• El Vendaval del Polígono

“La tempesta del Poligono”.
Poligono de San Pablo, quartiere ubicato nella periferia di Siviglia.

Nel mio ipotetico ed imbattibile Resto del Mondo, sulla sinistra a centrocampo, avrei davvero l’imbarazzo della scelta.
A seconda del modulo si potrebbe optare per un esterno d’assalto oppure per un intermedio che possa disimpegnarsi adeguatamente in entrambe le fasi, difensiva ed offensiva.
Essendo il sottoscritto un vintage cronico, ecco che la scelta si riduce ad un paio di cavalloni di razza, con diverse caratteristiche in comune: calzettoni perennemente abbassati e privi di parastinchi, grinta come marchio di fabbrica, numero sei fisso sulle spalle durante il miglior periodo della carriera.
E tanta qualità.
Tanta.
Il danese Soren Lerby e lo spagnolo Rafael Gordillo Vázquez.

Quest’ultimo nasce nel 1957 nella Tierra de Barros, Spagna sud-occidentale.
Il padre è lì a giocare a calcio nella squadra locale.
Dopo qualche settimana prepara i bagagli e riporta la famiglia a Siviglia, da donde proveniva e dove vuole che il figlio cresca.

Il piccolo Rafael è vispo, ben piazzato e felicissimo di giocare con il cuoio.
Da giovane si appassiona a quasi tutti gli sport, in special modo al basket ed all’atletica, oltre al soccer.
Ma quando gli propongono di allenarsi con una squadra locale di pallacanestro, beh, la risposta è fulminante e non lascia adito a dubbi:
“Bello il basket, molto divertente. Ma per me esiste solo il Calcio”.

Ad appena quattordici anni entra nel settore giovanile del San Pablo, minuscolo club di zona, poi dopo soltanto dodici mesi passa in quello ben più importante del Betis Siviglia.
In pratica in meno di un anno si ritrova dal giocare in strada con dei palloni di fortuna nel quartiere industriale dove vive a calpestare un vero e proprio campo di calcio.
Si allena con le giovanili della squadra riserve, il Real Betis Balompié B, e si impone come uno dei profili più interessanti del gruppo.
Rafael è fisicamente tosto, potente, scattante.
In campo è una sorta di cavallo pazzo ed ha bisogno di qualcuno che tatticamente gli tenga le briglie.
Però ara letteralmente la fascia e brucia rapidamente le tappe, oltre che gli avversari, venendo presto aggregato ai “grandi”, sempre tra le riserve.
Disputa un intero campionato con loro, ma già a metà stagione è utilizzato dal Betis, quello vero, che lo fa esordire in Liga quando ancora non ha compiuto venti primavere.

Il team andaluso vince la Copa del Rey, sebbene lui non possa giocarla avendo calcato il manto erboso nella stessa stagione con la squadra B.
Poco importa: il nostro diventa una bandiera del Betis, capitano ed autentica icona, disputando nove stagioni in maglia biancoverde, tutte in prima serie tranne quella del 1978-79 trascorsa in cadetteria dopo una inopinata retrocessione causata dalla differenza reti peggiore in una baraonda finale che ha coinvolto diverse compagini.
Pronta risalita e Betis che si stabilizza nelle zone medio-alte della graduatoria.
Gordillo gioca praticamente sempre, con una ottima continuità di rendimento.
Segna un discreto numero di reti per essere un difensore, seppur di spinta.
Fornisce parecchi assist ai compagni ed in alcune fasi della gara si sdoppia agendo da terzino e da laterale di centrocampo: prendi uno e paghi due.
Dopo alcune presenze nelle varie Under viene convocato per la Nazionale Spagnola, ad appena ventuno anni.
E nelle Furie Rosse mette radici, diventandone una delle colonne degli anni 80.

Nel 1985 ha 28 anni, nel pieno della maturità: il Betis disputa una stagione mediocre e la società si rende conto che è giunto il momento di lasciar partire il ragazzo, monetizzandone la cessione e regalando al giocatore le meritate prospettive di successo in carriera.
Infatti già da un po’ le grandi di Spagna provano ad acquisirne il cartellino.
Il Barcellona è quello più vicino a chiudere l’affare: il presidente sivigliano chiama il suo collega catalano per definire la questione.
Quest’ultimo, il vulcanico Nunez, è un vero intenditore di calcio, oltre che un ottimo imprenditore.
Ha impostato la sua campagna acquisti su tre calciatori che nelle precedenti annate lo hanno colpito e che reputa perfetti per integrare e migliorare la sua già notevole squadra: il difensore Maceda, il laterale Gordillo (appunto) e il bomber Hugo Sanchez.
Ne parla con l’allenatore, il britannico Venables, e quest’ultimo gli spiega che si fida di Alexanko in difesa e non vuole minarne la titolarità.
Quindi niente Maceda, che passa ai rivali storici del Real Madrid.
Davanti preferisce Archibald, scozzese, che parla la sua lingua.
Anche Hugo Sanchez finisce al Real.
Gordillo piace al tecnico, molto.
Ma qui è Nunez a tentennare, in quanto alcune voci insistenti narrano di un problema di salute del calciatore, un presunto soffio al cuore che potrebbe presto metterne a rischio la professione.
Si inserisce il Real Madrid, che strano, è definisce la faccenda.
Gordillo è simpatizzante dei Blancos e si trasferisce nella capitale con gioia.
Nunez ed il Barca si pentiranno amaramente per non aver investito su Rafael, datosi che il sivigliano diventa uno degli scudieri più fidati della mitica “Quinta del Buitre”, il gruppo di madrilisti che nell’arco di alcune stagioni si impone sulla scena nazionale ed internazionale.
A Madrid vince subito la Liga e la Coppa Uefa, bissata dal Real sconfiggendo nella doppia finale i renani del Colonia dopo il trionfo dell’annata precedente contro gli ungheresi del Videoton.
In Coppa del Re le Merengues si fermano in semifinale, col Saragozza.

Rafael Gordillo in pochi mesi rimpingua così la sua bacheca personale che fino a quel momento ospitava solamente alcuni riconoscimenti personali, come il premio di miglior calciatore spagnolo nel 1980.
Indossa la camiseta blanca per sette stagioni nelle quali porta a casa ben cinque campionati, una Coppa del Re e tre Supercoppe di Spagna.

In Nazionale ottiene il miglior risultato allorquando diventa vicecampione d’Europa nel 1984, in Francia, costretto a saltare per squalifica la finale con i transalpini.
Gioca, da titolare, anche gli Europei in Italia nel 1980 ed Mondiali casalinghi del 1982, mentre è considerato una riserva in quelli del 1986, in Messico.
Chiude con l’Europeo del 1988 in Germania, nuovamente da titolare.
E detiene un record ancora oggi insuperato: all’interno delle sue oltre settanta presenze con la rappresentativa iberica, ne ha giocate più di cinquanta consecutivamente.

Col Real giunge in più occasioni fino alle semifinali di Coppa dei Campioni, ma non riesce a superare la maledizione della penultima.

Rafael Gordillo si impone comunque tra i migliori giocatori della sua generazione.
Con quei calzettoni abbassati e quelle movenze sgraziate ma tremendamente efficaci entra a pieno titolo nella classifica dei Top di reparto.
Si parla di centrocampo, di fascia sinistra.
Ma non di rado opera da attento intermedio, da arrembante terzino in difesa e, saltuariamente, pure da fluidificante di destra.
Nel primo anno a Madrid, complici diversi infortuni pesanti, si alterna con il leggendario Camacho, difensore puro che monitora la fascia sinistra ma resta fondamentalmente uno stopper prestato ad altri compiti tattici.
Pian piano, nel tempo, Gordillo diventa un elemento in grado di coprire l’intera banda laterale, muovendosi da terzino in Nazionale e da mediano nel club, invertendo talvolta i fattori e riuscendo a confondere le idee a molti addetti ai lavori, complici la sua incredibile duttilità ed il gran senso tattico.

Inoltre Rafael è adorato dai suoi allenatori per la capacità di far gruppo, di lavorare per la squadra, per la disponibilità, il carisma, la grinta e la tenacia che profonde sul terreno di gioco.
Eccelse penne quali Brera e Mura, tra le tante, ne tratteggiano la cifra stilistica, non tanto pregna di talento ma ricchissima di passione e furia.

Un’autentica ira di Dio, quando parte all’arrembaggio del fortino avversario.
Corsa inesauribile, forza bruta, progressione inarrestabile, grande continuità, indiscutibile fedeltà alla causa.
In un’epoca ove i laterali tendono ad essere abbastanza schematici, nel senso che hanno compiti specifici di difesa o di attacco, lui è tra i pochi a poter occupare tutti i ruoli del settore: è un fluidificante completo che difende ed attacca, con un buon tiro, un discreto cross e una attitudine tattica notevole che lo porta a sapersela cavare finanche da mediano, se è necessario serrare le fila.
Di testa non è un drago ed in parecchie occasioni la foga gli crea qualche problema.
Limiti ampiamente perdonabili, visto quel che riesce a dare in campo.
I tifosi lo adorano, i compagni pure.
Gli avversari lo stimano e qualche società prova ad ingaggiarlo, durante il soggiorno madrileno.

Ci prova anche una italiana, l’Udinese, che a fine anni ottanta gli offre un ottimo ingaggio triennale.
Camacho si è ritirato ed il Real non se la sente di lasciar partire pure Gordillo, peraltro senza avere in rosa elementi che possano sostituirlo con il medesimo -ottimo- rendimento.

Il giocatore resta nella capitale iberica sino al 1993 quando ormai trentacinquenne, dopo un paio di annate leggermente sottotono e venendo meno utilizzato per problemi fisici, sceglie di abbracciare nuovamente la causa del Betis, militante in Segunda Division , per riportarlo in Primera.
Il primo tentativo va a vuoto, il secondo invece centra l’obiettivo.
La terza stagione Rafael la gioca a spizzichi e bocconi, ma la cosa che conta è aver trascinato di nuovo il Betis ai massimi livelli del calcio spagnolo.

L’Écija Balompié, rampante club alle porte di Siviglia, è l’ultima tappa della carriera di Rafael Gordillo.
Una salvezza tranquilla, con un buon contributo di presenze e tanta, tanta esperienza e mestiere messi al servizio dei compagni.

A pochi mesi dai quaranta anni di età il giocatore annuncia il ritiro dalle scene.
Continuerà a giocare per beneficenza, in alcuni eventi appositamente organizzati per raccogliere fondi, in particolare contro le droghe ed i disagi giovanili che ne conseguono.
Si esibisce in un paio di tornei indoor, per mantenere la forma fisica.
Ed occupa varie cariche dirigenziali all’interno del Betis, in aggiunta a quella di Direttore Sportivo dell’Écija, per qualche mese.

Oltre che per il sottoscritto, ribadisco, Rafael Gordillo è stato per una generazione di tifosi un Mito, dapprima col Betis, poi soprattutto sia col Real che con la sua Nazionale.

La sua generosità, quell’andatura caracollante e nel contempo irresistibile, quei calzettoni abbassati ad inizio gara mo’ di sparo dello starter a dare il via alla battaglia e quel vigore di altri tempi profuso ovunque e per tante stagioni sui campi di tutto il mondo sono ben impressi -indelebili, oserei dire- nelle memorie di tutti gli appassionati di un certo tipo di Calcio.

Un guerriero, corretto e tignoso.
Rafael Gordillo, “El Vendaval del Polígono” .

V74

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