• Ricordi elettronici…

IDM, Intelligent dance music.

Così la definisce qualcuno che ne capisce, con le varie opzioni plausibili tipo Ambient, Electro ed altre ancora, al posto di Dance.

Cambia poco, il concetto è chiaro: musica intelligente per audiofili di livello, altrimenti è tempo perso.

Non si tratta di razzismo musicale o di ghettizzare chi preferisce Nino D’Angelo o si emoziona con l’Orchestra di Raoul Casadei, no.

La questione verte piuttosto su alcuni suoni, su determinate profondità, su ritmi spesso lancinanti per quanto possano risultare lenti, rarefatti, noiosi.

Bisogna partire dal presupposto che parliamo di roba notturna, psichedelica, densa.

Con una siffatta tipologia di musica, gli aggettivi finiscono quasi sempre per coincidere e dare l’impressione di una certa ripetitività che, a dirla tutta, può apparentemente materializzarsi all’ascolto superficiale, salvo poi disperdersi ed imporre le giuste differenza allorché, per l’appunto, è la mente a prendere il sopravvento sulle orecchie, durante la performance.

Pure l’anima, poi, dice la sua e chiosa tutta la premessa pallosa di cui sopra.

Detto ciò, Form & Function è il secondo lavoro in studio di Photek, artista britannico, pioniere dell’elettronica di qualità e DJ attivo sulla scena con vari pseudonimi durante la fase d’oro del genere, a metà-fine anni 90.

Il suo primo lavoro, Modus Operandi, è un capolavoro in materia, senza alcun dubbio.

Il terzo, Solaris, svolta verso atmosfere quasi lounge, sorprendendo fans e critica con un comunque interessante risultato finale.

Arriveranno poi Form & Function 2, con remix e rielaborazioni del precedente omonimo, e colonne sonore e collaborazioni importanti a dimostrazione della bravura e dell’eclettismo del personaggio in questione.

Si evince, abbastanza facilmente, la poca attitudine alla forma album intesa nel senso classico del termine, da parte di Photek.

Pochi ma buoni, verrebbe da pensare.

In effetti è proprio così, datasi la estrema pignoleria del nostro a lavorare ogni suono con la massima attenzione possibile, la condivisibile convinzione che il dettaglio faccia la differenza.

Ribadito che Modus Operandi è nel complesso il suo album più riuscito, bisogna anche dire che F&F è di certo quello più sottovalutato.

Eh si, perché in un periodo di concorrenza feroce, produrre un qualcosa di peculiare senza cadere nell’ovvio non è affatto cosa semplice.

Meno istrionico di Goldie e non camaleontico come Roni Size, giusto per fare qualche nome, Photek è però artista lineare, metodico, immerso in ogni nota che produce, attento a qualsiasi minuzia come se fosse l’ultima alla quale dedica spazio.

Mi ricorda il buon Alan Wilder (AKA Recoil, ex dei Depeche Mode) per metodologia professionale ed approccio alla causa.

Ed un po’ anche esteticamente.

F&F vede la luce nel 1998.

Drum and bass, batteria e basso.

Ma anche eleganti spruzzate di electro-jazz, sfiammate di jungle accennata con classe, riverberi di godibilissima minimal.

Le note dialogano con i silenzi, la meditazione -IDM, oh- prende il sopravvento sul rumore e conquista il palcoscenico.

12 tracce, una ottantina di minuti di traversata oceanica senza decollare dalla poltrona di casa o, meglio ancora, se col culo su un aereo, in treno, in nave o quel che è, a patto che sia buio intorno, anche dentro se stessi, succede…

Ufo, ultima della lista ma tra le Top dell’intero CD, è paranoica come la storia alla quale si ispira: un presunto avvistamento di Ufo nella foresta inglese, con campionamenti di registrazioni autentiche da parte di membri dell’Aeronautica USA coinvolti negli avvistamenti.

Pezzo tetro, agghiacciante e nel contempo rilassante quando, proprio nel momento topico, si interrompono le trasmissioni a voler far calare il sipario sul siffatto clima di terrore e col chiaro intento di condurre l’ascoltatore nei meandri dell’incerto.

Sexy ed inquietante come una Sciantosa della Belle Epoque.

The Seven Samurai, la prima, onora il titolo e suona asiatica come non mai, DnB allo stato dell’arte, tribale e caotica da scocciare già dopo pochi secondi e -una volta partita- da non riuscire a stopparla manco dopo 4 ore.

Vince lei.

Rings Around Saturn è la mia preferita: cupa eppur infervorante, downtempo e space music con un decennio e più di anticipo.
In cuffia è sublime, si riesce a visitare Giove e Plutone soltanto con una Rothmans tra le dita: super.

E poi il resto, gustosamente ridondante e piacevolmente cinematico come più avanti Photek dimostrerà di apprezzare.

Un album da possedere per chi ama il genere.

O i generi, ecco.

Più complesso del predecessore e del successore, non semplice al primo ascolto.

E nemmeno al secondo e al terzo.

Però il tempo è galantuomo e man mano, pian piano, conquista chi decide di dargli fiducia.

Io me lo gusto di sovente, senza che diventi un’abitudine.

Saltuario, come il Natale.

Che se arrivasse ogni due settimane sarebbe una tragedia greca.

Ma che una volta l’anno, beh, ha il suo perché.

Eccome, se lo ha.

Photek -Form & Function: 7,5

V74

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