• Caparbio e gentile

Le figurine Panini mi hanno cresciuto, lo scrivo di frequente.
Perché è è la pura verità.

Hanno anche contribuito a far nascere parecchi “pupilli”, nella fantasia di quello che ai tempi era un vero e proprio erotomane del Calcio, un inarrivabile feticista della pelota.
Non pelosa, eh.
Bensì pelota.

Uno che usciva spesso dalle mitiche bustine era Rinaldo Piraccini, all’epoca in coppia coi bomber Tivelli (Foggia) e Vincenzi (Pistoiese), come si usava per i calciatori di B.
Mi piaceva il suo cognome, che suonava maledettamente efficace.
Da maratoneta del centrocampo, nella mia onomatopeica follia calcistica.
Invero, Piraccini era proprio un centrocampista.

Quando poi nel 1984 lo acquistò la Lazio di Chinaglia, beh, i giochi erano ormai belli che fatti, nel mio cuore biancoceleste.

Ma la storia parte più da lontano.
Rinaldo nasce a Stresa, nell’incantevole scenario naturale del Lago Maggiore, verso la fine del 1958.
Pochi mesi dopo verrà alla luce, in quel di Cesena, un altro Piraccini, il buon Adriano, mediano di grinta e polmoni che sarà bandiera dei romagnoli per anni e che transiterà con esito discreto nella prima Inter di Trapattoni, oltre che nel Bari di Bruno Bolchi.

Rinaldo invece deve partire un po’ più dal basso.
Siamo a nord, molto a nord.
Nord del Piemonte, per la precisione.
Famiglia all’antica, con valori semplici e nel contempo alquanto profondi.
Come tutti bambini della sua generazione, Rina cresce con un pallone attaccato ai piedi.
Oggi il cuoio è stato sostituito dai cellulari e lo scrivente si avvale della facoltà di non aggiungere la classica nota del redattore, con immancabile bestemmione di sfogo a corredo.

Piraccini, dopo aver vinto i campionati provinciali e sfiorato il trionfo in quelli regionali con una piccola formazione della zona, ha 14 anni quando milita negli allievi dello Stresa.
Poco più tardi lo prende l’Omegna e, al termine della classica trafila giovanile, lo fa esordire a soli 17 anni in prima squadra.
Una decina di presenze -il più delle volte da subentrante- in serie D, all’epoca molto competitiva sia dal punto di vista tecnico che da quello agonistico, per iniziare a respirare il clima dei polverosi campi di provincia.

Il giocatore desta un’ottima impressione e la sua squadra, reduce da un secondo posto nella stagione precedente, riesce con una clamorosa rimonta nel finale ad agguantare il primo posto, a pari merito con la Biellese.
Da pochi mesi è in vigore il nuovo regolamento che anziché affidarsi alla migliore differenza reti (che avrebbe premiato proprio l’Omegna), stabilisce invece che sia uno spareggio a decretare la compagine promossa in serie C.
La gara, disputata sul campo neutro di Novara, da poco inaugurato e dedicato alla memoria del mitico Silvio Piola, vede la vittoria della Biellese con un contestatissimo gol nel secondo tempo supplementare.

L’Omegna riparte con la rabbia per le due promozioni sfiorate e sfata il tabù del non c’è due senza tre, centrando la vittoria del torneo proprio al terzo tentativo.
Piraccini contribuisce alla causa da comprimario, diventando titolare inamovibile in serie C ed esplodendo definitivamente, con alcune reti che ne completano il percorso di crescita e maturazione.

La squadra, a causa delle riforma della terza serie che prevede un numero elevato di retrocessioni, finisce nelle posizioni di rincalzo e si ritrova così nella neonata C2.

Rinaldo invece passa al Mantova, C1, che dopo averne saggiato la bravura nel confronto diretto, decide di acquistarne il cartellino.
Annata altalenante, con la squadra di mister Tomeazzi che parte con l’intenzione di lottare per la promozione e finisce per salvarsi con qualche patema.

Il nostro, titolare anche in Lombardia e nella Nazionale Under 21 di categoria, nel calciomercato estivo viene ceduto al Foggia, appena retrocesso dalla B e voglioso di tornare subito nel calcio che conta.

Prima esperienza nel caldo e infuocato meridione, per Rinaldo.
Il quale gioca tutte le gare e conquista la B con i pugliesi, chiudendo al secondo posto alle spalle del Catania.

La scalata continua, per il centrocampista piemontese, che sbarca nella seconda serie a nemmeno 22 anni.
I satanelli sono un team compatto; Piraccini crea un solido asse di metà campo con il buon mediano Conca, a protezione di una arcigna difesa dove giganteggia l’esperto libero Pirazzini.
In porta il bravo Benevelli trasmette sicurezza al reparto, mentre davanti il talento di Sciannimanico e l’estro di Tivelli creano scompiglio nelle retroguardie avversarie.

Con una intelligente campagna acquisti i dirigenti foggiani organizzano un bel team pure per la serie cadetta e così arriva una tranquilla salvezza, con Rinaldo che è il calciatore che incamera il maggior numero di gettoni di presenza di tutta la rosa.

Lui si trova bene in Puglia e la società apprezza il suo rendimento, intravedendo ancora ottimi margini di crescita.
In fondo parliamo di un ragazzo molto giovane ma già maturo a livello di personalità, consapevole dei propri mezzi, voglioso di emergere ulteriormente e partecipe del lavoro di squadra.
Caratteristiche importanti, che gli valgono diversi interessamenti.
Uno di questi, in particolare, proviene dalla Toscana.
La Pistoiese, appena retrocessa nella sua prima stagione trascorsa in serie A, ha voglia di riassaporare certi sapori e vuole farlo costruendo una squadra forte e nel contempo di prospettiva, in grado di lottare per il vertice e, nel caso, sapersi confermare pure a livelli più elevati.

Rinaldo Piraccini è titubante, sulle prime.
Poi si convince, accetta l’offerta e si trasferisce alla corte dell’allenatore Tomeazzi per due stagioni, nella quali è titolare indiscusso -viene anche convocato per rappresentativa Under 23 di B, allenata da Valcareggi, che aveva già assaggiato allorquando militava nel Foggia-, sebbene nella seconda annata un infortunio lo costringa a star fermo per un periodo abbastanza lungo.
Gli arancioni disputano due tornei anonimi, chiusi al limite della zona salvezza.
In realtà è l’anticamera per una cocente retrocessione che giungerà dopo dodici mesi.

Piraccini -però- è già altrove.
Qualcuno ne ha notato le doti ed ha proposto il suo ingaggio ad un paio di club in serie A.
Il giocatore è giovane, tosto, serio.
Il suo è uno stipendio non troppo impegnativo e la Pistoiese sarebbe disposta a cederlo per una cifra abbastanza abbordabile.

Ad affondare il colpo è la Lazio del presidente Chinaglia, da pochissimo tornata in massima serie.
Chinaglia convoca il ragazzo e gli spiega di aver ricevuto ottime referenze su di lui, sia calcistiche che caratteriali.
Giorgione ha ambizioni importanti e vuole costruire una Lazio che possa giocarsela con tutti, quindi ha bisogno di gente motivata e pronta a combattere con la casacca dell’aquila addosso.
Rinaldo è emozionato e felice: il suo sogno di esordire in serie A è ormai ad un passo e non ci pensa due volte ad accettare la corte Laziale e firmare il contratto con i capitolini.
La Pistoiese lo cede con la formula del prestito con eventuale diritto di riscatto a favore dei romani, in modo da poter valorizzare maggiormente l’eventuale exploit del ragazzo.
La Lazio, allo stesso modo, si cautela dinanzi ad un possibile flop, poiché discorriamo pur sempre di un esordiente in categoria.

Rinaldo Piraccini sbarca a Roma, carico e felice.
Tanta gavetta, un passo alla volta, con misura e pazienza.
Ed eccolo lì, a calcare i campi più celebri d’Italia e confrontarsi con campioni che fino a quel momento ha potuto vedere soltanto in tv.

Un sogno, alimentato dalla fiducia che il tecnico argentino Morrone ripone in lui.
Difatti parte titolare in una Lazio che schiera gente del calibro di Giordano, D’Amico, Manfredonia, Laudrup e Batista, per capirci.
Le cose non vanno per il verso giusto, sfortunatamente, e la stagione rischia di trasformarsi in un incubo.
Chinaglia licenzia Morrone ed ingaggia Carosi, che riesce a centrare una miracolosa salvezza al fotofinish.
Tra le nuove disposizioni tattiche che il nuovo allenatore impone alla squadra nel girone di ritorno vi è in primis lo spostamento del jolly Manfredonia dalla difesa al centrocampo, sacrificando proprio Piraccini, che nella seconda parte del torneo non vede praticamente più il campo.

Il risultato giustifica i mezzi e va ad incidere, in maniera decisiva, sulla mancata riconferma di Rinaldo in maglia biancoceleste.
Carosi non lo vede, neanche come alternativa, e il calciatore torna quindi a Pistoia.
La Lazio retrocederà mestamente dopo dodici mesi, identico destino nel quale è incappata la Pistoiese dopo l’abbandono del mediano di Stresa.

La stessa Pistoiese che, come detto, in quel momento ne detiene cartellino.
Piraccini ci resta malissimo: avrebbe firmato in bianco, per restare alla Lazio.
Si è trovato bene a Roma, apprezza l’ambiente Laziale, ha voglia di mostrare le sue doti.
Bruno Giordano ne sponsorizza la conferma sottolineando le doti del centrocampista, uno dei pochi in rosa -a detta del bomber trasteverino- in grado di seguire il gioco e di crossare con precisione.

Niente da fare.
La società ha altre idee, che, come detto, si dimostreranno a dir poco catastrofiche.
Rinaldo Piraccini abbandona la tanto agognata serie A.
Lui non può immaginarlo, in quel momento, ma non la ritroverà mai più.
Eppure la sua prima ed unica esperienza in massima divisione non è stata di certo peggiore di quella di molti dei suoi compagni e colleghi, tutt’altro.

Schierato quasi sempre da centrocampista aggiunto, una sorta di ala -perlopiù sulla corsia di sinistra- deputata a contenere le avanzate avversarie e tatticamente accorta sulle ripartenze.
Massima attenzione in fase difensiva, con licenza di offendere confinata alle rarissime incursioni nella propria trequarti offensiva.
Un centrocampista completo, con ottimi polmoni e buona gamba.
Concentrato e grintoso, ha pagato spesso dazio ai diversi infortuni che ne hanno minato la continuità in alcuni momenti chiave della sua carriera.
Tecnicamente non un fuoriclasse, ci mancherebbe, eppure perfettamente in grado di crossare con estrema precisione (pure in corsa: dote non comune a tutti, neppure in serie A), soprattutto a rientrare, nonché di suggerire la traccia alle punte per invadere gli spazi altrui.
Ala di raccordo e/o intermedio, bravo non soltanto nell’interrompere il gioco nemico, ma che alla bisogna è capace anche di costruire quello della propria squadra.
Segna poco o nulla ed è un limite, perché ad inizio carriera aveva mostrato interessanti doti anche nel tiro, cosa che nelle categorie più importanti gli è mancata, pure a causa delle rigide consegne tattiche gli sono man mano state trasmesse e che lo confinavano per la maggior parte delle volte nella zona nevralgica del terreno di gioco, piuttosto che nei dintorni dell’area di rigore degli antagonisti.
Uno di quegli elementi che in una rosa ci stanno sempre e comunque bene, a prescindere dalla forza del team e dalle ambizioni del club.

Tutto molto bello, quindi, però alla fine della fiera Rinaldo finisce per ritrovarsi di nuovo in C, ove è sprofondata nel frattempo la compagine toscana.
Brutta botta per lui, in particolar modo dal punto di vista psicologico.

Con una serie di infortuni che iniziano a non dargli tregua il Pira, come lo chiamano affettuosamente gli amici, riparte addirittura dalla terza serie.
E come se non bastasse, ecco sopraggiungere per i toscani la seconda retrocessione di fila, nonostante sulla carta fossero attrezzati per altri obiettivi.

Piraccini non segue i compagni in C2 perché il Varese, anch’esso retrocesso ma dalla B, gli offre un contratto per giocare ancora in C1 e lo preleva in prestito.
Incredibile a dirsi, ancora una volta per il calciatore si spalancano le porte della C2, con i lombardi che imitano la doppia caduta della Pistoiese e con una squadra altrettanto forte per la categoria sprofondano in quarta serie.

Pira, col morale sotto i tacchi, torna a Pistoia, ma solo di passaggio, perché viene ceduto, questa volta a titolo definitivo, al Modena.
Ormai la sfortuna lo ha preso di mira, però.
Rottura del legamento crociato e lunghissimo stop, con la stagione successiva in prestito al Brindisi, sempre in C1, a tentare di rimettere piede sul terreno di gioco.

Pochissimi gettoni, poi il ritorno in Emilia: a trent’anni suonati il Modena non lo ritiene più adeguato a certi livelli e lo manda ancora in prestito al Rovereto, in serie D, dove il Pira torna sorprendentemente a mostrare una certa continuità di rendimento.
Il leone è ferito, e manco poco, ma non è morto.

Ancora Modena, con Renzo Ulivieri che si è appena insediato sulla panchina dei canarini, al termine dei tre anni di squalifica scontati per la condanna inflittagli per il processo del Totonero-bis.
Cerca un esterno e Rinaldo lo chiama, proponendosi.
In fondo ha ancora un contratto con i giallo-blu ed è un ruolo che sa fare bene.
Fisicamente si sente a posto e mentalmente idem.

Lui ed Ulivieri hanno entrambi voglia di rivalsa ed il tecnico intuisce che questa potrebbe essere un’arma letale, in senso buono.
Il Modena gioca un gran torneo, subendo pochissime reti, con in porta un Ballotta formato saracinesca.
In mezzo i futuri allenatori Mazzarri e Colomba dettano i tempi insieme al cervello di centrocampo Bergamo, mentre Piraccini e Calonaci macinano chilometri sulle fasce ed il bomber Bonaldi trasforma in oro tutto ciò che passa dalle sue parti.

Il successo regala finalmente una gioia al Pira, che dopo tanto penare può ritornare ad esultare.

Una piccola delusione non manca, a dirla tutta, in quanto il Modena decide di non confermarlo per il successivo campionato di serie B.
Ulivieri ne ha apprezzato moltissimo l’impegno, l’ardore, la dedizione alla causa ed anche le buone prestazioni.
Ma per una serie B competitiva e fisicamente massacrante, serve altro.
Rinaldo, uomo di grande intelligenza ed altrettanto stile, comprende, ringrazia e saluta.

Firma un biennale col Novara, in C2, e si riavvicina a casa, divertendosi a giocare a livelli ancora discreti.

Nel 1992, a 34 anni, passa all’Intra, in Prima Categoria, dove vince il campionato,
Al termine della stagione 1993-94, dopo aver sfiorato il doppio salto in Eccellenza, chiude col calcio giocato, annunciando il ritiro e dando il via alla carriera di allenatore, per la maggior parte dei casi in compagini locali.
Carriera che peraltro era già iniziata negli ultimi tempi, essendo una sorta di allenatore-giocatore all’Intra.
E che continua ancora oggi, soprattutto con i giovani.

Non si è spostato troppo dai suoi affetti, pure perché dopo aver appeso le scarpette al chiodo ha intrapreso una attività che lo vede alla guida di belle barche, che utilizza per scorrazzare i turisti sul Lago Maggiore.

Un personaggio davvero d’altri tempi.
E di un Calcio d’altri tempi.

Un centinaio di presenze in B, molta C e quella serie A con lo stemma dell’aquila addosso.

Oggi vi sono un altro paio di Piraccini, in giro per stadi.
Luca ed Andrea, i figli di Rinaldo, entrambi protagonisti nelle serie minori.

Il padre è arrivato più in alto e, con un pizzico di buona sorte in più, ci sarebbe potuto rimanere un po’ più a lungo.

Eppure vi è chi se lo ricorda benissimo.
Le figurine Panini, la Lazio, la maglia arancione della Pistoiese.

Rinaldo Piraccini: caparbio e gentile.

V74

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