• Il Calcio e le sue incredibili storie

Quel pasticciaccio brutto dell’Estate del 1984: Massimo Briaschi, Ischia e la Lazio

Ischia, meravigliosa terra di infinita bellezza e di Calcio giocato e raccontato.

Siamo di un torrido primo pomeriggio di luglio del 1984.
Il sottoscritto è stato tra i primi tifosi della Lazio -forse il primo in assoluto- ad ascoltare dalla viva voce del protagonista quella che per la verità, e già da alcune ore, era ormai una certezza scientifica, come trapelato sui giornali del mattino: ovvero che il signor Massimo Briaschi, forte attaccante del Genoa, non aveva la benché minima intenzione di trasferirsi alla Lazio, che lo cercava con insistenza da alcune settimane.
Anzi: il calciatore era in procinto di firmare per la Juventus.

Massimo Briaschi, al Genoa

Un bruttissimo modo di festeggiare il compleanno di un ragazzino -innamorato del Calcio e dell’Aquila Biancoceleste- che appena alcuni giorni prima aveva soffiato su una decina di candeline.


Antefatto: a fine campionato 1983-84 il fortissimo Bruno Giordano, bomber trasteverino di nascita e Laziale di indole, dovrebbe passare alla Juve e la Lazio, in vista della stagione successiva, abbisogna di un sostituto quantomeno adeguato.
La società romana ha messo nel mirino Massimo Briaschi, del Genoa.
Non è Giordano, assolutamente no, e possiede caratteristiche abbastanza differenti.
Però è un ottimo elemento, oltretutto nel pieno della propria maturità calcistica.

Viviamo l’era della carta stampata e della radio FM e le notizie viaggiano a rilento.
Ma viaggiano, eccome.

La vicenda in questione si è inoltre tinta di giallo per tutta una serie di concatenazioni ed aggrovigliamenti degni della trama di un film di Hitchcock, che dalla classica telenovela calcistica estiva iniziale hanno contribuito a renderla -grazie anche ai racconti dettagliati dei presenti ed alle testimonianze dei tanti attori della vicenda- un’autentica saga che si è andata ad intrecciare con quella dell’altrettanto infinito affaire Bruno Giordano-Juventus, finendo per entrare ormai nel Mito collettivo delle narrazioni più intriganti del calciomercato tricolore.


Tornando al sottoscritto, di intrigante invero non vi fu molto.
Piuttosto un trauma, direi.

Io non ricordo con precisione la prima volta che ho fatto l’amore: ci dovrei pensare.
E nemmeno quando ho mangiato, sempre per la la prima volta, la da me adorata lasagna: di sicuro a casa, questo sì, preparata dalle sapienti mani della mia mamma-nonna.
Non ricordo neppure con esattezza alcune date fondamentali della mia esistenza, in questo caso perché il tempo ha inesorabilmente dimostrato che molto era puro Truman Show e quindi tendo, istintivamente, a rimuovere parecchia lordura.

Però ho vividissima memoria, proprio come se fosse oggi stesso, della faccia sdegnosa del vicentino (di nascita) che mentre firma autografi a mezzo metro dal sottoscritto, alla domanda di un cronista (Vai alla Lazio?), replica con inaudita veemenza (“Noooooo”).
Lo sentirono anche a Capri, il suo strepito infastidito.
Che fastidio immane, porca miseria.
Onesto e diretto, in un mondo quasi sempre ipocrita.
Quindi apprezzabile, da questo punto di vista.
Forse stanco, per un argomento che lo stava sfinendo.
Sicuramente scocciato, tendo a pensare di natura.
Comunque un po’ XXX, dai, al netto di tutte le attenuanti possibili ed immaginabili.


Io ero lì per lui.
Giovanissimo, con un paio di occhiali da vista enormi che mi coprivano i 3/4 della testa ed una magliettina celeste bisessuale che non dimenticherò finché campo, visto che gli ero affezionatissimo e per ovvie ragioni.
Tenero e buffo, come non mai: e pensare che pochi anni dopo sarei diventato uno degli uomini più sensuali della penisola.
Senza mai perdere la medesima tenerezza, s’intende.

Sin dalle elementari mi dilettavo a scrivere di calcio, con i risultati della Lazio e le varie formazioni della domenica che rappresentavano l’appuntamento fisso del tema libero del giorno successivo, a scuola.
La maestra, la dolcissima signorina Romano, adorava quella stramba mistura letteratura-calcio.
Mia mamma-nonna fingeva affettuosamente di gradirla, sebbene col comprensibile timore che il secondo potesse soppiantare di netto la prima.
Mio padre-nonno, serafico, rimandava ogni discorso al nuovo secolo, per quieto vivere e per non essere disturbato mentre fumava la sua quarantacinquesima Super -con filtro- di giornata.
Nella mia vita letteratura e calcio andranno poi di pari passo, passioni infinite.
Per fortuna di tutti, la mia in primis.

Mettendo ordine ho ritrovato quei quaderni in cantina, qualche anno fa.
Un’emozione incredibile.
Non che necessitassi di una conferma visiva, eh.
Tutto quel mondo è qui, dentro di me.
In profondità.
Inoltre gli amici di allora, nonché in alcuni casi i loro genitori, non di rado ricordano questi episodi (soprattutto il fatto che andassi a scuola col giornale, quando alcuni nemmeno aprivano il sussidiario) con affetto, nostalgia e spasso.
Ero avanti.
Buffo, buffissimo.
Ma ero davvero avanti.

Sono ancora buffo, eh.
Così come ero e sono un patito vero di calcio: mi alimentavo con il Corriere dello Sport, ogni tanto con la Gazzetta e talvolta con Tuttosport.
Oltre al Guerin Sportivo, alle figurine della Panini, all’Intrepido Sport e a tutto ciò che raccontasse di pallone.
Malato vero.
Ne ho fatte tantissime di “pazzie”, per questa adorabile magia che per me è stata una sorta di “famiglia aggiunta”.
Non ne rimpiango manco mezza e, potendo, rifarei tutto e ancora di più.
Continuando oggi, ovvio.


Nel 1984 giocavo negli Esordienti ed ogni tanto mi allenavo, sotto età, con i Giovanissimi, essendo alto e prestante (e molto buffo, ribadisco).
Questo mi permetteva di girare al Salvatore Calise, lo stadio di Forio d’Ischia, centro metri in linea d’aria dalla mia stanzetta, come uno di casa.

E proprio lì si trovava il futuro punteros juventino, quel giorno.
Ospite del meeting sportivo che ogni anno si tiene sull’Isola d’Ischia, in estate.

Ancelotti, Chierico e Roncato

Negli anni successivi, in codesta kermesse, ho avuto modo di conoscere molti calciatori di rango, Laziali e non, oltre che giornalisti e vari altri personaggi che gravitano nel mondo del calcio.
Non ero e non sono un cercatore di autografi, quanto piuttosto un avido curioso di emozioni, aneddoti, particolarità e, al massimo, di qualche istantanea.

Massimo Briaschi era a Forio per assistere ad una amichevole prima di recarsi ai campi di tennis del lussuoso Hotel Regina Isabella di Lacco Ameno, dove si svolge il noto torneo di tennis mondano tra calciatori, personaggi dello spettacolo e VIP vari.
Per un malefico quanto beffardo scherzo del destino anche Bruno Giordano si trovava sull’isola, ospite della medesima struttura, ma preferì fermarsi in albergo a riposare.
Idem Paolo Rossi, che in quelle ore si dilettò a navigare con la famiglia intorno all’isola e che di lì a breve andrà a comporre con Briaschi -con il quale aveva già condiviso lo spogliatoio a Vicenza, anni prima- il futuro attacco della Juventus.

Paolo Rossi

Maradona, in compagnia del dirigente napoletano Dino Celentano, giungerà sullo scoglio ischitano pochi giorni più tardi, per prepararsi nel migliore dei modi ad iniziare la sua avventura enogastronomica, oltre che calcistica, all’ombra del Vesuvio.


Ritornando a noi.
Avevo letto sul CdS che Chinaglia, presidente della Lazio, era pronto a chiudere l’accordo per acquistare il genoano.
Nel mio ingenuo incedere da tifoso, oltretutto con Giordano primo idolo incontrastato, Briaschi non andava a sostituire Bruno come paventato da tutta la stampa sportiva, quanto piuttosto ad affiancarlo, formando una coppia ben assortita e destinata a trascinare la Lazio in alto in classifica.
Stocazzo, invece.
Sto gran cazzo, altroché.

Il presidente biancoceleste si era appropinquato alle acque ischitane fittando uno yacht e fissando un appuntamento col giocatore ed il suo entourage nel tardo pomeriggio, al termine degli incontri di tennis, per provare a chiudere l’affare e magari prendere il genoano per sfinimento.
A metà degli anni 80 il telefono, come recitava uno spot della Sip dei 90s, allunga la vita.
I contratti si firmano ancora dal vivo, però.
Niente fax, niente email, niente satellitare, niente NASA.
E niente Lazio, per Briaschi.


In realtà la piazza romana lo affascina e difatti il primo contatto lo ha con i cugini della Roma.
Ma il tecnico svedese Sven Goran-Eriksson -futuro Campione d’Italia proprio con la Lazio-, appena ingaggiato dai giallorossi dopo i successi in terra portoghese al Benfica, ha altre idee.

Nel frattempo si fanno sotto diverse squadre, ma a questo punto è probabile che nella mente di Massimo, ragazzo oltremodo intelligente, sia scattata una sorta di azzardo.
“Se Bruno continua a rifiutare la Juve, i piemontesi avranno comunque bisogno di un attaccante.
Io vengo da una stagione importante, ho un parametro abbordabile ed un ingaggio fattibile.
E se alla fine prendessero proprio me?”
, deve aver pensato il furbone.
Dal suo punto di vista, lecito, il ragionamento non fa una grinza.
Tutt’altro.
E si dimostrerà ineccepibile.

Il ragazzo ha voglia di vincere qualcosa in carriera e di monetizzare la buona annata disputata con la maglia del Genoa.
Batte il ferro finché è caldo ed ammicca alla Fiorentina, flirta col Torino, si offre -come detto- alla Roma, fa l’occhiolino al Napoli.
Ma nell’intimità più spinta sogna la Vecchia Signora.
E la conquisterà, sfruttando tutta una serie di affari (saltati e non) e di coincidenze tipo quelle che l’inarrivabile Oronzo Canà discute col suo cornuto presidente Borlotti, durante il calciomercato della Longobarda.

Oronzo Canà

Briaschi a Torino renderà la sua bacheca di livello, andando a vincere un campionato e, soprattutto, una Coppa dei Campioni nella merdosa serata dell’Heysel che poi regalerà ai bianconeri pure la possibilità di giocare ed alzare al cielo la Coppa Intercontinentale.
Scelta professionalmente valida, quindi, come ampiamente prevedibile che fosse.

Quel che mi è sempre rimasto in mente, come un fotogramma indelebile, è la sua boria giovanile, dettata sicuramente -ribadisco per la miliardesima volta- dal suo legittimo rifiuto.
Negli anni, osservandolo in qualche intervista e rifacendomi istintivamente al buon Lombroso, ho avuto la sensazione che fosse leggermente cambiato.
Se in meglio o in peggio, beh, oramai non conta.


Calcisticamente parlando si discorre di un attaccante completo, rapido, generoso e prolifico, molto versatile ed in grado di ricoprire tutti i ruoli offensivi.
Tecnicamente non eccelso e non baciato dal talento più nobile, ecco, però discreto nei fondamentali e tatticamente arguto, presente in gara dal primo all’ultimo minuto di gioco, pronto a sacrificarsi per il bene della squadra in ogni circostanza.
In rosa un elemento così è oro puro, è innegabile.
Nonostante ciò la sua carriera ad alti livelli è durata poco.
Sia perché si ruppe il crociato nella prima annata bianconera, sia perché lo Stellone Laziale non gradisce determinati atteggiamenti di rigetto.


Il rifiuto ci sta, talvolta è di routine.
In quegli stessi giorni ne subimmo a bizzeffe, Lazialmente bestemmiando, con Chinaglia che ad un certo punto non riusciva a ricevere un sì manco dalla moglie a pranzo.

Beccalossi e Serena, per non fare nomi, nelle stesse settimane non ne vollero sapere di trasferirsi a Tor di Quinto.
Altri come Limido -oh, Limido!- rifletterono sul da farsi.
Martina, portiere del Genoa, preferì il Torino alla Lazio, nella quale andrà a militare dopo un triennio.
Storgato invece accettò subito, così come Favero che però, essendo un mastino di qualità e più forte dell’altro, finì per trasferirsi anch’egli alla Juventus.
Una Lazio che non viveva il suo periodo più fortunato, senza dubbio.


Briaschi, nonostante Chinaglia si fosse spinto fino ai quattrocentocinquanta milioni di ingaggio annuali, confermò il diniego nei confronti dell’Aquila.
Giorgione si arrese a notte fonda, quando dalla sua barca a nolo dovettero chiamare con la radio VHF la Guardia Costiera per chiedere come rientrare a Napoli in sicurezza.
Di milioni alla Juve la punta ne guadagnerà circa trecentocinquanta a stagione, per dire.
Era un no scritto, come il piccolo e buffo Claudio aveva avuto modo di appurare in prima persona da qualche ora.

L’ex genoano partì la mattina successiva da Ischia per andare a firmare il contratto con Boniperti, fare le visite mediche a Torino e raggiungere la Toscana, subito dopo, per il raduno della Nazionale Olimpica che si recò a Los Angeles, nell’estate del 1984.
Mister Bearzot non lo aveva inizialmente incluso nella lista ufficiale dei convocati (era tra i giocatori in preallarme, in caso di necessità), salvo poi chiamarlo in sostituzione dell’infortunato Roberto Mancini (che scriverà anni più tardi la Storia della Lazio), costretto a dare forfait all’ultimo istante, e preferendolo agli altrettanto futuri Laziali Galderisi e Monelli.
Intrecci a profusione, insomma.
Tra l’altro Briaschi non ci voleva nemmeno andare, negli Stati Uniti.
Temeva di perdere preziosi momenti di ritiro, all’inizio della sua nuova avventura di club.
Trapattoni, che allenava la Juve in quegli anni, lo tranquillizzò e rassicurò sul fatto che la sua parentesi olimpica non gli avrebbe creato problemi in bianconero.

Negli USA il neo-juventino scese in campo dall’inizio soltanto nell’ultima gara del girone di qualificazione, una sconfitta contro la Costa Rica.
Poi guardò i compagni uscire in semifinale, dopo i tempi supplementari, per mano del Brasile che andrà a perdere la medaglia d’oro contro la Francia di Lacombe.
Briaschi entrò nella ripresa durante la finale di consolazione, che ci vide soccombere dinanzi agli jugoslavi guidati sul terreno di gioco da quel geniaccio di Dragan Stojkovic.

Nella Nazionale maggiore non troverà mai spazio, invece, chiuso da altri calciatori di maggiore talento e caratura e da alcune figure di modesto spessore.
Il che, amico Massimo, dovrebbe farti riflettere.


Perché tu sei stato veramente un bel giocatore, non si discute.
Ma già il succitato Bruno Giordano ti era non una, non due, ma forse tre categorie superiore, per essere gentili.
Lo sai tu, lo so io.
Mo’ sarà che il bambino che è in me ancora è avvelenato con te, sicuro, però diciamocele tutte, le cose.
Fino in fondo.
Anzi: fino in fonda (cit. Lino Banfi nel capolavoro Occhio, malocchio, prezzemolo e finocchio).

Lino Banfi

Il rifiuto ci stava, assolutamente.
Ma con stile, garbo, eleganza.
O no?

Io ti volevo solo con la maglia della Lazio addosso.
Insieme a Bruno, non al suo posto.
Pensa che stronzo.

Giordano-Briaschi.
Un ottimo attacco per una compagine che mira a disputare un buon torneo di serie A, nel 1984.
Invece andò diversamente.
Molto diversamente.
Anche per colpa tua.


D’altro canto l’anagramma di Briaschi è R-ISCHIAB, oh.
Messaggio chiarissimo.

Non poteva andare diversamente, purtroppo.
Proprio no.

V74

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