- La Cornacchia del centrocampo
Paulo Silas
Quanto mi piacevano i centrocampisti della Sampdoria, negli anni ottanta e novanta.
Brady, Souness, Cerezo, Briegel, VIctor, Katanec, Mykhaylchenko, Jugovic, Gullit, Platt, Karembeu, Seedorf, Veron, Boghossian…
In ordine di arrivo, se la memoria funge ancora un po’.
Gran bella gente, vero?
Alcuni di loro campioni veri, porca miseria.
Non che mancassero italiani bravi, ad onor del vero.
Beccalossi, Lombardo, Matteoli, Scanziani, Pari, Evani, Fusi, Galia, Dossena ed altri ancora, in ordine -stavolta- sparso.
Ma gli stranieri mi piacevano una cifra e, diciamocelo francamente, anche i tifosi blucerchiati la pensavano (e la pensano) allo stesso modo.
Centrocampo a cinque: Gullit, Veron, Jugovic, Cerezo, Seedorf.
Sto avendo una erezione, mente lo immagino.
Nella lista degli stranieri ne manca almeno uno che dovrebbe esserci.
I più attenti l’avranno di certo già notata, questa “assenza”.
Sì, manca proprio lui: Paulo Silas do Prado Pereira, alias Paulo Silas.
Uno che aveva tutti i mezzi per sfondare nel Bel Paese.
Ma che, per varie ragioni, non sfondò.
No, decisamente no.
La storia, comunque, inizia nell’estate del 1965.
Paulo viene al mondo in quel di Campinas: zona sud-orientale del Brasile e stato di San Paolo, giusto per diversificare i nomi.
Ha un fratello gemello, Paulo Antonio.
Ed uno maggiore, Eli Carlos.
Giocheranno tutti a calcio, perché il pallone è di casa in famiglia.
Padre, zii, cugini: tra dilettanti e professionisti, quasi tutti hanno militato in qualche squadra.
Ed altri lo faranno in futuro, per la cronaca.
Paulo, sin da bambino, mostra doti veramente notevoli.
Milita in diverse compagini della regione prima di essere aggregato alle giovanili del San Paolo, a soli quindici anni di età.
Con i biancorossoneri Paulo Silas regala spettacolo, a livello juniores.
Gioca da centrocampista centrale, organizzando la manovra e andando spesso a rifinire, col suo fisico slanciato ed un destro a dir poco fatato.
Tra i suoi coetanei è un fattore e le Nazionali giovanili brasiliane iniziano a monitorarne la crescita.
Maggiorenne, viene lanciato nel club paulista dal tecnico Cilinho.
Quest’ultimo è un allenatore di grande personalità, oltre che un notevole scopritore di talenti.
Invita Paulo a leggere molti libri, perché un calciatore ignorante è per lui un giocatore a metà.
Inoltre spiega al giovane che per avere una carriera importante e longeva è fondamentale evitare inutili eccessi, concentrandosi piuttosto sulla professione e sulla integrità della propria vita familiare.
“Non andare a zoccole e non bere come un alcolizzato“, per farla breve.

Silas recepisce i consigli del suo mister e diventa una colonna dei Menudos do Morumbi, cioè un team di giovani forti e coesi, che debbono il soprannome ad una altrettanto giovane boy-band portoricana (i Menudo) al tempo molto in voga nel Sud America.
Careca, Oscar, Dario Pereyra, Gilmar, Falcao (per un breve periodo), Muller, Sidney e lo stesso Silas sono tra gli elementi più qualitativi del club, che pratica un calcio sbarazzino e ben organizzato che frutta due campionati paulisti (1985, 1987) ed un campionato brasiliano (1987).
Pepe, che sostituisce Cilinho nel 1986, continua l’ottimo lavoro del suo predecessore.
Nel frattempo Paulo Silas ha esordito nella Nazionale Juniores del Brasile ed ha partecipato anche al Mondiale Under 21 del 1985, svoltosi in Unione Sovietica, trascinando i suoi compagni al primo posto della competizione e vincendo il premio di miglior giocatore della kermesse, nonostante la concorrenza di tanti futuri campioni.
Un riconoscimento importante e che attesta la valenza internazionale del ragazzo, convocato nella Nazionale Maggiore per i Mondiali Messicani del 1986.
Sì, i più emozionanti di sempre.
Per me, certo.
Zico, Careca, Junior, Falcao, Socrates, Edinho, Alemao, Oscar.
Tanta roba, in aggiunta ad alcuni elementi in rampa di lancio come Muller, Branco, Josimar, Elzo, Julio Cesar e altri ancora.
Silas incluso, ovviamente.
I brasiliani vincono agevolmente il proprio girone iniziale, sconfiggendo per 1-0 la Spagna di Butragueno e Michel, ripetendosi con identico punteggio dinanzi all’Algeria di Belloumi e Madjer e chiudendo con un secco 3-0 rifilato all’Irlanda del Nord di Jennings e Whiteside.
L’istrionico allenatore Telé Santana ha organizzato una compagine equilibrata, in grado di regalare spettacolo ma, nel contempo, di saper randellare quando è il momento di doverlo fare.
La lezione del 1982, con i verdeoro a specchiarsi di cotanta classe e l’Italia operaia che nel frattempo va a vincere la Coppa del Mondo, è stata ben assimilata.
Il 4-0 con cui i sudamericani spazzano via la Polonia di Boniek e Smolarek è emblematico della forza dei brasiliani, con Paulo Silas che in questa gara, dopo aver collezionato una presenza in panchina nelle gara precedente, esordisce nel torneo subentrando nel finale al posto dell’amico Muller.
Nei quarti gli uomini di Santana beccano la Francia di Platini e Giresse, dando vita ad una gara folle, tra le più intense che io ricordi ai Campionati del Mondo.
Il Brasile passa in vantaggio, poi subisce il primo gol della manifestazione e spreca il rigore del match point.
Si va ai supplementari, quindi ai rigori.
La Francia ne sbaglia uno, gli avversari due.
I blues vanno avanti, grazie anche ad una buona dose di fortuna, mentre i sudamericani tornano -immeritatamente- a casa.
Silas gioca i supplementari, ma non viene inserito nella lista dei rigoristi.
Un peccato ed un mezzo rimpianto, probabilmente.
Col Brasile il nostro Silas partecipa poi a due edizioni della Coppa America (1987 e 1989), vincendo la seconda da protagonista.
Nel 1990 è convocato dal C.T. Lazaroni per il Campionato del Mondo, la mitica Italia 90.
Nella penisola il Brasile arriva con una rosa pregna di qualità e, anche, di quantità.
L’esordio vittorioso contro la Svezia di Limpar e Brolin (2-1) regala morale e convinzione ai verdeoro, che successivamente sconfiggono pure la Costa Rica di Conejo e Flores (1-0) e la Scozia di Leighton e Mo Johnston (ancora per 1-0).
Paulo Silas accumula una manciata di minuti, da subentrante, nelle prime due gare del girone, restando in panca nell’ultimo match.
Al suo posto gioca Valdo, forte trequartista che in quel momento è tesserato con i portoghesi del Benfica.
Al torno successivo, nella fase ad eliminazione diretta, i brasiliani beccano una sino a quel punto deludente Argentina, per un derby sudamericano dall’altissima tensione emotiva.
Il match è dominato dal Brasile, che però non riesce a trovare la via della rete.
Ad una decina di minuti dalla fine della contesa è Maradona ad illuminare la scena, con un geniale passaggio filtrante che manda Caniggia in porta, a siglare il vantaggio dell’Albiceleste.
Lazaroni manda subito in campo Silas, per tentare di aumentare il peso offensivo dei suoi, aggiungendo poco dopo anche Renato, sbilanciando il suo team alla disperata ricerca del pari.
L’espulsione di Ricardo Gomes complica ulteriormente i piani del Brasile, costretto a soccombere dinanzi agli avversari e, di fatto, eliminato dal Mondiale pur avendo, ai punti, meritato il passaggio del turno.
Ma il calcio non è la boxe, è risaputo.
Al termine della manifestazione, vinta dalla Germania Ovest che in finale ha piegato le resistenze proprio dell’Argentina, Paulo Silas è bombardato di richieste da club europei.
Il ragazzo, all’apice della sua carriera, milita da due stagioni nello Sporting di Lisbona, dove ha fatto faville mostrando le sue notevoli qualità tecniche e balistiche.

La compagine portoghese però ha notevoli problemi di liquidità ed è costretta ad interrompere anzitempo il contratto col giocatore, che per ragioni burocratiche e contrattuali viene momentaneamente trasferito al Central Espanol di Montevideo, in Uruguay.
Il suo procuratore ne approfitta per tastare il terreno con le pretendenti che, va detto, non mancano di certo.
Il fantasista, tempo prima, è stato a lungo nel mirino del Torino e della Roma, che poi hanno virato su altri obiettivi di mercato.
Genoa a Fiorentina, al termine del Mondiale, si fanno avanti.
Idem Benfica, Bayer Leverkusen, Stoccarda, Montpellier, Metz, Valencia, Siviglia, Ajax ed altre società del Vecchio Continente.
Tutti lo vogliono, insomma.
Ma nessuno se lo piglia.
Un classico.
Chi per un motivo, chi per un altro.
Influisce, senza dubbio, anche la situazione del suo cartellino, che “svolazza” tra Portogallo e Uruguay, con un paio di mediatori a mercificare sulla situazione.
Tutto nella norma, allorquando si discorre di calciatori sudamericani.
Alla fine della fiera, nell’autunno del 1990, Paulo Silas trova finalmente una squadra.
Branchini, il suo procuratore italiano, convince il Cesena ad investire sul ragazzo.
Figer, il potente faccendiere che cura gli interessi di Paulo da alcuni anni e che, in pratica, è proprietario del suo cartellino, si occupa invece di risolvere le questioni in sospeso tra le federazioni di Portogallo ed Uruguay, facendo arrivare in pochi giorni il transfer necessario ad ultimare le ultime pendenze per ottenere, infine, la liberatoria.
Paulo Silas, dopo un tentativo in extremis del Santos che non va in porto, sbarca in Italia, quindi.
Nel miglior campionato del pianeta, quantomeno all’epoca.

Il Cesena, allenato dal bravo e riconfermato Lippi, lotta per la salvezza.
La rosa non è particolarmente eccelsa.
Parecchi mestieranti, qualche buon elemento e diversi miracolati.
Gli stranieri, oltre a Silas, sono Amarildo e Jozic.
Non male, ma manco fenomeni.
Le reti dell’ex enfant prodige di scuola interista Ciocci non bastano a salvare Lippi dall’esonero, al termine del girone di andata.
Silas parte col botto, poi offre un rendimento abbastanza altalenante, comunque il linea con quello dei compagni.
Si vede lontano un miglio che è di ben altra categoria rispetto alla media del club, pur non riuscendo ad imporsi come da aspettative.
A fine stagione i romagnoli retrocedono mestamente in cadetteria, categoria nella quale il brasiliano, per classe ed ingaggio, sarebbe fuori luogo.
Sul calciatore piomba la Sampdoria, Campione d’Italia, che ha deciso di liberarsi dell’incostante Mykhaylchenko.
Il Cesena ha speso per il cartellino dell’ex Sporting Lisbona circa un miliardo e mezzo delle vecchie lire.
I blucerchiati se la cavano con meno della metà.
Paulo Silas firma con i doriani e si ritrova, ventiseienne, in una società ben organizzata ed in una rosa che solo poche settimane prima ha festeggiato il titolo più importante della penisola.
Oltre a godere della vetrina della Coppa dei Campioni, il più pregevole trofeo continentale.
La Samp, guidata dal mitico Boskov, può schierare gente di livello assoluto: Mancini, Vialli, Pagliuca, Vierchowod, Lombardo, Cerezo, Katanec ed altri ancora.
Silas, in teoria, sarebbe titolare.
Nella pratica le cose vanno diversamente.
Il brasiliano, come al solito, inizia alla grande.
Poi rallenta, progressivamente, sino a scomparire dai radar.
Boskov trova degli equilibri che non prevedono la presenza del sudamericano, oltretutto destinatario da parte del tifo sampdoriano dell’osceno soprannome di Cornacchia del centrocampo.
Perché, coincidenza o meno che sia, se gioca Paulo la Samp soffre e, spesso, perde.
I liguri in campionato stentano, bazzicando le zone centrali della classifica, per poi avvicinarsi addirittura alle posizioni di coda.
Quindi, con Silas relegato da riserva, scalano la graduatoria e chiudono al sesto posto, appena fuori dalla zona europea.
In Coppa Italia i genovesi invece si fermano in semifinale, eliminati dal Parma di Scala che andrà a vincere il trofeo nella doppia finale con la Juventus di Trapattoni.

Ma è in Coppa dei Campioni che la Sampdoria concentra maggiormente le proprie forze.
Rosenborg, Honved Budapest, Stella Rossa, Panathinaikos e Anderlecht debbono giocoforza lasciar passare gli uomini di Boskov, che trovano in finale il Barcellona allenato da Johan Cruijff.
A Londra, sede della finale, il match è divertente ed equilibrato.
Vialli spreca un paio di occasioni che solitamente non avrebbe sbagliato.
Il Barca è vivo, ma non riesce a concretizzare.
Si va ai supplementari, dove una punizione di Ronald Koeman nel finale evita la lotteria dei rigori e consegna il trofeo agli spagnoli.
Delusione atroce, per Mancini e compagni.
La gloria sempiterna sfiorata letteralmente per un soffio.
Paulo Silas, che nella finale è in panca, come detto paga dazio ad un centrocampo che con Cerezo, Katanec e Pari garantisce a Boskov corsa ed equilibrio tattico.
Ad inizio stagione vince il suo primo ed unico trofeo, nella penisola: la Supercoppa Italiana, conquistata da titolare, contro la Roma di Voller e Giannini.
A fine annata è sul mercato, invece.
Centrocampista offensivo, trequartista per vocazione e rifinitore per indole, Silas è calciatore elegante, di indubbie doti tecniche e di buon talento.
A metà tra il dieci e l’otto, quando i numeri avevano un senso.
Ha un piede destro potente e preciso, con cui disegna parabole stupende.
Ottimo tiratore dalla distanza, da fermo è praticamente una sentenza.
Se la cava molto bene anche da interno destro e da regista avanzato, con lanci precisi ed aperture millimetriche.
Dribbla bene e con costrutto, senza esagerare.
Difende poco e con mediocre efficacia, ma ci sta.
Il suo vero problema è però il ritmo: quando quest’ultimo aumenta vertiginosamente, Paulo va in difficoltà.
In un calcio rapido e competitivo come quello tricolore, il brasiliano ha tempi e spazi ridotti: lui, compassato più nella mente che nelle gambe, vive d’istinto e di fiducia.
Il primo è soffocato dalle esigenze tattiche di un torneo durissimo.
La seconda è penalizzata dalle scelte degli allenatori, costretti ad investire su elementi meno tecnici ma più dinamici, rispetto all’ex Sporting.
Il quale, stimato da molti tecnici ed addetti ai lavori, è come un orologio prezioso e raro, che ogni tanto si ferma inspiegabilmente.
Bello a vedersi, molto: però non di rado poco utile alla causa,.
Un peccato, per davvero.
Fatto sta che appena ventisettenne Paulo Silas chiude col calcio europeo e con la sua Nazionale, dopo più di trenta gettoni di presenza in maglia verdeoro ed una partecipazione col Milan ad una tournée in Canada, che non gli procura la visibilità sperata dal suo entourage.
A fine estate torna in patria, indossando le maglie di Internacional e Vasco de Gama.
Poi vola in Argentina, diventando un idolo del San Lorenzo.

Quindi ritorna brevemente al San Paolo, prima di accettare l’offerta dei giapponesi del Kyoto Sanga FC.
Gli ultimi anni di carriera li vive in Brasile, alternandosi per periodi brevi con le casacche di Atletico Paranaense, Rio Branco, Ituano, America Mineiro, Portoguesa ed Inter de Limeira.
Nel complesso vince diversi altri trofei, ritrovando la verve dei tempi migliori e, negli ultimi anni, gestendo le energie restanti con intelligenza ed esperienza.
Quasi quarantenne, chiude col calcio giocato ed inizia a studiare da allenatore.
Per alcuni anni alterna la professione di tecnico a quella di imprenditore nel campo della gastronomia.
In una quindicina di anni di attività in panchina ottiene diversi riconoscimenti e vince alcuni trofei minori.
Toppa l’occasione della vita col Flamengo e, poco prima, pure col Gremio non brilla.
In contesti minori è bravo, ma come si alza l’asticella della pressione, beh, lui inizia a traballare.
Come quando era calciatore, insomma.
Allena pure in Qatar, in un paio di occasioni.
In periodi più recenti sprofonda nelle serie minori brasiliani, salvo poi convincersi ad accettare la proposta di ESPN per commentare eventi calcistici in tv, con competenza e simpatia.
Un calciatore che avrebbe di sicuro potuto avere una carriera migliore di quella, comunque più che onorevole, che ha vissuto.
Due Mondiali giocati e due tornei italiani, uno dei quali nella Samp appena scudettata.
Io lo ricordo bene, in un calcio che annoverava gente del calibro di Maradona, Gullit, Van Basten, Roberto Baggio, Franco Baresi, Matthaus, Careca, Batistuta, Signori, Vialli, Voller, Mancini ed altri tremila fuoriclasse.
Dava la sensazione di poter decidere la gara da un momento all’altro, prima di sparire dal terreno di gioco.
Giocatore stranissimo, eh.
Con un piede destro al fulmicotone, quando aveva voglia e gli partiva il talento.
Altrimenti zero carbonella, come si suol dire.
Mi piaceva parecchio, in teoria.
Come piaceva a Liedholm, a Lippi, a Bagnoli, a Mondonico, ad Ottavio Bianchi e ad allo stesso Boskov che, pur avendolo dovuto far spesso accomodare in panca, ha sempre sostenuto che il giocatore Silas non si discute.
La sua utilità tattica, ecco, è argomento di dibattito continuo, tra gli appassionati del calcio che fu.
“Cornacchia del centrocampo” è troppo, come detto.
Nomignolo odioso, per quanto maledettamente simpatico.
Mi duole ammetterlo, ma è così.
Però il caro Paulo Silas non lo meritava e non lo merita ancora oggi, dai.
Non era un portafortuna, probabilmente.
Ma nemmeno un portasfiga, chiaro.
Era uno che poteva e doveva fare di più, soprattutto alla Sampdoria.
Occasione d’oro, purtroppo sprecata.
Sono stato un Atleta di Cristo e, come tale, ho sempre cercato di avere valori profondi.
In campo mi sono impegnato allo spasimo in ogni singolo match, anche se qualcuno era convinto del contrario perché talvolta apparivo un po’ indolente. Alla Samp sono stato presentato come un doppione di Cerezo, mentre invece ero un calciatore con caratteristiche diverse.
Vialli si aspettava di realizzare trenta gol con il sottoscritto e Mancini alle sue spalle, ma purtroppo le cose sono andate diversamente.
Colpa mia e colpa anche di alcune aspettative forse eccessive, sul sottoscritto. Abbiamo comunque vinto una Supercoppa e per un soffio non abbiamo alzato al cielo la Coppa dei Campioni, sebbene io non abbia giocato molto, in quel torneo.
In Liguria ho girato tutta la Riviera in canoa, uno spasso.
Ed ho trovato un gruppo splendido, con Boskov che mi ha trattato come un figlio.
A Cesena forse la squadra non era all’altezza del compito, dopo alcuni anni di ottimo lavoro in società.
Però non ho mai mangiato così bene come in Romagna.
Mia moglie sarebbe rimasta lì a vita solo per il cibo, ma il mio contratto era troppo oneroso per scendere in seconda divisione e poi non volevo perdere la Nazionale, anche se i dirigenti cesenati provarono in tutti i modi a trovare una soluzione.
Ho giocato in contesti particolari, al di fuori dell’Italia: tipo allo Sporting Lisbona, quando da un giorno all’altro non vi erano i soldi manco per pagare le bollette. Oppure al San Lorenzo, in Argentina, dove ancora oggi sono un idolo e mi chiamano “El Negro”, in ricordo di un periodo bellissimo.
La Nazionale, gli inizi al San Paolo e tutte le esperienze successive sono impresse nel mio cuore, incluse quelle da allenatore.
Potevo far meglio, lo so.
Piuttosto: chissà come sarebbe andata se Boskov mi avesse fatto entrare in campo in quella finale di Londra, col Barcellona.
Ci penso spesso e sì, forse questo è l’unico vero rimpianto della mia carriera!Paulo Silas
Ci riproverà nella prossima vita, senza dubbio.
Paulo Silas: la Cornacchia del centrocampo.
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