• Classe e bel gioco

Qui rasentiamo il feticismo, lo ammetto.
Vi era un tempo, invero non troppo lontano, nel quale per apprezzare un calciatore, per notarne le gesta, per invaghirsene, per farsene un’idea quantomeno attinente alla realtà, beh, occorreva impegnarsi per davvero.
Non vi erano molteplici interazioni e possibilità, come accade oggigiorno.
Nazionali, competizioni europee, riviste e giornali specializzati (rigorosamente in formato cartaceo, ovvio), trasmissioni radio e tv ad hoc.
E passione, una incredibilmente poderosa passione per questo che più che uno sport è, a tutti gli effetti, un’autentica ragione di vita.
Torniamo a noi.

Philippe Vercruysse è stato uno dei più talentuosi centrocampisti della sua generazione.
E che generazione!

Classe 1962, originario della Francia centro-settentrionale, dove inizia a dettar legge la Loira, lungo e maestoso fiume che attraversa gran parte del paese.

Con la madre ed il fratellino va a vivere a Lens ed inizia sollecitamente a sfondare il portone del palazzo dove risiede a suon di furiose pallonate.
Condotto al campo di calcio per disperazione e per salvaguardare la serenità dell’intero condominio, sin da giovanissimo si ritrova al centro dell’attenzione per il suo estro ed è indicato da tutti gli addetti ai lavori come una promessa di quelle che potrebbero far svoltare un intero movimento calcistico.
Fisicamente ha tutto, ma proprio tutto, per essere la rappresentazione ideale di un centrocampista completo: alto, longilineo, agile e nel contempo robusto, vigoroso.
Del talento abbiamo già detto: ne possiede in quantità industriali.
In campo, seppur ancora ragazzino, mostra intelligenza tattica e sapienza, muovendosi con astuzia tra la mediana e la trequarti, variando continuatamente il suo raggio d’azione e mettendo in difficoltà i diretti marcatori che hanno il compito e la sfortuna di doversene occupare.
Non è velocissimo di gambe, ecco, ma di cervello si.

Cresce e matura nel Racing Club di Lens, storica società dalla bacheca non particolarmente florida ma dal buon settore giovanile, dove Philippe si impone subito come uno dei prospetti migliori trascinando i suoi compagni al trionfo nel Campionato Nazionale Juniores, sconfiggendo in finale il Monaco.
Un risultato importante e prestigioso, mai ottenuto in precedenza, che arriva in un periodo strano per il Lens, che soltanto pochi mesi prima ha raggiunto il secondo posto nella Division 1 alle spalle del Nantes ed ha poi ben figurato in Coppa Uefa, prima qualificazione della propria storia per gli artesiani, uscendo agli ottavi contro i tedeschi del Magdeburgo.
Se non fosse che nella stagione seguente un inatteso crollo verticale fa incappare il team in una sfortunata retrocessione, nonostante una rimonta finale che però è resa vana dalla differenza reti a favore del Lione che, in questo modo, riesce a mantenere la categoria.

Dalle stelle alle stalle, insomma.
La riorganizzazione per ottenere una rapida risalita nel calcio che conta è celere e funzionale, datosi che il Lens riconquista immediatamente la prima serie, grazie soprattutto alle reti del bomber Pascal Françoise.

Vercruysse intanto fa faville nel torneo amatori ed inizia ad essere parte attiva negli allenamenti della prima squadra.
Ormai maggiorenne, è finalmente ritenuto pronto per cavarsela tra i professionisti.
Contro il Lille, a settembre del 1980, bagna il suo esordio in Division 1.
Nella sua prima stagione nel massimo torneo francese mette insieme una decina di presenze, quasi tutte finite con una sconfitta per i suoi: dopo un primo blocco di partite disputate viene accantonato per una quindicina di gare e torna in campo nel finale.
Paga la naturale inesperienza e comunque il Lens si salva agevolmente, concludendo il torneo nella parte intermedia della graduatoria.

Nel torneo successivo, contro il Nizza, giunge anche la prima rete in carriera per il buon Philippe, che conquista la maglia da titolare ed inizia a segnare anche con discreta continuità.
6, 10, 4, 12, 9: queste le realizzazioni nel quinquennio successivo a quello d’esordio.
Un bottino niente male per un centrocampista, sebbene tendente ad agire sulla trequarti, maggiormente in proiezione offensiva e con minori compiti di copertura rispetto ad altri suoi compagni.
Tra questi ultimi sviluppa una particolare affinità con Xuereb, prolifica seconda punta di buona tecnica con cui il nostro vive una naturale ed istintiva complicità calcistica che porta la squadra a disputare stagioni tutto sommate tranquille, conclusesi nei dintorni del centro classifica ed, in un paio di circostanze, in prossimità delle posizioni di vertice.

Nel frattempo per Philippe è giunta anche la prima convocazione in Nazionale: i tecnici federali ne hanno intravisto da subito le potenzialità ed una volta appurato che pure il rendimento iniziava ad equipararsi alle aspettative, non hanno perso l’opportunità di inserirlo nel gruppo della fortissima squadra dei Galletti che nel 1984 vincerà l’Europeo tra le mura amiche.
Vercruysse non rientra tra i convocati per la kermesse: il C.T. Hidalgo gli preferisce il coetaneo Jean-Marc Ferreri, dell’Auxerre, che diventerà suo compagno di club dal 1986 allorquando Philippe, declinando la corte del PSG e del Matra Racing per portarlo a Parigi e respingendo un tentativo in extremis del Monaco, si trasferisce a Bordeaux.

I girondini sono al vertice del calcio francese del periodo e vogliono consolidare ancor di più la loro posizione.
Il vulcanico presidente Claude Bez è intenzionato a rafforzare ulteriormente il suo giocattolo e così, dopo la polemica partenza della leggenda Giresse, investe denari e speranze nel succitato duo Vercruysse-Ferreri per far fronte alla possibile mancanza di talento sulla trequarti derivante dall’addio dello storico capitano.
Il piano va a buon fine, con la vittoria del campionato e della Coppa di Francia, in entrambi i casi avendo la meglio sul Marsiglia di Giresse.
In Coppa delle Coppe il Bordeaux arriva fino alla semifinale: con il Lipsia al ritorno finisce ai rigori e Vercruysse, subentrato verso la fine dei tempi regolamentari a Ferreri, sbaglia il suo, contribuendo all’eliminazione dei francesi dalla competizione, vinta poi dagli olandesi dell’ Ajax.

In Aquitania si riparte col desiderio di imporsi anche in Europa, ma il dualismo Vercruysse-Ferreri lascia qualche perplessità nei pensieri dell’allenatore Jacquet, futuro campione del Mondo con la Nazionale Francese nel 1998.
Dopo aver salutato in estate il perenne infortunato portoghese Chalana, nella finestra settembrina di calciomercato il Bordeaux decide di separarsi anche da un altro trequartista ed è il buon Philippe a fare le valigie, per tornare a Lens.
Un campionato giocato -e bene- da protagonista ed una decina di reti non sono bastate a fargli meritare la conferma.
Nello stadio dove è nato e cresciuto Vercruysse alterna momenti di buona intensità ad altri ove mostra una discontinuità preoccupante.
Il Lens si salva dalla retrocessione per il rotto della cuffia ed entra nell’ordine delle idee di disfarsi nuovamente del calciatore, deluso da alcune promesse non mantenute dai suoi dirigenti e probabilmente desideroso di misurarsi in ambienti di altra caratura.

In fondo parliamo di un ragazzo che dopo la mancata convocazione agli Europei del 1984 è entrato stabilmente a far parte del gruppo che partecipa -lui incluso, stavolta- ai Mondiali del 1986.
Si guadagna la convocazione in una fresca serata primaverile di marzo, in un’amichevole di preparazione all’evento intercontinentale, dove Philippe sostituisce Platini e regala spettacolo contro Maradona, dicasi Maradona, segnando oltretutto la rete del raddoppio francese che fa calare il sipario sul match.

In Messico la Francia guidata dal commissario tecnico Henri Michael si ferma alle semifinali, battuta dalla Germania Ovest, con Philippe che entra nei minuti finali del match come era accaduto nel pareggio con l’Unione Sovietica, nella fase a gironi.
Gioca invece da titolare contro il Belgio, vittoria per 4-2 e terzo posto assicurato.

Il ritorno al Lens, nelle intenzioni del giocatore propedeutico alla convocazione per gli Europei del 1988, oltre che per l’esito scadente della stagione dei minatori, naufraga miseramente dinanzi all’eliminazione dei francesi nelle qualificazioni.

Per Philippe Vercruysse è già ora di preparare gli abituali bagagli, direzione Marsiglia, richiesto da una sua vecchia conoscenza, il direttore sportivo ed allenatore in pectore Hidalgo.
In Provenza è da poco presidente Bernard Tapie, un altro tipetto irruento e vulcanico ma, più di ogni altra cosa, ambizioso.
Molto ambizioso.
L’ex giocatore del Lens va a sostituire in rosa Giresse, ritiratosi dall’attività.
E porta fortuna, come a Bordeaux.
Scudetto al primo colpo, con un’ottima stagione giocata da titolare e 7 gol a corredo che lo mettono alle spalle solamente del bomber Papin, miglior cannoniere della squadra.
E Coppa di Francia, conquistata sconfiggendo in finale il Monaco di Arsène Wenger.

Se l’inizio è promettente, il continuo non è certo da meno.
Philippe Vercruysse vince con l’Olympique di Marsiglia i due campionati successivi (il secondo sarà in seguito revocato dalla giustizia sportiva in conseguenza dello scandalo scoppiato per la combine con il Valenciennes) arrivando in semifinale di Coppa dei Campioni nel primo anno ed addirittura in finale nel secondo, sconfitto ai rigori dalla Stella Rossa di Belgrado.
Idem nella Coppa di Francia, semifinale e finale, entrambe perse nel biennio in questione.
Per un breve periodo Philippe ha come allenatore il mitico Franz Beckenbauer, che definisce pubblicamente il suo centrocampista come “uno dei migliori numeri 10 del pianeta”.
Una vera e propria investitura per il giocatore che a Marsiglia, vista l’abbondanza di mezzali, fantasisti, trequartisti e mezze punte, agisce di sovente da regista avanzato.

Dopo un triennio in Provenza condito da ottime prestazioni, notevoli vittorie, parecchie presenze e diverse reti, Vercruysse viene ceduto.
La dirigenza marsigliese, in una fase di confusione nel passaggio plurimo tra i due santoni della panchina Goethals ed Ivić, accetta l’offerta del Nimes per il suo fantasista.

I coccodrilli sono tornati in Division 1 dopo sette anni, hanno un nuovo sponsor molto munifico ed un budget che consente loro di sognare in grande.
Campagna acquisti faraonica: oltre a Philippe sbarca in Occitania gente come Cantona ed Ayache, oltre ad altri buoni comprimari che, quantomeno nelle intenzioni, dovrebbero aiutare il club a posizionarsi rapidamente nell’élite del soccer transalpino.
Gli esiti saranno ben diversi: sofferta salvezza nella prima annata, disastrosa retrocessione nella seconda.
Si narra di clima incandescente nello spogliatoio, di rapporti tesi tra staff tecnico e società, di ambiente poco coeso.
Quali che siano le ragioni del tonfo, il Nimes si ritrova in seconda serie e per Vercruysse – che pure ha fornito un rendimento più che accettabile nell’arco delle due stagioni- è inevitabile l’addio.
In alcune interviste, al termine della carriera, spiegherà che le voci sulle presunte rivalità interne erano fasulle.
O comunque non oltre i limiti di qualsivoglia società sportiva che si rispetti.
Ammetterà di aver lasciato Nimes con dispiacere, ma d’altronde lo sponsor aveva chiuso i rubinetti ed il budget per affrontare la cadetteria era talmente risicato da non poter mantenere in rosa calciatori di buon pedigreee e, quindi, con ingaggi gravosi.

Torna a Bordeaux, dove hanno bisogno di un complice affidabile per la nuova stella Zidane: Philippe gli fa spesso da spalla, parlando lo stesso linguaggio calcistico, e disputa un’ottima Coppa Uefa con tre reti in cinque gare, prima dell’eliminazione al terzo turno contro i teutonici del Karlsruher.
In campionato mette a segno una decina di reti e gioca un buon torneo, con il club che conclude la stagione al quarto posto.

A fine stagione Philippe Vercruysse ha 32 anni.
È il momento giusto per provare a tirare una riga e fare il consuntivo della sua carriera: in Nazionale ha messo insieme pochi gettoni di presenza, 12, non riuscendo mai ad essere continuo.
Da giovane si era parlato di lui come possibile sostituto di Platini: evidentemente il paragone è stato troppo pesante, per il ragazzo.
Lo sarebbe stato per chiunque, in verità.
Diversi infortuni, non gravi ma sopraggiunti in momenti cardine, hanno rallentato e poi definitivamente affossato il suo percorso con i Blues.
Dopo le ottime performances col Marsiglia l’allora mister dei francesi, Monsieur Platini -si, proprio lui- provò a rilanciare Philippe, ma un problema muscolare costrinse il calciatore a rinunciare ad una convocazione fondamentale e da lì in poi fine dei giochi.
Il successore di Platini, Houllier, continuò sulla strada del suo illustre predecessore.
Fine pure delle illusioni.

Vercruysse è stato davvero un buon giocatore.
Trequarti classico, in alcuni frangenti ottima mezzala, si può definire senza ombra di smentita “un centrocampista completo e moderno”.
Sicuramente tra i migliori interpreti nel ruolo, tocca ribadirlo, ma forse la definizione che ne fece il Kaiser Beckenbauer (“Tra i migliori 10 del globo”, cit.) era esageratamente benevola.
A Philippe è mancata la consacrazione internazionale per poter assurgere al suolo di fuoriclasse, di “star” a tutto tondo.
In alcuni momenti a tradirlo è stato quel pur notevole fisico che aveva contribuito a portarlo in alto.
In altri frangenti è mancata una sferzata di personalità, di carattere, per fare il definitivo salto di qualità.
E chissà che un pizzico di fortuna in più, sempre gradita, non avrebbe potuto far la differenza tra il discreto e l’ottimo.

Negli ultimi anni di carriera Vercruysse milita dapprima nel Metz, compartecipando al buon piazzamento in classifica della compagine della Lorena.
Curiosamente, prima di accordarsi col Metz il buon Philippe era stato cercato da un’altra squadra con i colori granata, il Toro, che poi aveva preso il ghanese Abedi Pelé, col quale PV si era incrociato al Marsiglia.
Intrecci di mercato.

Chiosata l’esperienza al Metz, Vercruysse trasloca poi per diciotto mesi in Svizzera, al Sion.
Porta a casa la Coppa Nazionale ed è presente in rosa nel team che vince il campionato, per quanto prima della decisiva fase finale il francese venga ceduto al Lens, che ha bisogno di una mano per evitare la retrocessione.

Ancora un ritorno a casa, questa volta brevissimo perché dopo aver portato a termine positivamente la missione, per Philippe giunge una succulenta offerta proveniente dall’ Al-Hilal Club, Arabia Saudita.
Seconda esperienza all’estero per il centrocampista ed altro trofeo in bacheca, con la vittoria del campionato saudita.

Conclusa l’esperienza nella penisola arabica, ed ormai trentaseienne, Vercruysse decide di riavvicinarsi a casa firmando per gli svizzeri dell’ Étoile Carouge, appena retrocessi nella Nationalliga B, speranzosi di schierare un elemento di nome che possa sostituire in termini di classe ed esperienza il bosniaco Baždarević, reduce da un infortunio non totalmente assorbito e deciso ad appendere le scarpette al chiodo.

PV si ferma un paio di anni nel Canton Ginevra, a due passi dal confine francese.
Si diverte, segna diversi gol, regala sprazzi di classe in un Calcio di livello non eccelso, come logico che sia.
Al termine del contratto, con il club che arriva ultimo in classifica, si convince che a trentotto anni suonati è tempo di chiudere con il suo adorato sport.

Come detto, un pizzico di fortuna e magari anche di cattiveria agonistica in più non avrebbero guastato.
I pochissimi provvedimenti disciplinari ricevuti nell’arco di un ventennio rivelano la sua indubbia correttezza e, forse, pure una eccessiva calma/timidezza che potrebbe indurre a farne un limite, in taluni istanti.
Il suo ondeggiare tra addii frequenti ed altrettanti ritorni appare come un romantico incedere dinanzi alle situazioni della vita, sia quelle professionali che, perché no, quelle di natura emozionale.

Quasi 700 gare da professionista e poco meno di duecento marcature.
Ha giocato per oltre venti anni, ha vinto molto, ha partecipato ad un Mondiale dove la sua Francia si è classificata al terzo posto ed ha disputato una finale di Coppa dei Campioni persa solamente ai calci di rigore.
Sinuoso e raffinato, in campo e fuori.
Tecnico ed estroso.
Benvoluto da compagni e tifosi, ovunque sia passato.
Ed è passato in ambienti caldi, molto caldi.
Pronto a ricambiare l’affetto di tutti i compagni e delle tifoserie, e sono tante, di ogni squadra della quale ha indossato con fierezza e professionalità la maglia.

E, quel che più conta, uno dei miei “pupilli”.
Quel Francia-Argentina contro il Dio del Calcio e poi quel Francia-Belgio 1986 con una marea di personaggioni sul terreno di gioco fecero scoccare la scintilla.

Oggi è tornato a vivere a Saumur.
Ha studiato da allenatore, si è adoperato in alcune mansioni per l’associazione calciatori, ha seguito e curato personalmente delle selezioni giovanili, partecipa ad eventi benefici, gioca a tennis per tenersi in forma, ama rilassarsi sul divano di casa e guardare qualche buon film.
Segue il Calcio, saltuariamente anche dal vivo, ma senza eccessiva foga.
Spera in un incarico dirigenziale e/o in una posizione di natura tecnica, eventualmente di scouting e/o di preparazione atletica.
Elegante, intelligente, preparato, garbato.
Come ieri, come domani.

Philippe Vercruysse: classe e bel gioco.

V74

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