell’umano incedere.

Anche nel Calcio non mancano le carriere che avrebbero forse meritato maggiore considerazione.
L’elenco sarebbe lunghissimo e, ovviamente, alquanto soggettivo.

Nel listone io ci metterei, tra i tanti, pure il buon Paolo Beruatto.

Non un Campione nemmeno nei suoi sogni da bambino, diciamocelo subito.
Però un tipo bello tignoso che suda la maglia che indossa, attaccatissimo ai colori che rappresenta , in grado durante tutta la sua parabola sportiva di migliorarsi ogni giorno di più.
Insomma, per il mio modo di intendere il Calcio e la vita, uno da apprezzare.

Paolo Antonello Beruatto, Beru per gli amici, nasce all’alba del 1957 in quel di Cuorgnè, una quarantina di chilometri da Torino.
I suoi genitori gestiscono un bar a Rivara e lui cresce nella tipica provincia piemontese tra atmosfere agresti e campetti a dir poco rustici, dove ben presto si innamora follemente del pallone.

Un amore ricambiato, perché Paolo riceve in dote da Madre Natura un fisico asciutto e scattante che gli consente di correre come un matto, delineando fin da subito quello che sarà il suo ruolo futuro: fluidificante, rigorosamente di sinistra.
La tecnica di base non è eccelsa come in altri suoi coetanei, ma ci si può lavorar su.
Il carattere è invece anni luce più determinato rispetto ai suoi pari età.

Uno spirito indomabile, fin da bambino, che non può che trascinarlo nel mitico Filadelfia.
Settore giovanile del Torino, storia e tradizione: altissima scuola del pallone.

Beruatto ci arriva dopo una fugace parentesi nel Vallorco, nei dintorni di casa sua, ove ai dirigenti locali bastano una ventina di minuti per intuire che il giovane è destinato a platee importanti.

Nel Torino si impone come uno dei prospetti migliori ed è ancora un ragazzino quando gli viene concesso di allenarsi con i “grandi”: la prima squadra.
Reduci da un sorprendente secondo posto in campionato, in coabitazione con il Milan ed alle spalle dei cugini scudettati della Juve, i piemontesi di mister Giagnoni vivono una stagione di transizione, con risultati molto altalenanti.
Il presidente Pianelli, che di lì a qualche anno condurrà il Toro allo Scudetto prima di andare incontro ad un avverso destino personale, è tra i fautori del progetto giovani: invita il suo allenatore a convocarne il più possibile, facendo respirar loro l’aria del Calcio che conta e coinvolgendoli appieno nel lavoro di gruppo, nella speranza di forgiarne il carattere ed affinarne la tecnica.

Paolo si allena così con giocatori quali Ferrini, Claudio Sala, Agroppi, Castellini, Zaccarelli, Paolo Pulici e via discorrendo.
Non scende in campo in gare ufficiali ma l’esperienza è di quelle da far tremare i polsi di un appena sedicenne.

I granata decidono di farlo ulteriormente maturare mandandolo in prestito all’Asti, in serie D.
Beruatto accumula pochissime presenze, ma inizia a confrontarsi con le ispide ambientazioni del calcio dilettantistico.
A fine annata torna alla base, salvo ripartire dopo qualche settimana per un altro prestito.
Ancora in zona e sempre in serie D, questa volta all’Ivrea, dove la promessa granata ha maggiori possibilità di mettersi in mostra, prendendo parte a quasi tutte le gare in stagione ed offrendo un rendimento interessante, tenendo conto che parliamo di un calciatore appena maggiorenne.

Su di lui posano gli occhi diverse squadre di terza serie, tra le quali l’ambizioso Monza, che negli ultimi anni ha sfiorato la promozione in serie B ed è deciso a conquistarla senza se e senza ma.
Agli ordini del tecnico Magni vi sono ottimi elementi per la categoria: i bomber Sanseverino, Tosetto e Braida (si, proprio lui, il futuro dirigente di Milan e Barcellona), i centrocampisti Buriani, Casagrande e De Vecchi, che più avanti saranno protagonisti pure in massima serie, il portiere Terraneo, idem come sopra.
E Paolo Beruatto, arrembante terzino di fascia che trova poco spazio in una compagine costruita per vincere ma che mostra doti che convincono la dirigenza e lo staff tecnico a chiederne la conferma anche per la stagione successiva, allorquando il ragazzo si impossessa della maglia di titolare e disputa un’ottima annata in serie cadetta.
Il Monza sfiora il doppio salto, rallentando nelle ultime gare e vedendo svanire la possibilità di raggiungere per la prima volta nella propria storia la serie A.
Il copione si ripete dopo un anno, con i biancorossi che gettano alle ortiche la promozione nel rush finale, a favore dell’Avellino.
Ed incredibilmente si ripeterà a dodici mesi di distanza, ad un passo dal traguardo, con una inopinata sconfitta interna contro un Lecce senza obiettivi da raggiungere e con la successiva sconfitta nello spareggio contro il Pescara.

Una autentica maledizione che i brianzoli riusciranno a sfatare soltanto nel 2022, con il duo Berlusconi-Galliani al comando.

Nella stagione 178/79 Beruatto gioca solamente quattro partite, col Monza.
Nel mercato novembrino passa infatti proprio a quell’Avellino che pochi mesi prima aveva soffiato ai lombardi la promozione in massima serie.
Il calciatore, seguito a lungo, viene ritenuto un rinforzo ideale per una squadra che per la prima volta nella sua storia è in serie A ed ambisce ad una tranquilla salvezza.

Il vincolo del prestito col Toro è ormai scaduto da tempo ed il Monza, proprietario del cartellino, accetta l’offerta dei Lupi campani.
Il patron degli irpini, il focoso Antonio Sibilia, si reca personalmente ad incontrare il laterale per fargli firmare il contratto sul cofano della sua automobile, come racconterà lo stesso Paolo, intimandogli poi di salire in macchina e mettendosi baldanzosamente alla guida facendo cenno all’autista di spostarsi, con l’intenzione di accompagnare il nuovo acquisto in città dopo aver concluso l’affare.

In Irpinia Beru entra rapidamente nelle grazie dell’allenatore, Rino Marchesi.
Ed anche in quelle di parecchie tifose.
Il capello ribelle, il macchinone sportivo e l’andatura caracollante da dandy d’alto borgo lo rendono un tipetto molto apprezzato dalle fanciulle, che fanno a gara per conquistare le sue attenzioni.
Sibilia, un presidente vecchio stampo, rigido e paterno, lo “spinge” verso frequentazioni stabili.
Il ragazzo si fidanza così con una dolce donzella del luogo.
Al sud si ferma per altre due stagioni, la seconda delle quali con Vinicio come tecnico.
L’Avellino centra due comode salvezze ed una terza miracolosa, nonostante una penalizzazione di cinque punti per lo scandalo del Totonero.
Il terzino di scuola granata è titolare inamovibile.
In quegli anni il Partenio è un vero e proprio bunker, nel quale i campani costruiscono le proprie permanenze in una serie A tosta come non mai.
E Beruatto ne fa parte a pieno titolo, contribuendo a proteggere il fortino issato dinanzi al portiere Tacconi insieme ad autentici mastini quali Cattaneo, Di Somma, Favero.


Vive la drammatica esperienza del terremoto di novembre del 1980 e lega ancor di più col territorio che lo ospita.
Sempre nel 1980, a fine maggio, partecipa ad una tournée di cinque gare in Australia con il Milan, in prestito.
I rossoneri ne apprezzano le caratteristiche, ma la loro retrocessione d’ufficio a causa del sopracitato Totonero chiude ogni ragionamento a riguardo.

Nell’estate del 1981 Paolo Beruatto viene ceduto al Torino.
Pur nella gioia di riavvicinarsi alla sua famiglia, è un colpo al cuore.
I dirigenti avellinesi hanno intenzione di puntare sul promettente Limido (inizialmente prestato al Varese) ed a fargli posto è proprio il piemontese, che lascia la sua fidanzata ed una terra che ama e torna a casa.
Difatti il Toro dei giovani, come è stata soprannominata la compagine affidata all’allenatore Giacomini, decide di riprendersi uno dei figli del Filadelfia.

All’ombra della Mole si ferma per ben sei stagioni giocando da titolare, con Bersellini prima e con Radice poi.
Due sergenti di ferro che non rinunciano quasi mai alle prestazioni del riccioluto laterale.
Lega in particolar modo col forte brasiliano Junior, cervello calcistico di raro spessore, che lo lancia in campo aperto sfruttandone le doti di velocista.

Il Toro arriva secondo alle spalle del Verona, nel 1985, ed un paio di volte si qualifica per la Coppa Uefa.
Nel 1982 perde in finale di Coppa Italia, contro l’Inter.
Gioca un bel calcio e Beruatto è tra i protagonisti del team.
Sostituisce il suo amico ed idolo Roberto Salvadori e si impone con una maglia storica come quella granata.

Laterale a tutta fascia in una epoca in cui le posizioni sul terreno di gioco erano tatticamente rigide, ai limiti della staticità.
Paolo dispone di un piede sinistro che è bravo e tenace ad educare nel tempo, migliorando molto sotto l’aspetto tecnico, rispetto agli esordi.
Ha grinta, forza fisica e polmoni.
Non molla di un millimetro e lavora ogni giorno, in ogni singolo allenamento, per salire di livello.
Carattere e mentalità al servizio dei compagni e per il bene della squadra e l’agonismo come ragione di vita.
Si: Paolo Beruatto è stato un terzino moderno, quasi un centrocampista aggiunto, bravo in entrambe le fasi, in grado sia di marcare il proprio avversario (che in quel Calcio era il classico numero 7, ala destra vecchio stampo con passo veloce e tecnica mostruosa) che di spingere sulla corsia di riferimento.
Mi ricorda molto il bosniaco Lulic (anche se ad onor del vero quest’ultimo ha giocato quasi sempre da quinto di centrocampo ed evidenziando una maggiore propensione realizzativa, rispetto all’italiano): tecnica non eccelsa, talvolta un po’ arruffone nel gioco, ma tanto cuore, tanta generosità e tanta tigna.
Inoltre Paolo è bravo ad aggredire gli spazi, a proporsi in avanti, ad inserirsi dalle retrovie creando scompiglio con la sua corsa potente ed inesauribile.
Avrebbe anche un buon tiro ed un discreto stacco di testa, ma non sempre sfrutta tutte le sue doti a dovere, a parer mio.
Gli allenatori -alcuni importanti, come detto- lo stimano, i tifosi lo ricordano a decenni di distanza.
Tutto ciò non può essere un caso.

Tra i tecnici che lo apprezzano vi è il grande Osvaldo Bagnoli, che pensa a lui quando a Verona c’è bisogno di sostituire Marangon, che dopo lo straordinario Scudetto scaligero si trasferisce all’Inter.
Il Toro spara alto e così fa anche l’anno dopo, quando sul giocatore piombano pure Napoli e Udinese.
I granata lo offrono invece alla Lazio, con tre miliardi a conguaglio, per ingaggiare Manfredonia.
Quest’ultimo rifiuta e la trattativa salta.

Il biancoceleste è scritto nel destino del Beru, però.
Nell’estate del 1987, dopo aver raggiunto una epica salvezza agli spareggi, la Lazio di Fascetti è alla ricerca di giocatori forti per ritornare in serie A.
Ne arrivano diversi, alla corte del presidente Calleri: il portiere Martina, il fantasista Muro, gli attaccanti Galderisi e Monelli, oltre ad altri buoni mestieranti per la categoria.
Per completare l’opera serve un buon terzino sinistro, datosi che Magnocavallo è in uscita.
Vengono attenzionati tre profili: i partenopei Carannante e Volpecina non hanno intenzione di scendere di categoria e rifiutano il trasferimento.
Beruatto invece accetta con entusiasmo: l’idea di giocare in una piazza come quella romana, seppur in cadetteria, lo alletta parecchio, come esperienza sportiva ed umana.
Poiché il laterale granata è regime di svincolo, e con la legge Bosman ancora ben lungi dall’essere in vigore, bastano 700 milioni delle vecchie lire per chiudere l’accordo.
Nonostante la società romana proponga un triennale, Paolo opta per un annuale con opzione di rinnovo, per essere sicuro di poter decidere autonomamente se fermarsi a Roma più a lungo.

Nella capitale trova un allenatore che lo stima -con il quale crea un feeling istantaneo e possente- ed una piazza esigente e palpitante, nonostante gli ultimi anni siano stati impregnati di sofferenze e tribolazioni.

L’indimenticabile epopea dei “meno 9” è ormai alle spalle e la Lazio sgomita per tornare a calcare i campi della serie A.
Ci riesce, con qualche patema, chiudendo al terzo posto della graduatoria.
Paolo Beruatto brinda con la società, lo staff tecnico, i compagni ed i tifosi ad un traguardo fondamentale, che andrà a porre le basi per la straordinaria Lazio cragnottiana che verrà.

Il terzino gioca una stagione ad ottimi livelli, costantemente tra i migliori e con un rendimento eccellente sia in fase difensiva che in quella offensiva, macinando chilometri e garantendo una continuità che lo convince ad allungare il contratto di altri due anni, datosi che la città e la tifoseria biancoceleste lo hanno colpito sin dal primo impatto.

Tanto è vero che festeggia la promozione con un impeto incredibile, come se si fosse trasformato nella reincarnazione del mitico Luigi Bigiarelli.

Ad inizio del torneo successivo Fascetti rompe con Calleri e lascia Roma, venendo sostituito da Materazzi, con il quale Beruatto instaura un buon rapporto, continuando ad essere il padrone della fascia sinistra, anche se il distacco con tecnico della promozione in A crea non pochi problemi a tutto l’ambiente Laziale.
La squadra pareggia più partite di quelle che gioca -eufemismo- e finisce decima, a metà classifica.
Una annata di assestamento, seguita da un’altrettanto placida stagione -culminata col nono posto in classifica- nella quale Paolo è quasi spettatore, con appena una decina di presenze.
La Lazio preleva dal Mantova -per un corrispettivo di circa cinquecento milioni delle vecchie lire- l’arrembante Raffaele Sergio, dal Mantova, omologo di Beruatto nel ruolo e scelta principale sulla corsia mancina nello scacchiere tattico di Materazzi.

L’escalation di Sergio pone fine all’esperienza di Beruatto alla Lazio.
Calleri offre la panchina a Dino Zoff e cede il calciatore piemontese a titolo definitivo al Mantova, in una operazione che prevede il passaggio al settentrione anche del centrocampista Manetti -in prestito- e , qualche mese più tardi, del difensore Nardecchia, anch’egli a titolo definitivo.
Percorso inverso per il centrale difensivo Lampugnani e per il jolly Bacci, che diventerà un pupillo di Zoff.

Il Mantova è in serie C.
Società ambiziosa, reduce da un buon quinto posto e vogliosa di salire di categoria, come l’ingaggio del quotato allenatore Catuzzi sta a testimoniare.
Davanti agiscono il bomber Rebonato e l’esperto Bergossi, ispirati dalla fantasia del funambolico Sciannimanico e dalla geometrie dell’ex romanista Valigi, con il bravo portiere Benevelli e il succitato Beruatto ad apportare esperienza e carisma al team.
Purtroppo i virgiliani incappano in una stagione disastrosa ed in una retrocessione inaspettata, nonostante – o forse proprio a causa di- ben tre cambi in panchina.

Paolo si ferma a Mantova pure l’annata successiva, mettendo insieme poche presenze e senza incidere.
Ancora tre cambi in panca, con un quarto posto finale che serve soltanto a mantenere la categoria e ad aumentare i rimpianti.
I lombardi vinceranno il torneo dopo dodici mesi, ma Paolo Beruatto ha ormai appeso gli scarpini al chiodo.
A 35 anni suonati, con diversi problemi fisici che iniziano a sommarsi l’uno all’altro, è ora di chiudere bottega.

O per meglio dire: di aprirne un’altra, cioè quella di allenatore.
Inizia proprio dalla Lazio, nel settore giovanile.
Poi guida diverse compagini in C ed in Eccellenza.
Ritorna nei settori giovanili con Palermo e Sampdoria, vincendo con quest’ultima un campionato Allievi Nazionali.
Successivamente segue Rino Gattuso al Sion, in Svizzera, al Palermo ed infine in Grecia, all’OFI Creta.
Dopo una stagione a Brescia, nell’Under 17, viene chiamato ad occuparsi dei giovani della Juventus.

Felicemente sposato con la bella Giovanna e padre di ben quattro figli: uno, Pietro, è a tutti gli effetti il suo erede sportivo, avendo sfiorato (2022) la serie A col Pisa.
Terzino sinistro, naturalmente.
L’altro maschio, Andrea, è attore.
Greta è stata Miss Toscana e finalista di Miss Italia, nel 2020.
Giulia, la primogenita, vive e lavora invece a Trieste.

Da calciatore una bacheca scarna e oltre duecentocinquanta gare in serie A, un centinaio in B.
Nessuna convocazione in Nazionale, neanche nelle giovanili, ma una costante presenza tra i migliori terzini sinistri del campionato.
Da allenatore tante esperienze con diverse soddisfazioni, ma una carriera mai decollata del tutto, forse -ipotizzo- anche a causa del suo carattere gioviale, schietto, leale che, soprattutto oggi, nel mondo del calcio -ancor di più nel gotha- non sempre paga, tutt’altro.

Eppure, tocca ribadirlo, nessun tifoso ne ha mai dimenticato le gesta in campo e tutti coloro che hanno avuto a che fare con l’uomo (e l’allenatore) ne parlano benissimo.

Chissà che il figlio Pietro -già nel giro delle varie Nazionali giovanili- non riesca ad emularne i risultati in campo pure in prima serie e, perché no, magari possa andare oltre l’epopea paterna, in termini di successi personali e di squadra.

Per il momento tengo caro il ricordo del Beru senior.
In particolar modo quello del periodo Laziale, con la sua folta chioma a spingere sulla corsia mancina e la bella figurina Panini in compagnia del buon Raimondo Marino, a riportarmi indietro nel tempo.

Altro Calcio, altro mondo.
Paolo Beruatto: l’indomito.

V74

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